Alberto L’Abate: Ciao Luciano, e arrivederci, quando Dio vorrà, nel mondo dell’al di là

| 22 Aprile 2016 | Comments (0)

 

In alto una foto di Luciano L’Abate di trenta anni fa

 

Il mio carissimo ed unico fratello (maggiore di due anni), Luciano  L’Abate,  ha lasciato le sue spoglie terrene l’8 Aprile 2016, alle ore 9,05, ad Atlanta (Georgia), negli Stati Uniti, dove si era trasferito fin da giovane. Ma è ancora vivissimo sia nel ricordo dei suoi cari, oltre a me ed ai miei,  i due figli gemelli Leila e John, ed i loro rispettivi figli Alessandra e Ian, e la nuova moglie  Gay, che pur avendolo conosciuto solo qualche anno fa lo ha accompagnato, con amore e dedizione, in questi ultimi anni di vita. Tutti lo hanno amato e lo amano ancora per il suo calore, il suo buon cuore,  la sua gentilezza,  il suo buon umore,  la sua affabilità. Ma è ancora vivo anche  nel ricordo dei suoi tanti allievi  delle Università in cui ha insegnato,  in particolare alla Georgia State University,  di Atlanta, ma anche nelle sue lezioni e le sue conferenze in varie parti degli Stati Uniti (anche alla famosa scuola di  Palo Alto, in California), ed in Canada, Italia, Spagna, Germania, Polonia, Giappone, Nuova Zelanda, Australia.

Da giovani ambedue abbiamo  frequentato la Chiesa Valdese, che in quel periodo era in Via Manzoni 19a, dove ora c’è il Centro Sociale Evangelico, e siamo stati influenzati molto positivamente dal Pastore di allora Tullio Vinay che ci ha coinvolto anche in tutte le sue iniziative di fine settimana o estive, dapprima solo in Toscana, nelle montagne pistoiesi , e più tardi ad Agape, nelle Valli Valdesi. In questa ultima avventura ci siamo impegnati a fondo  tutti e due nei vari campi di lavoro,  tanto da andare  anche  a fare la calce in una zona vicina ad Agape. Ambedue abbiamo considerato Vinay, anche per le sue scelte successive del villaggio di  Riesi, in Sicilia, e del suo impegno politico di parlamentare a Roma,  un nostro maestro di vita. Egli ci ha infatti insegnato che è possibile dar vita ad un mondo più giusto, meno razzista, più pieno di amore e di fraternità, e che è il compito, e quindi anche il dovere, di ognuno di noi di darsi da fare per trasformare il nostro ambiente in questa direzione.  Finita la costruzione fisica di Agape, abbiamo partecipato  a vari  seminari che  venivano svolti al suo interno.  In uno di questi Luciano ebbe occasione di conoscere alcuni pastori mennoniti statunitensi  che lo invitarono ad andare negli USA a studiare in una loro università. Laureatosi  in psicologia, ritornò in Italia solo per breve tempo per poi tornare negli USA con un suo primo contratto di insegnamento di questa materia.  E da allora è sempre restato negli USA, insegnando principalmente alla Georgia State University, di Atlanta (Ge.)  di cui  è poi diventato professore emerito,  tranne visite e chiamate altrove; in Italia per trovare i parenti o per fare conferenze, o  partecipare a convegni, ed in vari altri paesi. Ed ha scritto sulla materia ben 61 libri  (alcuni dei quali tradotti in 10 lingue)  che gli hanno anche procurato molti premi, in particolare per i suoi lavori in psicologia della famiglia, per i quali è stato considerato un maestro a livello internazionale.  Tra questi il Premio Renoir, (2006) dell’Università di Lecce, per “i suoi contributi creativi e fondamentali  per l’umanità”, e quello  dell’Associazione  Psicologica Americana (2009) “ per i suoi importanti contributi professionali alla ricerca applicata” .

Eravamo molto diversi tra di noi, io abbastanza chiuso ed introverso,  lui aperto ed estroverso,  molto allegro, affabile e divertente, ed abbiamo vissuto per moltissimi anni separati, lui negli Usa, dove si è trasferito quando aveva circa 18 anni,  io in Italia, dove sono restato tutta la vita (tranne viaggi sporadici in varie parti del mondo).  Ma quando ci siamo ritrovati, o in Italia, grazie alle sue visite,  o negli Usa, dove  dove sono andato talvolta a trovarlo con qualche mio familiare,  abbiamo scoperto di avere moltissime idee in comune, tanto da non riuscire nemmeno, talvolta,  a distinguere chi le avesse avute per prima.

Intanto l’amore per la ricerca: sia pur in campi diversi, lui in  psicologia clinica, io in sociologia, la nostra comune passione è stata quella  di non fare alcuna affermazione se non  avvalorata da lunghe ricerche. Ricordo ancora quando ci spedì, moltissimi anni fa,  un articolo  sul New York Times,  che parlava dei risultati delle sue ricerche di osservazione  dei giochi dei bambini. Da queste emergeva  che i bambini più maturi non erano quelli più sicuri di sé ma quelli invece che usavano un linguaggio di incertezza, come “credo”, “forse”, “potrei sbagliare”, “non sono sicuro” e simili. Questo, negli USA, il paese nel quale la ricerca della sicurezza è quasi un dogma, era estremamente spiazzante  e degno di nota, proprio per il suo essere controcorrente. Personalmente non ho fatto ricerche in questo settore, ma dai nostri studi e ricerche sui pregiudizi verso i diversi (ebrei, rom, immigrati, ecc.) è emerso che i giovani che erano meno affetti da pregiudizi sociali, e perciò, in quanto tali, più maturi degli altri, venivano da famiglie con rapporti paritari tra marito e moglie, e  tra genitori e figli, famiglie perciò in cui prevaleva la comunicazione  orizzontale, molto più incerta e soggetta a mutamenti di quella invece verticale,  di stampo autoritario (dal padre-padrone agli altri membri della famiglia), che è  spesso anche intrisa di dogmatismo. Questo a me sembra, almeno in parte, in linea con i risultati delle sue ricerche.

Ma nelle nostre ricerche abbiamo trovato  almeno altri tre elementi che ci hanno accumunato: 1) il concetto di assertività, 2)  l’importanza dei paradigmi nella ricerca, 3) la prevenzione.

1)    L’assertività. Dalle nostre (mie e dei miei collaboratori)  ripetute ricerche-intervento  sull’educazione alla pace nelle scuole di ogni ordine e grado, in varie parti d’Italia, è emerso chiaramente il fatto che per educare alla pace gli allievi era necessario educarli ad essere assertivi, e non passivi né aggressivi. L’assertività per noi è l’atteggiamento, ed anche il comportamento, di chi non subisce passivamente l’aggressività di un altro nei propri riguardi, ma nemmeno risponde a questa sullo stesso tono, ma di colui o colei  che, senza essere intimorito/a, risponde all’aggressione  con una messa in questione del  comportamento dell’avversario,  cercando con l’interlocutore un confronto, e non uno scontro.  E dopo il confronto, se la risposta è  positiva, come spesso avviene, cerca in seguito di passare al dialogo, ed alla ricerca di punti condivisi.  Nelle sue ricerche mio fratello non parla mai di assertività, ma chiama questo atteggiamento-comportamento come “piena competenza relazionale”, che egli ha trovato più diffusa tra le femmine  che trai maschi, e tra le/i giovani più mature/i. Ed è per  questo tipo di competenza, sui cui Luciano ed i suoi allievi e collaboratori hanno condotto numerose  ricerche, durate  oltre 60 anni, che Luciano è considerato come il “padre della teoria relazionale” che egli, ed i suoi, hanno studiato, dapprima nei rapporti interni alla famiglia, e poi, con la   progressiva rarefazione  dei rapporti familiari, nei rapporti  tra tutti gli esseri umani, approfondendo le ricerche sulle persone nei loro rapporti sociali, di qualsiasi tipo questi siano. Secondo Luciano, la famiglia tradizionale (marito, moglie, e due figli), negli USA, è presente solo per il  25 %   dei rapporti di convivenza che egli chiama di “intimità”.

2)    L’Importanza dei paradigmi nella ricerca. Personalmente mi sono reso conto dell’importanza di questo concetto facendo ricerche, alla Provincia di Firenze, e poi altrove,  sulle malattie mentali diagnosticate come tali, che avevano portato a ricoveri in  “manicomi”. Per  queste ricerche ho anche collaborato con Basaglia, o con altri membri della scuola di Laing (della considdetta antipsichiatria, in Inghilterra), con una partecipazione-osservazione   anche alla Comunità Terapeutica di Maxell Jones in Scozia. Da queste mi sono reso conto dell’importanza, nella ricerca, del paradigma osservativo. E’ la persona singola che è malata, oppure, come sostengono i membri della scuola antipsichiatrica, è la società stessa nella quale viviamo che è malata e che provoca, nelle persone che vi sono immerse, quei disturbi mentali che poi questa società  vorrebbe curare?  E questo mi ha portato a studiare i vari paradigmi utilizzati nella ricerca sociologica ed i problemi che l’uso di questo concetto porta nella ricerca stessa, cercando anche di chiarirlo rispetto ad altri concetti che vengono spesso utilizzati come equivalenti, come “visione del mondo”, oppure il “modello di società” o di “uomo”, o come la “teoria”. Anche mio fratello, nelle sue tante ricerche, si è scontrato con questo concetto tanto da farne  un punto centrale delle sue ricerche stesse, e da portarlo anche a  credere, quando è venuto a conoscenza dei miei studi, che avessi preso queste idee da lui, cosa subito chiarita, dato che le mie riflessioni erano  in un mio testo di metodologia della ricerca molto anteriore a quelle da lui fatte in questo settore. Ciò  ha portato mio fratello a chiedermi di scrivere un capitolo per  un suo libro dedicato appunto all’uso dei paradigmi nella ricerca scientifica in vari settori, cosa realizzata.

3)    La prevenzione. Luciano ha dedicato praticamente tutta la sua vita professionale a studiare  sperimentalmente come prevenire i disturbi psicologici interni alla famiglia e poi, nei rapporti interattivi più generali, che ha definito di tipo più e meno “intimistico”,  prima con il tradizionale approccio professionale  “psicoterapeutico” (uno dei suoi libri più noti, scritto con un suo collega, è sulla “psicoterapia paradossale”), ma poi, per allargare il campo e riuscire a raggiungere anche altre persone, che non potessero permettersi il costo elevato  di questi interventi, attraverso la creazione di “workbooks” (testi di lavoro), a basso prezzo, che potessero permettere alle persone da sole, con l’aiuto del professionista, ma a distanza e non necessariamente  faccia a faccia, di valutare il proprio comportamento  e cercare di correggerlo. E questi sono  stati considerati, da alcuni suoi colleghi, uno strumento importante per  allargare  la prestazione dei servizi psicologici ad altre persone, anche non abbienti,  e  per  ridurre i pesi delle malattie mentali  ed elevare il benessere, il buon funzionamento e la felicità  dei cittadini. La validazione sperimentale dell’uso di questi strumenti ha dato risultati molto positivi tanto da  porre il problema, ad altri suoi colleghi,  del perché essi  non abbiano una accettazione e  diffusione maggiore di quella attuale. Personalmente   anch’io  ho lavorato in questo settore, grazie al fatto che la Provincia, per la quale ho ottenuto il mio primo lavoro pagato a tempo pieno (prima avevo lavorato con Danilo Dolci in Sicilia, o  in altre attività volontarie)  gestiva il Manicomio di Firenze, con molti ricoverati considerati “malati di mente”.  E mi sono subito posto il problema di chi erano questi “malati di mente”, e perché erano considerati tali. E questo mi ha portato a fare molte ricerche, non da solo ma con  colleghi psichiatri, psicologi, antropologi, sociologi e statistici (in certi libri specialistici questa è stata considerata la “scuola fiorentina di psichiatria sociale”) che hanno fatto emergere i molti fattori sociali della cosiddetta malattia mentale (la classe sociale, l’immigrazione, il tipo di lavoro, il tipo di convivenza – ristretta o allargata – , il tipo di insediamento – ad esempio le isole etniche-,   il più o meno rapido processo di industrializzazione, ed anche la stessa ideologia degli psichiatri  che tendevano a considerare  malattia mentale  i comportamenti cosiddetti “abnormi”  di persone non della propria classe sociale). Queste ricerche  hanno fatto emergere  un elemento comune a questo insorgere della malattia, o  disturbo mentale,  e cioè il fatto che le persone erano oggetti e non soggetti dei cambiamenti sociali che avvenivano, e che un diverso sviluppo, non esterno ma voluto e programmato delle stesse persone, avrebbe,  molto probabilmente, eliminato, o almeno ridotto,  le cause dei loro malesseri. Da qui derivava la conclusione che la salute mentale della popolazione avrebbe potuto essere molto migliore se si fosse programmato un tipo di sviluppo diverso da quello attuale (come ci ha insegnato anche Danilo Dolci in Sicilia che cercava di portare avanti una “programmazione partecipata”, con la popolazione stessa). Poi, grazie ad una borsa di studio del Consiglio d’Europa, ho avuto la possibilità di studiare la prevenzione delle malattie mentali alla Tavistock Clinic di Londra, e di confrontare i risultati delle mie ricerche con colleghi inglesi di vari settori, o con esperienze innovative in questo campo (la scuola di antipsichiatria di Laing, la Comunità Terapeutica di Maxell Jones, ed altre).  Ma con il passaggio dal lavoro in Provincia a quello alla Regione Toscana, e poi all’insegnamento a pieno tempo all’Università, mi sono reso conto che  i problemi più gravi,  anche nel campo della salute mentale e generale dei cittadini,  erano quelli provocati dalle guerre, che distraevano i soldi utilizzabili per  il benessere dei cittadini  a fini dell’acquisto di armi destinate ad uccidere altri esseri viventi,  o che creavano masse di invalidi o disadattati,  e che tendevano ad estendere modelli decisionali verticistici rispetto a quelli democratici e partecipativi, e perciò ho cominciato  a studiare, ed a darmi da fare, sempre più, per la prevenzione dei conflitti violenti e delle guerre. L’ultimo mio lavoro in questo settore,  il libro “L’Arte della Pace”, che avevo inviato, come gli altri miei precedenti, a mio fratello,  gli è piaciuto molto, tanto da dirmi, ultimamente, nel corso di una conversazione telefonica, che avrebbe lavorato lui stesso  ad approfondire   le radici  psicologiche del comportamento violento e di guerra. Non so se nel suo ultimo  libro, il sessantunesimo, che  ha terminato ed inviato al suo editore poco  prima di morire, abbia riferito  il risultato di questo lavoro, il che spero. Se così fosse ciò  permetterebbe di approfondire questo problema non solo dal punto di vista del sociologo impegnato, come sono io stesso, ma anche da quello di uno psicologo, pure lui impegnato, come Luciano, e questo, credo,  potrebbe essere di molta utilità  per la prevenzione non solo delle  malattie mentali ma anche della violenza e della guerra.

 

 

Breve bibliografia ragionata

Non credo sia il caso di fare l’elenco di tutti i libri scritti da lui, o da me, o da altri,  che sono importanti per questa riflessione; indicherò  solo alcuni dei testi che, secondo me,  sono più  rilevanti  per la  comprensione di quanto scritto in questo testo.

Di Tullio Vinay  hanno avuto rilevanza per noi, oltre alla frequentazione diretta,   i suoi libri: “L’utopia del mondo nuovo. Scritti e discorsi al Senato”, Editrice Claudiana, Torino, 1984; “Speranze umane e speranza cristiana. Scritti religiosi e politici  (1967-1983)”, Edizioni dell’Asino, Roma, 2014; e, di sua figlia Paola Vinay, il libro: “Testimone d’amore. La vita e le opere di Tullio Vinay”, Editrice Claudiana, Torino, 2009.

Un libro molto importante  che riporta tutte le  ricerche fatte da Luciano insieme ad  uno dei suoi principali allievi italiani, Mario Cusinato, dell’Università di Padova,  si intitola: “La competenza relazionale. Perché e come prendersi cura delle relazioni”, Editrice  Springer- Verlag Italia, Milano, 2013. Alcuni dei libri di Luciano, tradotti   in Italiano, sono:  scritto con Gerald R. Weeks, “Psicoterapia paradossale. Teoria e pratica con il singolo, la coppia e la famiglia”, Casa Editrice  Astrolabio, Roma, 1984; un libro, scritto da Luciano,  che riporta le lezioni da lui fatte presso l’Università di Padova, con introduzione di Cusinato, è: “Le risorse della famiglia. Prospettive di prevenzione primaria e secondaria”, Editrice Il Mulino, Bologna, 1988; un altro libro di Luciano, tradotto in italiano da Mario Cusinato, è “Famiglia e contesti di vita. Una teoria dello sviluppo della personalità”, delle Edizioni Borla, Roma, 1995; di suoi libri, tradotti in italiano, mi risulterebbe esserci solo un altro, curato con una sua  collega, Margaret Baggett, e intitolato: “Il nelle relazioni  familiari. Una classificazione della personalità, della psicopatologia e della criminalità”, edito da   Franco Angeli, Milano, nel 2000. Dei tanti suoi libri in inglese ne citerò solo due, il primo, quello sui paradigmi, nel quale è apparso anche il capitolo da me scritto, è curato da Luciano e si intitola: “Paradigms in Theory Construction”, edito dalla Springer, New York, 2012. Un altro,  leggero e divertente,  anche con ricordi autobiografici, diverso dai suoi tanti  testi accademici, è intitolato: “The 7 Sources of Pleasure in Life. Making Way for the Upside in the Midst  of Modern Demands”, edito dalla casa editrice Praeger, di Santa Barbara in California, nel 2011. Le sette fonti di piacere per fare emergere il meglio di sé in mezzo alle richieste del mondo moderno, sono, per mio fratello: l’arte, l’amore, il cibo, la musica, lo svago ed i viaggi, il gioco, lo sport. Ma concludendo questo  libro egli sottolinea l’importanza della moderazione, dell’auto-controllo, e dell’auto-valutazione.

Le mie ricerche sulle malattie mentali sono state pubblicate in varie riviste   di  psichiatria o di servizio sociale, che non è il caso di citare qui; la loro raccolta e  pubblicazione in un volume dal titolo “Struttura Sociale e malattia mentale”, concordata  a voce con il noto epidemiologo Giulio  Maccacaro, in una sua collana della Feltrinelli, non si è mai potuta  realizzare per la morte di questo caro amico. I miei  studi sull’educazione alla pace, fatti anche con i miei collaboratori ed allievi, sono raccolti nel volume, da me curato, “ Giovani e Pace. Ricerche e formazione per un futuro meno violento”, Pangea Edizioni, Torino, 2001. I miei primi scritti sul ruolo dei paradigmi nella ricerca sociale  sono  pubblicati nelle mie dispense universitarie degli anni 1989/90, come testo del mio insegnamento all’Università di Firenze su “Introduzione ai metodi di ricerca nelle scienze sociali”. Saranno poi rivisti,  anche con l’aiuto di Luciano e della biblioteca della sua Università, tradotti  in inglese, e pubblicati, nel 2012, dalla Transcend University Press, di Basilea, come manuale del mio insegnamento, on line, sulla Metodologia della Ricerca per la Pace per quella Università. L’edizione italiana verrà pubblicata nel 2013,  in coedizione con la MultImage di Firenze, col titolo “Metodi di analisi nelle scienze sociali e ricerca per la pace: una introduzione”,  e stiamo attualmente  lavorando ad una seconda edizione rivista,  con una nuova introduzione. Un discorso serio sulla necessità di uno sviluppo alternativo, autogestito e programmato dalla popolazione stessa, anche da  quella attualmente emarginata, si può trovare nel libro, curato da me, e tradotto da mia moglie, di John Friedmann, “Empowerment, verso il ‘potere di tutti’. Una politica per lo alternativo”, Edizioni QualeVita, Torre dei Nolfi (Aq.), 2004,  con una aggiunta dell’autore del 2005. I miei lavori principali sulla prevenzione della violenza e della guerra, sono: “Per un futuro senza guerre”, Liguori Editore, Napoli, 2008; e “L’Arte della Pace”, edito dal Centro Gandhi,  Pisa, nel  2015, e ristampato varie volte nel 2016.

 

 

 

Category: Editoriali

About Alberto L'Abate: Alberto L'Abate (Brindisi, 1931) è un sociologo italiano, impegnato nella ricerca per la pace e la non violenza . Allievo di Aldo Capitini è stato collaboratore delle iniziative di Danilo Dolci nella comunità di Trappeto. Come docente universitario, ha la cattedra di sociologia dei conflitti e ricerca per la pace, ed è promotore del corso di laurea in "Operazioni di pace, gestione e mediazione dei conflitti" dell'Università di Firenze. All'impegno accademico affianca l'attività di ricerca e di formazione nel Movimento Nonviolento e nelle Peace Research, nonché di portavoce dei Berretti Bianchi e promotore dei Corpi civili di pace. Come ricercatore e programmatore socio-sanitario, è stato anche un esperto delle Nazioni Unite, del Consiglio d'Europa e dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Inoltre ha promosso e condotto l'esperienza dell'ambasciata di pace a Pristina e si è impegnato nella "Campagna Kossovo per la nonviolenza e la riconciliazione", importante esperienza di mediazione per la pacificazione di una zona appena uscita dalla guerra nell'ex-Jugoslavia.

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