Silvano Bertini: Le regioni nella crisi dal 2008 al 2012. Il Sud si è allontanato

| 19 Marzo 2015 | Comments (0)

 

 

 

“Al rientro dalle ferie pensavamo si fosse rotto il fax”. La crisi del 2008 sicuramente aveva avuto un suo processo di gestazione prima di esplodere nel mercato finanziario, ma nei mercati dei beni e servizi era totalmente inattesa. Il nostro paese, già a crescita quasi zero nel decennio precedente, sottoposto, nonostante proclami miracolistici, alle politiche restrittive e di rientro dal debito e ai vincoli dell’entrata nell’Euro, è venuto a trovarsi di fronte ad un ulteriore shock esogeno; la crisi ha colpito tutte le regioni, sia quelle che, pur attraversando alcuni processi di aggiustamento critici dovuti al difficile contesto economico, erano comunque state in grado di mettere in moto una propria reazione, sia quelle storicamente più in difficoltà, a partire dalle regioni meridionali.

Come hanno reagito le regioni dopo questo primo shock? In questo piccolo contributo si cerca di fare una mappa di come è avvenuta questa reazione e come si è articolata sul territorio nazionale, esaminando tre tipologie di dati, il PIL, l’export e gli investimenti in ricerca e sviluppo, certamente non esaustive per comprendere la complessità dei fenomeni, ma che rappresentano in modo significativo i fenomeni della crescita, della competitività e del rafforzamento strutturale. Il periodo analizzato, anche per omogeneità dei dati, è quello dall’anno della crisi, il 2008, fino al 2012.

 

L’andamento del PIL

Dal 2008 al 2012, il prodotto interno lordo italiano ai prezzi di mercato si è ridotto dello 0,52% per un valore di oltre 8 miliardi di Euro, partendo da un valore di 1.575 miliardi di Euro. Tale dato è peraltro frutto della capacità di recupero nella generazione di  valore aggiunto da parte del sistema Italia, dopo il tonfo iniziale del 3,52% del 2009. Il recupero si era in realtà già più che completato nel 2011 per poi subire una nuova, meno drastica battuta di arresto nel 2012.

Per avere una lettura più immediata, Normalizziamo i livelli di PIL del 2008 a 100. Si vede in questo modo che, a livello territoriale, per grandi ripartizioni, il recupero dei livelli precedenti di prodotto lordo, con minimi incrementi, risulta raggiunto per intero per il Nord (Nord Ovest, 100,15; Nord Est, 100,54), è stato quasi raggiunto per il Centro (99,60), mentre per l’intero Mezzogiorno risulta ancora al di sotto nella misura del 2,52% rispetto al 2008.

Le Regioni che hanno recuperato e in qualche misura superato i livelli del 2008 sono: la provincia di Bolzano (+7,82%), l’Abruzzo, (+1,86%), la provincia di Trento (+1,67%), la Lombardia (+1,31%), e poi la Valle d’Aosta, il Veneto, la Toscana e il Lazio, con incrementi inferiori all’1%. L’Emilia-Romagna e il Friuli-Venezia Giulia rimangono al di sotto del valore ante crisi per pochi decimi percentuali, comunque in misura inferiore all’1% (per l’Emilia-Romagna va tenuto conto che, proprio nel 2012, si è verificato il grave evento sismico, fra l’altro in un’area fortemente industrializzata, che ha determinato un ulteriore forte rallentamento delle attività economiche). Tutte le altre regioni si trovano ancora con una situazione peggiorata in modo più sensibile, in particolare, l’Umbria, le Marche, la Campania, il Molise e la Basilicata si ritrovano con un PIL inferiore al 2008 tra il 3% e il 5%.

 

Il PIL pro capite

Il divario tra i livelli di PIL pro capite tra le regioni, anche se in parte attenuato dagli andamenti demografici, si è ulteriormente allargato. Il Nord Ovest e il Nord Est guadagnano 0,37 e 0,50 punti rispetto al valore medio nazionale, il Centro e il Mezzogiorno perdono rispettivamente 0,75 e 0,59 punti. Ma mentre il Centro è comunque sopra la media nazionale di oltre il 10% e non drammaticamente distante dal Nord, il Sud è sotto la media nazionale di oltre il 33% e al di sotto della ripartizione Nord Ovest di oltre 54 punti e mezzo, il che significa che il PIL pro capite del Nord Ovest è superiore di oltre l’80% a quello del Mezzogiorno.

Le differenze regionali, anche all’interno della stessa ripartizione geografica sono molto marcate e a volte in aumento. Nella stessa ripartizione Nord Ovest, c’è una sensibile differenza tra i livelli di Piemonte e Liguria (108,66 e 106,56 rispetto al dato medio nazionale 100, e in peggioramento) e quelli, per diverse ragioni più elevati, della Valle d’Aosta e della Lombardia, rispettivamente pari a 132,98 e 129,49, ed entrambe in miglioramento; una situazione quindi in divaricazione.

Nel Nord Est vi è ugualmente grande differenza tra il livello della provincia di Bolzano, a 143,90 e in sensibile miglioramento (prima in Italia) e l’Emilia-Romagna che è a 123, ma in leggero cedimento, e ancora della provincia di Trento a 117,30, più o meno stabile, del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia, che sono al di sotto rispettivamente a 114,49 e 112,04, ma in miglioramento.

Nel Centro primeggia il Lazio con 116,80 punti, ma con il cedimento di un punto dal 2008, davanti alla Toscana a 109,43 in guadagno, al contrario, di un punto. Marche ed Umbria sono le prime regioni, scendendo da Nord a Sud, a risultare al di sotto la media nazionale, rispettivamente con 98,88 e 91,07, entrambi con peggioramenti molto vistosi nell’arco del lustro in esame (quasi meno tre punti le Marche, meno 4,5 punti l’Umbria).

Nel Mezzogiorno si passa dall’87,18 dell’Abruzzo al preoccupante 62,79 della Campania. Delle altre regioni, solo il Molise e la Sardegna sono come numero indice al di sopra dei 75 punti (rispetto alla media 100 italiana), rispettivamente al 77,28 e al 76,43. Le altre regioni sono addirittura sotto il 70 (Basilicata 69,01, Puglia 65,80, Calabria 64,41, Sicilia 64,35, Campania, appunto, 62,79). Solo l’Abruzzo ha migliorato la sua posizione in modo significativo nei 4 anni post crisi. La Calabria l’ha fatto in modo marginale, ma solo grazie alla riduzione della popolazione (denominatore); in tutti gli altri casi ci sono situazioni statiche o in peggioramento, a partire ovviamente dalla Campania.

Esaminando i valori monetari, anziché gli indici, si riceve una impressione ancora più violenta. A fronte della capacità di produzione annua di valore di un cittadino campano, pari a 16.565 Euro e poco più elevata da parte dei cittadini di Puglia, Calabria e Sicilia, un bolzanino arriva a oltre 37.966 Euro e un lombardo, al di sotto del valdostano, a oltre 34.162. La stasi o il peggioramento degli indici del PIL pro capite rispetto al dato nazionale va inoltre messa in relazione con un PIL medio nazionale che comunque è diminuito di quasi 500 Euro pro capite, dai 26.855 Euro del 2008 ai 26.383 Euro del 2012.

In sostanza, la ripresa dei livelli dei livelli di prodotto pro capite sta avvenendo con lentezza, ma soprattutto aumentando le divergenze tra le grandi ripartizioni territoriali e, spesso anche all’interno di esse, tra le regioni.

 

Domanda e competitività: l’export

A determinare il recupero dei livelli di prodotto lordo, possono concorrere le varie componenti della domanda:

–      i consumi interni, legati all’occupazione, ai salari, al clima di fiducia;

–      gli investimenti, legati alle aspettative di domanda e ai tassi di interesse;

–      le esportazioni, legate alla competitività;

–      la spesa e i trasferimenti pubblici.

Considerando il clima legato alle componenti interne della domanda che è ampiamente noto, cerchiamo di comprendere il ruolo della componente legata maggiormente alla competitività, le esportazioni.  Anche nella domanda interna c’è una componente legata alla competitività, cioè le esportazioni indirette legate al turismo da oltre frontiera, probabilmente determinante in alcune regioni, che però non ha dati certi e omogenei. Concentriamoci quindi sulla componente delle esportazioni dirette, anche perché almeno per alcune regioni, esse rappresentano l’unica strada possibile per rilanciare l’attività economica nell’attuale contesto economico.

In termini generali, la crisi, avendo avuto una dimensione globale, ha agito più che proporzionalmente su questa componente rispetto all’andamento del PIL. Nel 2009 il calo delle esportazioni è stato di quasi il 21% rispetto al 2008, quindi sei volte la caduta del PIL; pertanto, il recupero su questa componente, nell’impossibilità di stimolare consumi interni e spesa pubblica, può risultare determinante. Con l’unica eccezione della regione Liguria, tutto il territorio è stato colpito da questo shock di mercato. Il nord Ovest e il Nord Est più o meno nella stessa misura media nazionale, il Centro in misura inferiore, col 16%, il Mezzogiorno con un calo di quasi il 30%.

Il recupero dei livelli di esportazione precedenti alla crisi si era comunque già completato nel 2011 e, nel 2012, questi erano stati superati in media del 5,74%. Il 2013, è stato, a seguire, un anno di stabilità. Dai 369 miliardi di Euro di export totale italiano del 2008, nel 2009 c’era stato il crollo a 291,7 miliardi; ma nel 2012 si era risaliti a 390,2 miliardi di Euro, cioè 21 in più del 2008 e quasi 100 in più rispetto al 2009. Il recupero è avvenuto in tutte le macro ripartizioni territoriali, con qualche differenza, anche se, come stiamo per vedere, non in tutte le regioni. Dove c’è una forte base industriale e imprenditoriale, c’è stata una ripresa delle esportazioni anche molto veloce.

Osservando i dati sull’andamento delle esportazioni per grandi ripartizioni e mettendoli in relazione con quelli sull’andamento del PIL, il risultato paradossale è che non appare alcuna relazione evidente tra l’andamento dell’export e del PIL. Paradossalmente, le ripartizioni che hanno fatto registrare il maggior incremento delle esportazioni sono quelle che hanno ottenuto il peggior risultato dal punto di vista del PIL. D’altra parte, bisogna però considerare che:

– l’aumento dell’export è stato più elevato nelle aree che avevano una propensione all’export inferiore, cioè il Centro e il Mezzogiorno (e questo è un dato positivo);

– le aree che avevano una maggiore propensione all’export già prima della crisi, il Nord Est e il Nord Ovest, hanno recuperato prima e in misura superiore il livello del PIL e del PIL pro capite.

Il Centro ha visto un aumento delle esportazioni molto consistente, circa il 20% sui livelli del 2008, ma un risultato in termini di crescita del PIL negativo (-0,4%), di poco superiore, ma sostanzialmente allineato alla media nazionale (-0,52%). Il Mezzogiorno a sua volta ha registrato un incremento complessivo del 7,3% nelle esportazioni, ma come abbiamo visto prima, un peggioramento del PIL anche più ampio di quello medio nazionale (-2,52%); è evidente, in questo caso, che partendo da livelli abbastanza bassi, questa timida crescita non è stata in grado di compensare le conseguenze del calo della domanda interna e della spesa pubblica. Dal lato opposto, il Nord Ovest ha visto un incremento delle esportazioni solo del 5,1% col risultato di mantenere lo stesso livello del PIL dell’anno di inizio della crisi (appeno +0,15%), mentre il Nord Est ha avuto un recupero sull’export pari ad appena un +1,8%, aumentando comunque il PIL dello 0,5% circa.

Scendendo al livello regionale si può osservare che:

–  nel Nord Ovest le due grandi regioni, Lombardia e Piemonte e al 2012 hanno recuperato i valori pre crisi con un leggero incremento rispetto al 2008 (+3,9% e +5,1%) e, mentre la Valle d’Aosta resta ancora sotto del 17%, c’è stata l’ottima performance della Liguria, che nel 2012 faceva registrare un + 31,7% sul 2008 (anche se sarà comunque ridimensionato nel 2013);

–  anche nel Nord Est le due principali regioni hanno recuperato con incrementi contenuti (+4,1% l’Emilia-Romagna, +2,3% il Veneto, entrambe in continuità anche nel 2013; in questo caso è il Friuli-Venezia Giulia a presentarsi come il caso più critico, ancora sotto del 14% circa, sia nel 2012 che nel 2013 rispetto al livello pre crisi, mentre gli andamenti migliori sono quelli delle due province autonome. con aumenti del 9,8% e del 13,7%;

–  nel Centro si è registrato un forte incremento per la Toscana, l’Umbria e il Lazio; le Marche nel 2012 erano rimaste ancora di poco sotto il livello del 2008, anche se poi avranno un forte recupero nell’anno successivo;

–  nel Mezzogiorno, in realtà, l’incremento è stato determinato solamente da Sicilia, Puglia e Sardegna, almeno per la Sicilia forse per qualche effetto prezzi delle materie prime; in realtà tutte le altre regioni non hanno neanche raggiunto il valore delle esportazioni del 2008, alcune, in particolare Basilicata e Molise hanno registrato un crollo decisamente preoccupante; Campania, Abruzzo e Calabria hanno registrato peggioramenti più contenuti, comunque gravi considerando una capacità esportazione già ampiamente insoddisfacente in partenza, soprattutto per la Calabria.

 

Esportazioni e PIL

Anche esaminando il rapporto tra andamento delle esportazioni e del PIL a livello regionale, si ottiene una dispersione piuttosto casuale. Non si riesce pertanto ad individuare una relazione stretta almeno in un così breve periodo. Oltre a considerazioni relative alla diversa complessità dei sistemi economici regionali, una seconda spiegazione può essere legata alle dimensioni del fenomeno delle esportazioni e quindi alla loro capacità di moltiplicazione della crescita. Nel Mezzogiorno il valore delle esportazioni corrisponde, nel 2012, al 12,79% del PIL, nel Centro, al 19,18%, nel Nord Ovest al 30,79%, nel Nord Est, al 33,17%.

In questi 4 anni è complessivamente aumentato il rapporto tra esportazioni e PIL in Italia e in tutte le 4 ripartizioni territoriali, ovviamente anche per l’assenza di crescita del PIL, al denominatore. Tuttavia diverse regioni, distribuite in diverse ripartizioni e con posizioni completamente diverse, l’hanno vista peggiorare. Tra queste, la Valle d’Aosta, il Friuli-Venezia Giulia, l’Abruzzo, il Molise, la Basilicata e la Calabria.

Esaminando questo dato a livello delle singole regioni si ottiene una dispersione ancora più ampia. Si va dal 35,11% dell’Emilia-Romagna all‘1,13% della Calabria. Oltre all’Emilia-Romagna hanno una propensione all’export superiore al 30% del PIL il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia, la Toscana; queste 6 regioni fanno, da sole, il 75% dell’export nazionale.

Accanto alla Calabria, che è il caso estremo, altre regioni presentano propensioni all’export  piuttosto contenute e insoddisfacenti, in particolare la Campania, il Molise, la Basilicata (in rapida discesa) e lo stesso Lazio; la Puglia è di poco sopra ma in un sentiero di costante miglioramento; un po’ meglio le due isole e soprattutto l’Abruzzo che è sopra il 22%. Complessivamente, le 8 regioni del Mezzogiorno rappresentano, tuttavia, appena l‘11,93% delle esportazioni italiane.

 

Esportazioni per abitante

Un dato abbastanza suggestivo è quello delle esportazioni per abitante per depurare il rapporto tra export e PIL dal livello del PIL. Ebbene, si passa dagli 11.398 Euro esportati da ogni cittadino emiliano-romagnolo, ai 193 Euro circa di un cittadino calabrese. Considerando che l’export pro capite medio italiano è pari a 6.569 Euro, a fronte di un indice dell’Emilia-Romagna sulla media italiana pari a 173,50, quello della Calabria è pari ad appena 2,94. Il rapporto tra le due regioni è di 59 a 1.

 

Export e competitività

Questa relazione debole tra crescita delle esportazioni e del PIL non ha una spiegazione univoca. Sicuramente in quei casi in cui le altre componenti della domanda pesavano storicamente molto, il recupero di capacità di esportazione, per quanto interessante, non è stato in grado di compensare il calo delle altre componenti più tipicamente interne. Il crollo di alcune componenti della domanda interna come quella delle costruzioni, con le relative ricadute sull’attività edilizia e sulle filiere collegate, ha avuto un impatto difficilmente compensabile, soprattutto nelle regioni in cui l’edilizia aveva un peso molto consistente sulla formazione del PIL.

Un secondo motivo potrebbe essere associato alla pressione competitiva. Molte imprese si sono sicuramente orientate all’estero come mossa disperata per mantenere il fatturato e l’attività degli impianti, subendo tuttavia la pressione concorrenziale sui prezzi di vendita e quindi sul valore aggiunto, non godendo ancora di sufficiente reputazione e potere di mercato.

Essendo per forza di cose quella delle esportazioni (insieme a quella dell’attrazione turistica) la leva fondamentale per mettere in moto il moltiplicatore della crescita, è fondamentale che le imprese affrontino i mercati internazionali con leve competitive più solide, in modo da portare a casa il massimo valore aggiunto ed aggirare la pressione competitiva sui prezzi dei beni materiali. Bisogna, da questo punto di vista che i prodotti siano il veicolo di valorizzazione ed esportazione della conoscenza di cui il sistema Italia è ricco. Conoscenza contenuta nei prodotti, nella loro immagine, nei servizi che li accompagnano.

Realizzare produzioni ricche di conoscenza significa, in sintesi:

–  incorporare elevati contenuti di conoscenza scientifica, tecnologia, di esperienza per la realizzazione di soluzioni produttive dedicate e specialistiche;

–  incorporare design a livello estetico, funzionale o concettuale, originalità e soluzioni creative;

–  fornire risposte ad esigenze avanzate (ambiente, salute, inclusione, ecc…) e a interlocutori molteplici: (clienti, utilizzatori, stakeholders privati e pubblici);

–  sviluppare la gestione della catena dei servizi che fanno filiera, dalla post produzione fino al cosiddetto “after market”.

Questi elementi sono indispensabili per generare valore aggiunto. Per realizzarli, tuttavia sono necessarie quelle risorse umane con alti livelli di specializzazione e formazione, che sul mercato sono particolarmente contese dai paesi più avanzati. C’è da rompere pertanto un circolo vizioso, la trappola della scarsità di capitale e sviluppo umano.

 

Un ambito di risposta strutturale: la ricerca e sviluppo

Parallelamente alla ricerca di nuovi mercati, e quindi di intercettare nuove fonti di domanda per aumentare l’attività produttiva e generare crescita del PIL e occupazione, è necessario che le imprese rafforzino la propria competitività di prodotto, processo, organizzazione.

Un indicatore relativo agli sforzi in questa direzione (certamente non l’unico, ma comunque molto rappresentativo) è l’impegno in ricerca e sviluppo dei sistemi regionali e in particolare delle imprese. Come noto l’Italia risulta un paese che investe poco in ricerca e sviluppo e spesso, in passato, in momenti di crisi, quella in ricerca e sviluppo era una delle prime voci a subire dei tagli, soprattutto da parte delle imprese. L’evoluzione del contesto competitivo verso una economia sempre più più aperta a livello globale e in continua evoluzione, rende l’innovazione non più un fatto episodico ed eccezionale, ma un comportamento continuo e sempre più intrinseco all’attività normale delle imprese, in sostanza un fattore di concorrenza dinamica. E’ da vedere pertanto se i sistemi produttivi regionali sono riusciti a mantenere attiva una delle fonti principali di una attività innovativa con tali caratteristiche di continuità anche in questi anni di difficoltà di mercato.

Vediamo che. in questi primi anni della crisi e di calo del PIL e per una certa fase dell’export, l’Italia ha aumentato la spesa in ricerca e sviluppo complessiva del 6,21%, salendo da 19,3 a 20,5 miliardi di Euro. Parlando di valori nominali, la si può ritenere costante, il che è comunque, un buon risultato. La componente pubblica, cioè quella delle Università, degli enti di ricerca, insieme a quella delle organizzazioni no profit, è aumentata del 2,89%, mentre quella delle imprese è risultata più dinamica, aumentando del 9,18%, rafforzando così il peso relativo sul totale, già del 52,7%, al 54,2%.

Tra le grandi ripartizioni geografiche, quella che ha registrato la reazione più forte, da questo punto di vista, è stato il Nord Est, con un incremento di oltre il 15,3% del valore assoluto della spesa in ricerca e sviluppo totale, e con un andamento pressoché costante negli anni. Il Nord Ovest, dopo una caduta nel 2009 ha ripreso ad aumentare questa spesa e al 2012 ha un incremento del 9,3% sul 2008. Il Centro è rimasto complessivamente stabile. Il Mezzogiorno ha avuto un cedimento, partendo da livelli già bassi, di quasi il 3%.

Esaminando i comportamenti a livello regionale, si riscontrano di nuovo, disomogeneità all’interno delle singole ripartizioni. Nel Nord Ovest, l’incremento del 9,3% complessivo è il risultato ponderato di un discreto incremento in Lombardia e Liguria (rispettivamente +12,7% e +17,1%), di un andamento molto debole del Piemonte (+2,1%) e di una significativa contrazione della piccola Valle d’Aosta (-18,9%). La buona performance del Nord Est, a sua volta è dovuta alla crescita molto sostenuta della provincia di Trento (+60,8%), del buon andamento dell’Emilia-Romagna (+25,1%) e della provincia di Bolzano (+15,3%), ma anche dell’andamento molto stanco del Friuli-Venezia Giulia e del Veneto (+4,2% e +1,3%). Nel Centro si è mantenuta abbastanza dinamica la Toscana con un incremento dell‘11,6%, le Marche hanno sostanzialmente tenuto (+3,2%), l’Umbria e il Lazio hanno arretrato, anche se con tassi abbastanza contenuti (-1,2% e -4,4% rispettivamente). In tutto il Mezzogiorno si distingue positivamente solo la Sardegna, che ha registrato un incremento del 20,6%; Molise e Calabria hanno registrato leggeri incrementi, anche se su valori base estremamente ridotti, tutte le altre hanno peggiorato, in particolare la regione Basilicata (-17,5%).

 

La spesa in ricerca e sviluppo delle imprese

Per comprendere meglio se effettivamente c’è stata una reazione significativa nel tessuto produttivo è opportuno però esaminare l’andamento della componente privata della spesa in ricerca e sviluppo. Come detto sopra, globalmente la spesa in R&S delle imprese è stata più dinamica di quella pubblica, con un incremento complessivo del 9,2% equivalente a quasi un miliardo di Euro addizionale rispetto ai 10,17 miliardi di spesa del 2008 (ora, quindi, siamo a 11,11 miliardi).

Già ad un primo sguardo tra le grandi ripartizioni territoriali, si osserva una varianza maggiore rispetto al dato della R&S totale. Il Nord Est accentua il suo primato in termini di crescita, registrando un incremento globale del 20,54%; il Nord Ovest registra un incremento allineato con il proprio incremento complessivo di spesa in R&S (+9,2%) e con la media nazionale; anche al Centro l’andamento della R&S delle imprese è allineato a quello complessivo, con un incremento leggermente superiore, appena l‘1,6%; il Mezzogiorno, al contrario, ha purtroppo un cedimento ancora più ampio, con una diminuzione del 6,4%.

A livello regionale le discrepanze sono ancora più variegate.

Nel Nord Ovest solo la Lombardia mantiene all’incirca lo stesso discreto tasso di crescita della R&S totale, anche se non eccezionale, con un incremento del 12,6%; il Piemonte registra solo un  aumento del 4,7% anche se meglio del dato totale; la Liguria si ridimensiona con solo +7% rispetto al 17% complessivo; la Valle d’Aosta crolla, riducendo di oltre un terzo la spesa in ricerca e sviluppo delle imprese.

Nel Nord Est primeggia ancora la provincia di Trento con un incremento addirittura del 146,4%. In realtà questo dato, nella provincia di Trento aveva fatto registrare una salita anomala nel 2009 con un più 202,8%, per poi gradualmente ridimensionarsi. E’ probabile che all’origine vi sia stato pertanto un fatto di carattere straordinario, come ad esempio una operazione di privatizzazione di strutture di ricerca pubbliche, o creazione ex novo di nuove grandi strutture di ricerca in regime privatistico o pubblico-privato, o, infine, una migliore rilevazione statistica. L’altro dato molto significativo, nell’ambito del Nord Est è quello dell’Emilia-Romagna, dove le imprese hanno aumentato la loro spesa in ricerca e sviluppo del 32,43% in 4 anni. Incrementi molto inferiori sono stati registrati dal Friuli-Venezia Giulia (+10,9%) e ancor ameno, dal Veneto (+3,1%). La provincia di Bolzano ha avuto una diminuzione dell‘1,19%.

Nel Centro si registra, ancora più marcata, la stessa divergenza evidenziata in precedenza. La Toscana realizza un incremento percentuale quasi uguale a quello dell’Emilia-Romagna, con un +31,7%; le Marche dopo un contraccolpo nel 2009, hanno ugualmente reagito bene, con un incremento del 13,1%; l’Umbria, al contrario, che era andata bene fino al 2011, nell’ultimo anno è ricaduta ai livelli del 2008; le imprese della regione Lazio, invece hanno ridotto il proprio impegno nella ricerca e sviluppo del 14%.

Nel Mezzogiorno appare un quadro leggermente diverso rispetto a quello della spesa in ricerca e sviluppo globale. In questo caso le 2 regioni che riescono a migliorare, anche se di molto poco, i livelli di spesa in R&S delle imprese rispetto al 2008 sono la Sicilia e la Puglia (+4,3% e +1,7%). La Campania ha ceduto di poco (circa il 2%); ma in tutti gli altri casi vi sono diminuzioni “drammatiche”: la stessa Sardegna, pur con un dato globale positivo, dal lato delle imprese cede del 35%, nello stesso ordine dell’Abruzzo e del Molise; la Basilicata cede del 54%, la Calabria addirittura del 74%.

Come è facile intuire, la quota di spesa in ricerca e sviluppo realizzata dalle imprese sulla spesa totale è molto diversa sul territorio italiano. Nel Nord Ovest è sopra di qualche decimo percentuale al 70% del totale e si è mantenuta grosso modo costante. Nel Nord Est, con un regolare progresso, è di poco sotto al 64%. Nel Centro siamo già al 36%, mentre nel Mezzogiorno siamo al 29%. Percentuali che si abbassano, tra l’altro insieme alla riduzione del valore assoluto della spesa.

Un rapido sguardo a livello regionale mostra che solo le 4 grandi regioni del Nord (Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna) sono saldamente con una quota superiore al 60% di spesa in R&S realizzata dalle imprese, con la punta del Piemonte, che arriva a oltre il 77%. Comunque tutte le regioni del Nord Ovest e del Nord Est, con l’aggiunta delle Marche sono sopra il 50%; la Toscana, migliorando, è al 47%; Lazio ed Umbria scendono già al 30% e al 26%; nel Mezzogiorno si distingue la Campania con il 41% davanti ad Abruzzo al 31%, la Sicilia al 26% e la Puglia al 24%, per poi scendere alle altre regioni con quote assolutamente minime, fino al 6,5% della Sardegna e al 2,2% della Calabria. Forse sarà necessaria una riflessione sull’efficacia del PON Ricerca e delle ingenti risorse che vi sono state destinate.

 

Le spese in ricerca e sviluppo sul PIL

Andando ad esaminare il classico indicatore dell’incidenza delle spese in ricerca e sviluppo sul PIL, si osserva che nell’insieme essa è aumentata, passando da 1,23% a 1,31%, anche a causa del calo del valore del PIL. Un incremento poco rilevante, anche se, dato il contesto di crisi, da considerarsi positivo, anche considerando che è stato interamente trainato dalle ripartizioni del Nord, e soprattutto dal Nord Est. Il Nord Ovest è a 1,51% (1,38% nel 2008); il Nord Est è a 1,34% partendo da 1,17%; Il Centro è a 1,42% ma è rimasto praticamente allo stesso livello del 2008; il Mezzogiorno è allo 0,90%, anche qui sostanzialmente in stasi dall’inizio della crisi. Le regioni che si avvicinano di più al 2% sono il Piemonte con l‘1,94%, il Lazio con l‘1,73%, la Provincia di Trento con l‘1,71%, l’Emilia-Romagna con l‘1,63%; nel Sud spicca la Campania con l‘1,30%.

Le differenze dal punto di vista della crescita di questo indicatore si spiegano solamente sulla base del ruolo esercitato dalla spesa in ricerca e sviluppo delle imprese. Infatti, a trainare questo incremento è stata solo la componente delle imprese, sempre a partire dal Nord Est, e poi dal Nord Ovest, in misura minore dal Centro, ma con un contributo negativo da parte del Mezzogiorno.   A livello nazionale, la spesa in ricerca e sviluppo realizzata dalle imprese è passata da una incidenza sul PIL dello 0,65%, a 0,71%. La crescita è stata particolarmente significativa nel Nord Est, da 0,71% a 0,86%, e poi nel Nord Ovest, da 0,97% a 1,06%. Nel Centro e nel Mezzogiorno è rimasta sostanzialmente statica, rispettivamente intorno allo 0,52% e allo 0,26%.

Provincia di Trento (con l’anomalia ricordata), Emilia-Romagna e Toscana sono stati i contesti territoriali in cui le imprese hanno mostrato la maggiore reattività. Il Piemonte resta la regione con la più alta spesa in ricerca e sviluppo delle imprese sul PIL, salita all‘1,51%. L’unica altra regione che supera l’1% è l’Emilia-Romagna, solita dallo 0,82% del 2008 all‘1,09% del 2012. Nelle restanti regioni del Nord, solo la Valle d’Aosta e la provincia di Bolzano si distinguono per valori molto bassi; tutte le altre regioni hanno valori superiori alla media nazionale, a partire dalla Lombardia che è a 0,94%. Nel Centro guidano Toscana e Lazio, rispettivamente con 0,60% e 0,52%. Nel Mezzogiorno, dietro alla Campania con 0,54%, solo Sicilia e Abruzzo riescono a superare lo 0,2%, fino a scendere allo 0,1% della Calabria.

Purtroppo, con l’eccezione di Campania, Puglia e Sicilia, in tutte le altre regioni meridionali e nel Lazio, le imprese, probabilmente anche per la cessazione o il forte ridimensionamento di diverse imprese e impianti, hanno diminuito la spesa in ricerca e sviluppo molto più velocemente rispetto all’andamento negativo del PIL, segnalando il rischio dell’attivazione di un pericoloso “circolo vizioso”.

 

La spesa in ricerca e sviluppo per abitante

Per epurare questo indicatore dalla varianza del denominatore, il PIL, si può misurare l’incidenza rispetto alla popolazione residente. La spesa in ricerca e sviluppo pro capite annua è passata da 329,13 a 345,19 Euro. Nord Ovest, Nord Est e Centro hanno una spesa pro capite superiore ai 400 Euro pro capite. Il Nord Ovest è salito da 449,57 a 483, 56; il Nord Est da  371,63 a 420,14; il Centro è  leggermente diminuito da 420,70 a 412,78. Il Mezzogiorno è sceso da 164,82 a 159,78.

A livello regionale, prevale la provincia di Trento con oltre 622 Euro di spesa in R&S pro capite, seguita da Piemonte, Lazio ed Emilia-Romagna, tutte sopra i 500 Euro pro capite.

Guardando alla sola componente della spesa delle imprese, questa, a livello nazionale, è passata da 173,45 a 187,01 Euro pro capite. In questo caso, la divergenza territoriale è molto più ampia. Il Nord Ovest realizza una spesa in ricerca delle imprese equivalente a 338,81 pro capite, in aumento dai 315,40 del 2008; il Nord Est è a 268,66 Euro, ma ha avuto l’incremento maggiore, partendo da 227,31; il Centro è a 149,79, in leggera diminuzione dal 2008, così come il Mezzogiorno, che però è solo a 46,57 Euro pro capite. In sostanza, una situazione macro territoriale “a gradoni”, più o meno di 100 Euro pro capite tra una macroripartizione territoriale all’altra, a salire dal Mezzogiorno al Nord Ovest. Tra le regioni primeggia il Piemonte a quota 432,83, seguito dall’Emilia-Romagna a 353 e dalla Lombardia a 320,20 Euro pro capite. La discesa poi è molto rapida, fino alla Calabria, dove la spesa in ricerca e sviluppo delle imprese è in media di 1,91 Euro pro capite.

 

Gli addetti alla ricerca e sviluppo

Un ultimo punto da evidenziare riguarda gli addetti alla ricerca e sviluppo. In questi 4 anni sono rimasti sostanzialmente costanti, con un aumento di poco più di 1000 unità, passando da 239 a 240 mila. Quelli operanti nelle Università, nelle istituzioni pubbliche e nel no profit sono diminuiti di oltre 12 mila unità. Tale riduzione è stata più che compensata dall’incremento degli addetti alla ricerca e sviluppo nelle imprese. Questi ultimi sono passati dai 106.643 del 2008 ai 120.162 del 2012.

Il rapporto tra addetti alla ricerca e sviluppo sulla popolazione è pertanto, anche se lievemente, peggiorato, e, in parallelo, c’è stata una ricomposizione al suo interno. In sostanza il sistema pubblico ha perso il 10% dei propri addetti alla ricerca e sviluppo, fortunatamente recuperati dalle imprese. In sostanza, al 2012 la popolazione degli addetti in ricerca e sviluppo è divenuta grosso modo equidistribuita tra la componente pubblica (più il no profit) e la componente privata.

Il dato preoccupante, ovviamente scontato, è però che oltre il 75% degli addetti alla R&S delle imprese si trova nelle regioni del Nord: il 44,10% nel Nord Ovest, ancora in aumento nel lustro in esame, il 31,38% nel Nord Est, che invece ha visto un incremento leggermente inferiore alla media. Il Centro detiene il 15,62% di queste figure e ha perso peso per mezzo punto sul totale nazionale; più o meno lo stesso ha fatto il Mezzogiorno, che si trova all‘8,90%. Pertanto questa ricomposizione degli addetti ha una risposta territoriale sensibilmente diversa. In sostanza, tutte le ripartizioni territoriali hanno registrato un incremento tra il 2008 e il 2012, ma la concentrazione verso il Nord Ovest  aumentata.

In questa ripartizione è la Lombardia ad aver fatto da traino, con un incremento del 18,62%, incrementi più o meno allineati alla media nazionale di Piemonte e Liguria, calo della Valle d’Aosta. Nel Nord Est, oltre alla performance della provincia di Trento, che li ha più che raddoppiati, c’è l’aumento importante anche dell’Emilia-Romagna del 28,83%, l’aumento contenuto e inferiore alla media nazionale del Friuli-Venezia Giulia e della provincia di Bolzano, mentre è da segnalare il dato del Veneto, che vede un calo di oltre il 5% degli addetti in ricerca e sviluppo delle imprese.

Nel Centro, la Toscana ha registrato un incremento importante del 29,14%, con dati positivi, in calando, anche dell’Umbria e delle Marche, ma una diminuzione nella regione Lazio. Nel Mezzogiorno crescono gli addetti in ricerca e sviluppo delle imprese solamente nelle regioni Campania e Puglia, anche con tassi molto significativi (la Campania addirittura del 40,79%, la Puglia del 17,27%); tutte le altre regioni meridionali segnalano dati estremamente negativi, a volte apparentemente un crollo delle risorse umane dedicate alla ricerca e sviluppo nelle imprese.

Per quanto riguarda i ricercatori pubblici o del no profit, solo il Nord Est è riuscito a difenderne lo stock presente nel 2008. Tutte le altre ripartizioni, incluso il Nord Ovest hanno registrato significative diminuzioni, pari all‘11,5% nel Nord Ovest, all’8% nel Centro, al 16% nel Mezzogiorno.

 

Il rapporto tra spesa e addetti nella ricerca e sviluppo

Ultimo dato interessante da esaminare è la spesa in ricerca e sviluppo per addetto. Tale dato include lo stipendio medio e tutte le altre spese di funzionamento delle strutture di ricerca.

La spesa media per addetto alla ricerca e sviluppo è aumentata da 80.766 Euro a 85.363 Euro. Tuttavia, tale aumento è dovuto esclusivamente alla parte pubblica e no profit, in cui vi è stato un incremento da 68.982 Euro a 78.283 Euro per addetto, pari al +13,48%. Al contrario, nella componente privata c’è stato un decremento della spesa per addetto da 95.394 Euro a 92.435 Euro, cioè – 3,1%. Il costo medio dei ricercatori pubblici, comunque basso, è aumentato, a quanto si nota, solo a causa della riduzione del numero di addetti alla ricerca e sviluppo, essendo rimasta inalterata, anzi leggermente aumentata, la spesa. Apparentemente sembra trattarsi della destinazione di una quota maggiore di risorse ai costi di struttura, a scapito di minori opportunità di occupazione.

Il costo medio annuo dei ricercatori pubblici e no profit è leggermente più alto nel Centro e nel Mezzogiorno (intorno agli 80 mila Euro) rispetto al Nord Ovest (circa 78 mila Euro); una maggiore differenza risulta nei confronti del Nord Est in cui la spesa media pubblica in ricerca e sviluppo è pari a 71.656 Euro per addetto.

Per quanto riguarda gli addetti alla R&S delle imprese, il Nord Ovest si presenta leader con una spesa pari a 100.700 Euro, comunque in calo, dai 106.600 Euro del 2008.  Nel Nord Est, invece, siamo ancora ad una spesa ancora di solo 81.528 Euro per addetto alla R&S, anche se si tratta dell’unica ripartizione che ha registrato una aumento della spesa per addetto in ricerca e sviluppo delle imprese (+7,63%). Nel Centro vi è stato un calo di oltre 6 mila e 500 Euro nella spesa media per addetto, da 99.016 a 92.480 Euro. Infine, colpisce che nel Mezzogiorno, al momento della crisi la spesa media in ricerca e sviluppo per addetto fosse quasi al livello del Nord Ovest, oltre 104 mila Euro, ed in soli 4 anni è diminuita di circa 14 mila e 300 Euro, scendendo a 89.749 Euro.

Con la sola eccezione del Nord Est, quindi, che comunque ha la spesa pro capite ancora più bassa, all’aumento del numero degli addetti alla ricerca e sviluppo nelle imprese, non è seguito un analogo impegno finanziario. Probabilmente, anche in questo settore, la nuova occupazione è stata avviata con condizioni contrattuali non esaltanti. Purtroppo bisogna essere consapevoli che per queste figure, essenziali alla competitività, all’estero vi è una concorrenza di segno opposto, cioè volta ad attirarle a condizioni contrattuali più favorevoli. I dati della migrazione intellettuale, ovunque enfatizzati, ci ricordano che il problema esiste.

Ancora nel 2012, comunque, i dati sul rapporto tra spesa e addetti in ricerca e sviluppo su scala regionale, disegnano una geografia molto strana. Il rapporto più alto si registra in Basilicata, con oltre 120 mila Euro per addetto, con un balzo proprio nell’ultimo anno osservato, evidentemente per pesanti processi di ristrutturazione e licenziamento, e quindi riduzione del denominatore, non certo per migliore trattamento economico. Segue il Piemonte, in riduzione e, a stretto giro, la Sicilia, in aumento e tutte e due sopra i 108 mila Euro. Poi la Toscana, il Lazio e la Liguria. Lombardia ed Emilia-Romagna sono ancora un po’ sotto, rispettivamente con 96.811 e 93.341, davanti alla Campania, al Friuli-Venezia Giulia, le due province autonome, l’Abruzzo e la Puglia. Colpisce il Veneto, ancora al di sotto, con 68.464 Euro, che precede solo Valle d’Aosta, Umbria e Marche, Molise, Sardegna e Calabria, di nuovo ultima con una spesa media di 25.345 Euro per addetto.

 

Breve sintesi

Mettiamo in relazione gli andamenti delle variabili utilizzate e possiamo evidenziare i seguenti punti.

Nel rapporto tra la ripresa delle esportazioni e la ripresa del PIL, non si nota alcuna relazione forte, pur essendo questa l’unica componente dinamica della domanda. Lo shock deflazionistico ha spinto soprattutto le regioni con minore propensione all’export ad aumentare la ricerca di mercati esteri, senza però compensare l’impatto negativo delle altre componenti. Alle aree con maggiore propensione storica alle esportazioni, è bastato invece recuperare e sopravanzare anche di poco i livelli di esportazione precedenti, per recuperare anche a livello del PIL.

Analoga relazione scarsamente significativa si nota nel rapporto tra l’andamento della spesa in ricerca e sviluppo delle imprese e l’andamento dell’export. Questo può indicare che nelle zone più deboli, la spinta verso l’export è avvenuta senza sufficiente sviluppo dell’innovazione e questo spiega anche il basso impatto dell’export sul PIL.

C’è invece una relazione positiva tra l’andamento della spesa in ricerca e sviluppo delle imprese e del PIL. Il Nord Est, anche se con le sue eccezioni, guida questo andamento, seguito da Nord Ovest e Centro, mentre il Mezzogiorno è la conferma al contrario: cala la spesa in ricerca e sviluppo delle imprese, cala il PIL. Qui appare chiaramente un segnale di una parte del paese che si stacca.

Esaminando il rapporto tra i valori assoluti pro capite delle tre grandezze, si osserva invece una relazione stabilmente positiva, come è ovvio aspettarsi. Purtroppo è ovvio, ma duro da constatare, che le disparità territoriali tendono ad ampliarsi, che qualche parte annaspa e qualche altra proprio non ce la fa. Emilia-Romagna, Lombardia e Toscana, sembrano, con diverse sfumature, le uniche regioni con i comportamenti tendenziali univocamente rivolti nella direzione del rafforzamento, naturalmente da verificare in questi ulteriori anni di persistenza della crisi. Purtroppo non basta, perché altre regioni sembrano invece avere intrapreso un percorso di ripiegamento molto acuto.

In questo articolo non è stato analizzato il problema inevitabilmente conseguente, della disoccupazione. Ma oltre al dato complessivo e alle sue gravi implicazioni sociali, il dato preoccupante è che la massima disoccupazione è proprio nelle fasce di età giovanili e intellettuali, proprio quelle che potrebbero generare il cambiamento necessario per riattivare il processo di crescita in un contesto avverso dal punto di vista macroeconomico.

 

Suggestioni

La prima sensazione è quella di della necessità di una urgente presa di coscienza su come affrontare la doppia emergenza territoriale e del rafforzamento strutturale. Sembra evidente che non si possa prescindere da un riconoscimento della dimensione territoriale, pur con la necessità di una regia in grado di rispettare autonomie e differenze, ma anche diversi gradi di difficoltà e di incisività delle politiche. La recente tendenza neocentralista appare evidentemente un suicidio per il paese in questo contesto, a meno che non accompagnata da una svolta autoritaria che non ci vogliamo augurare.

Tuttavia, se è necessario un approccio regionale o sovraregionale, ma comunque territoriale, questo deve per forza di cose essere flessibile e adattabile. Non è possibile stabilire trasversalmente quote rigide su qualsiasi ambito di intervento. Pensiamo al PON Ricerca, che ha irrorato il Mezzogiorno di risorse per la ricerca e sviluppo. Dove sono finite e cosa hanno prodotto queste risorse? La componente privata della R&S, con pochissime eccezioni sta diminuendo, anzi, a volte scomparendo. Perché allora non destinare una parte consistente di queste risorse ad un maggiore rafforzamento strutturale delle regioni centro-settentrionali, maggiormente impegnate nella sfida competitiva, essenziale al futuro del Paese, e contemporaneamente concentrarsi nel Mezzogiorno in politiche di investimenti produttivi, in modo da creare una base industriale, e su questa, in futuro, intervenire di più a sostegno dell’innovazione?

Come si diceva anche sopra, è necessario agire su diversi tasti per aumentare il valore aggiunto, non solo su quello tecnologico, ma anche sugli elementi del contenuto comunicativo e sociale, sulla gestione della parte immateriale della catena del valore. Alcune esigenze di medio periodo, sa questo punto di vista possono essere:

–      l’immissione nel sistema di risorse manageriali molto concrete, “in jeans più che in giacca e cravatta”, in grado di affrontare in modo pratico e dinamico le esigenze di sviluppo e di cambiamento delle imprese;

–      lo sviluppo di strumenti di finanza industriale con forte partecipazione pubblica per la riduzione del rischio, ma necessari per accompagnare le imprese nelle fasi di avvio, crescita, rafforzamento competitivo, ristrutturazione;

–      lo sviluppo di un nuovo sistema di intermediazione più attivo e professionale; non più di rappresentanza sindacale o limitato all’erogazione di servizi di base, ma rivolto a costruire reti e progetti sul territorio, laddove si individuano energie e potenzialità di sviluppo e di innovazione.

E’ necessario, a fianco al rilancio della politica industriale, una ripresa di azione sul territorio nel rispetto delle specificità, ma anche con strumenti nuovi e in grado di affrontare l’apertura internazionale, misurando i risultati in modo non formalistico, ma sostanziale.

 

 

Category: Economia, Osservatorio Emilia Romagna, Osservatorio Sud Italia

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About Silvano Bertini: Silvano Bertini è laureato in Scienze politiche all'Università di Bologna. E' stato Senior researcher per Nomisma (Bologna) dal 1988 al 1997. E poi stato Research manager per l'Istituto per il lavoro (Bologna) dal 1988 al 1989. E' dal 1989 responsabile per la Regione Emilia Romagna del Servizio politiche di sviluppo economico, ricerca industriale e innovazione

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