Bruno Giorgini: La militanza di Ellis

| 5 Maggio 2016 | Comments (0)

 

 

La mia è una famiglia di frontiera, nata e vissuta in un luogo di frontiera, di passaggio e di incontro. A Milano, dove non sono nata, ma sono vissuta da sempre, la nostra casa è stata prima di tutto un fluire di linguaggi, non solo di lingue diverse.  C’era quello dell’intimità, il serbo croato, dove mia madre e le mie sorelle, si rifugiavano, il dialetto istriano, il linguaggio di mio padre e mia madre, e più in generale degli adulti, l’italiano, il linguaggio che comprendeva solo me nelle mie prime comunicazioni col mondo, o anche la lingua del riscatto, dell’accettazione e integrazione. Il milanese, il linguaggio dei fidanzati delle mie sorelle e dei primi amici di strada. Il nostro non era un grande appartamento. Due stanze e una cucina, e noi eravamo in sei. Eppure da noi arrivavano sempre nuovi profughi, in corridoio c’erano spesso materassi per terra, e sul pianerottolo bottiglie di vino  piene la sera, e vuote la mattina. Una grande miseria, che mia madre inanellava di fantasia ma anche di rigorosa disciplina. Di quei tempi ricordo le risate, i giochi con le mie sorelle, le baruffe, gli improperi in croato, i turni davanti al bagno, la prima televisione al bar della piazza.

Comincia così un libro che Ellis aveva cominciato a scrivere raccogliendo e rivedendo alcuni scritti di suo padre Leopoldo Boscarol. Lavoro interrotto brutalmente dalla sua morte, avvenuta la notte del primo Maggio alle tre e venti a causa di un feroce tumore scoperto il 22 febbraio, e dopo una agonia di dieci giorni almeno. Agonia del tutto inutile e frutto di sconsiderato, a essere buoni, se no malvagio, accanimento terapeutico con totale incapacità, se non peggio, di accompagnare a una morte serena e non dolorosa il/la malato/a ormai senza più speranza, ma di questo si dirà altrove a tempo debito, in modo preciso e analitico.

Qui vorrei tentare di raccontare la qualità della sua militanza e impegno politico sociale – ma già questa dizione è restrittiva – se non temessi la retorica direi: militanza umana, nel campo dell’umana civiltà e convivenza.

La lettura del brano già mette in luce nella veste di narrazione autobiografica i tratti essenziali, la filosofia di fondo, che animava Ellis.

Il cuore e cervello del suo pensiero era che tu esisti in quanto l’altro esiste, ti guarda, ti parla, ti incontra. Per dirla in termini dotti, esse est percipi, essere è essere percepito. L’incontro con l’altro è decisivo e vitale, l’incontro con l’altro da’ spessore e consistenza alla tua vita, alla tua esistenza, al tuo essere (per chi ama la metafisica). L’incontro con l’altro ti rende persona consapevole di appartenere a una specie, a una civiltà, a una società, e anche propone una condivisione tra gli umani, nonchè una cooperazione tra gli individui su un piede di eguaglianza.

Mentre invece l’uomo occidentale si forma in prevalenza a partire dall’idea cartesiana del cogito ergo sum, quindi solo io conto qualcosa – io sono in quanto penso – mentre l’altro non esiste, è espunto, è al massimo un accidente, che puoi tollerare, la tolleranza sentimento peloso spesso invocato oppure con lui essere caritatevole se è povero umile, ossequiente e magari cristiano cattolico.

Ma se l’altro si fa troppo ingombrante puoi scansarlo dalla tua strada, escluderlo, calpestarlo, al limite uccidere, un limite che i nazisti hanno portato fino al genocidio, un limite che nelle recenti guerre balcaniche è arrivato alla pulizia etnica, perchè tanto tu sei anche se l’altro non è,  morendo o annichilendosi, per essere ti basta pensare magari il pensiero nazista di Heidegger.  Guerre balcaniche che Ellis col suo compagno, poi marito, ha frequentato dal 1991 andando a vedere cosa succedeva almeno una o due volte l’anno, spesso senza muoversi in modo organizzato o con un fine, ma piuttosto incontrando le persone qua e là e con loro stabilendo relazioni che in alcuni casi durarono anni. Erano veri e propri pellegrinaggi nei luoghi del dolore e dello scontro, dove Ellis svolgeva il ruolo di guida, conducendo il compagno dentro modi di vita e comunicazione a volte assai aspri con delicatezza, una spontanea gentilezza in sintonia con una intrinseca saggezza e innata consuetudine cogli usi e costumi di quei popoli.

E avvennero episodi che svelano il suo modo di stare nel mondo. Intransigente contro l’ingiustizia e la prepotenza.

A Mostar Ellis e il suo compagno sono invitati qualche tempo dopo la guerra

a una sorta di festa con funzionari dell’ONU, volontari/e civili, ufficiali della SFOR, la Stabilization Force, giornalisti vari e i soliti ignoti invitati da nessuno. Il compagno di Ellis figurava come inviato di una radio e Ellis come fotografa aggregata per una rivista. Incontrando un alto ufficiale USA che parlava bene italiano, essendo nato a Verona, il compagno della nostra eroina intravede un varco per ottenere notizie fresche e inedite. Comincia quindi a discorrere con l’ufficiale yankee, che il whisky abbondante aiutando inizia a sbottonarsi su operazioni segrete delle forze speciali USA nella Srpska Republika, l’entità serba della nuova, si fa per dire, Bosnia uscita dalla pace di Dayton (1995). Lo fa al modo americano, infarcendo il suo discorso di parole come “bisogna terrorizzare i nemici”, “gli europei sono troppo accomodanti”, “bisogna mostrare la forza, far vedere i muscoli” “ i volontari civili rompono solo i coglioni” ecc.. finchè Ellis, incurante del sospirato scoop che il suo compagno attendeva paziente, gli risponde per le rime svelta come una mangusta che colpisce il cobra abbattendolo.

Il prepotente amerikano prima rimane interdetto, poi tenta la via del ma come osa questa, da dove spunta, quindi essendosi creato un crocchio di estimatori di Ellis che andava allargandosi e continuando ella a incalzarlo, molto indispettito il nostro colonnello si alza e se ne va non senza avere masticato un qualche insulto in puro slang, mentre il pubblico poco manca che applauda quella donna bionda che gliele ha cantate. Addirittura un soldato tedesco la avvicina dicendo: complimenti, era ora che qualcuno lo mettesse a tacere. Oppure capitava che a un qualche posto di blocco tenuto da una qualche milizia dalle mostrine indecifrabili, e il mitra chiarissimo, cominciasse a discutere, a chiedere,  a interloquire con assoluto sprezzo del fatto che nel suo passaporto fosse indicato il suo luogo di nascita Rijeka, un tempo Fiume, città croata, e se questi erano serbi o bosniacchi una tale origine non era propria indenne da rischi. Non è che fosse insosciente, è che proprio non ci pensava, le pareva fuori dal mondo e dalla ragione che qualcuno potesse minacciarla prendendo a pretesto la sua città di nascita. Una volta successe, per fortuna una colonna di caschi blu dell’ONU che passava di lì si fermò prendendola sotto la sua ala. Questo girovagare in luoghi prossimi alla guerra , tra profughi, militari, nazionalisti, fascisti mette in luce anche l’atteggiamento di Ellis verso la guerra che aborriva. Però amava dire: io non sono pacifista, io sono pacifica. Sono pacifica ma non inereme. Così come amava discorrere coi soldati che incontravamo. Una volta sul traghetto verso Spalato dove eravamo in quattro, noi due e due militari italiani che tornavano alla loro compagnia in Croazia, rimanemmo fino quasi all’alba per capire e interrogare, trovandoli molto simpatici e disponibili, nonchè assai informati non solo della situazione strategica ma pure delle dinamiche  sociali, culturali e religiose, così come delle contraddizioni etniche e di chi le sfruttava per il suo potere. Quando andammo nella Srpska Republika, dove Ellis sapeva di rischiare conq quel suo documento che la segnalava come croata, lei sempre diceva: jugoslava, ma se c’avessero fermato per un controllo pteva diventare difficile districarsi senza danni. Così arrivando col pulmann dell’ONU, trasporti civilli privati non esistevano, scorgendo un gruppo di soldati inglesi del genio siamo subito andati segnalando la nostra presenza, scambiandoci i numeri di telefono, e discorrendo un poco della topologia politica e militare del luogo. A Mostar giravamo spesso scortati da un gruppo di soldati francesi, con cui arrivammo a una qualche confidenza, finchè un ufficiale superiore, saputa la nostra qualifica di giornalisti intervenne a ridurre i contatti, dando ordine esplicito che tacessero sulle quastioni strategiche. Era sempre Ellis a intrattenere e coltivare queste relazioni con un’ arte fondata sulla gentilezza tanto più straordinaria quanto più si trattava di marcantoni armati fino ai denti. Insomma guardare questa donna di pace muoversi in uno scenario di guerra era spettacolo da non perdersi. Lei era tanto fluida quanto il suo compgno legnoso.

Ma riavvolgiamo la pellicola tornando a Leopoldo Boscarol, friulano che durante la Grande Guerra finisce in un campo di concentramento austriaco rischiando di morire di fame. Dopo diventa operaio specializzato lavorando al silurificio di Monfalcone per migrare poi a quello di Fiume. Quando Poldo diventi comunista non sappiamo, certo è che a Fiume entra in contatto col partito comunista jugoslavo, e conosce Maria amandola. Entrambi hanno figli da precedenti matrimoni, entrambi militano nella resistenza antifascista tanto che Leopoldo Boscarol dopo la liberazione sarà il primo sindaco di Fiume, dove nasce nel 1951 la loro unica figlia comune Ellis.  Però intanto c’è stata la rottura tra Stalin e Tito, così Leopoldo che rimane fedele all’URSS finisce in prigione, accusato di partecipare al complotto “cominformista”, il  Cominform essendo l’organismo a guida sovietica che raggruppava i Partiti Comunisti del mondo, a sostituire la disciolta Terza Internazionale.

Dopo un anno e un durissimo sciopero della fame viene liberato e può partire con la famiglia, assai composita, alla volta dell’Italia. Prima stanno sei mesi in un campo profughi in Basitalia come si diceva una volta, poi arrivano a Milano. Con queste premesse fu giocoforza per Ellis partecipare, giovane studente media, al ’68 e manco a dirlo il primo gruppo cui s’avvicina è il PcdI marxista leninista, linea nera o linea rossa nemmeno Ellis se lo ricordava più. Ma il grande incantamento avviene per il Movimento Studentesco della Statale prima, e dopo verso il Movimento Lavoratori per il Socialismo, l’MLS che sempre porterà nel cuore. Gruppi che inneggiano a Stalin, tra le altre icone rivoluzionarie, senza che Ellis sia mai propriamente stalinista, e lo dimostra quando assurge a segretario di sezione agli Olmi, un popolare quartiere milanese. Finisce anche in carcere dove rimane nove giorni, accusata dia vere rubato una carriola nel corso di un’occupazione. L’avvocato fornito dall’MLS  si appellò alla clemenza della corte e fu condannata atre mesi. Non ne andava fiera, per dirla con le sue parole: sono stata un po’ pirla, ma nessuno m’aveva insegnato a occupare senza farsi prendere.

Stalin era una medaglia di coerenza con le sue origini politiche familiari che s’appuntava al petto, dimenticandosela nella pratica. Perchè anche in famiglia, se l’ideologia era stalinista la pratica era il mescolamento di culture, lingue, linguaggi, modi di fare e di dire con una forte quota di tensione libertaria, specie nelle sorelle che scoprivano Milano, le sue passeggiate, le sue sale da ballo, le sue libertà.

Ellis raccontava di questo gineceo, dei suoi giochi e dei suoi scazzi,  dei morosi e delle militanze, delle passioni e dei dolori, per cui ti innamoravi di tutti/e loro. Mentre Poldo diventava un piccolo imprenditore uscendo dalla miseria dei primi anni, avendo inventato e brevettato una particolare valvola che anche oggi si trova in commercio, prodotta dall’azienda intitolata a Leopoldo Boscarol, gestita da una delle sorelle. Ellis decise pure di fare una figlia col suo compagno di quei tempi, lavorando per portare a casa pane e compantico, e insieme continuando nel suo lavoro politico, con un’attenzione all’interezza del suo essere per quel tempo fuori dall’ordinario. Non che il personale fosse politico, ma piuttosto il personale e il politico tenendosi in lei per mano, sorreggendosi e alimentandosi a vicenda.

Da questa storia che abbiamo sommariamente riassunto, esce la polifonica militanza di Ellis, piena di coerenza e man mano depurata dell’ideologia, densa d’amore per gli altri, non quello della carità cristiana che viene da Dio o Cristo figlio suo, cui lei non credeva ma interamente umano, un amore intriso di umana bontà. Non so se si possa essere “militanti della bontà” ma Ellis certamente lo era, e a questa bontà accoppiava una eccezionale capacità di vedere nelle pieghe, senza mai accontentarsi delle apparenze ma sempre scavando nei luoghi più riposti, nascosti e a volte intimi, scoprendo spesso il diamante che è in ciascun essere umano. Il che non toglie che potesse essere assai tagliente e sempre pronta alla ribellione e al contrasto delle eventuali prepotenze. Agiva a tutto campo Ellis, là dove capitava quando un essere umano era oppresso,offeso o intimidito da altri esseri umani, poco importa se fossero in divisa. Poteva essere una frontiera, poteva essere un super mercato, poteva essere per strada, lei si muoveva agile con le parole e col corpo a protezione contro le ingiustizie. Non la buttava in politica, semplicemente affermava col suo comportamento che certe cose non si possono dire o fare, che verità giustizia e rispetto degli altri vengono prima di ogni altra cosa.

Praticava la politica dell’incontro, se mai ce ne è una, senza alcun pregiudizio, e pure senza sussiego o narcisismo, anzi era timida e schiva. Semplicemente le veniva naturale opporsi alle oppressioni e ingiustizie ovunque e comunque, senza stare tanto a pensarci su,  praticando la verità. In molti sanno dire qualche volta la verità, ma praticarla, farne una prassi quotidiana è tutt’altra cosa che raramente ho visto porre in essere, e al fianco di Ellis invece ho visto fiorire rigogliosa, fosse in una riunione della social street, il suo ultimo impegno diciamo pubblico, oppure durante una passeggiata in Croazia, quando si svegliavano i sentimenti nazionalisti peggiori, e lei lì pronta a rintuzzarli, sapendo che i nazionalisti croati non scherzano, molti essendo eredi dei fascisti ustascia.

Fu sempre laica, dopo avere avuto una interazione giovinetta coi GS, i gruppi studenteschi di Comunione e Liberazione, maturando da lì un rifiuto radicale da qualunque forma di religione, la cattolica in primis. Proprio sulla questione della verità che in CL era vietata, essendo la regola il dogma, e il peccato la ricerca della verità. Tanto laica che in fin di vita ha respinto i vari sacerdoti e suore che le giravano intorno per appropriarsi della sua morte. Li respingeva sempre con gentilezza ma anche con assoluta fermezza. Invocava sua madre, la Maria famosa, mai Dio. Una laicità che è oggi nel nostro paese una qualità rara, se è vero che abbiamo ex leader famosi di comunismo che s’intrecciano proprio con CL, ahimè.

Moltissime cose si potrebbero ancora scrivere, ma per finire soltanto il suo rapporto controverso col femminismo in specie milanese, quello della Libreria delle Donne per intenderci, seppure questa schematizzazione sia grossolana. Ne era interessata, senza sentirsene mai parte. Diceva scherzando che le sembravano un po’ come il PCdI, insomma ideologiche epperò c’era un certo non so che, insomma ne riconosceva il valore un po’ di sbieco, era come quegli amori che non riescono a toccarsi, e non ne faceva un dramma. Ancora una volta si interrogava, qua sul senso di essere donna, ma non femminista organizzata, così come aveva fatto e faceva sul suo essere profuga, comunista, amorosa, arrabbiata, madre, moglie, fotografa, compagna, nuotatrice – già nuotava come un pesce e in compagnia  di branchi di pesci, spesso, e infine sul suo essere ammalata di cancro.

Credo che influisse su di lei il gineceo dove era cresciuta, con un solo maschio Poldo vivendolo come una protezione e una patente d’identità, le piaceva ripetere che lei era figlia di una società matriarcale, e quindi forse non riteneva il femminismo importante per lei, per la sua libertà e definizione di donna.

Una interrogazione permanente era Ellis, per sè stessa e per ognuno/a che la incontrasse, in un intreccio di conoscenza e amore, ricerca di giustizia e verità, generosità estrema e intelligenza del mondo. Una interrogazione in un discorso di parole e fatti, di sogno e realtà sempre aperto, sempre disponibile.

Una interrogazione che mancherà a molti. A qualcuno in modo atroce. Ciao Ellis, che fosti e sei kalos kai agathos. A rivederci nelle praterie del cielo o nel nulla cosmico tu una grande donna e una grande militante dell’umanità.

 

 

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Category: Editoriali

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About Bruno Giorgini: Bruno Giorgini è attualmente ricercatore senior associato all'INFN (Iatitutp Nazionale di Fisica Nucleare) e direttore resposnsabile di Radio Popolare di Milano in precedenza ha studiato i buchi neri,le onde gravitazionali e il cosmo, scendendo poi dal cielo sulla terra con la teoria delle fratture, i sistemi complessi e la fisica della città. Da giovane ha praticato molti stravizi rivoluzionari, ha scritto per Lotta Continua quotidiano e parlato dai microfoni di Radio Alice e Radio Città. I due arcobaleni - viaggio di un fisico teorico nella costellazione del cancro - Aracne è il suo ultimo libro.

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