Gian Paolo Rossini: Per un contrato ai cambiamenti climatici che sia anche contrasto alle disuguaglianze

| 20 Aprile 2020 | Comments (0)

 

 

Per un contrasto ai cambiamenti climatici che sia contrasto alle diseguaglianze

Il contrasto ai cambiamenti climatici riceve sempre più attenzione per la dimensione delle criticità poste alle società in termini globali. I richiami degli ultimi documenti redatti dal Gruppo di Lavoro Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) e dalla Piattaforma Intergovernativa sulla Biodiversità e i Servizi Ecosistemici (Intergovernmental Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, IPBES), non lasciano spazio a incertezze o interventi di basso profilo. I messaggi sono chiari.

IPCC segnala che l’impegno dei governi in questi anni è stato ben al di sotto di quello necessario a raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi in tempi compatibili con il mantenimento di condizioni ambientali adeguate alla conservazione degli ecosistemi, inclusi i diritti delle prossime generazioni all’accesso alle risorse cui hanno attinto quelle passate nei cosiddetti Paesi sviluppati. La valutazione di IPCC sui rischi, e di come questi crescano con l’aumento delle temperature medie globali, fornisce indicazioni preoccupanti sui possibili scenari, anche in condizioni che comprendano azioni in grado di rallentare questa progressione (1).

L’analisi condotta da IPBES, d’altro canto, sottolinea un’accelerazione del degrado degli ecosistemi e delle popolazioni di animali e piante che questi comprendono, dove le estinzioni aumentano con una rapidità preoccupante, mentre la distribuzione delle specie esistenti e le dimensioni delle loro popolazioni si modificano in modi che alterano equilibri consolidati. Conseguentemente, struttura e funzione di ecosistemi si modificano, mentre gli effetti di questi cambiamenti non sono del tutto prevedibili e si teme possano essere dirompenti, sia in termini ambientali che di peggioramento delle condizioni nelle società umane (2).

In un quadro dominato da queste criticità, non meraviglia lo sviluppo del movimento dei Fridays for Future, con le manifestazioni che si sono avute in tante città del mondo e il forte richiamo delle giovani generazioni alla società tutta, per azioni immediate e decise di contrasto ai cambiamenti climatici (3). Questo richiamo dei Fridays for Future, facendo proprio quanto già sottolineato da IPCC nel suo quinto rapporto di valutazione (4) e concretizzato nei punti maggiori dell’accordo di Parigi COP21 del dicembre 2015 (5), ha diffuso quanto espresso da organi delle Nazioni Unite (NU) in larghi strati della popolazione.

Le considerazioni che qui voglio proporre riprendono questi aspetti, per esaminare alcune loro implicazioni nella società civile, partendo da una visione in cui non esiste reale separazione fra la tutela delle società e quella dell’ambiente in cui queste sono collocate.

Si tratta di una visione ben delineata nelle analisi degli scenari futuri delle nostre società elaborate dal Gruppo di Lavoro Internazionale sul Progresso Sociale (International Panel on Social Progress, IPSP), dove viene sottolineato come lo sviluppo passato abbia condotto a profonde alterazioni nei sistemi sociali e ambientali, di cui i cambiamenti climatici sono conseguenza di grande peso, e le azioni di contrasto a questi cambiamenti diventano elemento necessario per la sopravvivenza delle società umane (6). In tale scenario, viene segnalato come “…i cambiamenti sociali sono iniziati da strati profondi della società, attraverso trasformazioni di metodi e convenzioni, norme e abitudini…” e “la sfida del nostro tempo è trovare modi per raggiungere simultaneamente equità…, libertà…, e sostenibilità ambientale.” (7).

Questi richiami sono del tutto in linea con l’Agenda 2030 (8) e i 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile (9) delle NU, come contesti del perseguimento di cambiamenti trasformativi (10), su cui fondare il miglioramento delle condizioni di vita complessive delle società all’interno dei limiti posti dal Pianeta Terra (11). Il perseguimento dei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile, all’interno di uno “spazio operativo sicuro per l’umanità” (11), non verrà esaminato in questo contributo, ma è certamente un suo punto di riferimento.

Venendo quindi al tema del contrasto ai cambiamenti climatici e alle diseguaglianze, la prima considerazione che vorrei proporre non è altro che un richiamo alle due linee d’azione principali che IPCC ha elaborato estesamente per affrontare le criticità poste dai cambiamenti climatici in corso. L’argomentazione di IPCC parte dal riconoscimento che l’aumento delle temperature globali è dovuto all’incremento delle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera, in particolare dell’anidride carbonica prodotta nelle combustioni associate alle attività umane. A questa conclusione IPCC associa la constatazione che questi aumenti di temperatura modificano le condizioni di vita sul nostro pianeta in modi frequentemente peggiorativi. IPCC segnala quindi la necessità di azioni di contrasto alle cause dei cambiamenti, per poter rientrare in condizioni globali più vicine a quelle degli ultimi 20000 anni, accompagnate da scelte che consentano di meglio affrontare gli scenari che andranno a determinarsi nel frattempo. In specifico, il rapporto del Gruppo di Lavoro III di IPCC è dedicato alle azioni di mitigazione (glossario del testo citato in nota 12), cioè tutti gli interventi umani in grado di diminuire le fonti di gas serra o di aumentare la rimozione di questi gas (13), azioni quindi che consentano di diminuire le cause del processo di riscaldamento globale. Il rapporto del Gruppo di Lavoro II di IPCC, invece, sviluppa l’elaborazione in particolare sulle azioni di adattamento, comprendenti tutti i processi di aggiustamento al clima esistente, o previsto, e ai suoi effetti, sia nei sistemi umani che naturali (glossario del testo citato in nota 14). La differenza maggiore fra questi due sistemi risiede nel fatto che la specie umana ha capacità di elaborazione e azione cosciente, inclusa la modifica dell’ambiente circostante. I suoi interventi sono così a scopo deliberato, diversamente dagli altri sistemi naturali, e consentono di moderare il danno e sfruttare le opportunità benefiche. In questi termini, l’intervento umano può facilitare l’aggiustamento al clima atteso nei sistemi naturali, contribuendo a un miglioramento complessivo delle condizioni di vita di tutti (14).

La seconda considerazione che intendo proporre riprende il riconoscimento che perseguire azioni di mitigazione e adattamento richiede la disponibilità di notevoli risorse economiche. È un punto da tempo nell’agenda della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC), ed è parte essenziale dell’accordo di Parigi.

La parte più nota del testo dell’accordo è l’impegno di “…mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, e proseguire l’azione volta a limitare l’aumento di temperatura a 1,5° C rispetto ai livelli pre-industriali” (5). L’articolo 2 dell’accordo, tuttavia, non comprende soltanto questo impegno, ma prevede anche di “…rendere i flussi finanziari coerenti con un percorso che conduca a uno sviluppo a basse emissioni di gas ad effetto serra…”. Non solo, lo stesso articolo termina con l’affermazione che “Il presente Accordo sarà attuato in modo da riflettere l’equità e il principio di responsabilità comuni ma differenziate e le rispettive capacità, alla luce delle diverse circostanze nazionali.” Infatti, l’esame del testo dell’accordo nella sua interezza mostra un articolato impegno per un piano d’investimenti, in cui i Paesi più ricchi contribuiscono allo sviluppo di interventi di mitigazione in quelli meno ricchi.

Non si tratta qui di esaminare questa opzione nei dettagli tecnico-politici, quanto nel sottolineare che l’accordo di Parigi “mira a rafforzare la risposta globale alla minaccia dei cambiamenti climatici, nel contesto dello sviluppo sostenibile e degli sforzi volti a sradicare la povertà…” (articolo 2, comma 1).

A questo punto il quadro di riferimento di queste considerazioni è chiaro: il contrasto ai cambiamenti climatici richiede azioni mirate alla riduzione delle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera (mitigazione) e alla realizzazione di risposte che consentano il massimo aggiustamento al clima cui si sarà esposti (adattamento), per un miglioramento complessivo delle condizioni di vita di tutti. Il contrasto ai cambiamenti climatici è inscindibile dalla lotta a disuguaglianze e povertà.

Il campo d’azione, in questi termini, è sia globale che universale, essendo del tutto inefficaci interventi delimitati geograficamente, perché i cambiamenti climatici non hanno confini, tutt’al più caratteristiche specifiche in diverse regioni, ovvero fosse circoscritto soltanto ad alcuni strati della popolazione, costituendo un fattore di crescenti tensioni sociali.

La necessità di operare per il contrasto ai cambiamenti climatici tenendo conto delle differenze sociali esistenti nelle diverse regioni del mondo, e all’interno di ciascuna di queste, è tratto pervasivo delle analisi ed elaborazioni di IPCC, dalle quali emerge un’indicazione precisa sul fatto che le fasce più deboli delle popolazioni sono quelle maggiormente esposte ai rischi posti dai cambiamenti climatici, il cui contrasto richiede una equa condivisione dei pesi portati dalle diverse parti (15). Così, l’azione di contrasto ai cambiamenti climatici non si limita a interventi tecnici di mitigazione e adattamento, ma comprende necessariamente la lotta alla povertà e alle diseguaglianze. Il campo d’azione è dunque vasto e complesso, e richiede risposte efficaci indilazionabili, tanto più in considerazione dei ritardi nel processo in corso, già esistenti e riconosciuti (16).

Un quadro in cui l’azione efficace richiede una modifica di assetto globale implica azioni articolate. Proprio la dimensione e complessità del processo in corso portano a sottolineare come l’azione debba essere condotta a molteplici livelli d’intervento, dal globale all’individuale (6, 7, 17).

La dimensione e complessità del tema impediscono una disamina dettagliata e puntuale delle diverse aree d’azione in questo contributo, per la quale si deve necessariamente rimandare ai rapporti esistenti, primi fra tutti quelli delle diverse agenzie delle NU. Tuttavia, può essere utile fare qualche considerazione generale a proposito di iniziative a diversi livelli, per segnalare come azioni efficaci di contrasto ai cambiamenti climatici debbano essere anche di contrasto alle diseguaglianze, proponendo possibili filtri e aggiustamenti da inserire nella elaborazione in corso.

Tre sono le dimensioni che vorrei includere in questa limitatissima riflessione, deliberatamente impostata in termini ingenui: la scala globale, quella nazionale/locale, quella individuale/famigliare.

Partendo dalla scala globale, gli interventi delle NU mostrano che la strategia scelta per affrontare il contrasto ai cambiamenti climatici comprende il contributo differenziato dei diversi Paesi, come strutturato nell’accordo di Parigi del 2015, un programma ”mirato a sradicare la povertà”. A livello regionale si potrebbe citare l’Unione Europea, dove l’attuale presidentessa della Commissione, Ursula von der Leyen, dando avvio al suo programma per lo European Green Deal (18), ha avanzato una proposta di Regolamento al Parlamento Europeo e alla Commissione su un Fondo per una Giusta Transizione (19) in una prospettiva in cui “non si lascia indietro nessuno”, riprendendo la visione dell’Agenda 2030 delle NU (8). Si tratta, naturalmente, di dichiarazioni programmatiche, la cui concretizzazione andrà perseguita ai diversi livelli istituzionali, nazionali e internazionali, e sulla quale è importante che rimanga l’attenzione, il sostegno, e anche la vigilanza della comunità civile. Va comunque riconosciuto che questa proposta ha natura strategica e intende perseguire una prospettiva inclusiva, due caratteristiche fondamentalmente positive.

L’urgenza della diminuzione radicale delle emissioni di gas serra è motivazione significativa per la realizzazione del maggior numero possibile di scelte efficaci di mitigazione. Il riconoscimento che le fasce di popolazione più deboli sono quelle maggiormente esposte ai rischi associati ai cambiamenti climatici, e una prospettiva di azioni di contrasto che possano nel contempo ridurre le diseguaglianze, dovrebbero suggerire opzioni di mitigazione che abbiano ricadute su entrambi i fronti.

Su queste basi, vorrei considerare alcune scelte e provvedimenti presi in questi ultimi anni a livello nazionale/locale in Italia, che, in una prospettiva di mitigazione, non trovo del tutto convincenti per il perseguimento del contrasto alle disuguaglianze.

Il primo di questi è il sistema dei bonus fiscali per interventi sulle abitazioni, fra le quali le ristrutturazioni edilizie, il bonus per l’acquisto di elettrodomestici, il bonus verde, e altro (20). Non v’è dubbio che l’insieme di questi interventi possa dare un significativo contributo alla diminuzione dei consumi energetici da fonti fossili, quindi di emissioni di anidride carbonica, andandosi quindi a collocare fra le azioni di mitigazione e di contrasto ai cambiamenti climatici. Tuttavia, proprio la dimensione degli investimenti necessari per ogni intervento, in particolare per le ristrutturazioni edilizie, pone queste azioni fra quelle affrontabili dalle fasce di contribuenti con disponibilità economiche tali da consentire la realizzazione di simili interventi. In una prospettiva di contrasto alle diseguaglianze, il sostegno dovrebbe essere concepito per favorire le fasce economicamente più deboli della popolazione, andando a configurare una forma di redistribuzione delle risorse in un quadro di contrasto ai cambiamenti climatici.

Queste osservazioni non intendono rigettare la manovra dei bonus nel suo complesso, quanto, piuttosto, segnalare che un impianto in cui la dimensione dei rimborsi diminuisse all’aumentare del reddito del fruitore, e, più in generale, una manovra che abbia ricadute dirette sulle fasce più deboli della popolazione, sarebbero opzioni preferibili. Ancor meglio sul piano del contrasto alle diseguaglianze sarebbe un quadro d’azione che, invece di operare in termini redistributivi, concretizzasse una prospettiva di pre-distribuzione, con lo sviluppo di estesi programmi di edilizia residenziale pubblica mirati alla transizione a edifici a basse/nulle emissioni di gas serra.

L’ultimo rapporto ISTAT su Il benessere equo e sostenibile in Italia, mostra che l’8,5% della popolazione si trova in stato di grave deprivazione materiale, una condizione riferibile a famiglie con una serie di problemi, fra i quali sono inseriti: “…non potere avere spese impreviste di 800 euro;…avere arretrati per il mutuo, l’affitto, le bollette…; non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione…” (21), tutti punti toccati dalle considerazioni fatte. Il rapporto ISTAT registra come la percentuale di popolazione in condizione di grave deprivazione materiale sia in calo in questi ultimi anni in Italia, ma il valore rimane ben al di sopra della media dei Paesi UE, una situazione che non è confortante. Sulla base di questi dati, l’inserimento di azioni di efficientamento energetico nell’edilizia residenziale pubblica nel Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima è da apprezzare (22). In prospettiva, tuttavia, è auspicabile che la dimensione dei finanziamenti stanziati dallo stato a questo scopo venga incrementata significativamente, tanto più in quanto gli interventi nell’edilizia residenziale pubblica sono soltanto una parte di quelli finanziabili dal contributo a favore dei comuni, così come stabilito nel D.L. 30 aprile 2019, n. 34 (23).

D’altro canto, in questa riflessione mi sembra opportuno anche filtrare i programmi d’intervento edilizio rispetto ad alcune criticità associate alla crescita della qualità delle costruzioni in aree urbane, che costituisce un elemento di rilievo nell’incremento di valore dei loro quartieri, potendo costituire motivo di spostamento sociale delle persone. Un simile fenomeno può favorire la diminuzione dell’eterogeneità sociale di città o di sue aree, come segnalato per New York e San Francisco, negli Stati Uniti, e Friburgo, in Europa (24). Lo sviluppo sostenibile e le politiche di mitigazione in aree urbane sarebbe opportuno che contrastassero una simile tendenza, per ostacolare fenomeni di segregazione che favoriscono le diseguaglianze.

Sempre in questa prospettiva di azioni di mitigazione che siano nel contempo di sostegno alle fasce più deboli della popolazione, vorrei richiamare ipotesi d’intervento fra le opzioni tecnologiche esistenti per l’ottenimento di energia elettrica da fonti rinnovabili e realizzabili in campo edilizio. A titolo esemplificativo, si potrebbe prendere in considerazione un piano d’intervento per la realizzazione di sistemi di pannelli fotovoltaici sui tetti di edifici pubblici, immettendo in rete l’elettricità così ottenuta, e il suo utilizzo dalle fasce economicamente più deboli della popolazione.

Considerazioni simili potrebbero essere fatte per l’ecobonus auto e simili bonus di acquisto di mezzi di spostamento elettrici, quali le biciclette a pedalata assistita, benché il costo di questi ultimi mezzi sia di ben diverse dimensioni rispetto a quelli di auto a basse o nulle emissioni. Poiché il mezzo di trasporto va primariamente considerato in riferimento agli spostamenti ordinari (lavoro, scuola, acquisti, ecc.), una linea di contrasto ai cambiamenti climatici impostata in termini di ritorni alla società civile nel suo complesso andrebbe preferibilmente tarata su interventi a favore del trasporto pubblico. Le risorse in questo caso potrebbero andare al potenziamento delle reti e al parco mezzi. Un più articolato ed efficace sistema di trasporto favorirebbe l’uso del mezzo pubblico rispetto a quello individuale. Un piano esteso di riconversione del parco mezzi, sostituendo quelli a combustione interna con mezzi elettrici, sarebbe una seconda linea d’azione. In entrambi i casi, si avrebbe una diminuzione delle emissioni di gas serra (e di particolato). Certo, come giustamente è stato notato, soltanto una conversione del sistema di ottenimento di energia elettrica alle fonti rinnovabili, che escluda combustibili fossili, consentirebbe riduzioni di gas serra in un quadro di transizione a mezzi di trasporto elettrici, andando a contribuire ai processi di mitigazione (25).

Queste considerazioni non sono certamente di particolare originalità, ricollegandosi a riflessioni e proposte sviluppate estesamente in questi ultimi anni. Riprenderle mi pare giustificato per sostenere strategie di contrasto ai cambiamenti climatici che siano concepite per impedire, o almeno limitare, l’insorgenza di ulteriori e diverse difficoltà per la società nel suo complesso. Non è altro che una strategia di ricerca di benefici e co-benefici intersettoriali, il cui valore viene ripetutamente segnalato nei documenti redatti da IPCC e da altre agenzie e organi delle NU. Diminuire le diseguaglianze fa parte di una simile prospettiva.

Affrontando questo tema, ad esempio in riferimento al sostegno del trasporto collettivo, piuttosto che di quello individuale, è stato ignorato come le visioni personali possano determinare il comportamento dei singoli nelle loro scelte. Questo è uno dei punti per i quali ha particolare rilievo la prospettiva dei cambiamenti trasformativi citati precedentemente (7, 10). Si tratta della terza dimensione di questa riflessione.

Benché la portata e complessità del contrasto ai cambiamenti climatici richieda uno sforzo straordinario per interventi globali, quindi una linea che dipende necessariamente da una concertazione internazionale articolata su scala regionale e nazionale, l’assunzione di comportamenti individuali in linea con le scelte fatte appare ineludibile. Si tratta di piccoli/grandi modifiche comportamentali che rendono possibile un riorientamento delle abitudini individuali in armonia, piuttosto che in contrasto, con la transizione in corso, rendendola esperienza quotidiana di una “nuova” normalità.

Modifiche comportamentali potranno estendersi soltanto se vi saranno condizioni di contesto in grado di favorirle. Rimanendo nell’esempio della preferenza per il trasporto collettivo rispetto a quello individuale, una modifica comportamentale sarebbe favorita dall’esistenza di reti di trasporto pubblico nelle quali le fermate dei mezzi sono facilmente raggiungibili dai fruitori, la cadenza delle corse, così come la fascia temporale del servizio, incontrano le necessità della popolazione, e la rete complessiva dei trasporti consente di raggiungere capillarmente le diverse aree dell’agglomerato urbano. Nulla di nuovo, dunque, piuttosto il ribadire di considerazioni base per uno sviluppo urbano che sia razionale e sostenibile (26), ma che non è stato sempre realizzato. Allo stesso modo, lo spostamento su modalità di trasferimento “dolci”, che sia a piedi o in bicicletta (o mezzi simili), richiede la disponibilità di infrastrutture dedicate, quindi di percorsi ciclo-pedonali. Lo sviluppo di una rete infrastrutturale in cui viene potenziato il trasporto collettivo e la mobilità dolce è così un’altra modalità di contrasto ai cambiamenti climatici e alle diseguaglianze. La mobilità dolce, infatti, consente di svincolarsi da veicoli mossi da motori che richiedono consumo di combustibili fossili e/o costosi, sostenendo le fasce più povere della popolazione.

In conclusione, il processo di contrasto ai cambiamenti climatici, per dimensione e complessità, ha caratteristiche multidimensionali che richiedono necessariamente un approccio sistemico all’azione, in cui i diversi elementi vengono affrontati sia in riferimento alle loro specificità che alle loro interconnessioni e relazioni causali. Queste poche righe, nella loro estrema sintesi, intendono sottolineare come azioni in grado di contrastare i cambiamenti climatici possano non essere necessariamente le più appropriate se il loro perseguimento porta alla comparsa, o peggioramento, di altre criticità sociali e ambientali di rilievo. Come già notato, queste criticità sono ben note e presenti nelle elaborazioni di esperti e addetti ai lavori, ma richiamarne la rilevanza, per una più ampia consapevolezza della complessità esistente e una maggiore comprensione della loro importanza fra i non addetti ai lavori, vuole essere un contributo alla costruzione di scenari sostenibili nel futuro di tutti noi.

Questo contributo è stato scritto mentre la pandemia di COVID-19 si estendeva nel mondo. La tragedia ha portato i Paesi a concentrare gli sforzi sulla protezione della salute e del benessere dei suoi cittadini. In questa fase di enorme criticità, l’attenzione al contrasto ai cambiamenti climatici è sembrata affievolirsi. Questo è comprensibile, anche se soltanto apparente, ma l’azione di contrasto ai cambiamenti climatici dovrà riprendere nel più breve tempo possibile. Tre motivi maggiori sostengono l’urgenza e decisa ripresa degli sforzi già intrapresi e un loro ampliamento: i) è riconosciuto che i cambiamenti climatici influenzano le dinamiche delle malattie infettive (27); ii) la scala temporale dei cambiamenti climatici è ben diversa da quella delle pandemie e i diritti delle prossime generazioni non possono essere dimenticati; iii) la tutela dell’ambiente è elemento chiave per proteggere la salute e il benessere dei cittadini (6, 7, 27).

Se e come i cambiamenti climatici possano aver avuto un ruolo in questa pandemia di COVID-19 è questione che rimane da stabilire, e sembra probabile che gli scenari di future azioni di mitigazione e adattamento richiederanno aggiustamenti in seguito a questa pandemia. La necessità di tutelare l’ambiente per sostenere la salute delle popolazioni in termini universali sarà sottolineata da questa pandemia, e costituirà una motivazione aggiuntiva nella lotta ai cambiamenti climatici e alle ineguaglianze.

 NOTE

  1. Intergovernmental Panel on Climate Change (2018), Global Warming of 1.5°C; Rapporto scaricabile a https://www.ipcc.ch/sr15/ (ultimo accesso il 25 mar 2020).
  2. Intergovernmental Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (2019), Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services; Rapporto scaricabile a https://ipbes.net/ipbes-global-assessment-report-biodiversity-ecosystem-services (ultimo accesso il 25 mar 2020).
  3. Si veda, ad esempio, l’intervento di Greta Thunberg all’assemblea delle Nazioni Unite del 23 settembre 2019, a https://news.un.org/en/story/2019/09/1047052 (ultimo accesso il 25 mar 2020).
  4. Intergovernmental Panel on Climate Change (2013-2014), Fifth Assessment Report. I testi dei Gruppi di Lavoro che hanno redatto il rapporto sono scaricabili nel sito https://www.ipcc.ch/reports/ (ultimo accesso il 25 mar 2020).
  5. Il testo dell’accordo in diverse lingue è scaricabile alla pagina https://unfccc.int/process-and-meetings/the-paris-agreement/the-paris-agreement (ultimo accesso il 25 mar 2020). Una traduzione in italiano è scaricabile nel sito del Ministero dell’Ambiente: https://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/cop21/ACCORDO%20DI%20PARIGI%20Traduzione%20non%20ufficiale.pdf (ultimo accesso il 25 mar 2020).
  6. Le elaborazioni del Gruppo di Lavoro Internazionale sul Progresso Sociale sono presentate nel Rapporto pubblicato nel 2018: Rethinking Society for the 21st Century, Cambridge University Press (in tre volumi). I punti cui si riferisce questa nota sono discussi in particolare nei primi cinque capitoli del Rapporto. Le attività di IPSP sono rintracciabili nel sito https://www.ipsp.org/.
  7. Queste citazioni sono prese da un contributo scritto da chi ha coordinato i lavori di IPSP: Fleurbaey M., Bouin O., Salles-Djelic M.-L., Kanbur R., Nowotny H., Reis E.; A Manifesto for Social Progress; Cambridge University Press, 2018 (p. 5 e 6). La consapevolezza che il progresso sociale comprenderà sia azioni a dimensione globale, sia cambiamenti trasformativi nelle visioni e comportamenti individuali, con riesame e modifica di scelte valoriali, è parte della riflessione di IPSP (si veda, ad es. il capitolo 2 del Rapporto citato in nota 6). A proposito dei cambiamenti trasformativi, si veda anche la nota 10 qui sotto.
  8. L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile rappresenta un approfondimento delle elaborazioni precedenti delle Nazioni Unite, in particolare il Rapporto della Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo: il Futuro di Tutti Noi (il cosiddetto “Rapporto Brundtland”, dal nome del presidente della commissione; https://sustainabledevelopment.un.org/content/documents/5987our-common-future.pdf, ultimo accesso il 26 marzo 2020); i punti della Dichiarazione di Rio sull’Ambiente e lo Sviluppo (https://www.un.org/en/development/desa/population/migration/generalassembly/docs/globalcompact/A_CONF.151_26_Vol.I_Declaration.pdf, ultimo accesso il 26 marzo 2020) e l’Agenda 21 (https://sustainabledevelopment.un.org/outcomedocuments/agenda21, ultimo accesso il 26 marzo 2020). L’Agenda 2030 riprende una conclusione del Rapporto Brundtland, quando afferma che può esservi uno sviluppo sostenibile soltanto se si affrontano in termini inscindibili le sue tre dimensioni: economica, sociale e ambientale. Il testo di Agenda 2030 è scaricabile a https://sustainabledevelopment.un.org/post2015/transformingourworld (ultimo accesso il 26 marzo 2020).
  9. I 17 obiettivi per uno sviluppo sostenibile e la loro articolazione sono riportati nel testo di Agenda 2030, e sono integrati dai loro indicatori nel testo scaricabile a https://sustainabledevelopment.un.org/content/documents/11803Official-List-of-Proposed-SDG-Indicators.pdf (ultimo accesso il 26 marzo 2020).
  10. Una definizione di “Cambiamenti trasformativi” (talvolta indicati come “trasformazionali”) non è inserita nel testo di Agenda 2030, dove il termine è impiegato per descrivere una visione prospettica di un mondo che ha superato le sue criticità in tutte le dimensioni essenziali: ambientali, sociale, economiche; materiali e immateriali (punto 7 del testo di Agenda 2030). Una definizione sintetica del termine si trova nella nota 3 al testo del “Summary for policymakers” del Rapporto di cui alla nota 2, dove i cambiamenti trasformativi sono: “Una fondamentale riorganizzazione di dimensioni sistemiche a carico di fattori tecnologici, economici e sociali, che includono paradigmi, obiettivi e valori”. Una descrizione del processo di elaborazione del concetto, con particolare riferimento all’Agenda 2030, si può trovare in: Islam S.N., Iversen K.; From “Structural Change” to “Transformative Change”: Rationale and Implications; DESA Working Paper No. 155, 2018 (https://www.un.org/esa/desa/papers/2018/wp155_2018.pdf, ultimo accesso il 26 marzo 2020).
  11. Questo è il quadro di riferimento concettuale per le riflessioni sullo sviluppo sostenibile. Un contributo scientifico essenziale per la definizione del concetto è: Rockström J., Steffen W., Noone K., Persson Å., Chapin, F.S. III, Lambin E.F., Lenton T.M., Scheffer M., Folke C., Schellnhuber H.J., Nykvist B., de Wit C.A., Hughes T., van der Leeuw S., Rodhe H., Sörlin S., Snyder P.K., Costanza R., Svedin U., Falkenmark M., Karlberg L., Corell R.W., Fabry V.J., Hansen J., Walker B., Liverman D., Richardson K., Crutzen P., Foley J.A., “A Safe Operating Space for Humanity”; Nature, Vol. 461 (2009), pp. 472-475.
  12. IPCC, 2014: Climate Change 2014: Mitigation of Climate Change. Contribution of Working Group III to the Fifth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change [Edenhofer, O., R. Pichs-Madruga, Y. Sokona, E. Farahani, S. Kadner, K. Seyboth, A. Adler, I. Baum, S. Brunner, P. Eickemeier, B. Kriemann, J. Savolainen, S. Schlömer, C. von Stechow, T. Zwickel and J.C. Minx (eds.)]. Cambridge University Press, Cambridge, United Kingdom and New York, NY, USA. Il testo è scaricabile a https://www.ipcc.ch/report/ar5/wg3/ (ultimo accesso il 25 mar 2020).
  13. I gas a effetto serra, detti semplicemente gas serra, comprendono diversi componenti, che derivano da molteplici fonti e processi, sia di origine antropica che naturale. In questo contributo l’attenzione sarà confinata ad alcuni aspetti inerenti le emissioni di anidride carbonica. Una completa e articolata descrizione del tema è rintracciabile nel Rapporto IPCC di cui alla nota 4, in particolare nel contributo del Gruppo di Lavoro I.
  14. IPCC, 2014: Climate Change 2014: Impacts, Adaptation, and Vulnerability. Part B: Regional Aspects. Contribution of Working Group II to the Fifth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change [Barros, V.R., C.B. Field, D.J. Dokken, M.D. Mastrandrea, K.J. Mach, T.E. Bilir, M. Chatterjee, K.L. Ebi, Y.O. Estrada, R.C. Genova, B. Girma, E.S. Kissel, A.N. Levy, S. MacCracken, P.R. Mastrandrea, and L.L. White (eds.)]. Cambridge University Press, Cambridge, United Kingdom and New York, NY, USA. Il testo è scaricabile a https://www.ipcc.ch/report/ar5/wg2/ (ultimo accesso il 25 mar 2020).
  15. Il tema è trattato diffusamente nell’intero Fifth Assessment Report di IPCC, sia nelle elaborazioni del Gruppo di Lavoro II, dedicate a impatti, adattamento e vulnerabilità, che in quelle del Gruppo di Lavoro III, centrate sulla mitigazione. Il contributo del Gruppo di lavoro II è in due parti, A e B, che sono entrambe scaricabili nel sito in nota 14. Il contributo del Gruppo di Lavoro III è citato in nota 12. Il capitolo 4 di questo contributo è espressamente dedicato all’equità sociale: Fleurbaey M., S. Kartha, S. Bolwig, Y. L. Chee, Y. Chen, E. Corbera, F. Lecocq, W. Lutz, M. S. Muylaert, R. B. Norgaard, C. Okereke, and A. D. Sagar, 2014: Sustainable Development and Equity. In: Climate Change 2014: Mitigation of Climate Change. Contribution of Working Group III to the Fifth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change [Edenhofer, O., R. Pichs-Madruga, Y. Sokona, E. Farahani, S. Kadner, K. Seyboth, A. Adler, I. Baum, S. Brunner, P. Eickemeier, B. Kriemann, J. Savolainen, S. Schlömer, C. von Stechow, T. Zwickel and J.C. Minx (eds.)]. Cambridge University Press, Cambridge, United Kingdom and New York, NY, USA.
  16. Il punto viene trattato nel Rapporto IPCC citato in nota 1. Altri tre interessanti contributi in merito sono:
  • Figueres C., Schellnhuber H.J., Whiteman G., Rockström J., Hobley A., Rahmstorf S.; Three years to safeguard our climate; Nature, vol. 546 (2017), pp. 593-595.
  • Victor D.G., Akimoto K., Kaya Y., Yamaguchi M., Cullenward D., Hepburn C.; Prove Paris was more than paper promises; Nature, vol. 548 (2017), pp. 25-27.
  • Höhne N., den Elzen M., Rogelj J., Metz B., Fransen T., Kuramochi T., Olhoff A., Alcamo J., Winkler H., Fu S., Schaeffer R., Peters G.P., Maxwell S., Dubash N.K.; Emissions: world has four times the work or one-third of the time; Nature, vol. 579 (2020), pp. 25-28.
  1. A questo proposito, si veda ad esempio il documento UNESCO Nature-Based Solutions for Water (2018). Il rapporto è scaricabile a https://www.unwater.org/publications/world-water-development-report-2018/ (ultimo accesso il 25 mar 2020).
  2. Scaricabile a https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/european-green-deal_it (ultimo accesso il 27 mar 2020).
  3. Scaricabile a https://ec.europa.eu/info/law/better-regulation/have-your-say/initiatives/12113-Fast-track-interservice-consultation-on-the-SEIP-including-a-JTM-and-the-JTF- (ultimo accesso il 27 mar 2020).
  4. Le maggiori misure sono descritte nel sito dell’Agenzia delle Entrate: https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/web/guest/aree-tematiche/casa/agevolazioni (ultimo accesso il 25 mar 2020).
  5. Scaricabile a: https://www.istat.it/it/archivio/236714 (ultimo accesso il 31 mar 2020).
  6. Scaricabile a: https://www.mise.gov.it/index.php/it/198-notizie-stampa/2040668-pniec2030 (ultimo accesso il 31 mar 2020).
  7. Scaricabile a: https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2019/06/29/19A04303/sg (ultimo accesso il 31 mar 2020).
  8. Wachsmuth D., Cohen D.A., Angelo H.; Expand the frontiers of urban sustainability; Nature, vol. 536 (2016), pp. 391-393.
  9. Armaroli N., Balzani V.; Energia per l’astronave Terra; Zanichelli, Bologna, terza edizione, 2017.
  10. Duany A., Speck J., LydonM.; The Smart Growth Manual; McGraw Hill, New York, 2010.

  27. Institute of Medicine; The Influence of Global Environmental Change on Infectious Disease Dynamics:           Workshop Summary. The National Academies Press; Washington, DC (2014)

Category: Ambiente, Economia, Economia solidale, cooperativa, terzo settore, Osservatorio internazionale

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