“Licenziamento illegittimo”. Reintegrati i cinque operai che avevano messo in scena il “Marchionne pentito”

| 28 Settembre 2016 | Comments (0)

Diffondiamo la sentenza della Corte di Appello del tribunale di Napoli che così è stata commentata il 28 settembre 2016

1.  Marchionne cappottato, reintegrati gli operai di Pomigliano

www. controlacrisi.org del 28 settembre 2016

NAPOLI La Corte di Appello del Tribunale di Napoli ha ribaltato la sentenza emessa a Nola, disponendo il ritorno in Fca di Mimmo Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore, licenziati due anni fa per aver inscenato il suicidio dell’ad Sergio Marchionne davanti i cancelli dell’azienda, a Pomigliano d’Arco.(vedi foto in alto)  I giudici, anzi le giudici, Maria Rosaria Rispolo, Giovanna Guarini e Antonietta Savino, hanno disposto che venga applicata la misura più favorevole agli operai prevista dalla legge Fornero, ossia ha condannato il Lingotto «alla reintegrazione dei lavoratori nel pregresso posto di lavoro, nonché al risarcimento del danno nella misura massima di dodici mensilità di retribuzione, calcolate sulla base dell’ultima retribuzione percepita, oltre ai versamenti contributivi, previdenziali e assistenziali». Avrebbero potuto avere 24 mensilità come forma di indennizzo ma senza il ritorno sulle linee, la vittoria sta proprio nel loro reintegro in fabbrica. Che però non sarà immediato, scontato infatti il ricorso di Fca in Cassazione.

Ieri sera festa al presidio in piazza Municipio, a Napoli. Il pomeriggio è passato a studiare la sentenza, depositata ieri. «È la terza volta che vinco contro la Fiat – commenta Mignano -, siamo Davide contro Golia». I cinque vennero licenziati il 20 giugno del 2014. A Pomigliano d’Arco il clima era terribile: tre suicidi e altri tentati suicidi; 316 lavoratori spostati al Wcl, il reparto logistico di Nola rimasto per otto anni senza alcuna missione produttiva; la maggior parte della forza lavoro in cassa integrazione ininterrotta dal 2008. Mignano aveva già due licenziamenti sulle spalle, Cusano uno. Dopo il funerale di Maria Baratto (operaia del Wcl che si tolse la vita con tre coltellate), il 5 giugno 2014 in venti decisero di inscenare con un manichino il suicidio di Sergio Marchionne, a terra indumenti di lavoro cosparsi di vernice rossa, accanto una lettera di pentimento.

Nel manifesto intitolato «Il mio lascito prima del mio ultimo respiro», l’ad chiedeva la riassunzione al Vico (dove si produce la Panda) dei 316 «deportati» a Nola e il perdono per le morti che aveva provocato. Stesso copione qualche ora più tardi a Napoli, davanti la sede Rai. Il 10 giugno all’ingresso 2 del Vico andò in scena il funerale del manichino.
Ricostruendo il periodo drammatico attraversato in Fca a Pomigliano, i giudici concludono che «sicuramente non può ritenersi esorbitante dal legittimo diritto di critica il dissenso manifestato dai reclamanti rispetto alle strategie aziendali».Secondo Fca si sarebbe trattato di un gesto lesivo della dignità dell’ad nonché di istigazione alla violenza, secondo il Tribunale di Nola si sarebbe trattato di «un illegittimo esercizio del diritto di critica, del tutto esorbitante sotto il profilo della continenza sostanziale e formale». Invece, secondo la Corte d’Appello, «la condotta è stata volutamente posta in essere dai predetti, che hanno curato ogni dettaglio della rappresentazione scenica che hanno inteso mettere in atto, al fine di protestare contro le politiche aziendali in tema di lavoro». Secondo i giudici al centro c’è «il tema del legittimo esercizio del diritto di critica nei confronti del datore di lavoro».

Nella sentenza si fa anche notare che «i lavoratori (tra cui vanno ricompresi quattro degli attuali ricorrenti) sono ininterrottamente sospesi dal lavoro dal 2008; anche il monito rivolto agli eventuali successori dell’attuale ad, di non pensare solo al profitto ma anche al benessere dei lavoratori, rappresenta, a parere di questa Corte, una legittima estrinsecazione della libertà di valutazione e critica dell’altrui operato». In sostanza si è trattato di una rappresentazione scenica macabra, forte, aspra ma comunque protetta dal «diritto di svolgere, anche pubblicamente, valutazioni e critiche dell’operato altrui (anche del datore di lavoro), che in una società democratica deve essere sempre garantito».

Del resto nessuna bugia è stata detta: operai sindacalizzati o con cause in corso o con ridotte capacità lavorative sono finiti in cig a zero ore a Nola, due dei suicidi hanno lasciato testimonianze scritte della loro angoscia provocata dall’incertezza per il futuro in fabbrica. E non c’è neppure istigazione al suicidio, come fa riferimento il Tribunale di Nola, ma solo la protesta per le strategie aziendali, che hanno spinto in depressione molti operai.

La Corte spazza via anche la tesi, sostenuta da Fca e accolta in primo grado, di aver subito un danno morale o materiale: «La diffusione mediatica non era idonea a creare grave nocumento morale all’azienda e all’amministratore delegato proprio perché si trattava di fatti già portati all’attenzione dell’opinione pubblica e comunque di tale danno nessuna prova è stata data da parte datoriale». Nessun dubbio: è stato solo il libero esercizio del diritto di critica dei lavoratori.


2. “Licenziamento illegittimo”: i 5 operai della FCA di Pomigliano vanno reintegrati!

I cinque operai di Pomigliano alla fine hanno vinto contro Fca!

da www.sialcobas.it del 28 settembre 2016

 

È bene sottolineare (come ricorda Giorgio Cremaschi) che i cinque operai sono stati reintegrati in Fiat perché assunti ancora con le vecchie regole. Se fossero stati invece assunti con il Jobs Act che Renzi esalta in ogni momento, il giudice non avrebbe potuto fare nulla per riportarli al lavoro. Perché i nuovi assunti non usufruiscono più della tutela dell’articolo 18. Ricordiamo anche questo quando andremo a votare il 4 dicembre.

Il loro licenziamento è illegittimo e dovranno tornare in fabbrica. La sentenza della Corte di Appello di Napoli ha ribaltato la decisione in primo grado del tribunale di Nola.

Mimmo Mignano, Marco Cusano, Roberto Fabbricatore, Massimo Napolitano e Antonio Montella, il 5 giugno del 2014 avevano inscenato un “Marchionne pentito”, un fantoccio impiccato a un patibolo, davanti al cancello del Wcl, il polo logistico di Nola. Il gesto, provocatorio, era stato messo in atto durante una manifestazione di protesta in seguito al suicidio di due colleghi,  Pino De Crescenzo e Maria Baratto, che erano stati messi in cassa integrazione dall’azienda.

In seguito alla vicenda era scattato immediatamente il licenziamento, confermato con ben due sentenze dal Tribunale di Nola, che aveva sempre dato ragione alla Fiat e a Marchionne, respingendo la richiesta di reintegro da parte dei cinque operai. Adesso però la Corte d’Appello di Napoli ha ribaltato completamente quelle sentenze, decretando il diritto degli operai a manifestare anche in quel modo e disponendo il loro reintegro in fabbrica.

Al presidio permanente in piazza Municipio, all’arrivo della notizia è scoppiata la festa. I cinque “ex licenziati” sono tutti aderenti allo Slai Cobas e, in quanto tali, deportati da Pomigliano e mobbizzati nel polo logistico di Nola assieme a parecchi iscritti Fiom – tutti i lavoratori con ridotte capacità lavorative o con un contenzioso aperto con l’azienda.

Il 20 settembre scorso, i cinque di Pomigliano in corteo insieme a centinaia di persone venute da Melfi, Taranto, dalla Val Susa, Roma, Torino, avevano raggiunto il tribunale di Napoli. Un appello in loro solidarietà è stato firmato da migliaia di persone – non da Maurizio Landini .

Il polo logistico di Nola doveva essere all’avanguardia e rappresentare un passo in avanti per l’azienda. Quel polo viene utilizzato come confine per i disobbedienti del regime Marchionne. Una terra di mezzo dove gli operai sono costretti ad una cassa integrazione di 0 ore con 600 euro al mese. Oltre all’aspetto strettamente economico, diventa importante l’aspetto psicologico degli operai al confino. In quel reparto ci sono stati 3 suicidi e altrettanti tentativi disperati. L’ultimo è stato quello di Maria Baratto. La sua morte aveva sconvolto gli operai, che avevano deciso di utilizzare la satira come mezzo di denuncia inscenando l’impiccagione di Marchionne fuori dai luoghi di produzione e fuori l’orario di lavoro. Volevamo che Marchionne prendesse atto della nostra denuncia e di quelle morti.

La vicenda giudiziaria è stata altalenante. Il tribunale di Nola si è sempre pronunciato dalla parte di Marchionne respingendo la richiesta di rientro dei 5 operai licenziati dalla Fiat con questa motivazione: «un intollerabile incitamento alla violenza (…) una palese violazione dei più elementari doveri discendenti dal rapporto di lavoro gravissimo nocumento morale all’azienda e al suo vertice societario, da ledere irreversibilmente (sic) il vincolo di fiducia sotteso al rapporto di lavoro».

In seguito, nel riesame del ricorso, il tribunale di Nola ha confermato il primo giudizio. In questa motivazione si legge che le manifestazioni messe in atto: «hanno travalicato i limiti del diritto di critica e si sono tradotte in azioni recanti un grave pregiudizio all’onore e alla reputazione della società resistente, arrecando alla stessa, in ragione della diffusione mediatica che esse hanno ricevuto, anche un grave nocumento all’immagine».

Si concedeva quindi all’azienda che l’azione drammatica della messa in scena di un suicidio col volto dell’AD recasse danno  all’immagine, pregiudizio all’onore e alla reputazione.

E invece il suicidio reale, carnale, tragico e «violento» di tre esseri umani non reca danno al buon nome dell’azienda?

Salutiamo quindi questa svolta rappresentata dalla sentenza del tribunale civile di Napoli che ha ribaltato la scena facendo reintegrare i cinque. «La sentenza di Nola negava che si sia trattato di una manifestazione sindacale e che ci sia un nesso di causalità con l’ondata di suicidi – spiega Pino Marziale, legale dei cinque operai – e, soprattutto, estendeva gli obblighi di fedeltà all’azienda anche fuori dall’attività lavorativa, sebbene i cinque non mettessero piede in fabbrica da quasi sei anni. C’è un clima repressivo che si respira anche nelle aule dei tribunali. La parola magica sembra essere “vincolo fiduciario”, come se il lavoratore appartenesse al datore di lavoro».

 

 

Category: Economia, Lavoro e Sindacato

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