Valerio Romitelli: Sicurezza per chi?

| 6 Dicembre 2015 | Comments (0)

 

 

Riflessioni intorno al libro (In) sicurezze. Sguardi sul mondo neoliberale fra antropologia, sociologia e studi politici ( a cura di Javier Gonzalez Diez, Stefano Pratesi , Ana Cristina Vargas), Novalogos, Aprilia, 2014.

 

Dalla seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso Michel Foucault ha quasi profeticamente cominciato a studiare il tema della “sicurezza” come categoria preminente  delle dottrine e strategie di governo in occidente. L’avvenire doveva poi confermare questa preminenza oggi più che mai trionfante. La cosiddetta  terza guerra mondiale in corso non è infatti che una tra le maggiori conseguenze dell’imporsi a livello mondiale di tali strategie occidentali all’insegna della “sicurezza”.

Per capire come si è potuti giungere a tanto vale la pena di provare a ricordarsi di quando tutto ciò ha cominciato a emergere come una tendenza irrefrenabile. Vale la pena di provare di ricordarsi della seconda metà degli anni ’70, appunto.

Cosa è dunque successo di così clamoroso in questo tempo? Qualcosa che l’informazione oggi dominante tenta in ogni modo di rimuovere. Qualcosa che non si lascia omologare dalle ossessive litanie divenute praticamente obbligatorie sul ‘900 come “secolo buio”, della violenza e dei totalitarismi. Qualcosa che deve essere rimosso per far dimenticare quell’epoca incredibilmente diversa dall’attuale, quando la prima dichiarata preoccupazione degli Stati occidentali  non era la “sicurezza”, ma il “benessere”, e ciò su scala non solo nazionale, ma anche globale . Ad esaurirsi  in questa seconda metà degli anni ’70 sono infatti quei “trent’anni gloriosi” (1945/75 ) durante i quali si era assistito al trionfo in Europa, ma anche altrove, dello “Stato sociale”, del “Welfare State”, con tutte le conseguenze del caso in termini di accrescimento globale della giustizia sociale. Senza discutere qui del perché di questa fine, comunque contemporanea  dell’infrangersi  dell’avanzata del comunismo su scala mondiale, è da constatare come sia da allora che inizia anche il disfarsi della figura dello “Stato provvidenza”, dello “Stato benefattore”, dello “Stato assistenziale”. Una figura che sarà in parte rottamata, in parte riciclata da un’altra configurazione statale.

I dibattiti a riguardo sono divenuti ricorrenti. Da un lato, si è sottolineato l’indebolirsi della capacità sovrana dello Stato a tutto vantaggio dei nuovi poteri rivendicati e acquisiti dal mercato globale. Dall’alto, si è invece notato come in tali inedite circostanze gli Stati si siano rafforzati assumendo più che in precedenza il ruolo di scortare l’influenza esercitata dal mercato all’interno dei diversi contesti nazionali.

Innumerevoli sono state le definizioni proposte per questi due ordini di fenomeni che possono apparire almeno in parte contraddittori. Né le imprescindibili analisi di Foucault in proposito sono del tutto dirimenti, stante la sua scelta metodologica di evitare ogni diretto coinvolgimento nei dibattiti sulla tradizionale “questione dello Stato” per privilegiare invece la problematica da lui stesso definita della “governamentalità” concernente cioè le dottrine e le strategie governative.

Tale scelta certo si giustificava per la condivisibile ripulsa del mito (d’origine giuridica) secondo il quale ogni potere “temporale” avrebbe sempre proprio nello Stato il suo centro direzionale e la sua fonte di legittimità. Resta tuttavia che, pur lasciando perdere tale mito, la “questione dello Stato” è ben lungi dall’essere superata. Detto altrimenti, resta sempre una buona domanda chiedersi quale sia l’ideale statale che per un’intera epoca motiva in senso convergente la maggior parte delle strategie governative a livello globale.

Se dal secondo dopoguerra fino a quarant’anni fa lo Stato è stato pensato e diretto per ottenere il massimo “benessere” per i suoi cittadini, da quarant’anni in qua tutto dimostra che non è più questo benessere ad avere la priorità. In mezzo ci si èmesso il mercato globale ( anzitutto quello finanziario): cosicché prioritario per lo Stato è divenuto il garantire che il suo spazio sovrano sia apprezzato dal mercato, in quanto solo quest’ultimo si suppone possa garantire il benessere dei cittadini.

Si tratta di una svolta epocale. La stessa categoria dei cittadini non si giustifica più da sé (come semplicemente conseguente al luogo di nascita), ma si trova passata al setaccio: ogni cittadino deve essere costantemente valutato per stabilire in che misura sia meritevole dal punto di vista del mercato; solo il livello di questi meriti giustificheranno il livello di benessere che gli può devolvere lo Stato.

Ma che cos’è che fa sì che il mercato apprezzi uno Stato? ecco la parola chiave: la sicurezza. Lo Stato è in effetti è chiamato a mettere il più possibile in sicurezza il territorio su cui esercita la sua sovranità, affinché il mercato percepisca che lì può fare investimenti il più possibile sicuri.

Anziché avere il dovere di fare anzitutto il bene ( dei propri cittadini), come si pensava fino a quarant’anni fa, le istituzioni pubbliche sono oggi chiamate anzitutto a far male, per combattere i mali (ivi compresi i cattivi cittadini, per non parlare degli stranieri) che rendono insicuri i territori per gli investitori.

Ciò sul piano internazionale comporta un’ulteriore conseguenza: che se uno intero Stato risulta poco affidabile per il mercato allora si propende per la semplice distruzione di tale Stato, scommettendo che essa divenga una “distruzione creativa”: “creativa”, ovviamente, di nuove opportunità per il mercato. Così di fatto è avvenuto in Somalia, Iraq, Libia e in parte di Siria,  per citare esclusivamente i casi più eclatanti.

Solo oggi, specie dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi, si vedono quanti e quali danni collaterali possono venire da tali strategie perverse ed avventuristiche. Sono da qui infatti  che vengono fuori le disperate generazioni di terroristi provenienti da zone del mondo o da periferie di città “creativamente distrutte”. E ostinarsi  a attribuire ogni colpa all’Islam serve solo a occultare l’insopportabile verità che l’origine di tali mali sta tra noi, tra i nostri Stati, nel loro porsi come garanti della sicurezza degli investimenti del mercato mondiale.

Dallo Stato welfare allo Stato sicurezza, dunque. A nominare così la svolta epocale di cui siamo vittime e testimoni, mi pare, non sono pochi i fenomeni che possono risultare meno paradossali e oscuri di quel che solitamente paiono. Così come può risultare in tutta la sua vanità ogni nostalgia tanto per uno Stato “benefattore” quanto per partiti di sinistra ritenuti capaci di restaurarlo.

Molte di queste considerazioni mi sono state ispirate dalla lettura dello stimolante collettivo libro (In) sicurezze. Sguardi sul mondo neoliberale fra antropologia, sociologia e studi politici ( a cura di Javier Gonzalez Diez, Stefano Pratesi , Ana Cristina Vargas), Novalogos, Aprilia, 2014. Al suo centro non v’è certo né la storia, né le questioni dello Stato, su cui ora mi sono soffermato. Vi è infatti per lo più preferita la problematica foucaultiana della “governamentalità”. Ma la ricca varietà di approcci  e casi di studio inclusi in questo libro induce ad ogni sorta di riflessioni e ripensamenti sul tema quanto mai attuale delle (in)sicurezze.

Le implicazioni dell’onnipresenza della figura degli esperti nelle società contemporanee; le paure urbane; le società private che su scala globale hanno posto fine al monopolio statale della violenza armata; l’incidenza dei livello di istruzione nelle percezioni dell’insicurezza in Italia; l’organizzazione di comunità condominiali in Florida; bande, narcotraffico e milizie in alcune città del Messico, Guatemala e Colombia; le nuove funzioni svolte dalla stregoneria e dalla religione nella Repubblica Centroafricana, in Gabon e in Uganda, le mutazioni della giurisprudenza in rapporto alle novità del nostro tempo: questi alcuni dei temi sui quali si è cimentato un gruppo di quattordici “giovani precari e precarie della ricerca”, come loro stessi si dichiarano, attivi in tre dipartimenti torinesi ( Scienze Antropologiche, Scienze sociali, e Studi politici), ma anche a suo tempo impegnati nei movimenti dell’Onda  e contro il progetto di riforma Gelmini. Ai professori Francesco Remotti e Pier Paolo Viazzo vanno i ringraziamenti rivolti dalla Premessa di questo consistente volume di più di trecento pagine.

A due dei suoi  curatori si deve il primo capitolo in cui vengono presentate le tematiche ricorrenti nell’insieme dei saggi: in poche parole, la paura per le insicurezze e le domande di sicurezze ovunque indotte dalla strategie di governo ispirate al neoliberalismo. L’ampia e documentata rielaborazione delle maggiori tesi circolanti intorno ai detti temi costituisce una preziosa sintesi del dibattito in questa materia.

C’è un passaggio però che mi pare particolarmente degno di ulteriori discussioni. Si tratta dell’argomento ben noto, secondo il quale, come scrivono Javier Gonzalez Diez e Ana Cristina Vargas : l’individuo è (…) centrale nella rappresentazione del mondo neoliberale” (p.27). Un argomento, questo, che ricompare più o meno esplicitamente in tutti gli altri saggi. Esso in effetti, risultando cruciale nella maggior parte delle critiche solitamente rivolte al neoliberalismo, ben raramente si trova rimesso discussione.

Tuttavia a me pare che sarebbe il caso.

Colgo dunque l’occasione per segnalare il problema, senza pretendere di esaurirlo né di sminuire gli indiscutibili meriti del volume (In)sicurezze per non averlo sollevato. Il problema dal mio punto di vista consiste nel fatto che attribuendo al neoliberalismo il primato dell’individualismo si finisce per confonderlo con il liberalismo più tradizionale. Il che non aiuta certo a cogliere la novità del nostro tempo.

Se infatti, detto molto schematicamente, il liberalismo tradizionale è d’origine britannica ( tipico di quel capitalismo di cui Marx ha fatto la sua magistrale critica), il neoliberalismo è sostanzialmente d’origine americana ( anche se, come ha insegnato Foucault,  accogliente i contributi di quell’ “ordo-liberalismo” coltivato nella Germania post-nazista e sotto occupazione alleata). Se il primo contempla una visone del potere nella quale resta inclusa la figura preminente del(la) monarca ( figura eminente dell’individuo che dirige altri individui) , il secondo è radicalmente democratico, o meglio concepisce la democrazia come sistema socio-biologico naturalmente vincente. Se il primo è stato supportato dalla visione darwinista dell’evoluzione e dunque dal primato che tale visione attribuiva agli individui, il secondo è invece supportato da quella visione neodarwinista della vita secondo la quale è il “gene ad essere egoista” (secondo la nota formula di Dawkins), ossia gli individui sono biologicamente vincenti non solo e non tanto in forza del loro egoismo, ma soprattutto se c’è una comunità di suoi (geneticamente) simili a promuoverne il successo. Se il primo è stato globalmente egemone fino alla prima guerra mondiale, il secondo lo diventa solo a partire dagli anni ’90, quando il comunismo sovietico si disfa e quello cinese si converte al capitalismo. E così via.

Un insieme di differenziazioni, queste, che porta ad una sola conclusione: che l’individualismo, l’egoismo tipici del liberalismo tradizionale sono sì ripresi dal neoliberalismo contemporaneo, ma sono da quest’ultimo ridotti ad effetto indotto dal presunto protagonismo di comunità con identità ( ovvero “dna” ) differenti (Huntington, col suo Lo scontro delle civiltà docet). Le comunità supposte vincenti sono quelle ritenute democratiche e inclusive, ma  pur sempre a fini meritocratici, cioè concorrenziali, al loro interno solidali e al loro esterno persino filantropiche, ma pur sempre discriminanti nei confronti di altre comunità che, scientemente o meno, non si adeguano a tali valori: valori a pretesa universalistica, ma in realtà ostinatamente particolaristici nel presupporre il primato di un unico tipo di comunità in lotta con altre.

Tutto ciò significa dunque che le politiche neoliberali mentre si adoperano a garantire il più possibile la sicurezza del mercato globale contribuiscono anche alla frammentazione del sociale in comunità sostenendone alcune, le più “competitive” e “meritevoli”, e discriminandone altre.

Tornando ai saggi di (In)sicurezze, vi si possono trovare molteplici conferme di tutto quanto ho appena sostenuto. Nel contributo di Emanuele Russo , La città discreta. Scenari di frammentazione urbana a Greenacres, Florida (Usa), ad esempio, risulta chiaramente quanto il comunitarismo smanioso di sicurezze segregazioniste sia cruciale nell’ american way of life. O nei contributi di Silvia Giletti Benso, Ana CristinaVargas e di Andrea Freddi ( rispettivamente su Musica,corridos, narcotraffico a Ciudad Juàres (Messico), su La città “di sopra”  e la città “di sotto” nella Comuna Nororiental di Medellìn (Colombia) e La (in)Seguridad di Todos Santos (Guatemala): ragioni e dinamiche di un conflitto multidimensionale) appare evidente quanto il comunitarismo , a volte di diretta derivazione statunitense, contribuisca alla situazione di guerra endemica tra bande e milizie cittadine, più o meno discendenti dai conflitti esistenti tra guerriglia d’ispirazione marxista e l’antiguerriglia sostenuta dagli Usa.

Il presupposto che sia l’individualismo a ispirare le politiche neoliberali di sicurezza, sia pur spesso confermato, non pervade dunque ogni testo di (In)sicurezze, la cui ricchezza problematica lascia aperta la possibilità di molteplici interpretazioni. Anche di quelle su cui mi sono appena soffermato.

Tuttavia c’è un’altra interessante questione che torna frequentemente più o meno implicitamente in tutto questo libro. Essa, detta molto semplicemente, concerne la prospettiva di possibili alternative alle politiche neoliberali. Una prospettiva alla quale gli stessi autori di (In)sicurezze paiono quanto mai sensibili.

Per dar conto di tale questione in poche parole parto dalla constatazione che costituisce il leit motif di tutto questo libro. Ossia dal fatto che la paura di insicurezze, la domanda di sicurezza, il far comunità (per combattere la prima e cercare la seconda) sono costantemente riscontrabili tra le popolazioni che subiscono gli effetti delle politiche neoliberali. Ma la domanda è : quando  e come tra questi comportamenti se ne possono trovare di alternativi, di resistenza a queste stesse politiche? Certo è che se la loro caratteristica principale viene ridotta all’individualismo un rischio c’è. Ed è quello di riconoscere un possibile uso  alternativo delle stesse categorie di sicurezza, insicurezza e del far comunità, quindi anche dei comportamenti ad esse improntati. Categorie e comportamenti che invece credo vadano comunque ricondotti ad effetti delle politiche degli “Stati sicurezza”.

Ammettere questo non significa per altro credere che tutte le popolazioni siano sempre integralmente manipolate da tali politiche ovunque si esercitino. Significa invece che la ricerca non dovrebbe limitarsi a riconoscere e descrivere la presenza di tali comportamenti tra le popolazioni indagate, ma dovrebbe sforzarsi di individuare in tali popolazioni altri modi di parlarne, di pensarli e di metterli alla prova: modi capaci di ispirare nuove politiche universalistiche, cioè effettivamente alternative al comunitarismo indotto dalle politiche neoliberiste.

Ora, nei vari contributi del libro (In)sicurezze non mancano parecchie esitazioni su questa delicata e cruciale questione. Spesso pare dato per scontato che il fare comunità per garantirsi sicurezza non sia per lo più solo una conseguenza delle politiche neoliberiste, ma risponda ad un’esigenza propria delle popolazione indagate. Così sembra che l’alternativa a tali politiche, anziché essere ancora ovunque da elaborare, sia già diffusa ed operante, e quindi solo da riconoscere e valorizzare. Nonostante tale discutibile  conclusione cui inducono alcuni saggi di (In)sicurezze, questo libro nel suo insieme resta un prezioso contributo alla conoscenza critica del “mondo neoliberale”.

 

 

 

Category: Economia, Libri e librerie, Osservatorio internazionale, Politica

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About Valerio Romitelli: Valerio Romitelli (1948) insegna Metodologia delle Scienze Sociali e Storia dei Movimenti e dei Partiti Politici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna. Dirige il Gruppo di Ricerche di Etnografia del Pensiero (Grep) presso il Dipartimento di Discipline Storiche Antropologiche e Geografiche dell’Università di Bologna. Tra i suoi libri: Gli dei che stavamo per essere (Gedit, 2004), Etnografia del pensiero. Ipotesi e ricerche (Carocci, 2005), Fuori dalla società della conoscenza (Infinito, 2009).

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