Riccardo Petrella: Il cammino di una Europa da ri (costruire)

| 4 Luglio 2014 | Comments (0)

 

 

 

 

Diffondiamo dal numero 184 di “Inchiesta” aprile-giugno 2014

Riccardo Petrella, candidato non eletto della lista “Un’altra Europa per Tsipras” riflette sulle elezioni europee 2014 e indica un duplice lungo cammino da percorrere

 

Breve premessa personale

E’ stata per me la prima volta che, in quasi cinquantanni di “militanza” civile e cittadina, ho partecipato ad una elezione politica, per di più come candidato. Una bella esperienza di vita. Non perchè tutto sia stato gradevole,   corretto, senza delusioni, ma perchè per due mesi ho vissuto in uno stato di entusiasmo e di convinzione di partecipare ad un lavoro collettivo di grande rilievo l’obiettivo essendo quello di far rieleggere al Parlamento europeo (PE) (da cui erano stati cancellati nel 2009) dei rappresentanti della “sinistra italiana”. E cio’per “cambiare l’Europa”, per un’Altra Europa ! Non fa mica parte di ogni giorno il pensare di trovarsi impegnato in uno sforzo pubblico di trasformazione della società! Quest’esperienza è un privilegio raro, come lo è diventare membro del Parlamento europeo per rappresentare, insieme ad altri  750  eletti, un popolo di 509 milioni di persone! Non sono  diventato europarlamentare. Direi una bugia se non riconoscessi che sono un po’ dispiaciuto. Sono pero’ contento di aver contribuito , con tante migliaia di altri militanti e simpatizzanti in Italia, al raggiungimento dell’obiettivo predetto. Per quanto piccola sia la sua pattuglia, la “sinistra italiana” è di nuovo rappresentata al PE. Si tratta ora di ripartire per un (lungo) cammino di trasformazione radicale dei processi d’integrazione europea. Costruire un’ Europa giusta, e non escludente ed inuguale come l’attuale;  democratica, e non dominata dalla potenza dei  gruppi  oligarchici finanziari, industriali e commerciali mondiali; pacifica e libera, non sottomessa al diktat guerraiolo e militarista del grande “fratello” transatlantico; ricca e felice delle sue diversità anche culturali, di stili  di vita, di popoli, di città. Oggi invece tutti “i diversi” non amano l’Unione europea,

 

1. La lista “Un’Altra Europa” e il nuovo Parlamento europeo

Il cammino della trasformazione  sarà effettivamente lungo. I popoli d’Europa hanno espresso con le urne un insieme di visioni e di preferenze su cosa deve essere l’Europa e come “lavorare”’ insieme che non vanno nelle direzioni  proposte da “Per un’Altra Europa”. Gli Europei hanno ridato il potere maggioritario ai due gruppi politici europarlamentari, il PPE (Partito Popolare Europeo) ed al S&D  (l’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei  Democratici) la coalizione dei quali ha “sterilizzato” nelle due precedenti legislazioni (10 anni) le attività del PE, tanto che i grandi media europei avevano chiamato l’assemblea del Parlamento europeo “il grande stagno”. Per quanto leggermente indeboliti, gli S&D un po’ più dei PPE, e ancora più differenziazti al loro interno,  è molto probabile che le due formazioni si ritroveranno nuovamente “uniti” nella “grande coalizione di centro”.  Il fatto non costituirebbe una sorpresa perché le elezioni hanno confermato l’esistenza in Europa, a partire dagli anni ’90, di un forte blocco sociale europeo centrista, prevalentemente europeo occidentale, che  “comprende” un arco estremamente largo di  concezioni e di interessi “sociali” condivisi  da numerose categorie e  gruppi sociali. Il partito laburista inglese od il PD italiano, da un lato,  e la CDU tedesca, dall’altro,  illustrano bene la  copertura di interessi e di visioni della configurazione “politica” del blocco sociale europeo centrista. Questo blocco è il risultato “vincente”di quarantanni di “Stato del Welfare”  che ha favorito l’ aumento del benessere socio-economico collettivo (malgrado le differenze fra i sistemi nazionali  di  protezione e di sicurezza sociale generale). Soddisfatti dello stato acquisito e orientati a perennizzare  e rinforzare gradualmente la loro  posizione, i membri di questo  blocco sociale  sono imprenditori medio-piccoli, agricoltori inseriti nel grande sistema dell’agricoltura indusriale intensiva globalizzata, operai ed impiegati di grandi imprese multinazionali, managers, artigiani di nicchia, professioni liberali,  pensionati benestanti, bancari e operatori dei servizi finanziari, “piccoli” azionisti, operatori del mondo dei media (vecchi e nuovi), universitari e mondo della ricerca, amministratori di collettività locali., funzionari pubblici. Le frange squisitamente tecnocratiche del blocco, attive a livello europeo ( il centinaio di  migliaia di managers,  “esperti”, funzionari delle istituzioni europee e “lobbisti”)  sono le punte avanzate delle elite al  potere in quanto rappresentanti del blocco sociale europeo centrista. I suoi componenti sono  all’origine di una grande deriva storica socio-politica e culturale. Essi hanno rivoltato le maniche della casacca agendo in prima persona in favore dello smantellamento della società del welfare  mantenendo a loro vantaggio i diritti acquisiti nel passato grazie al Welfare. Cosi, oggi  non amano che questa Europa cambi; non domandono  che si sconvolgano le leggi e le istituzioni nazionali ed europe sulle quali riposano il loro status e le loro posizioni di potere. Sono convinti che la Banca Centrale Europea deve essere indipendente dalle altre istituzioni dell’UE, Parlamento europeo compreso. Non stimano che sia necessario modificare i principi ed i meccanismi della finanza attuale salvo per rivendicare meno scandali, un po’ più di  etica e di protezione  del denaro risparmiato ed accumulato dopo  tanti anni di lavoro.  Credono nella competitività come modello di selezione  e di retribuzione dei migliori, perché oramai considerano che i diritti umani e sociali si  devono meritare. Sono convinti che i poteri forti devono essere in grado di governare, di decidere rapidamente anche per lottare contro gli abusi dei “profittatori” (dicono, specie fra le popolazioni immigrate) del sistema di protezione e di sicurezza sociale. Più sono deboli  nel rivendicare un rafforzamento a livello nazionale ed europeo della lotta contro le inuguaglianze sociali, l’evasione fiscale ed i paradisi  fiscali, più sono accaniti contro quella che ora considerano essere la “generosità” sociale nei confronti degli immigrati, dei meno agguerriti, dei meno competenti. Non hanno alcuna intenzione di diminuire le spese militari o di rimettere in questione l’esistenza della NATO. Anzi….

Salvo conflitti forti e cambiamenti di strategia imprevisti ed imprevisibili, i due gruppi europarlamentari rappresentanti il blocco sociale europeo  centrista  convoleranno di nuovo a nozze almeno  per i primi due anni e mezzo della legislatura. Anche se Juncker non dovesse essere nominato presidente della Commissione europea, il suo (o la sua) sostituto/a non sconvolgerebbe i rapporti di forza tra i due gruppi.

La nuova legislatura, tuttavia  si annuncia  meno stagnante della precedente. Le ricorrenti crisi economico-finanziarie, la drammaticità della disoccupazione giovanile, l’accentuazione dei fenomeni xenofobi,  razzisti e dei movimenti nazionalistici,  Il fallimento delle politiche di austerità hanno favorito  un’accresciuta diversità/frammentazione interna a ciascuno gruppo. La “grande coalizione” sarà più spesso scossa da  conflitti  interni ai due coalizzati.

Più pesanti anche  rischiano di diventare “i disturbi” alla quiete provocati dalle inevitabili alleanze ad hoc, variabili a seconda dei temi trattati, fra gli altri eurogupppi parlamentari. In effetti, le alleanze saranno più multiformi e più “liquide” di quelle intervenute nel passato perché non ci saranno più solo i cinque eurogruppi “minori” costituiti dall’ALDE (Alleanza dei democratici e dei Liberali per l’Europa), i Verdi europei , il gruppo ECR (Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei)  la Gue-Ngl (Sinistre europee) e l’EFD (Europa della libertà e della democrazia). Bisognerà ora contare anche sui 104 deputati appartenenti ai “Non iscritti” e ad “Altri” la cui stragrande maggioranza fa parte della categoria detta degli ”euroscettici” e degli “antieuropei”. (1)  Inoltre, i nuovi arrivati (penso in particolare agli Italiani del M5S, agli Inglesi dell’ UKIP…) e quelli che si ritrovano più numerosi (i Francesi del FN di Marine Le Pen) hanno l’aria di essere più aggressivi, specie rispetto agli obiettivi dell’integrazione politica europea.  Il partito che , comparativamente a livello europeo, ha  “più trionfato” alle elezioni, è stato quello di Marine Le Pen all’insegna di “No a Bruxelles, si alla Francia”. E’ evidente che la pattuglia dei tre Italiani di “Un’Altra Europa”  iscritti alla GUE-NGL  non avranno una vita facile per far valere , dapprima in seno al loro eurogruppo, e poi nelle alleanze con gli alri gruppi , la promozione  delle proposte difese durante la campagna elettorale,  non solo in materia di lotta contro l’austerità. Molto dipenderà dalle alleanze che farà la GUE, anch’essa assai  variegata al suo interno e che nel passato  non sempre ha brilllato per compattezza e  chiarezza di scelte. Oggi,  il gruppo GUE è  più forte di prima (attorno ai 50 anziché  39 deputati). E’ il solo gruppo fra  quelli menzionati ad aver visto aumentare il numero dei suoi deputati. Il che è molto incoraggiante per la sinsitra.   Da notare pero’ che i suoi più “possibili” alleati quali i Verdi sono un po’ più deboli e, al momento, guardano con un occhio più attento in direzione dei deputati M5S i quali  hanno invece deciso di allearsi con  i “nazionalisti” dell’UKIP e di altre pattuglie di deputati “non iscritti”,  di destra. Certamente la presenza di Barbara Spinelli costituisce un atout importante. Ma per fare primavera, come mostra l’influenza piuttosto limitata che hanno potuto avere sulle decisioni del PE José Bové e Cohen Bendit, pertanto leaders rispettati di iivello europeo, ci vuole più di una rondinella.

 

2. Un duplice lungo cammino

Il duplice cammino cui mi riferiscoo in queste riflessioni non é quello, pur inevitabile e determinante, di natura organizzativo-politica che dovranno affrontare, a livello europeo e nazionale, tutti coloro  (non solo i tre eurodeputati)  che, come me,  a diverso titolo hanno creduto, lottato e votato “Per un’Altra Europa”. Già il solo cammino nazionale è stato piuttosto faticoso prima del 25 maggio e resta ancora faticoso dopo. Riguardo il livello europeo, le

incognite e le incertezze rimangono  ancora numerose. E’preferibile, pertanto, trattarne in maniera approfondita separatamente.

Il cammino cui penso in priorità riguarda gli orientamenti politici e le scelte rispetto le due grandi sfide che oggi sono al centro  della maniera di concepire e vedere il divenire dell’Europa nel corso dei prossimi 20-30 anni. Da questo dipendera non solo la pertinenza e l’importanza delle scelte che saranno fatte sul piano organizzativo-politico, ma soprattutto la capacità di formazione e sviluppo di una “sinistra” italiana capace di incidere sulla definizione delle priorità dell’agenda politica (culturale e societale dell’Europa. Si tratta, per esempio,  di sapere quali proposte precise promuovere per far cambiare la “Strategia Europa 2020” centrata sul paradigma esclusivo della “nuova” crescita e, per conseguenza, sulla priorità assoluta della gestione efficiente delle risorse? Questa strategia è alla base dell’agenda politica dell’UE. Essa  ha consacrato le scelte  del 1992 e del 2000 che hanno costruito l’Europa attuale.

 

2.1 Il primo cammino. La  sfida della depoliticizzazione della politica

In un sistema democratico,  la politica – cioè, le regole e l’organizzazione del vivere insieme e del governo della res publica –  fa parte della sfera dei valori e dei fini di  una comunità umana per cui i  responsabili “politici” sono  eletti dai cittadini ed agiscono in quanto rappresentanti di questi ultimi. Per depoliticizzazione della politica si intende l’insieme dei principi e dei  dispositivi che tolgono la politica dalla suddetta sfera  per ridurla ad una pratica di gestione efficiente, in termini di costi e benefici,   dei mezzi e delle risorse disponibilie, esistenti e potenziali,  per cui la responsabilità “politica “ è essenzialmente affidata ai “tecnici” ed ai portatori d’interesse, anche senza ricorrere  ad  elezioni  da parte dei cittadini. La depoliticizzazione della politica è iniziata negli anni ‘80  in maniera trasversale a (quasi) tutti gli schieramenti politici e gruppi  socioeconomici del blocco sociale europeo. Al suo interno, i gruppi sociali dominanti hanno diffuso ed imposto  una visione della vita e del mondo fondata sul primato dei mezzi, in particolare  la tecnica (sempre di più chiamata ‘tecnologia’), il mercato, la finanza,  tanto che negli anni ’90 le classi dirigenti  sostennero che era  venuto il tempo della fine delle ideologie (niente più destra e sinistra; nessuna alternativa possibile…) e che era  cominciato il tempo della politica del fare, della cultura del  “fare crescita” (economica), la “crescita” essendo data come lo strumento chiave per il benessere, la potenza, la felicità,  un concetto universale, super partes, non discutibile, al di là delle frontiere e delle culture. Lo slogan della campagna élettorale europea dei socialisti francesi è stato  molto ambiguo“Imponiamo una nuova crescita”. Non per nulla hanno perso a sinistra e a destra ! Da qui, la politica intesa come pratica di saper ben gestire le risorse materiali ed immmateriali, naturali ed umane, per far crescere il PIL, ed il ruolo centrale attribuito  all’economia ridotta a  “scienza della gestione delle imprese per creare valore per il capitale finanziario”. Onde, il primato attribuito all’innovazione tecnologica , agli esperti, al “management” e quindi alla sottomissione alle “leggi” del mercato  libero su  scala mondiale ed alla competitività , ai meccanismi finanziari speculativi, alla mercificazione, monetarizzazione e privatizzazione di ogni forma di vita.

Negli ultimi anni, le credenze ideologiche dei gruppi dominanti anche in italia hanno messo in dubbio non solo il primato ma il ruolo stesso  dello Stato in quanto soggetto regolatore della res publica e del vivere inseieme. Oggi,anche la classe politica afferma che l’obiettivo consiste nell’avere sempre meno Stato, l’ottimo essendo il raggiungimento di una “Stateless Society” (una società senza Stato), secondo le concezioni diffuse dalla grande maggioranza dei manuali di economia e di scienze sociali delle università americane ed americanizzate del mondo da più di quaranta anni. In Italia, molto diffuso è oramai il principio che il governo preferibile è quello dei tecnici e che  in un mondo  fondato sulle conoscenze, i “ big data” e l’informazione globalizzata, istantanea, tutto dipende da modelli di management d’imprese private sul mercato , modelli  che non lasciano  alcun spazio alle finalità umane, sociali e culturali. . L’economia “globale” dei mercati e della finanza è separata, autonoma, sovrana, rispetto alle altre dimensioni. E’ di pochi giorni orsono l’annuncio del  governo Renzi di ridurre a meno di mille le 8 mila  imprese ex-municipalizzate,   svendendo  al settore privato, invece di rimodernare l’economia pubblica,  la quasi totalità dei servizi  locali. Altrove, in Germania, Svizzera, Belgio , Paesi bassi, Paesi scandinavi,  la grande maggioranza dei servizi locali restano di responsabilità ed in mano pubblica e svolgono un ruolo essenziale positivo sul piano socio-economico per i diritti, il benessere collettivo e lo sviluppo dei territori.   Inoltre, da noi, le classi dirigenti proclamano il loro scetticismo sulle forme di governo demo-cratiche rappresentative per non parlare di quelle partecipative dei cittadini. I processi democratici (i parlamenti, i dibattiti e le consultazioni pubbliche) sono considerati strumenti vecchi, palle ai  piedi dei governi che vogliono e devono decidere subito, rapidamente senza troppe tergiversazioni. Di governo pubblico parlano sempre meno, mentre sempre di più praticano la “governance economica ” fondata sui “portatori d’interesse” (gli “stakeholders” ) che altro non è che la privatizzazione del potere politico.

La nuova ondata di investimenti del capitale privato nel settore dell’acqua  non è certo aliena alla tendenza dei dirigenti a privatizzare il potere politico sotto la forma di una depoliticizzazione “tecnocraticizzata” della politica.

A lvello europeo, Il sistema “UE” si è trasformato in un terrreno privilegiato di concretizzazione della depoliticizzazione della politica. Le due principali  realizzazioni dell’”integrazione” sono state la creazione nel 1992 del “mercato interno integrato”  e l ‘adozione nel 1999-2000 della “moneta unica europea” (l’euro). Una delle conseguenze maggiori della concretizzazione del “mercato  interno” (circolazione delle merci, delle risorse, dei capitali, delle persone,….) è stata l’esclusione dell’intervento dello Stato (nazionale  e dell’Unione ) nelle materie progressivamente sottomesse alle regole del mercato europeo interno perché detto intervento è considerato fonte di distorsione del funzionamento (supposto) concorrenziale del mercato integrato. Quindi ,” più mercato interno integrato, meno Stato”. (2). Per questo, i dirigenti europei hanno deciso nel   1997 di chiamare  l’Europa non  più  “Comunità europea”, ma  ”Unione di Stati”.  A partire dal  1997 non vi sono più obiettivi comunitari europei, politiche europee comuni, metodo comunitario di funzionamento delle istituzioni europee. L’Unione è un’organizzazione fondata sui principi tipici degli organismi internazionali  intergovernativi quali: si avanza per accordi, Trattati, protocolli di azione (gli Stati membri essendo liberi di firmarli e di ratificarli), per obiettivi e programmi concordati, tramite il coordinamento delle politiche nazionali degli  Stati aderenti. Cosi , nel contesto dell’UE vi sono Stati che fanno parte dell’Euroland ed altri non; quest’ultimi  non sono necessariamente gli stessi di quelli che aderiscono o no al Trattato Schengen, od al Patto sociale di Nizza…

L’Europa “à la carte” è una realtà. Essa è iniziata con il Patto di Stabilità e di Crescita (PSC) approvato nel 1997 ma non da tutti gli Stati membri ,  relativo al controllo delle politiche di bilancio pubbliche e che ha introdotto i famosi

vincoli” alle spese degli Stati , specie le spese sociali, e  cioé: il deficit pubblico non deve superare il 3% del PIL, quello del debito publico non puo sorpassare il 60% del PIL. Il PSC è stato considerato indispensabile per “assicurare”  il processo d’integrazione monetaria con strumenti tecnocratici , visto che l’integrazione dei mercati, lungi dall’avere favorito la convergenza economica in seno all’Unione, , ha contribuito ad accentuare le diversità ed inuguaglianze strutturali fra i paesi dell’Unione. Tra il 1997 ed il 2013 è stata una serie continua di accordi, patti e misure (Six Packs, Two Packs e Fiscal Compact…)il cui obiettivo, di fronte anche alle crisi economiche e finanziarie generali, è stato quello di togliere ai poteri pubblici democratici nazionali ed europei il controllo della politica per affidarlo alle forze economiche del mercato.

In questo  contesto, anche la creazione della moneta unica europea ha condotto agli stessi risultati. Le  teorie funzionaliste che hanno orientato il processo d’integrazione europea ad oggi fin dagli anni ’50, (3) hanno sempre predicato e “promesso” che la creazione di una moneta unica europea sarebbe stata l’utlima tappa che avrebbe indotto  alla formazione di un potere politico federale europeo . La realtà non ha corrisposto alla teoria. L’euro è stato creato senza la formazione di un potere politico federale. La responsabilità della politica monetaria e finanziaria è stata affidata a nuove istiituzioni e soggetti che sono ben lungi dal costituire il potere politico federale europeo democratico.   La politica monetaria è stata attribuita alla Banca Centrale Europea (BCE), nuova istituzione  politicamente indipendente dalle altre istituzioni europee anche simbolicamente sul piano della sua localizzazione (Francoforte, “lontano” da Bruxelles). La BCE non deve rispondere  davanti al Parlamento europeo nè agli Stati membri per quanto riguarda le sue decisioni.

Diciotto “governatori” , de facto cooptati dal mondo monetario e finanziario, sono interamente indipendenti dai rappresentanti eletti di 509  milioni di cittadini europei. Bel progresso per la democrazia rappresentativa e, soprattutto, reale. Dal  canto suo, la politica finanziaria è stata affidata agli

operatori dei mercati finanziari. La BCE afferma che nell’operare le sue scelte monetarie  “reagisce” principalmente all’andamento dei mercati finanziari i quali sono i principali attori che determinano il valore del capitale. Glii Stati non solo non creano più la moneta, compito lasciato ad una dozzina di grandi banche mondiali (tutte private), ma  hanno anche  perso ogni sovranità sulla loro politica di bilancio  (la “legge finanziaria annuale”)  con l’approvazione  nel 2011-13 del cosidetto “fiscal compact”, cioé il patto europeo di bilancio, il quale  sottomette l’adozione dei bilanci pubblici nazionali all’approvazione della Commissione europea. Peraltro, questa  prende le sue decisioni in merito senza dover nemmeno domandare l’avviso (!) del Parlamento europeo.

Delegitimare la depoliticizzazione della politica  (in realtà si tratta di una profonda privatizzazione ideologica e istituzionale della politica) e ri-costruire un sistema politico pubblico di natura pluralista partecipativo,  basato sulla sovranità e la sicurezza condivise, sulla la protezione e promozione dei beni e servizi comuni essenziali per la vita  al servizio dei diritti umani e sociali per tutti, domanderà molti cambiamenti e molti anni. Per questo un secondo cammino va di pari passo.

 

2.2 Il secondo cammino. La sfida della mercificazione, monetarizzazione/ finanziarizzazione e privatizzazione della vita. Per l’uguaglianza e la giustizia.

Dopo più di mezzo secolo d’ “integrazione economica” , l’Europa è “fratturata” dalle divisioni tra i ceti sociali ricchi e quelli poveri, i primi sempre più ricchi, i secondi sempre più numerosi ed impoveriti. Le divvisioni attraversano gli Stati, le regioni, le città, le campagne, e sono strettamente legate alla grande disoccupazione che macera decine di milioni di giovani, di adulti e  di famiglie. Risultato primario delle logiche predatrici del sistema produttivo e finanziario attuale, l’impoverimento attuale di 120 milioni di cittadini dell’Unione è altresi il prodotto di scelte elitiste ed ingiuste del sistema politico-istituzionale europeo tecnocratico ed autoritario di cui sopra. Come già notato, esso è frammentato nel suo seno tra “Euroland” e Stati “non Euro”, l’Europa della zona Schengen e quelli “non Schengen”, l’Europa del “patto sociale” e quelli non aderenti ) , l’Europa della Banca Centrale Europea, istituzioone  politicamente indipendente dalle istituzioni dell’UE, l’Europa militare inquadrata nella e dalla NATO, , l’Europa del Consiglio d’Europa (inclusiva delll’Ucraina e della Bilorussia), per non parlare dell’Unione per il Mediterraneo.

La campagna elettorale,  non solo in italia, non ha affrontato con serietà e approfondimennto le soluzioni pratiche ed appropriate alla gravità dei problemi e delle sfide. Per restare in italia, i dibattiti sono stati dominati e sviliti dal primato dato agli scontri tra i “grandi” leaders (Renzi, Grillo e, un po’ meno, il declinante Berlusconi) e dalle discussioni “locali” sulle possibili ed inevitabili ricomposizione delle appartenenze partitiche e delle aggregazioni dei piccoli attorno ai due/tre “grandi”. Il futuro della gente al di là della sacca dei propri  elettori “naturali” non ha infiammato le piazze. Peraltro, ad eccezione del M5S e della lista “Per un’altra Europa” , la campagna pubblica nelle strade è stata debole, sparuta.Anche a questo rigurado si puo’ dire che la depoliticizzazione della campaga politica ha prevalso.  Certo tutti hanno parlato in termini generali dei giovani, dei poveri, di democrazia, di difesa dell’ambiente, di sicurezza urbana, di lotta contro l’austerità, di occupazione, di pace….ma il fondo,la sostanza politica di lungo termine dei problemi e delle sfide non sono stati trattati, disseccati, proposti. Ha prevalso la convinzione, per esempio, che il problema della politica della difesa dell’Unione e della permanenza o meno della NATO non è considerato come un problema,  oppure che i gruppi dominanti hanno già deciso che la NATO esisterà e sarà persino rafforzata (l’inaugurazioone della nuova sede della NATO nel prossimo anno a Bruxelles ne sarebbe l’illustrazione lampante). La ripubblicizzazione dell’acqua e la lotta contro la sua monetarizzazione nel contesto più generale della lotta contro la monetarizzazione della natura e del vivente; cosi come la ripubblicizzazione dell’energia, della salute, dell’alloggio, della ricerca e della conoscenza…..non sembrano  aver fatto parte dell’agenda politica europea dei prossimi 20-25 anni delle forze politiche e sociali italiane. I media stessi, tradizionali e non, li hanno occultati o marginalizzati.

Ma non ci si puo’ illudere. Le grandi questioni sociali,di vita , non lasceranno gli Europei accontentarsi del presente.

Nei primi decenni della seconda metà del secolo scorso, la grande “questione sociale” fu relativamente “risolta” grazie ad un equilibrio più giusto rispetto al passato tra, da un lato,  la garanzia e la protezione di diritti di esistenza e di vita decente per tutti e, dall’altro lato,  la produzione, distribuzione ed uso sostenibile della “ricchezza” (prosperità) creata. Nell’Europa attuale centrata sul primato della crescita della ricchezza finanziaria privata (capitalizzazione borsistica) e delle regole del mercato, i diritti sono praticamente scomparsi, e la ricchezza predatrice finanziaria é diventata fonte di inuguaglianze e di ingiustizie sempre più gravi. Nel mercato e nel mondo della finanza non ci sono diritti.  Quel che conta è il potere d’accaparramento individuale e corporatista della ricchezza prodotta a scapito della maggioranza degli abitanti della Terra, con dilapidazione dei beni della Natura.

Siamo confrontati ad un ritorno, mutatis mutandis,  alla “questione sociale” quale vissuta e affrontata  nel corso del XIX° secolo, soprattutto a livello nazionale. Non possiamo pero’ risolverla unicamente con gli strumenti di analisi e le soluzioni  del XIX° secolo. Oggi, i diritti umani e sociali universali, sono tali e debbono esserlo, non solo sulla carta, nelle dichiarazioni universali o nelle carte costituzionali nazionali.

Per essere realmente  garantiti e protetti  con  giustizia, per tutti, a livello mondiale e dell’umanità, al di là dei popoli o  delle “nazioni” , o semplicemente delle varie  comunità umane, è necessario ed indispensabile che i beni ed i servizi essenziali ed insostituibili per la vita ed il vivere insieme ad essi strumentali siano sotto la responsabilità ed il governo diretto dei poteri pubblici e dei cittadini.

Ora, siamo ben lontani dal riconoscimento di detti beni e servizi come beni e servizi comuni pubblici mondiali. La loro privatizzazione, mercificazione e monetarizzazione/finanziarizzazione dimostra che i gruppi dominanti e, a livello europeo, i membri del blocco sociale europeo centrista, sono addirittura opposti al loro riconoscimento in quanto beni e servizi comuni pubblici “nazionali” vuoi “locali”. Un enorme lavvoro resta quindi da realizzare per superare un tale ostacolo.

Un primo passo importante consiste a vietare che la gestione dei servizi idrici,  di una rete di ospedali, di parte del suolo urbano per il diritto all’alloggio, o  della ricerca sul vivente,  sia affidata ad imprese quotate in Borsa. In effetti, non ci si puo’ attendere che l’accesso a detti beni e servizi sia assicurato come un diritto  umano universale. L’accesso sarebbe  condizionato al pagamento di una fattura che consenta ai prestatari dei beni e dei siervizi di coprire i costi e produrre un profitto il più elevato possibile per il capitale investito.  Nel caso dell’acqua, della salute e della casa, se i cittadini non pagano le fatture corrispondenti in quanto “consumatori” e “clienti”, prima o poi sono esclusi dal loro accesso. La maggioranza dei cittadini deve oggi “spendere” più della metà del loro reddito mensile per l il pagamento dell’affitto di un appartamento . o indebitarsi per 15-20 per ‘compare” una casa. Che differrenza c’è allora tra l’accesso all’acqua per la vita  e l’accesso all’automobile? In entrambi i casi v’è l’obbligo di pagare un prezzo di mercato.  Il diritto, invece,  significa che la copertura dei costi è un obbligo per la collettivitàa (via la fiscalità) e che il governo del bene e dei servizi è assicurato direttamente da organismi , vuoi imprese, pubblici in nome , da e con i cittadini su basi comunitarie , dal livello locale al livello mondiale.

 

A titolo di conclusione sommaria

I risultati delle elezioni europee , pur permettendo alle “sinistre in Europa” di uscirne rinforzate, specie nei paesi del Sud dell’Europa, hanno mantenuto il potere reale di decisione, d’influenza e di controllo,  nelle mani del grande blocco sociale europeo centrista poco favorevole ai cambiamenti radicali se non quelli che vanno nella direzione del rafforzamento del loro potere. Inoltre hanno dato uno spazio sempre più importante e forse incisivo a gruppi politici in chiara rottura culturale e politica contro i principi di democrazia, di giustizia sociale, di fratellanza e di uguaglianza riconosciuti nella maggior parte delle costituzioni degli Stati membri dell’Unione. Non si tratta di prospettive certamente incoraggianti. Cio’ non significa pero’ che il futuro è chiuso. Il cammino  verso la costruzione di un’Altra Europa sarà lungo e difficile ma non impossibile.Sono stati milioni gli Europei che hanno votato per le forze politiche membri della GUE-NGL. Tocca a tutte le donne ed agli uomini associati all’eurogruppo nei paesi dell’UE di trasformare questi  milioni di voti in fattori di mutamento del divenire delle società europee verso una nuova “Comunità europea”.

Alla luce di quanto precede due priorità emergono  al centro dell’agenda di lotta per un’Altra Europa:

·      Concepire e realizzare “Un nuovo Patto politico-sociale europeo” in una prospettiva mondiale di uguaglianza e di giustiza

L’obiettivo dovrebbe essere quello di sradicare  i fattori strutturali dell’impoverimento in Europa e delle inegaglianze promosse dalle scelte erronee ed ingiuste dell’UE,  nei tempi e secondo le modalità definite in un “Piano di ricostruzione sociale, economica e politica dell’Europa, basato  su una riconfigurazione organica federale dell’attuale “sistema politico-istituzionale “ frammentato dell’Europa,  e su un programma d‘investimenti finanziari di 200 a 250 miliardi annui per 10 anni mirante a modificare radicalmente il  patto di stabiità e di crescita  ed il patto di bilancio europeo al fine di ricostruire la sovranità democratica e la sicureza condivisa dei cittadini dell’Europa.

·      Definire e realizzare “L’agenda europea 2015-2025 centrata su sei diritti chiave : alloggio/casa, acqua, alimentazione, salute, lavoro, educazione”.

L’obiettivo sarà quello di eliminare  i fattori strutturali che impediscono di concretizzare l’uguagliaza di base tra tutti gli Europei rispetto a detti diritti.

 

 

NOTE

(1) Non ho precisato il numero dei membri dei gruppi citati perché sono in fase di definizione. I gruppi sono pero’ menzionati  nell’ordine di  grandezza se le iscrizioni nel loro gruppo dovessero restare quelle previste. Al momento, il gruppo GUE-NGL è tra la sesta e la quinta posizione.

(2) La direttiva europea  MIFID del 2007 , che ha istituito il “mercato finanziario interno integrato”, ha esteso l‘esclusione ai servizi finanziari.

(3)  Le tesi funzionaliste sostengono che l’integrazione politica fra diversi Stati deve procedere per tappe partendo dall’integrazione dei mercati (unione doganale e commerciale). I mercati integrati  favoriranno la convergenza delle strutture economica fra i paesi impegnati nel processo d’integrazione eliminando le grandi ineguaglianze  economiche. La convergenza faciliterà la definizione e messa in opera di politiche comuni. Per essere efficaci e durevoli, le politiche comuni esigeranno un’integrazione monetaria, la quale è impossibile senza la formazione di un potere politico comune federale.

 

 

Category: Dichiariamo illegale la povertà, Economia, Osservatorio Europa, Politica

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About Riccardo Petrella: Riccardo Petrella .Presidente dell'Istituto Europeo di Ricerca sulla Politica dell'Acqua a Bruxelles, è professore emerito dell'Università Cattolica di Lovanio (Belgio) dove ha insegnato "mondializzazione". E' promotore dell'Università del Bene Comune a Verona con la quale ha lanciato nel 2012 in Italia insieme a numerose organizzazioni l'iniziativa internazionale "Dichiariamo illegale la povertà - Banning poverty 2018". E' considerato il pioniere dell'acqua pubblica in Europa da cui è nato il movimento dell'Acqua Bene Comune in Italia. Fra i principali esponenti dell'altermondialismo ha creato nel 1991 il Gruppo di Lisbona, il cui rapporto "Limiti alla competitività" è stato tradotto in 12 lingue. Ha insegnato Ecologia umana all'Accademia di Architettura a Mendrisio (Svizzera). Attualmente sta coordinando la campagna "Dichiariamo illegale la povertà", alla quale la rivista «Inchiesta» aderisce attivamente ed è candidato per la Circoscrizione Nord Est per la Lista Un altra Europa per Tsipras.

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