Mario Miegge: Uno dei fondatori di “Inchiesta” ci ha lasciato

| 20 Marzo 2014 | Comments (0)

 

 

 

Mario Miegge ci ha lasciato la sera del 19 marzo 2014 . E’ stato tra i promotori e fondatori della rivista “Inchiesta” e per il primo numero della rivista, di cui viene riprodotta la copertina, scrisse il testo Sviluppo capitalistico e scuola lunga in cui sintetizzava i contributi della sinistra extraparlamentare basati anche su un lungo seminario dibattito promosso da lui ad Agape. Il suo ultimo articolo pubblicato su  “Inchiesta” (174, 2011, pp. 28-38) aveva come titolo Memorie del “lavoro politico”. L’ultima avventura intellettuale e filosofica in cui mi aveva coinvolto era stato l’incontro da lui coordinato e promosso  Il senso del vivere in gruppo (“Non è bene che l’uomo sua solo” Gn 2, 18) che era stato realizzato a Fonte Avellana (alla presenza del Priore Don Gianni Giacomelli) il 12-14 ottobre 2012. L’idea di Mario era stata quella di partire da due diversi archetipi del vivere insieme: “il cenobio” (relazione del Monaco di Bose Guido Dotti) e “la setta” nel senso di Max Weber (relazione di Mario Miegge). E’ stato un seminario molto significativo con interventi importanti come quello di Gabriella Rossetti. Tutto questo solo per sottolineare che il patrimonio di idee e di interrogativi che Mario ci ha lasciato è un patrimonio che non deve essere lasciato inutilizzato e sprecato. L’immagine con cui mi piace ricordarlo è quella sorridente alla consegna del titolo di professore emerito nel 2003 da parte del Rettore di Ferrara. Ci sono poi immagini ancora più vicine nel tempo e più private. Un forte abbraccio a Gabriella anche da parte di Amina.

 

 

Mario Miegge: Memorie del lavoro politico

[Inchiesta 174, 2011]

 

Premessa

Delineando, alcuni anni or sono, la Parabola del lavoro, Pino Ferraris  riepilogava i mutamenti strutturali  che hanno drasticamente ridimensionato  “il ruolo centrale della fabbrica […], della grande fabbrica che era stata da sempre il veicolo della solidarietà e della coalizione  degli operai per il conflitto”.

Con la regolazione informatica dei cicli di produzione in tempo reale, la centralizzazione verticale del comando va di pari passo col  decentramento orizzontale del  lavoro, “periferico e non tutelato”.

“Ma credo che un fattore importante dello slittamento ai margini del lavoro sia dovuto (in Italia e in Europa) soprattutto alla rottura del rapporto tra lavoro e politica. Si sono esauriti quasi due secoli di socialismo politico, che, pur nelle sue diverse manifestazioni, si presentava come un progetto di trasformazione sociale radicato nella condizione del lavoro subordinato” (Ferraris, 2009, p. 5)

Alla luce della rottura tra  lavoro e politica  può essere rievocata  una locuzione, di senso opposto,  che ebbe corso  tra i militanti  degli  anni  1960  e 1970 . Esposto  – come ogni metafora –  ad abusi  retorici,  il “lavoro politico” designava, nelle  intenzioni  degli attori,  un agire  di gruppo, collegato  al movimento  operaio e  indirizzato  alle pratiche    di comunicazione,   mobilitazione e  decisione collettiva  nei conflitti  sociali e nell’esercizio del controllo dal basso.  Ma perché quella attività prendeva il nome di  lavoro?

La congiunzione  delle due parole  segnala, da un lato,  l’ascesa moderna del “lavoro” nel  linguaggio  abituale  e  nei   traslati   filosofici (per esempio nello hegeliano “lavoro della Storia”), dall’altro i  mutamenti della prassi e dei modelli della “politica”.  Nella Rivoluzione dei santi (pubblicata nella temperie movimentata degli anni ’60)   Michael  Walzer osserva che, inaugurando   “the modern politics”, i puritani inglesi del ‘600 sono stati i primi a concepire  la politica come un lavoro (“a kind of work”, Walzer, 1965, pp. 2 e 218),  affidato agli uomini comuni  e palesemente contrapposto alla  privilegiata “arte di governo” dei Principi e dei Nobili. E quella trasformazione  giunge a compimento  quando la classe  operaia  irrompe nell’agone  politico.

Il progetto socialista andrà tuttavia incontro a nuove divaricazioni tra i vertici e la  base. Organizzate nei partiti,  le “avanguardie del proletariato”   assumono  ruoli , tendenzialmente  professionali, di direzione e guida.  Le  lotte economiche e la loro gestione sindacale (sovente bollate di “tradunionismo”)  sono subordinate alle strategie politiche, nelle opposte versioni del riformismo e della “via parlamentare al socialismo”, da una parte, della conquista rivoluzionaria del potere dall’altra. Ma, nella costruzione del socialismo di Stato,  la dittatura del Partito distruggerà  gli istituti della democrazia operaia.

Dopo gli eventi  del 1956  (dal XX  congresso del PCUS all’invasione  dell’Ungheria),  in Italia fu riaperta, per iniziativa della sinistra socialista, la discussione  sul “controllo operaio”.   Nel 1958  Mondo operaio pubblicò le Sette tesi redatte  da Lucio Libertini  e Raniero Panzieri,  condirettore della rivista ufficiale del PSI.     Riproponendo  la questione del  passaggio al socialismo, gli autori  scrivevano tra l’altro:

“gli istituti del potere proletario devono formarsi non già dopo il salto rivoluzionario, ma nel corso di tutta la lotta del movimento operaio per il potere. Questi istituti debbono sorgere nella sfera economica, laddove è la fonte reale del potere” (Panzieri, 2006, p.301).

In dissenso  riguardo alla  scelta  governativa del PSI,  Panzieri rinunziò agli incarichi di partito e si  trasferì   a  Torino, dove   fondò e diresse (fino alla morte prematura nel 1964)  i  Quaderni rossi, pubblicati dall’Istituto Rodolfo Morandi. Il primo numero (settembre 1961), prodotto In collaborazione  con i sindacalisti della Camera del  Lavoro di Torino, indagava  la forte ripresa  di conflittualità   nelle aree industriali del Piemonte, ponendo in evidenza  il carattere  politico delle nuove  lotte operaie. In quel quadro, Panzieri e  Il gruppo torinese dei Quaderni rossi assegnarono    un ruolo centrale  alla inchiesta operaia,  progettata – per l’appunto –  come  “lavoro  politico” (v. sotto, §§ 1-2)

All’incirca dieci anni dopo, a partire dall’”autunno caldo” del 1969, ebbe luogo   in Italia  una straordinaria  avanzata del movimento operaio e della attività   sindacale,   trasformata    nelle sue    strutture di base. La creazione dei consigli di fabbrica  aprì la via ad esperienze di  controllo operaio sulla organizzazione del  lavoro e sulle  condizioni ambientali delle fabbriche.   L’esercizio effettivo  del controllo richiedeva  stabilità  e  saldezza dei gruppi operativi  ma anche un incremento di  competenze specifiche.  Di conseguenza, le prestazioni   degli esperti (medici del lavoro, operatori sociali ecc.)  furono riconfigurate  nel lavoro di   gruppo e nello  scambio  reciproco   dei  saperi empirici e scientifici.  Ed inoltre,  la conquista contrattuale  di un  monte-ore destinato alle  attività di studio fu gestita dai consigli di fabbrica  in collaborazione  con i docenti    della scuola pubblica e dell’Università.  I progetti e l’impianto dei corsi delle “150 ore”  produssero      innovazioni nei contenuti e nelle forme dell’insegnamento e   stimolarono il   riesame critico dei ruoli istituzionali  e dei rapporti tra  cultura,  politica  e lavoro  (§§ 3-4).

Quella stagione di intensa rielaborazione politica delle forme della attività   sociale, sindacale e professionale,   fu di breve durata. Ma  vale forse la pena di riparlarne nella presente oscurità dei tempi.

E,  per non ridurre il discorso alla     laudatio temporis acti ,  si può infine rivolgere attenzione   alle  figure, oggi possibili, di  un lavoro  nuovamente dotato di senso e capacità progettuale,  rialzato nelle competenze   e politicamente orientato: un lavoro, insomma,    idoneo a fronteggiare la   crisi economica, la disgregazione del tessuto sociale  e la devastazione dell’ambiente vitale (§ 5).

 

1. La politica ricollocata nella fabbrica

Con l‘ironia gioiosa che gli era abituale, Vittorio Foa ha scritto nella sua  autobiografia:

In quel periodo [negli anni fra il 1959 e il 1963] ho scritto molto e sempre su quel tema, il potenziale politico delle lotte operaie, il loro contenuto intrinseco di socialismo, di un socialismo “dal basso”. […] Ricordo, fra l’altro, un mio articolo del 1961 che apriva il primo numero dei “Quaderni rossi” di Raniero Panzieri. Adesso non mi sento di rileggerlo perché penso a come deve essere “datato” cioè invecchiato  (Foa, 1992, p. 273).

Intitolato Lotte operaie nello sviluppo capitalistico, il primo numero dei QR non è però   un manifesto   ideologico. E’ costituito, principalmente,  dai resoconti   di un gran numero  di vertenze aziendali del 1960, nei vari  comparti dell’economia piemontese,  redatti  da giovani militanti (in parte iscritti  alla locale Federazione       del PSI) e da alcuni dirigenti dei sindacati torinesi     della  CGIL (della quale  Foa era vice-segretario nazionale).  Alla introduzione di Foa  fa seguito una ampia e articolata  Cronaca delle lotte ai cotonifici Valle di Susa di Giovanni Mottura.  Nel terzo  articolo  (Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo)  Raniero Panzieri  riprende in esame la Quarta sezione del Primo libro del Capitale e ripropone, alla fine, il tema  del “controllo operaio in una prospettiva rivoluzionaria” ( Panzieri, 1961,  pp. 53-72).

“La lotta nella fabbrica   è già un inizio di discorso politico”, scrive  Foa nelle prime pagine  (1961, p.10). Nei  testi   del Quaderno l’elemento “politico” si manifesta, da una parte, negli obiettivi di lotta    che affrontano   l’organizzazione del lavoro e il potere di decisione nella  fabbrica e, dall’altra, nelle modalità di conduzione del conflitto.

1.1.    Riguardo alla questione del potere,   Foa fa questa premessa :

Nella grande fabbrica, quando nasce la coscienza di classe, l’operaio  avverte con esattezza la potenza organizzativa e tecnica del capitalista, sa che è lì che si decidono le cose, impara che il potere di decisione del padrone sul suo lavoro è anche potere di decisione sulla sua vita e quella dei suoi compagni.

Vittorio Rieser (che aveva allora ventidue anni  e, come Mottura,  era studente di filosofia nell’Università di Torino) chiarisce l’uso del  termine “politico”:

Esso va riferito, mi sembra, alla relazione tra le lotte e i rapporti di potere nella fabbrica. Si può proporre quindi una definizione provvisoria del termine. Possiamo parlare di “contenuto politico” delle lotte nella misura in cui la modificazione dei rapporti di  potere nella fabbrica non è vista solo come strumento temporaneo (lo sciopero come prova di forza saltuaria, a fini salariali), ma è vista essa stessa come obiettivo permanente e principale delle lotte (Rieser, 1961, p. 83).

Panzieri a sua volta  valuta   i contenuti    delle recenti lotte sindacali :

Le “nuove” rivendicazioni operaie, che caratterizzano   le lotte sindacali (prese in esame in questo stesso Quaderno)  non recano immediatamente un contenuto politico rivoluzionario né implicano uno sviluppo automatico in questo senso. Tuttavia  […]  esse contengono delle indicazioni di sviluppo, che riguardano la lotta operaia nel suo insieme e nel suo valore politico. […]  Contrattazione dei tempi e dei ritmi di lavoro, degli organici, del rapporto salario-produttività, ecc., tendono evidentemente a contrastare il capitale all’interno stesso del meccanismo di accumulazione […].  La linea tendenziale oggettivamente rilevabile come valida ipotesi-guida è nel rafforzamento  e  nella espansione della esigenza gestionale. Poiché l’esigenza gestionale si pone non come esigenza meramente di partecipazione “conoscitiva” ma investe il rapporto concreto razionalizzazione-gerarchia-potere  (Panzieri, 1961, p. 70).

E  conclude:

Il controllo operaio, dunque, deve essere visto come preparazione di situazioni di “dualismo di potere”  in rapporto alla conquista politica totale (p. 71).

1.2.  Rispetto alle Tesi sul controllo operaio del  1958,  le indagini del  primo Quaderno rosso forniscono due  rilevanti acquisizioni, tratte dall’esperienza diretta  dei conflitti. La prima, come  si è detto,  riguarda gli obiettivi delle lotte sindacali,   che dalle vertenze   salariali si estendono   a tutti gli aspetti del rapporto di lavoro nel quadro delle trasformazioni tecnico-produttive: negoziabili contrattualmente  quelle rivendicazioni  pongono comunque    in questione il potere  decisionale dell’impresa.

La seconda  acquisizione  riguarda  le  novità  nella organizzazione della lotta sindacale,  in controtendenza rispetto ad una gestione  esterna, di tipo professionale, per non dire “burocratico”. E’   significativo  che questo dato sia posto in evidenza non soltanto dai giovani   attivisti  del gruppo di Panzieri, ma anche dai  dirigenti sindacali.

La qualificazione politica  delle lotte operaie  – prosegue   Rieser nel suo intervento – non dipende soltanto dal tipo di rivendicazione ma  altrettanto dalle “forme di decisione e di partecipazione operaia che emergono dalla lotta stessa”. E  menziona a questo proposito il caso dei Cotonifici Valle di Susa:

Nella lotta, conclusasi vittoriosamente […] gli operai hanno sviluppato forme di decisione e di partecipazione unitaria (assemblee di fabbrica), che ora dovrebbero svilupparsi ulteriormente e costituire, attraverso gruppi di reparto, un’organizzazione operaia permanente nella fabbrica. La connessione fra rivendicazioni, lotta e forme di decisione permette in questo caso di parlare non arbitrariamente di contenuto politico (p. 84).

Emilio Pugno, segretario della FIOM di Torino,  dichiara   a sua volta:

un fatto estremamente importante  sono state le assemblee operaie nei giorni di sciopero. […] Si trattava di fare acquisire ai lavoratori la coscienza del significato della loro lotta. Si trattava […] di spiegare, durante la lotta, che lo sciopero non era un punto di arrivo, qualche cosa che i lavoratori avrebbero ricordato “volentieri”, ma un episodio soltanto di una lotta permanente (pp. 111-112).

Gianni Alasia, segretario socialista della Camera del Lavoro, afferma  che, per essere un vero agente di democrazia,  il sindacato dev’essere concepito e gestito

non come “agente contrattuale” al quale si assegna una funzione di vertice, ma come organizzazione di lotta che rifugge da ogni concezione paternalistica nello sviluppo dell’azione (p. 150).

Ma Alasia rileva   anche  i limiti della prassi assembleare:

La forma dell’assemblea è stata assai costante ed in alcuni casi con un carattere di periodica consultazione. Ma a questo livello del lavoro v’è da chiedersi quali limiti può presentare l’assemblea: essa indubbiamente realizza la consultazione democratica;  ma la consultazione sovente non è ancora elaborazione diretta e diretta assunzione di responsabilità. Essa, cioè, esprime un rapporto di consenso (o di dissenso, come s’è verificato) sulle proposte e sui giudizi del sindacato. Ma fra il consenso e la diretta assunzione di responsabilità v’è ancora molta differenza.

E segnala  a questo proposito  la nuova presenza operativa dei delegati di reparto:

Ci pare assai importante il passo in avanti  – per citare un esempio – compiuto all’Aspera-Frigo, ove nel corso della lotta ha preso forma il Comitato dei delegati di reparto. Non, cioè, una generica elezione di un gruppo più o meno fiduciario o di delega, ma la scelta specifica di quei lavoratori che naturalmente, per la loro collocazione produttiva e per soggettive capacità, intrattengono un democratico rapporto col reparto o gruppo di operai. Esce così  una forma di responsabilizzazione non più genericamente espressa dall’assemblea, ma una designazione che s’accompagna al controllo, alla verifica, ad un rapporto  ed una circolazione sempre presenti. Ciò valorizza la stessa assemblea operaia, porta avanti con maggiore coerenza le sue decisioni, supera il carattere di genericità e di anonimato che si riscontrano nelle manifestazioni plenarie (p. 156)

Ho dato  spazio a queste  citazioni    perché, all’inizio degli anni 1960,   esse anticipano    la svolta   organizzativa e  strategica  della attività sindacale che avverrà  alla fine del decennio  e darà vita ed  effettivi  poteri di controllo ai Consigli dei delegati di fabbrica.

Purtroppo la produttiva interazione  tra il gruppo dei   Quaderni rossi e i sindacalisti si interruppe precocemente per dissensi e incomprensioni riguardo alla “linea politica” (v. a questo proposito V.Foa, C. Ginzburg, 2003, pp.54-58; M. Miegge, 2006, pp. 186-190) .

 

2. Il  lavoro dell’inchiesta

“L’inchiesta operaia accompagna, per così dire, tutto il percorso dei Quaderni rossi”(Rieser, 2006,  p. 233).  Il  QR 5  (Intervento socialista nella lotta operaia, aprile 1965) raccoglie i testi del seminario tenuto a Torino nel settembre del 1964, nel quale i temi  della politica in fabbrica sono direttamente   collegati alla costruzione  del  metodo  di inchiesta ed alla riflessione sul  sapere  sociologico.

Nel  suo ultimo intervento  pubblico  (poche settimane prima della morte) Panzieri  mette in guardia contro i pregiudizi anti-sociologici:

ho l’impressione che alcuni compagni portino ancora, verso la sociologia e l’uso di strumenti sociologici, diffidenze che a me non sembrano giustificate, che a me sembrano essenzialmente motivate da residui di una falsa coscienza, cioè dai residui di una visione dogmatica del marxismo (Panzieri, 1965, p. 68).

Ma, a differenza delle    scienze  sociali   egemoni (eredi della   “economia politica”) ,   dal  punto di vista del marxismo  “la  società  capitalistica è fondamentalmente una società dicotomica”  e questa dicotomia determina  la distinzione dei livelli dell’ indagine – del capitale e della classe operaia –  ed i rapporti tra l’indagine e  l’azione politica.

La dicotomia sociale […]  comporta un livello d’indagine scientifica molto alto, sia per quel che riguarda il capitale, sia per quel che riguarda  l’elemento conflittuale e potenzialmente antagonistico che è la classe operaia (p. 73).

Il lavoro della inchiesta operaia  è indispensabile proprio per il fatto che l’antagonismo è potenziale: non è  meccanicamente deducibile dalla  analisi dello sviluppo capitalistico e non è neppure un dato invariabile, insediato  nella “coscienza di classe”.

Il metodo dell’inchiesta cioè è il metodo che dovrebbe permettere di sfuggire ad ogni forma di visione mistica del movimento operaio, che dovrebbe assicurare sempre un’osservazione scientifica del grado di consapevolezza che ha la classe operaia, e dovrebbe essere quindi anche la via per portare questa consapevolezza a gradi più alti. Da questo punto di vista c’è una continuità ben precisa tra il momento dell’osservazione sociologica, condotta con criteri seri e rigorosi, e l’azione politica: l’indagine sociologica è una specie di mediazione, se si fa a meno della quale si rischia di cadere in una visione o pessimistica o ottimistica, comunque assolutamente gratuita, di quello che è il grado di antagonismo e di coscienza di classe da parte della classe operaia   (p. 73).

L’ inchiesta operaia coincide con il  “lavoro politico” (come vien detto da Panzieri stesso e negli altri  interventi del QR 5)  perché essa  si configura necessariamente come “conricerca”.

Quel  termine compare inizialmente   in un contributo critico che era stato richiesto a   Franco Momigliano  riguardo al primo numero della rivista :

La “ricerca” è dal gruppo dei QR concepita come “con ricerca”, cioè come ricerca che trova il suo elemento di verifica e validità nella sua stessa capacità di determinare un processo di partecipazione.

Le  esperienze ed indagini condotte nel corso delle lotte operaie sono indirizzate

a realizzare una particolare situazione, in virtù della quale:  a) l’operaio diventa protagonista non

solo della lotta, ma anche della ricerca, all’interno dell’azienda, sulla propria condizione nei rapporti  con il processo interno di produzione;   b)  il ricercatore sociale non si concepisce, nel momento della sua indagine, solo come un osservatore obiettivo esterno, ma come un protagonista attivo e direttamente impegnato nella lotta operaia.  […]  La ricerca viene così concepita come un elemento di sollecitazione di un processo nuovo di iniziativa e di   partecipazione dal  basso alla formazione decisionale dell’organizzazione sindacale (Momigliano,1962, p. 100).

E  in un breve appunto   ritrovato da Stefano Merli,  Panzieri  aveva scritto che “conricerca e controllo operaio sono in funzione reciproca” (2006, p. 340).

 

3. Rielaborazione dei saperi e  diritto allo studio nella stagione sindacale degli anni ’70.

In una lunga intervista del 1980  su Il sindacato dei consigli Bruno Trentin (che era a quel tempo  Segretario generale della CGIL, dopo aver diretto la FIOM dal 1962 al 1978)  fa la seguente considerazione:

tutta la materia rivendicativa  sulla organizzazione del lavoro, che già matura in quegli anni [a partire dall’inizio del decennio 1960] presupponeva dei centri di elaborazione collettiva delle rivendicazioni e di gestione collettiva delle conquiste che non trovavano spazio negli strumenti sindacali allora esistenti e disponibili  (Trentin, 1980, p. 17).

La svolta  avvenne con la creazione dei delegati  di linea e di reparto, che costituirono  i  nuovi consigli di fabbrica:

I primi delegati traggono la loro origine da accordi sindacali per gestire, con nuove forme di partecipazione collettiva, il controllo delle condizioni di lavoro. I  primi accordi sui delegati nascono per controllare i sistemi di cottimo e i tempi alle linee di montaggio. […] L’obiettivo dei delegati di linea sarà, poi, al centro della battaglia sindacale alla Fiat nel ’69. Anche in questo caso essi erano stati concepiti quali strumenti di una politica rivendicativa la quale aveva bisogno, per la sua stessa gestione, di nuove forme di partecipazione, di democrazia interna (pp. 19-20).

Intervento su tutto l’arco delle condizioni di lavoro nella fabbrica ed  innovazione, a questo  fine, delle strutture di base dell’organizzazione operaia sono per l’appunto le questioni  che ho segnalato nelle pagine precedenti.

Sono convinto che, pur  con una efficacia  di non lunga  durata, il “sindacato dei consigli” abbia  posto in atto modalità specifiche di controllo operaio. Nelle Sette tesi di Panzieri e Libertini del 1958 il  controllo operaio era ancora soltanto un  sensato assioma politico. Ma fu poi intravisto   in statu nascendi nelle lotte del 1960  documentate  e analizzate nel    primo Quaderno rosso.

Le differenze sono peraltro evidenti.   Infatti,  le forme di controllo operaio  degli anni ’70  si collocavano interamente  sul piano della prassi  sindacale  e non erano più proiettate  in una  “prospettiva rivoluzionaria” e neppure in un disegno   esplicito  di “dualismo di potere”. Ma è anche vero    che,  a quel tempo,  la nuova  forza propulsiva  dei sindacati italiani  nell’insieme della società  fu vista con diffidenza dai titolari della politica istituzionale. I partiti (anche della sinistra) avvertivano  un rischio di sorpasso  da parte delle organizzazioni sindacali e posero  freno ai processi di unificazione che avevano avuto inizio nella Federazione dei lavoratori metalmeccanici (FLM).

Senza  riaprire una controversia, oggi purtroppo del tutto anacronistica, mi limiterò a  indicare alcune conseguenze della nuova strategia sindacale, che riguardano la rielaborazione “politica” dei saperi e dei ruoli professionali:   le pratiche di “conricerca” da un lato, i rapporti tra lavoro e studio dall’altro.

 

3.1.     In un documento della FLM di Reggio Emilia   si legge:

Nelle lotte degli ultimi anni la classe operaia ha messo in discussione l’attuale organizzazione del lavoro, ha deciso di cominciare a cambiarla, ha sempre più scoperto quindi che su questa strada impadronirsi del sapere è un elemento decisivo per crescere (AA.VV., 1973, p. 3).

Le domande riguardo alle prestazioni   degli  “esperti”  si precisarono  in primo luogo nel campo della medicina del lavoro, nel quale erano più solide le pretese di oggettività e neutralità del sapere scientifico.  In un articolo su La difesa della salute dalle fabbriche al territorio il medico del lavoro torinese Ivar Oddone  prospetta “un linguaggio ‘universale’ sull’ambiente di lavoro”:

l’aggettivo ‘universale’ sta a indicare la capacità di questo linguaggio […] di rendere possibile la comunicazione da parte dei tecnici nei confronti della classe operaia e delle scoperte scientifiche dei gruppi omogenei tra di loro e ai tecnici. Questa comunicazione (socializzazione) non ha senso se vista in termini tradizionali di semplice informazione, ma acquista un senso se vista ai fini della trasformazione dell’ambiente di lavoro a misura della classe operaia (Oddone, 1972, p. 27).

Nel 1973 Francesco Ciafaloni  presenta le attività di dibattito, ricerca e intervento in corso nella FLM di Torino, ed in particolare nello stabilimento FIAT di Mirafiori, riguardo alla nocività  della organizzazione e dell’ambiente di lavoro.

Si  tratta di un terreno di lotta e contrattazione   ancora in larga misura inesplorato e nel  quale le rivendicazioni erano indirizzate prevalentemente alla   monetizzazione dei rischi. Adesso invece

gli operai giovani sono stufi di logorarsi la vita in dieci anni come i padri. Ma mentre si è tutti d’accordo che la diminuzione o l’eliminazione della nocività è un obiettivo in sé valido […] il discorso si complica appena si passa a chiarire cosa significa ridurre o abolire la nocività o migliorare l’ambiente.

Pertanto  si deve   stabilire un metro per valutare  il cambiamento .

Questo metro non può che essere elaborato a partire dalla condizione di lavoro degli operai,dal gruppo operaio omogeneo […]. Occorre quindi che ci sia la collaborazione degli operai, delle organizzazioni [sindacali], di ricercatori che siano ragionevolmente al corrente delle esperienze in corso in questo campo, delle possibili ipotesi di mutamento e diano il loro contributo nell’impostare la discussione.

Per aprire e gestire vertenze specifiche ed efficaci  i consigli di fabbrica ed i ricercatori devono dunque attivare le seguenti  pratiche di gruppo:

elaborare un linguaggio aderente alla percezione operaia della propria condizione di lavoro;

rilevare i mutamenti tecnici e organizzativi in corso […];

aprire un dibattito su possibili tendenze alternative nell’organizzazione del lavoro.

Ed infine  si dovranno “trarre le conseguenze dei risultati della ricerca per quel che riguarda la scuola e in generale la formazione operaia” (Ciafaloni, 1973, p.5).

A questo punto entrano  in campo le nuove forme   di diritto allo studio.

 

3.2.  Nel  Contratto nazionale  di lavoro (CNL) del 1973 la FLM ottenne   per tutti gli addetti delle aziende metalmeccaniche  un pacchetto di 150 ore retribuite, destinate ad attività di studio, disponibili nel triennio contrattuale e cumulabili in un solo anno per i  corsi di formazione. Nei CCNL del 1976 quella conquista sindacale fu estesa a tutte le categorie dell’industria e dei servizi   (ed ampliata a 250 ore  nel  contratto   dei metalmeccanici).

Quali erano le novità  normative  ed operative ?

In primo luogo, le “150 ore” non erano una estensione  delle agevolazioni  concesse a titolo individuale  (e in misura  variabile e assai ristretta) ai lavoratori-studenti, bensì un diritto  acquisito da tutti i lavoratori, che doveva essere gestito  dagli organismi sindacali di base.

In secondo luogo, non erano destinate a corsi di addestramento  professionale (aziendali o extra-aziendali), previsti e regolati in altre parti del CNL, ma alla formazione culturale di base.  Come è  detto dal sindacalista Antonio Lettieri:

si tratta di una conquista da usare politicamente per l’appropriazione collettiva da parte dei lavoratori di strumenti di conoscenza, di intervento e di controllo tanto sul processo produttivo interno alla fabbrica, come sul rapporto fabbrica-società  (AA.VV., 1973, p. 78).

Subito dopo la firma del  contratto la FLM  stabilì le linee direttive  della utilizzazione del monte-ore:    “da una parte la gestione collettiva delle 150 ore da parte dei consigli di fabbrica; dall’altra, l’uso delle 150 ore  nell’ambito della scuola pubblica” (ivi, p. 79) .

A fronte delle forti disuguaglianze culturali,  ancora sussistenti  a quel tempo tra i lavoratori dell’industria, la scelta prioritaria fu quella del recupero dell’obbligo scolastico.  I corsi   progettati  a questo scopo (ed istituiti nel 1974  dal Ministero della Pubblica Istruzione)  presentavano due rilevanti differenze rispetto a  quelli già esistenti nelle scuole serali:  la durata non era triennale ma annuale (12 ore settimanali per un periodo di sette mesi) e  i programmi di studio     erano  progettati    in cooperazione tra gli insegnanti e  i  delegati   dei consigli di fabbrica  e delle organizzazioni di categoria. I contenuti delle materie istituzionali (linguistiche, storiche e scientifiche)  e i  procedimenti  della  didattica  furono  rielaborati e diedero spazio alla storia del movimento operaio, alle attività ed ai rapporti di lavoro, alla ricostruzione dei percorsi biografici dei partecipanti.

In tal modo  prendeva corpo un intervento decisamente innovativo nella compagine della  scuola pubblica, già  enunciato  nei primi documenti programmatici della FLM:

le 150 ore, a differenza dei corsi serali frequentati dai lavoratori-studenti, possono inventare dei programmi e dei contenuti di studio del tutto nuovi rispetto agli attuali programmi scolastici e porsi quindi come esempio alternativo (AA.VV., 1973, p. 61).

Nel 1974 i corsi istituiti nella scuola media statale furono 900, nel 1975 salirono a 2100. Nei primi quindici anni dei corsi  quasi un milione di lavoratori metalmeccanici  e delle altre categorie  conseguirono i titoli finali della scuola dell’obbligo.

Furono inoltre organizzati  corsi  e laboratori  nelle Università,  su temi specifici di tecnologia ed economia, sociologia e storia, salute e medicina del lavoro.     Bruno Manghi, che  fu tra i più attivi  promotori ed organizzatori delle “150 ore”, scriveva a questo proposito:

l’ingresso nell’università dei lavoratori non porta con sé l’esistenza di conoscenze già pronte e sistemate da parte dell’organizzazione. E non si tratta di difficoltà di traduzione di un linguaggio che pure si è verificato e rimane comunque un problema didattico. Il problema vero e più ambizioso è quello di produrre conoscenze nuove espresse dalle lotte sviluppatesi in questi anni, ma che non siamo in grado di sistematizzare (AA.VV., 1975, p.11).

A distanza di trenta e più anni, quella   esperienza,  impegnativa  e  per molti aspetti esaltante, permane nel ricordo di chi vi prese parte.

C’era, allora, un sindacato presente nel territorio, una disponibilità a intercettare le energie positive, dovunque fossero […], che è oggi inimmaginabile […]. La risposta importante fu degli  insegnanti, di quelli innamorati di Don Milani, dei protagonisti delle battaglie per la nuova scuola dell’obbligo (nata solo un decennio prima, nel 1962), del sindacalismo confederale della scuola, anch’esso sorto da poco sulle ceneri di vecchie corporazioni  (Farinelli, 2009).

 

3.3.    L’ascesa  del sindacato dei consigli aveva dato vita e forza progettuale ai corsi delle  150 ore e ne aveva assicurato l’organizzazione e l’espansione. Ma alla fine degli anni  ’70  l’attività dei  consigli di fabbrica fu posta in crescente difficoltà dal cambiamento congiunturale che favorì  la controffensiva padronale  in fabbrica.

Già nel 1980 Bruno Trentin dichiarava a questo proposito:

negli ultimi tre anni, di fronte all’aggravarsi della crisi economica e sociale, ai processi di ristrutturazione e di trasformazione tecnologica […], di fronte ai processi di decentramento produttivo, il movimento sindacale nel suo insieme ha allentato il suo impegno sui temi dell’organizzazione del lavoro, ripiegando in molti casi sulla difensiva  (Trentin, 1980, p. 41).

Ma i consigli di delegati erano sorti per l’appunto nella lotta “per mutare le condizioni di  lavoro e per trasformare sia pure gradualmente l’organizzazione  del lavoro e della produzione”. Pertanto

se c’è stato – come c’è stato –  un ripiegamento del sindacato su questo fronte […], era inevitabile a che il consiglio di fabbrica ne risentisse gli effetti, sino a vivere in certi casi una vera e propria crisi di identità (ivi).

Questo ripiegamento segnò anche la vicenda delle “150 ore”.  Saturata in larga misura la domanda di completamento dell’obbligo scolastico da parte dei lavoratori dell’industria, il reclutamento dei corsi si aprì ad altri  utenti (casalinghe, immigrati ecc.). Ma quella riconversione – socialmente e politicamente lungimirante – non trovava  più appoggio in una strategia complessiva del movimento operaio  e delle sue rappresentanze istituzionali.  Allentati i rapporti  tra la scuola e i consigli dei delegati  e tra lavoro e studio, la carica innovativa delle “150 ore” si andò esaurendo. A guisa di epitaffio, Fiorella Farinelli  ha scritto nel 2009:

La partita fu archiviata. I corsi lasciati alla scuola e ai suoi sindacati. E in fabbrica, per tutti gli anni novanta, lo spreco di milioni di ore di congedo non usate. Una vera perdita, lo smarrimento […] di quel sapere per contare, di quell’autonomia rispetto alle convenienze aziendali  (Farinelli, 2009).

 

4. Variazioni  del  “lavoro politico”

Al termine di  un resoconto  accompagnato da molte citazioni è opportuno mettere a punto alcuni  elementi, in parte riassuntivi del percorso e in parte aggiuntivi,  riguardo alle relazioni tra “lavoro”  e  “politica”.

4.1.   Le esperienze ed elaborazioni dei decenni  ’60 e ’70 che ho cercato di ricostruire erano segnate da una veduta alta della politica.  A distanza di molti anni  essa mi appare  non priva di affinità con la collocazione della politica al rango superiore della attività umana (quello della action) rivendicata da Hannah Arendt nel 1958  in The Human Condition.  A quel tempo i suoi scritti  non facevano parte del bagaglio culturale  dei militanti italiani ed è d’altra parte  evidente che  a lei la metafora  del  “lavoro politico” sarebbe apparsa incongrua e fuorviante!

Ma questa idea alta della politica  – intesa come prassi di comunicazione e mobilitazione nel  conflitto dei poteri e delle classi, in vista della emancipazione dei lavoratori  –  si  contrapponeva  esplicitamente agli assetti  vigenti,    alla divaricazione  tra i vertici  e la base del movimento operaio e dei partiti della sinistra.

La politica “dal basso”  iniziò a riprendere forma, sul piano teorico, nelle discussioni sul  controllo operaio alla fine degli anni  ’50 e poi, sperimentalmente,   nel riconoscimento del carattere direttamente politico delle lotte di fabbrica  del    1960.  “Lavoro politico” era dunque  l’azione rivolta a  documentare, portare a consapevolezza e incentivare quella intrinseca politicità. Nel  primo numero dei Quaderni rossi (1961)  tale proposito   era condiviso dai dirigenti sindacali  torinesi  –  che dopo un decennio di  dure sconfitte vedevano riaprirsi  gli spazi di organizzazione e iniziativa nei luoghi di lavoro  –  e dai  discepoli   di  Panzieri.  E qui  va ridetto  che, pur continuando a parlare di   un “intervento socialista nelle lotte operaie”, il gruppo torinese dei  QR  fu abbastanza attento a non ricadere nelle trappole del leninismo e della Terza Internazionale, in cui il  lavoro politico si identificava  con  l’azione della   “avanguardia del proletariato” –  il  Partito. E pertanto  l’”intervento socialista” fu delimitato nel progetto della  inchiesta operaia, nel quale il  paradigma dell’”intellettuale organico”, portatore della teoria rivoluzionaria,  era messo in mora e sostituito dai procedimenti specifici di una indagine sociologica calibrata sulla dicotomia sociale e gestita in forme di “conricerca”.

Quel progetto  non ebbe allora attuazione  e sviluppo. Ma indicava anche , in una certa misura, un tracciato alternativo riguardo al ruolo politico del “lavoro intellettuale”, che poteva estendersi nel più ampio campo delle prestazioni solitamente inquadrate  nei modelli e strutture delle attività professionali  – come di fatto è avvenuto più tardi, negli anni  ’70.

 

4.2.  La lunga ondata dei  sommovimenti studenteschi –  che ha avuto inizio nella Università californiana di Berkeley nel 1964  ed è culminata nel  Sessantotto europeo –  ha investito le  forme istituzionali del sapere, delle scienze e delle tecniche,  denunciandone la struttura autoritaria e la funzionalità al dominio di classe.  Oltre alla destructio ha però  prodotto lo slogan  della  “politique dans la vie quotidienne”. Col  passare del tempo i  protagonisti  del  Sessantotto  si ritrovarono ad operare nell’ambito  della vita professionale. Ma molti di  loro si  impegnarono   a rielaborare    la propria  attività   quotidiana in direzione di  assetti e scambi  sociali  più egualitari e democratici.

Negli  anni  ’70  questi propositi trovarono   non soltanto stimoli  e sollecitazioni ma anche  precise aree di esercizio per  l’appunto  (come abbiamo già detto) nella interazione  con il  movimento operaio    incardinato  nei consigli  di fabbrica.

Il quadro corporativo delle professioni venne ribaltato nelle nuove associazioni di  Magistratura democratica, Medicina democratica, nei gruppi  di insegnanti  attivi nei corsi  delle  “150 ore”  e in altre sperimentazioni  di riforma della scuola.

I risultati  furono rilevanti. La legislazione del lavoro e la sua giurisprudenza fecero molti passi in avanti.  La medicina di base si orientò maggiormente alla prevenzione ed al confronto con il disagio sociale.  Nel  comparto della  “igiene mentale” vennero demolite le istituzioni più repressive (i  manicomi);  le pratiche di assistenza e cura furono decentrate nel territorio e si  aprirono nuovi spazi  di responsabilità  e autonomia professionale  agli operatori  subordinati  (infermieri, assistenti sociali ecc.), in contesti  di gestione   collegiale, sovente agevolate  dalla riorganizzazione  sindacale.

Ma, come era  avvenuto nell’industria, anche nel settore dei servizi pubblici (e in particolare nell’ingigantito apparato sanitario)  i rapporti  di forza si invertirono negli ultimi decenni del secolo.  La  “razionalizzazione” di tipo aziendalistico ridusse o soppresse le iniziative di autogestione.  Le istanze  di una professionalità socialmente  attiva   furono soverchiate  da imperativi  di efficienza, burocraticamente imposti agli addetti ma per lo più inattuati nella realtà del  “servizio”.

 

5. La nuova frontiera del  “lavoro produttivo”

 

5.1.  Per  restituire un senso al lavoro  – ed anche un senso politico – non si può eludere la questione della produzione. In termini alquanto generici e senza pretese di rigore scientifico, la possiamo articolare su due livelli:    come si lavora  e che cosa il lavoro produce.

Negli anni successivi al 1969 l’iniziativa dei sindacati dell’industria si è sviluppata sul primo livello, aggredendo e contrattando le modalità di erogazione del lavoro salariato  (mansioni, tempi, rischi ambientali ecc.).  Ma neppure nella fase più alta della attività dei consigli di fabbrica era progettabile  e proponibile un intervento al livello del  “cosa si produce”, interamente  governato dalle scelte aziendali, nel quadro di una economia di mercato vieppiù emancipata da ogni vincolo pubblico  di programmazione e   controllo.

La scissione tra il “come” e il  “cosa” si produce non è invece altrettanto radicale  nel settore dei servizi  pubblici. Qui infatti la produzione dovrebbe corrispondere  (per lo meno in linea di principio) a interessi collettivi e modelli di benessere sociale, definiti istituzionalmente dalle politiche nazionali.  E pertanto la qualità delle prestazioni è commisurata a fini e criteri di valore, che agevolano anche la percezione che gli operatori hanno di se stessi, del proprio ruolo  e della soddisfazione professionale.  Ma questa più alta qualità  del lavoro si  deteriora rapidamente nella crisi del Welfare State (attualmente in corso in tutti i paesi d’Europa che lo avevano costruito dopo la seconda guerra mondiale), nello smantellamento delle strutture pubbliche  a favore di quelle  private, nel dominio del produttivismo mercantile  e dei  giochi  irrazionali del capitale finanziario.

 

5.2.  Già nel 1972  i ricercatori del  MIT  associati al  Club di Roma, diretto da Aurelio Peccei, avevano  enunciato  “i limiti dello sviluppo” ed i rischi di un modo di produzione e consumo inconsapevole del proprio impatto ambientale ed incapace di previsioni a lungo termine.  Ma soltanto al volgere del secolo si è progressivamente diffusa ed imposta  – in gran parte della comunità scientifica, nei prontuari delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni internazionali  ed anche  nella quotidiana divulgazione mediatica –  l’evidenza del carattere distruttivo del    sistema economico  trionfante a livello planetario e  celebrato, per più di due decenni, dall’ideologia neo-liberale.  E questa percezione è  rafforzata dalla cadenza ravvicinata  delle catastrofi  dell’industria energetica (negli impianti petroliferi  del Golfo del Messico nel 2010, in quelli nucleari di Fukushima nel 2011).

I fattori di crisi si addensano sulle  nuove generazioni: già duramente colpite nel presente dalla recessione economica, dal ristagno occupazionale e dal dilagamento dell’impiego precario,  nel futuro che si approssima sono esposte a  tutte le conseguenze della devastazione dell’ambiente vitale.

In uno scenario  alquanto oscuro sono ormai innumerevoli ed autorevoli le sollecitazioni ad una “svolta ecologica” dell’economia. Senza far ricorso ad una documentazione che non può essere raccolta  nelle ultime righe del nostro testo, evocherò soltanto un aspetto  di quella svolta.   Il mutamento improrogabile del  modo di produzione esige infatti una radicale  riconfigurazione  dei  concetti e delle pratiche del  lavoro.

Un esempio, tra molti altri, ci è offerto dal disfacimento fisico del nostro territorio. Il continuo susseguirsi di eventi disastrosi (frane, inondazioni, incendi) è causato, per un verso,  dal disordine edilizio e dalla scriteriata “cementificazione” e, per un altro, dall’abbandono delle aree montane e collinari, nelle quali per secoli il lavoro quotidiano ed esperto  dei contadini ha garantito la regolazione delle acque e la preservazione dei terreni e dei boschi.

Ora, la tutela del territorio può essere assicurata soltanto localmente e grazie ad una  presenza di  lavoro cooperativo, dotato di nuove competenze professionali e organizzato in forme stanziali,  per mezzo di una agricoltura “sostenibile”,  o in forme stagionali e “pendolari”, agevolate in Italia dalla vicinanza tra i  centri urbani e le catene alpine e appenniniche. E qui prendono consistenza  i  progetti di un “lavoro plurale” (Beck, 2000, pp. 86 sgg.) articolato  in  diversi tempi e luoghi di  vita  attiva.

La  “svolta ecologica” procede, in ogni caso, nella direzione del decentramento produttivo ed associativo. Il risparmio energetico e l‘attivazione delle fonti rinnovabili, la gestione  delle risorse alimentari e quella dei rifiuti, implicano da un lato l’incremento (già in atto) di imprese di tipo artigianale tecnicamente qualificate e, dall’altro, un nuovo ruolo delle “economie domestiche”, collegate, le une e le altre, in reti di  consulenza, progettazione e scambio operativo.

Tra i molti contributi recenti, particolarmente limpide  mi appaiono le considerazioni proposte  da Guido Viale in una serie di  articoli  pubblicati su Il manifesto nel 2010 e 2011, dai quali traggo – in via di conclusione – alcuni  passi.

A proposito dell’incidente “apocalittico” di Fukushima  viene detto:

Dobbiamo imparare ad attraversare e a vivere dentro un panorama devastato […].  Volenti o nolenti saremo obbligati a cambiare il nostro modo di pensare e dovremo studiare come riorganizzare le nostre vite in termini di maggiore sobrietà;  e in modo che non dipendano più dai grandi impianti […], dai grandi capitali, dalle grandi corporations che li controllano e dalle organizzazioni statali che ne sono controllate.

Di conseguenza

dobbiamo adoperarci per mettere a punto strumenti di autogoverno a livello territoriale, in un raggio di azione che sia alla portata di ciascuno, in modo da avvicinare le risorse fisiche alle sedi della loro trasformazione e queste ai mercati del loro consumo e alle vie del loro recupero: perché solo di lì si può partire per costruire delle reti sufficientemente ampie e flessibili che siano in grado di far fronte ad una improvvisa crisi energetica, alle molte facce della crisi ambientale […], al disfacimento del tessuto economico e alla crisi occupazionale che si aggrava di giorno in giorno (Viale, 2011).

E in un precedente articolo  era stato definito   il ruolo centrale del lavoro nella svolta della green economy. Di fronte ad una regressione ottocentesca  delle “relazioni industriali”, intenta a demolire   le assise della contrattazione collettiva e della rappresentanza dei lavoratori, sul fronte sindacale la FIOM incomincia  a parlare del lavoro come “bene comune”.

Ora, affermare che il lavoro è un bene comune è una proposizione che riguarda certamente, e in primo luogo, la salvaguardia della dignità del lavoro e dei diritti che una società deve garantire ai lavoratori;  ma significa anche, e soprattutto, che le modalità in cui il lavoro viene impiegato, le finalità di questo impiego e, conseguentemente, il prodotto stesso (bene o servizio) di quel lavoro sono questioni che possono, e dovrebbero, veder coinvolti innanzi tutto i lavoratori stessi; ma anche tutta la comunità che insiste sul territorio con cui quel lavoro si intreccia.

Insomma,  “è  il lavoro, comunque, la vera frontiera della conversione ambientale dell’apparato produttivo e dei modelli di consumo”  (Viale, 2010).

Siamo partiti dalla diagnosi di Pino Ferraris riguardo alla scissione tra lavoro e politica, determinata   dalla caduta del ruolo centrale della fabbrica come  “veicolo della solidarietà e della coalizione degli operai per il conflitto”, ma anche  (vorrei aggiungere) come referente privilegiato e sovente propulsivo di più vaste iniziative di riforma democratica nella società italiana degli anni 1970.

Venuta meno da lungo tempo, quella “centralità della fabbrica” può essere rimpiazzata adesso  dalla “centralità del territorio”?  Quest’ultima non è affatto un paradigma ideologico  o  una proiezione utopistica. Nel  territorio infatti si concentrano  e  si rendono pienamente visibili tutti gli aspetti della crisi ambientale; ma anche le possibilità di risposte effettuali, in termini di controllo e  interventi decentrati, affidati alle amministrazioni locali e a nuove associazioni  di produttori e consumatori.  Nell’universo cieco delle merci  può  incominciare ad   insinuarsi  un “lavoro produttivo” finalmente  responsabile  e progettuale in vista del futuro, indirizzato innanzi tutto  alla difesa ed al governo dei  “beni comuni” (terra ed aria, acqua e  “fuoco” energetico).  E questo è forse il significato  – non più metaforico –  che possiamo  assegnare  oggi  al  “lavoro politico”.

 

 

Riferimenti bibliografici:

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AA.VV. (2011), Le 150 ore per il diritto allo studio, a cura di Francesco Lauria, Edizioni del Lavoro.

NB:  A causa del divario dei tempi di stampa, nella rievocazione   dell’esperienza  delle “150 ore”  non ho potuto avvalermi (e me ne rammarico)  dei   contributi raccolti in questo volume, che sarà in circolazione  alla  fine del 2011.  Gli autori sono in larga misura quelli   stessi che ho menzionato e citato in base ai documenti degli anni 1970  (m.m.).

 

Alasia G.  (1961), Alcuni dati sulle lotte sindacali a Torino 1960-61. Osservazioni preliminari. In: Quaderni rossi (da ora in avanti  QR) n. 1, settembre 1961, Milano, Edizioni Avanti!, pp. 149-156.

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About Vittorio Capecchi: Vittorio Capecchi (1938) è professore emerito dell’Università di Bologna. Laureatosi in Economia nel 1961 all’Università Bocconi di Milano con una tesi sperimentale dedicata a “I processi stocastici markoviani per studiare la mobilità sociale”, fu segnalato e ammesso al seminario coordinato da Lazarsfeld (sociologo ebreo viennese, direttore del Bureau of Applied Social Research all'interno del Dipartimento di Sociologia della Columbia University di New York) tenuto a Gosing dal 3 al 27 luglio 1962. Nel 1975 è diventato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna. Negli ultimi anni ha diretto il Master “Tecnologie per la qualità della vita” dell’Università di Bologna, facendo ricerche comparate in Cina e Vietnam. Gli anni '60 a New York hanno significato per Capecchi non solo i rapporti con Lazarsfeld e la sociologia matematica, ma anche i rapporti con la radical sociology e la Montly Review, che si concretizzarono, nel 1970, in una presa di posizione radicale sulla metodologia sociologica [si veda a questo proposito Il ruolo del sociologo (a cura di P. Rossi), Il Mulino, 1972], e con la decisione di diventare direttore responsabile dell'Ufficio studi della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), carica che manterrà fino allo scioglimento della FLM. La sua lunga e poliedrica storia intellettuale è comunque segnata da due costanti e fondamentali interessi, quello per le discipline economiche e sociali e quello per la matematica, passioni queste che si sono tradotte nella fondazione e direzione di due riviste tuttora attive: «Quality and Quantity» (rivista di modelli matematici fondata nel 1966) e «Inchiesta» (fondata nel 1971, alla quale si è aggiunta più di recente la sua versione online). Tra i suoi ultimi libri: La responsabilità sociale dell'impresa (Carocci, 2005), Valori e competizione (curato insieme a D. Bellotti, Il Mulino, 2007), Applications of Mathematics in Models, Artificial Neural Networks and Arts (con M. Buscema, P.Contucci, B. D'Amore, Springer, 2010).

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