Gabriele Polo: Riflessioni su Renzi e il voto in Emilia Romagna insieme a dirigenti Fiom

| 28 Novembre 2014 | Comments (0)

 

 

 

“Se per le Rsu vota meno del 50% degli aventi diritto, l’elezione non è valida”. La recente affermazione del segretario della Fiom bolognese, Alberto Monti, sembra un’ovvietà, ma non lo è. Soprattutto se pronunciata il giorno dopo le elezioni per il consiglio regionale dell’Emilia Romagna, marchiate da una partecipazione inferiore al 40%. Parole preoccupate, ma anche arrabbiate e che potrebbero suonare persino un po’ sarcastiche, visto che giornali e tv attribuiscono alla Fiom una certa responsabilità in un astensionismo di massa che a questi livelli non si era mai visto da queste parti. Regista della ritorsione contro Renzi e il suo Jobs Act” – così recitano i media – sarebbe Bruno Papignani, segretario regionale dei metalmeccanici Cgil, che prima delle elezioni aveva esplicitato l’intenzione di non andare a votare e che dopo il voto in qualche modo rivendica: “Qualcuno della Fiom sarà anche andato a votare, ma la maggior parte no. La gente si è rotta le palle di Renzi”.

Probabilmente non è vero che la Fiom controlli o possa gestire “pacchetti di voto”, nemmeno in Emilia Romagna. Ma è altrettanto probabile che riesca a intercettare il “sentire” della propria gente, l’opinione di pezzi di società molto al di là del confine dei propri iscritti. E che cerchi di rappresentarla, questa opinione. Perché questa è sempre stata la sua natura, perché negli ultimi vent’anni sulla rappresentatività e sulla democrazia ha rifondato se stessa, diventando quello strano “animale” che sfugge alle semplificazioni dei commentatori, che di volta in volta la definiscono “quarta confederazione”, “neo-partito”, “soggetto politico”, “più movimento che sindacato”. Eppure basterebbe ricordare un po’ di storia per capire come si sposano il sostantivo “confederazione” con l’aggettivo “generale” e  basterebbe conoscere un po’ la composizione materiale dei metalmeccanici per apprendere che per dare una stessa rappresentanza a lavori tanto diversi tra loro si finisce quasi naturalmente col dar voce a un pezzo consistente di società.

Avendo fatto – per forza e per scelta – della democrazia la propria bandiera, la Fiom diventa un interessante caso da analizzare nell’era in cui la rappresentanza dei “soggetti intermedi” va in crisi (cioè si deve trasformare, cambia o declina) sotto i colpi del mercato che soppianta la politica e con la globalizzazione che sollecitando paure, chiusure e populismi, sembra non lasciare altro spazio che alla leadership di qualche capo alle prese con la redazione di un nuovo trattato sull’esercizio carismatico del comando (attuale versione della novecentesca psicologia di massa del fascismo).

Per questo, torniamo alle parole di Monti e di Papignani, cioè alla Fiom dell’Emilia Romagna, per capire come sta e come esercita la sua passione per la democrazia, quali problemi incontra nella rappresentanza del suo mondo e nel rapporto con “l’esterno”. Partendo proprio da quest’ultimo, perché la “Fiom-movimento” è la vera novità degli ultimi anni. Non tanto perché “si muove” molto anche fuori da fabbriche e uffici e dagli anni ’90 in poi ha accentuato il proprio interesse per le “cose del mondo” (dalle crisi internazionali a quelle ambientali, dal pacifismo ai movimenti altermondisti), ma soprattutto per un “consenso d’opinione” abbastanza inedito nella storia del movimento operaio europeo, soprattutto in una fase in cui i sindacati (tutti i sindacati “occidentali”, in Europa e Usa) conoscono una crisi di consenso che si traduce in un costante calo d’iscritti e in un cero isolamento (a volte ostilità) nell’opinione pubblica.

Dal suo osservatorio emiliano, Bruno Papignani la racconta così: “Persone con storie politiche molto eterogenee ci seguono per i ragionamenti generali che facciamo. Un consenso che sui luoghi di lavoro si traduce in voto ai nostri candidati, meno in iscrizioni o in scioperi; fuori da fabbriche e uffici il consenso si traduce in un’opinione generale che fa della Fiom un punto di riferimento per molti, al di là della loro collocazione lavorativa, siano lavoratori dipendenti di altri settori, disoccupati, precari, lavoratori autonomi, pensionati”. Come dire che la frantumazione del mondo del lavoro può ancora trovare una sua ricomposizione in una condivisa visione del mondo. E che questa conta molto di più di un tempo, generando una “rappresentanza” molto particolare, quella che è alla base dell’accusa che alla Fiom viene periodicamente mossa di “fare politica”. Una “politica” tutta sua, visto che – per rimanere nello specifico emiliano – Papignani ricorda come su 35 funzionari al lavoro nella sede di viale Marconi, solo uno abbia una tessera di partito in tasca (e qui la differenza con il passato è davvero enorme), che tra i partecipanti emiliani e romagnoli alla manifestazione nazionale della Cgil del 25 ottobre le “dichiarazioni di voto” erano caratterizzate da un costante “non so per chi votare” – da qui le sue dichiarazioni astensionistiche – mentre già alle scorse elezioni politiche era svanito il concetto di partito di riferimento: “Meno di uno su quattro ha votato Pd, tutto il resto si è diviso tra voti a Grillo, sinistre varie, astensioni”. Distanza dal panorama politico dato quindi, e accentuazione del principio d’autonomia, quel “sindacato indipendente” teorizzato e messo in pratica con la segreteria di Claudio Sabbatini. Anche se nessuno pensa di rifugiarsi nell’autosufficienza e tutti poi ammettono che “servirebbe una sponda politica per il mondo del lavoro dipendente”, una sorta di “partito del lavoro” che non nasce mai; e anche questo vuoto finisce col ricadere sulle spalle della Fiom. Del resto non è la prima volta che il sindacato svolge una funzione di supplenza della politica, l’esempio più recente e clamoroso risale alla Cgil nel biennio 2002-2003; ma quella volta al governo c’era Berlusconi, e tutto sommato era più facile “sostituire” almeno nella società e nelle piazze dei partiti che già non erano più tali (cioè non più “di una parte” o “partigiani”, ma liquidamene generalisti). Oggi è tutto più difficile.

Questo “consenso alla Fiom che supera le divisioni in categorie e gli stessi confini del lavoro dipendente”, per usare le parole di Papignani, è anche la cartina di tornasole di una questione più vasta, di come alcuni nodi siano davvero generali, “trasversali” e quindi servano nuovi orizzonti per dar voce a quei soggetti facendoli diventare protagonisti e, per questa via, affrontare e risolvere i loro problemi; in altre parole come la dimensione su cui è organizzata e divisa l’attuale rappresentanza del mondo del lavoro sia completamente inadeguata, in alcuni casi incapace di entrare in contatto con le forme in cui è divisa l’organizzazione del lavoro, in altri casi segnata da una visione perlomeno angusta, “miope”. Per questo la Fiom, con il suo “fare generale” (su cui scatta anche l’accusa di movimentismo) diventa un punto di riferimento per tanti. Basta? Certamente no, servirebbe una rivoluzione nel modo di fare sindacato, una riqualificazione del concetto di confederalità. “Dovremmo riuscire a seguire quelli che escono dai luoghi di lavoro, i contratti a termine come i licenziati, per tenerli assieme, organizzarli e dar loro forza contrattuale”, dice Papignani pensando alla ragione per cui erano nate cento e passa anni fa le Camere del lavoro. Guardare al territorio non come entità astratta o luogo d’incontri istituzionali ma come il luogo in cui vive la “filiera del lavoro”, cioè la “fabbrica” nel senso più ampio del termine. Basterebbe pensare all’importanza che ha la logistica oggi, a come l’organizzazione del trasporto delle componenti e delle merci ricordino da vicino quelli che erano i vecchi “convogliatori” della grande fabbrica fordista; o riflettere a quanto taylorismo dei tradizionali stabilimenti industriali abbia conquistato un po’ tutto, dalle attività spostate fuori dall’azienda madre fino al lavoro nei grandi depositi e a quello su strade, ferrovie, navi. “Oggi se perdi il controllo della filiera, perdi il controllo della produzione e anche contrattualmente sei più debole, perché tutto ti ritorna addosso in azienda”, spiega Papignani per sottolineare alcune pesanti lacune sindacali: “Ci sono aziende della logistica in cui i lavoratori non hanno alcuna rappresentanza sindacale, altri in cui tutti sono iscritti ai Cobas per il semplice fatto che lì i Cobasci sono andati e si sono battuti per applicare il contratto nazionale firmato da Cgil, Cisl e Uil… che avevano dimenticato quei luoghi. Quando si parla di secondo livello di contrattazione o di vertenze territoriali, bisognerebbe partire da queste situazioni e dalle condizioni di vita che le nutrono, prima che dai tavoli istituzionali”.

Ma i problemi per un sindacato con il corpo “di categoria” e il cervello “confederale” sono anche quelli che arrivano dalla frantumazione del lavoro in senso proprio, quella della organizzazione produzione e quella della sua regolamentazione giuridica: la parcellizzazione della filiera produttiva e le leggi che hanno spezzettato il mondo del lavoro mettendo le persone in competizione l’una con l’altra. Vale per ogni vertenza, ogni crisi, ogni rivendicazione, dove la condizione “sine qua non” è unire ciò che il mercato e le leggi dividono, far incontrare e riuscire a sintetizzare condizioni e richieste che “naturalmente” possono finire per scontrarsi. Ma vale anche per la “semplice” presenza del sindacato: “Non è semplice – sostiene Papignani – recuperare al sindacato chi viene da percorsi di precarietà. Anche quando viene stabilizzato è difficile da tesserare, a meno che la sua uscita dal mondo della precarietà non sia avvenuta grazie a un accordo sindacale”. Per dire quanto sia importante il rapporto diretto con le persone: per “essere un sindacato” bisogna davvero farlo. Sembra un’altra banalità ma non lo è, soprattutto in un panorama ormai frastagliato come quella della rappresentanza del lavoro, anche in Emilia Romagna. La Fiom ci si muove con il doppio passo della dimensione generale e dell’ambito aziendale. Da un lato le grandi battaglie sui diritti e sul contratto nazionale, la “mobilitazione generale” accompagnata da una certa visibilità, “quelle che – ricorda Papignani – hanno costruito la nostra credibilità dentro e fuori i luoghi di lavoro, quella per cui le lavoratrici e i lavoratori ci riconoscono la coerenza di una posizione precisa, anche quando non siamo riusciti a vincere, anche quando non siamo riusciti a frenare gli attacchi contro i diritti e le condizioni di vita che pure avevamo individuato o previsto anche quando altri consideravano ancora possibile concertare a livello centrale, fin dagli anni ’90, fin da Maratea o dal congresso del ‘96”. Dall’altro lato la rappresentanza sui luoghi di lavoro, la contrattazione della condizione e il confrontarsi con i processi di ristrutturazione. Con esiti e modalità diverse, seguendo il prisma della divisione (ormai pienamente internazionale) del lavoro. Solo negli ultimi mesi, in Emilia, gli esempi non mancano. Dal contratto sugli orari e sul lavoro festivo firmato alla Ducati di Bologna allo scontro frontale con la Fiat alla Magneti Marelli di Crevalcore, dalla contrattazione in un’azienda che “tira” e si sviluppa come la Gd alla resistenza contro i licenziamenti alla Titan. Spesso “firmando” altre volte no, “ma sempre con la caratteristica del rapporto democratico con i lavoratori, perché alla fine decidono sempre loro”, conclude Papignani.

Una pratica che si traduce anche in numeri: 73.000 iscritti nel 2013 – cifra che si punta a confermare per il 2014 -, la più forte delle categorie tra gli attivi della Cgil dell’Emilia Romagna (820.000 iscritti, di cui 460.000 pensionati), nonostante un consistente turn over, perché ogni anno in molti se ne vanno, chi in pensione, chi perché perde il lavoro – e in questi anni di recessione sono in tanti, anche nella “florida” Emilia Romagna. Un tesseramento comunque faticoso, mentre è molto più consistente il consenso che si registra nel voto per le Rsu: nella tornata di voti avviata dopo l’estate la Fiom viaggia attorno all’80%, complessivamente ha la maggioranza assoluta delle Rsu regionali. Una posizione di forza riconosciuta indirettamente anche dall’atteggiamento della controparte, visto  che la maggioranza delle imprese metalmeccaniche dell’Emilia Romagna applica ancora il contratto nazionale del 2008 – l’ultimo firmato unitariamente – nonostante la disdetta di Fim e Uilm.

La metà degli eletti Fiom nelle Rsu sono giovani alla prima esperienza sindacale, cresce la presenza femminile, molto più alto che in passato è il livello d’istruzione. Cui non sempre corrisponde la conoscenza dei propri diritti, l’abitudine alla vita d’organizzazione – il proselitismo, ad esempio – e la preparazione sindacale, come nel caso di quel neo-eletto che si chiede pubblicamente se debba o meno avvisare l’azienda prima di dichiarare uno sciopero, svelando come il problema della formazione  – dalle conoscenze alla trasmissione della memoria – sia una questione politica in senso proprio. Del resto oggi il principio d’appartenenza è stato sconvolto dai cambiamenti sociali e culturali, ci si tessera o si vota per un sindacato piuttosto che per un altro sulla base del proprio “vissuto” e  delle risposte che si danno: con una divisione abbastanza nota, per le mansioni operaie e i livelli professionali più bassi contano più le condizioni materiali, mentre tecnici e impiegati sono maggiormente attenti alle prospettive generali, alle proposte di politica industriale. Ma è una divisione più sfumata di un tempo, perché meno netto è il confine delle origini di classe e della formazione avuta.

Come diversi sono gli strumenti che il sindacato e i lavoratori usano. Le assemblee, i volantini, la presenza ai cancelli restano fondamentali, ma alla partecipazione diretta contribuice sempre di più la rete e Facebook è ormai uno strumento consueto, soprattutto a livello aziendale, con Rsu e gruppi di iscritti che hanno aperto la loro pagina e ormai usano più la bacheca virtuale che quella materiale, non solo per appuntamenti, commenti e scadenze, ma anche per analizzare e affrontare problemi o vertenze;  spesso parlando in prima persona. Come recita un manifesto per la campagna di tesseramento, “Stavolta decido io, voto Fiom

 

 

Category: Lavoro e Sindacato, Osservatorio Emilia Romagna, Politica

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About Gabriele Polo: Gabriele Polo (San Canzian d'Isonzo, 1957) è un giornalista italiano, è stato direttore del quotidiano il manifesto dal 2003 al giugno 2009, diventandone poi direttore editoriale, oltre che commentatore e inviato. In gioventù è militante di Lotta Continua e poi tra i promotori nei primi anni '80 del gruppo Lotta Continua per il Comunismo. Inizia la sua collaborazione al manifesto nel 1988 di cui è stato direttore dal 2003 al giugno 2009- Attualmente dirige il giornale on line I mec. Tra i suoi ultimi libri: , Il mestiere di sopravvivere, Editori Riuniti, 2000 , Diciottesimo parallelo, la ripresa del conflitto sociale in Italia, Manifestolibri, 2002; Ritorno di Fiom. Gli operai, la democrazia e un sindacato particolare, Manifestolibri, 2011.

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