Luciano Gallino: Lettera al presidente dell’INPS

| 13 Febbraio 2015 | Comments (0)

 

 

 

Diffondiamo da  La Repubblica del 13 febbraio  2015 questo intervento di Luciano Gallino sulle pensioni

 

Caro professor Boeri, mi permetto di richiamare la sua attenzione sul fatto che l’informazione riguardo alle pensioni è in gran parte incompleta, fuorviante o addirittura falsa. È superfluo ricordare che qualunque informazione venga diffusa in merito alla previdenza pubblica tocca milioni di persone che sperano di arrivare quanto prima a percepire una pensione, e altri milioni che una pensione già riscuotono. Penso che tutti loro abbiano un ragionevole diritto a che l’informazione pubblica sul sistema pensionistico sia possibilmente completa e corretta.

Sono tre gli ambiti in merito ai quali si grida alla prossima rovina dell’Inps, ricorrendo a dati che sono o scorretti o scorrettamente usati. In primo luogo vi sono le gestioni deficitarie perché le pensioni pagate eccedono i contributi versati. In cima alla lista figura l’Inpdap, l’ente che gestisce le pensioni degli statali, da pochi anni incorporato nell’Inps. Nel 2012 ha registrato un disavanzo di 24 miliardi, in aumento dagli anni precedenti, compensato da un intervento dello Stato. Ma per la maggior parte esso non è affatto dovuto allo scarso numero di coloro che versano i contributi rispetto ai pensionati. È dovuto al fatto che molti enti della pubblica amministrazione, pressati dalle note ristrettezze di bilancio, da anni non versavano all’Inpdap, né ora all’Inps, i contributi dovuti. Piuttosto che rimediare ai mancati versamenti della Pa trasferendo all’Inps quei fondi che permettono a molti di accusarlo di gestione dissennata del bilancio, lo Stato farebbe meglio a fornire agli enti pubblici non in regola le necessario risorse. Perché non sollecitarlo in tal senso?

Ci sono, è vero, le gestioni in passivo alle quali i contributi non li versa quasi nessuno, vuoi perché i giovani che li versavano sono diventati pensionati e non sono stati sostituiti, oppure perché si tratta di prepensionamenti aventi per definizione una copertura contributiva insufficiente ma imposti a suo tempo dal governo. Il primo caso è quello dei coltivatori diretti: dato che il loro numero è fortemente diminuito con gli anni, oggi sono in tanti a ricevere la pensione, ma pochi a versare i contributi, da cui deriva un passivo di circa 6 miliardi l’anno. Il secondo caso riguarda (ex) ferrovieri, addetti ai trasporti, telefonici e altri, soggetti a prepensionamento forzato come forma di sostegno al reddito — che in quanto tale non avrebbe dovuta essere caricata all’Inps. Nell’insieme si tratta di circa 20 miliardi di passivo, ma sarà solo il tempo a tappare il buco di bilancio di queste gestioni. Nel frattempo questi resti del passato non dovrebbero essere usati per spaventare pensionati e pensionandi descrivendo l’Inps come un’azienda sull’orlo del baratro.

Un altro settore dove un suo intervento parrebbe indispensabile è l’enorme ammontare delle prestazioni assistenziali e affini di cui lo Stato più di 25 anni fa accollò la gestione all’Inps. Nel 2014, stando al Bilancio preventivo Inps, esse hanno comportato trasferimenti da parte dello Stato per oltre 95 miliardi. Per 77 miliardi si tratta di somme imputabili alla Gestione prestazioni temporanee (trattamenti di famiglia, di integrazione salariale — cioè la Cig — di disoccupazione, di malattia ecc.) e alla Gestione degli interventi assistenziali (principalmente oneri per il mantenimento dei salari e per interventi a sostegno della famiglia). Quei 17,7 miliardi restanti rappresentano le spese per invalidi civili (costituite dall’indennità ad personam, più il costo degli accompagnatori e simili). Tali onerosi trasferimenti non hanno nulla a che fare con l’ordinario sistema previdenziale — come si legge in numerosi rapporti dell’Istituto — tuttavia spingono molti commentatori a dire o scrivere che «le pensioni costano allo Stato più di 90 miliardi l’anno». Questa scorrettezza influisce negativamente anche sulle statistiche internazionali, poiché in ogni altro paese Ue le suddette spese sono imputate a voci quali “sostegno alla famiglia” o “esclusione sociale”. Al proposito cito da un bel rapporto del giugno 2014 curato dal centro studi Itinerari previdenziali su Il bilancio del sistema previdenziale italiano: «Sarebbe forse il momento per chi fornisce dati a Eurostat di far sì che la corretta classificazione delle spese pensionistiche consenta di evitare al nostro Paese lo stigma di una bassa posizione nelle classifiche Ocse e Eurostat per gli interventi a sostegno della famiglia, del reddito, della esclusione sociale e della casa mentre appare lo Stato che spende moltissimo per pensioni» (pag. 60). Mi pare che sarebbe un bel compito per il nuovo presidente Inps affrontare tale compito. Non da ultimo perché i nostri saggi commentatori desumono dalle statistiche Ocse e Eurostat che il nostro sistema pensionistico assorbe una quota eccezionalmente elevata sul Pil. Tuttavia, più importante ancora sarebbe un suo intervento sul governo affinchè rispolveri una proposta di legge di almeno vent’anni fa che prevedeva la separazione delle gestioni assistenziali dall’Inps, sì da allineare la situazione italiana a quella internazionale.

Richiamo infine la sua attenzione su un punto cruciale rilevato già tempo addietro da un noto esperto del sistema previdenziale, il professor Pizzuti dell’Università di Roma, e però ignorato in genere da chi esprime giudizi sulle pensioni. Il punto è che i pensionati italiani pagano l’Irpef al pari di ogni altro contribuente. Qualche anno fa il professor Pizzuti stimava che l’Irpef versata dai pensionati ammontasse a circa 48 miliardi, ossia tre punti di Pil. Al presente saranno forse qualcosa di meno, causa la crisi, ma fossero anche scesi a 45 ciò significherebbe comunque che i pensionati anche nel 2014 hanno fornito allo Stato i soldi per pagare le anticipazioni che ha versato all’Inps per tappare i buchi di varie gestioni previdenziali (21 miliardi), e inoltre hanno contribuito con 24 miliardi al derelitto bilancio pubblico. Per cui, prima di bastonarli come si usa da tanti proporre, bisognerebbe considerare la loro reale posizione economica, e soprattutto usare in modo corretto e completo i dati del sistema previdenziale. Mi auguro, signor presidente, che ella sia disponibile a operare in tal senso.

 

Category: Economia, Lavoro e Sindacato, Luciano Gallino e la rivista "Inchiesta", Politica

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About Luciano Gallino: Luciano Gallino (1927) nel 1956 viene chiamato dall'ingegnere Adriano Olivetti a collaborare all’Ufficio Studi Relazioni Sociali costituito presso la Olivetti - struttura di ricerca aziendale inedita in quel periodo in Italia - e successivamente, dal 1960 al 1971, ricopre la carica di direttore del Servizio di Ricerche Sociologiche e di Studi sull’organizzazione (SRSSO). Dopo aver ottenuto una Libera Docenza in Sociologia nel 1964, è diventato Fellow Research Scientist del Center for Advanced Study in the Behavioral Sciences di Stanford in California. Dal novembre 1965 al 1971 è stato professore incaricato presso la Facoltà di Magistero e la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino. Successivamente, dal 1971 al 2002, è stato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione della stessa Università, nella quale attualmente è professore emerito. Tra il 1968 e il 1978 è stato direttore dell'Istituto di Sociologia di Torino, una delle prime strutture di ricerca in questo ambito disciplinare costituite nell'università italiana. Dal 1999 a fine 2002 è stato Direttore del Dipartimento di Scienze dell'Educazione e della Formazione. In tale ruolo ha promosso lo sviluppo di un Centro specializzato nello studio e nella realizzazione di corsi orientati alla "Formazione aperta/assistita in rete". Parallelamente alla sua attività di ricerca e d'insegnamento, ha ricoperto diverse e prestigiose cariche istituzionali. Dal 1979 al 1988 è stato presidente del Consiglio Italiano delle Scienze Sociali. Dal 1987 al 1992 ha rivestito la stessa carica nell'Associazione Italiana di Sociologia. È socio dell'Accademia delle Scienze di Torino, dell'Accademia Europea e dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Dirige dal 1968 la rivista scientifica Quaderni di Sociologia. Ha collaborato inoltre con autorevoli quotidiani nazionali, in particolare tra il 1970 e il 1975 ha scritto su «Il Giorno», dal 1983 al 2001 ha collaborato con «La Stampa» e dal 2001 collabora con «La Repubblica». Fa parte del comitato scientifico della manifestazione "Biennale Democrazia". Dal 2007, è il responsabile scientifico del Centro on line «Storia e Cultura dell'Industria», progetto che promuove la conoscenza della storia industriale e del lavoro del Nord Ovest italiano dal 1850 a oggi, con finalità didattiche. Dal 2011 è Presidente Onorario e Presidente del Consiglio dei Saggi dell'AIS - Associazione Italiana di Sociologia. Tra i suoi ultimi libri: Globalizzazione e disuguaglianze (Laterza, 2000); Il costo umano della flessibilità (Laterza, 2001); L’impresa responsabile. Un'intervista su Adriano Olivetti (Comunità, 2001); La scomparsa dell'Italia industriale (Einaudi, 2003); Dizionario di Sociologia (UTET, 2005); L’impresa irresponsabile (Einaudi, 2005); Italia in frantumi, (Laterza, 2006); Tecnologia e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici (Einaudi, 2007); Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, (Laterza, 2007); Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l'economia (Einaudi, 2009); Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, (Einaudi, 2011).

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