Bruno Papignani: Saeco. C’è tanto da imparare e tanto da fare

| 12 Febbraio 2016 | Comments (0)

 

 

Riceviamo da Bruno Papigani segretario Fiom-Cgil della Regione Emilia Romagna  questo commento all’accordo raggiunto dai sindacati con  la Saeco Philips di Gaggio Montano (Bologna), accordo che è stato approvato dai lavoratori (oltre il 95% di consensi) il 9 febbraio 2016. L’accordo prevede non più i 243 licenziamenti, ma 190 esodi incentivati con 75.000 euro, cassa integrazione e la promessa di 23 milioni di euro investiti nello stabilimento di Gaggio Montano.


1. Premessa
Il periodo non è quello delle grandi strategie, ma della tattica dell’inganno.
Vale anche per le relazioni sindacali quando le imprese con i processi di globalizzazione e alleanze insperate (governo e crisi) non sono mai state così forti nei confronti dei lavoratori. Il sorgere dei problemi ha agevolato le divisioni e la ricerca di un colpevole interno, spesso nel sindacato, cioè loro stessi. Demolito il contratto nazionale di lavoro (unico antidoto alle diseguaglianze più profonde) oggi ci dicono che la condizione per ricostruirlo è un contratto leggero, un contratto che rimandi quasi tutto alla contrattazione aziendale che come “il pozzo di san Patrizio” dovrebbe dare molto di più, fino a portare sulla soglia della felicità del “lavoratore partecipativo”. Se non fosse che quasi contemporaneamente scopri che a livello aziendale, ovunque, vogliono fare tabula rasa degli accordi, diminuire i diritti e il salario chiedendo ai lavoratori di sottoporsi e soccombere all’egemonia culturale dell’impresa, che in qualche modo ti ripagherà in varie forme; quello più di moda è il Welfare Aziendale, che diventa un guinzaglio. Le Multinazionali giocando su più paesi, ricattano e ridicolizzano, dimostrando l’impotenza dei singoli governi e l’ingovernabilità delle cose in assenza di politiche industriali perlomeno a livello di singolo Paese.


2. SAECO – PHILIPS
Questo preambolo mi serve per descrivere la vicenda Saeco che, come tante altre che con meno resistenza, ha finito per dover giocare e trovare un compromesso sul terreno imposto dall’azienda multinazionale. Lavoratori e sindacato, con l’annuncio dei 243 esuberi in Saeco, hanno saputo scatenare una tempesta mediatica senza precedenti che a sua volta si è tradotta in sostegno politico delle istituzioni, delle forze politiche, di associazioni economiche, culturali, ricreative, fino all’Arcivescovo di Bologna (vedi foto in alto) e alla Confindustria Regionale. Questo concentrato energetico ha permesso, non senza sacrificio dei lavoratori, di mantenere il presidio per 72 giorni con rari momenti di vera tensione e con le forze dell’ordine nel ruolo di osservatori discreti, nonostante gli inviti interventisti della Philip. La contemporaneità della Cigo ha permesso un alto livello di partecipazione, le assemblee e gli scioperi sono riusciti, non è mancata la presenza dei furbi che rivendicando libertà e utilizzando scuse, hanno contribuito a minare i diritti di tutti.
La Saeco è fabbrica sindacalizzata, ma giovane e ha una storia breve dal punto di vista sindacale. Questo è giusto dirlo, perché questa esperienza ha cambiato nel profondo la coscienza e la sensibilità dei lavoratori e delle Lavoratrici della Saeco, lasciando a ognuno una dote che porteranno sempre con se e, sono certo, aiuterà altri a non commettere gli stessi errori.
Voglio dire che fino a quel momento non era certo un’azienda d’avanguardia nelle lotte per il Contratto nazionale di lavoro o in riferimento a crisi ed esigenze di altre fabbriche. Lo stesso 23 luglio del 2015, quando mi recai a Porretta Terme con Landini, le preoccupazioni erano già forti e in quella sede furono da noi lanciate alla presenza di pochissimi lavoratori Saeco. L’ergonometrìa, i ritmi, l’organizzazione del lavoro, non hanno prodotto in questi anni qualità ed efficienza, ma decine e decine d’invalidi in parte incentivati perché lasciassero la Saeco, altri utilizzati al momento opportuno per dimostrare che era una fabbrica che non funzionava, costosa e per giustificare la delocalizzazione in Romania anche della gamma medio alta del prodotto. L’errore – che non deve più ripertersi – è stato non mettere noi in discussione quell’andazzo e quell’organizzazione del lavoro. Un’altro limite, tutto nostro, è stato quello di non aver pensato globalmente e nemmeno agito – per tempo – localmente. Mentre in questi anni i lavoratori erano sottoposti alla cassa integrazione ordinaria (con tutte le integrazioni necessarie per non metterli troppo in difficoltà), chiudevano pezzi di fabbrica e chi non era in cassa integrazione lavorava in gran parte per la Romania e altri insegnavano con le loro trasferte a costruire le macchine che gli accordi prevedevano fare a Gaggio Montano. Non avere un sindacato europeo efficace, non avere un coordinamento di gruppo in grado di estendere conoscenze, ragionamenti, relazioni sociali e solidali e lotte in Romania e in Olanda ha permesso a Philips di fare largo uso dell’arma del ricatto. Questo è un terreno che dobbiamo immediatamente recuperare e praticare in fretta, senza troppi tabù, altrimenti con le multinazionali siamo fottuti.

3. Lo scontro

Lo scontro è stato durissimo fino all’ultimo minuto. Il risultato è frutto della lotta dei lavoratori, della solidarietà che hanno creato intorno a loro e la capacità della Rsu di capire quando di più non si poteva fare, perché l’alternativa era lasciare i lavoratori alla mercé dell’impresa, che si sarebbe vendicata e sottratta da qualunque responsabilità. Il sindacato, le istituzioni, la politica, i lavoratori e la comunità hanno vinto? No. Hanno fatto l’unico accordo possibile, hanno fatto pagare all’azienda il più possibile, ma in gran parte all’interno di una logica di mercato e non di giustizia assoluta o di interesse per quel territorio. Chi se ne va volontariamente (un certo numero di esodi va comunque raggiunto) incassa in aggiunta alle proprie spettanze 75.000 euro lordi: per molti lavoratori che recentemente hanno fatto ricorso alla Cigo e hanno un aliquota bassa vuol dire 60.000 € netti, per tutti gli altri poco meno. Non comprano la dignità, non mantengono posti di lavoro da coprire
domani con i giovani della zona, ma sommandoli alla mobilità e alla Cassa integrazione speciale, permettono di continuare a pagare il mutuo, di rivedere la propria vita con meno ansia. Per chi rimane (sono di più di quelli previsti originariamente da Philips) c’è un impegno preciso e solenne – oggi raro da scrivere in un accordo – per garantire lavoro e occupazione per un “lungo termine” indicando missione e quantità di prodotto. Il disegno dell’azienda è stato totalmente scardinato? No. E’ stato corretto e reso meno disumano.

4. Politica e istituzioni
Fra i tanti attestati di solidarietà e sostegno, ci sono anche quelli di chi dei lavoratori della Saeco poco gli importava. La politica ha fatto la propria gara e – tranne le farneticazioni del responsabile economico del Pd, spesso dannose – non gli si può rimproverare nulla, se non l’incoerenza fra l’atteggiamento locale e quello nazionale nelle sedi decisionali. Perché allora nelle ultime ore del negoziato, ricercato, impostato con cura, la mia bile ha subito danni irreparabili? Perché il mio umore sul finire ha tracimato diventando poco cordiale? Perché ho toccato con mano l’impotenza della regione e del governo nei confronti delle multinazionali. Il ministro, il vice ministro, il presidente della regione Emilia Romagna, fino a un certo punto ci hanno sostenuto (l’apporto del direttore generale del Mise è stato forse il più prezioso di tutti e non poteva francamente osare di più), aiutato con peso e impegno.
Ma il ruolo delle nostre istituzioni e del governo lo ha imposto la Philips relegandoli a essere dei mediatori. Philips ha interessi enormi in commesse pubbliche nel nostro paese, ma nel nostro paese pretende di licenziare senza battere ciglio. Io pensavo che il governo tenesse ben salda l’asticella sugli interessi industriali del nostro Paese a partire da quel territorio. Mentre in quelle ore il nostro presidente del consiglio parlava di crescita occupazionale con il suo omonimo olandese, qui si voleva licenziare a colpi di mannaia. E’ dimostrato e dimostrabile che si poteva produrre a Gaggio Montano in modo competitivo, ma governo e istituzioni ci hanno lasciato da soli a sostenerlo.
5. Lo scenario
La prima considerazione è che il management Philips-Saeco non può pensare che nulla sia mutato nei rapporti: se non cambia faticherà a riconquistare la credibilità perduta e sbiadita da tante bugie. Se questo non fosse possibile forse sarebbe meglio soddisfare gli appetiti di altri gruppi industriali seri, che – per utilizzare un termine padronale – una volta “pulita” la fabbrica potrebbero essere interessati. Viceversa Philips-Saeco deve mantenere gli impegni, saper ascoltare e abbandonare i tentativi di azzerare gli accordi sindacali e i diritti di chi rimane come invece ha tentato di fare fino all’ultimo anche con poco stile e professionalità. Per guidare un’azienda occorrono capacità ben diverse. Per essere certi che tutto vada nella direzione auspicata, è bene che i lavoratori che rimangano non pensino di essere “unti dal Signore” e discutano e si riorganizzino in fretta. La regione deve impegnarsi come ha promesso sulla formazione per una ricollocazione delle lavoratrici e dei lavoratori, visto che la soluzione “da posto a posto” come noi volevamo è caduta nel vuoto. Deve impegnarsi insieme al governo ad agevolare l’insediamento di nuove realtà industriali che sappiamo esserci. Deve avere un disegno per tutto l’Appennino. Finché il ferro è caldo bisogna agire, per questo la Fiom deve organizzare in fretta due iniziative: una a livello regionale sul ruolo delle istituzioni e delle multinazionali, su cosa serve e su quali relazioni sindacali occorrono. L’altra è una due giorni su come rilanciare l’Appennino: si può fare nell’ambito della “coalizione sociale “ con un ampio confronto con le istituzioni a ogni livello, con la politica e i soggetti interessati del territorio.
Questo è quello che mi sento di dire oggi che l’accordo è stato approvato con grande senso di responsabilità dei lavoratori e delle Lavoratrici della Saeco consapevoli che è frutto della loro azione. Un esempio di grande maturità, una scelta difficile, senza farsi ammaliare dai pavoni e nemmeno condizionare dagli avvoltoi, dalle iene e dai serpenti velenosi che della vicenda Saeco sapevano ben poco, eppure azzardavano consigli, tirate di giacca ai lavoratori e alle lavoratrici per soddisfare la loro psiche malata.

 

 

Category: Lavoro e Sindacato, Osservatorio Emilia Romagna

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About Bruno Papignani: Nato a Vergato (BO) nel 1954, fino al 1975 abita a Baigno sull'appennino Tosco Emiliano. Si trasferisce a Bologna e lavora presso la Menarini Autobus come operaio e viene eletto subito delegato, contemporaneamente iscritto al PCI ricopre il ruolo di segretario di sezione. Nel 1980 entra a fare parte dell'esecutivo Nazionale della FLM e per la Fiom ricopre il ruolo di coordinatore nazionale delle aziende costruttrici di autobus. È fra i protagonisti degli autoconvocati negli anni 83-84. Nel 1989 è operatore Fiom a tempo pieno, prima nella zona Roveri poi fino al 2004 a S. Viola e segue le vertenze delle aziende più importanti, dal 2002 fa parte della segreteria Fiom Bologna. Nel novembre 2004 viene eletto segretario generale della FIOM di Bologna, incarico che lascia in aprile del 2012 quando viene eletto segretario generale della FIOM Emilia Romagna, incarico che ricopre tuttora. È membro della direzione nazionale della FIOM, responsabile nazionale delle Cooperative Metalmeccaniche, coordinatore nazionale per la Fiom del Gruppo FINCANTIERI e segue alcuni altri Gruppi nazionali fra cui WARTSILA' e SCM, è membro del direttivo della CGIL Emilia Romagna.

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