Enrico Pugliese: L’ombelico di Washington

| 7 Febbraio 2015 | Comments (0)

 

 

 

 

 

Nella foto le arance Washington Navel (ombelico di Washington)

Spero che voi possiate beneficiare di questo mio intervento [1] basato sulla mia incompetenza, spero cioè che la visione di una persona non più addetta da tempo ai lavori – e il cui sguardo si pone dall’esterno – possa in qualche modo esservi di aiuto.

Personalmente non mi occupo di agricoltura – e in particolar modo dell’agricoltura familiare – da moltissimi anni. Se ben ricordo  l’ultimo contributo in materia  è stata una mia relazione al convegno nazionale della Società italiana di Economia Agraria del 1985, a Bari. Dopodiché mi sono occupato sporadicamente di fatti riguardati anche l’agricoltura (ma solo come quadro di fondo) studiando ad esempio i braccianti agricoli immigrati. Ma in realtà anche in casi del genere  il punto di partenza dei miei studi più recenti è stata l’immigrazione e non l’agricoltura o la questione agraria.

Perciò le mie riflessioni  potranno sembrare quelle di un marziano, o comunque quelle di uno che ha lasciato la terra tanti anni fa ed è appena tornato trovando una realtà a lui del tutto nuova.

Io  mi sono occupato principalmente di agricoltura, anzi per la precisione della questione agraria, fino ad una certa età. Poi in piena consapevolezza, sono passato a occuparmi di tutt’altro nel corso degli anni ottanta sia per nuovi interessi legati all’emergere di fatti nuovi riguardanti la società italiana, sia  – posso dirlo ora senza imbarazzo – per una  – che ora riconosco erronea – valutazione di come andavano le cose per quel che riguarda l’agricoltura in Italia e nel mondo. Ho lavorato in molti campi nell’ambito della sociologia e dell’economia e negli ultimi anni mi sono occupato di anziani e di welfare. Tuttavia,  ogni tanto, mi è capitato di osservare che nel mondo il ruolo e le caratteristiche dell’agricoltura cambiavano in maniera rilevante e  cambiavano dando un nuovo senso alla questione agraria.

La questione agraria –  come molti non sanno – è un termine della tradizione marxista che indica il rapporto tra il movimento operaio organizzato e le diverse realtà sociali economiche contadine costituite da lavoratori più o meno autonomi. Non si tratta dunque dell’insieme dei problemi dell’agricoltura ma della questione del ruolo dei contadini, in particolare dei piccoli produttori agricoli, nella moderna società capitalistica e della loro ‘proletarizzazione’ intesa in senso lato come impoverimento ma anche come marginalizzazione.

Io mi ero andato convincendo  che la questione agraria non esistesse più in Italia per effetto che mancava uno dei due poli della dialettica: quello contadino. Parafrasando una espressione di Claudio Napoleoni in un importate dibattito con Augusto Graziani riguardante la Questione Meridionale su La Rivista Trimestrale agli inizi degli anni ’60 (del secolo scorso)  si poteva dire che  la questione agraria nel nostro paese non era stata certo risolta ma era sta eliminata: eliminata dalla “scomparsa dei contadini”, dal colossale esodo agricolo che in meno di quarant’anni aveva ridotto l’incidenza degli  addetti all’agricoltura a una percentuale ormai irrisoria: un ritmo di riduzione doppio rispetto a quello di un paese arrivato alla industrializzazione prima del nostro: la Francia. E alla riduzione del peso numerico ( ed economico) degli addetti all’agricoltura corrispondeva anche una riduzione del loro peso politico con il repentino declino e la scomparsa di quello che era stato il più grande gruppo di pressione in Italia: la Federazione Nazionale dei Coltivatori Diretti (la ‘Bonomiana’).

Mi rendo conto del fatto che l’espressione “scomparsa dei contadini” così come “la Fin des paysans” (titolo di un celebre libro del sociologo francese Henri Mendras del 1967) è esagerata. Ma questa è l’impressione che si ricavava per effetto dei processi di trasformazione, industrializzazione (e poi terziarizzazione) delle economie europee avanzate.

E – detto per inciso – trenta o quaranta anni addietro –  nel parlare di aziende agricole contadine o diretto coltivatrici (spesso il lessico era spia dell’orientamento politico) si cominciava  a parlare sempre più spesso   di pluriattività o di part-time. Vedo  qui davanti a me sul tavolo della presidenza un libro dell’ INEA sulla pluriattività in agricoltura. Per un attimo ho pensato che si trattasse di un libro nuovo. E  invece è un libro di una trentina di anni addietro, quando “le strategie familiari” (concetto alla base di questo convegno) erano spesso legate alla soluzione della “pluriattività”.

Quando io abbandonai l’interesse per  mondo dell’agricoltura la pluriattività era già  comparsa al centro del dibattito. Questi lavoratori ‘pluriattivi’ (occupati un po’ in agricoltura, un po’ altrove)  non corrispondevano più al semi-proletariato agricolo come l’approccio storico della questione agraria avrebbe suggerito bensì  rappresentavano  qualcosa di nuovo che metteva in seria discussione la stessa identità contadina e rurale.

Ma ecco che qualcosa è rimasto – o è ritornato – alla ribalta. I titoli delle relazioni del convegno di oggi ricordano quelli che si notavano nei convegni degli anni settanta e che per un lungo periodo non avevano trovato più collocazione: quelle tematiche non avevano più voce. Anche nella sinistra chi si era occupato di queste cose e aveva propugnato slogan del tipo “Unità operai- contadini” aveva cominciato a occuparsi di altro  o magari ad occuparsi  ancora dell’agricoltura ma in modo diverso.

In realtà, soprattutto nel corso anni ’90, qualcosa è successo o comunque ha cominciato a evidenziarsi con chiarezza.  Molto è accaduto e molta riflessione è avvenuta – soprattutto  fuori dall’Italia –   dando senso nuovo a una necessità di discutere in modo nuovo e aggiornato sulle possibilità di  prosecuzione di quella che è stata qui definita agricoltura familiare di tipo contadino. Detto per inciso io accetto volentieri e faccio mia questa specificazione(‘di tipo contadino’) e  mi pare  cosa importante e positiva che la definizione possa rientrare anche nelle norme di legge riguardanti l’intervento pubblico in agricoltura. E qui sento riaffiorare la tematica lessicale, e relative contraddizioni, alle quali accennavo prima. Perché la Coldiretti ( Confederazione Nazionale dei Coltivatori Diretti) legata alla Democrazia Cristiana) aveva  scelto il termine “coltivatori diretti” mentre l’’Alleanza dei contadini’ (l’altra grande organizzazione dei lavoratori autonomi (legata al Partito Comunista e al Partito Socialista) aveva preferito  (fino a una certa epoca)  il termine contadino? E poi: perché l’allora l’Alleanza dei contadini nell’evolversi nei decenni successivi decise di scegliere anch’essa il termine ‘coltivatori’ ?. Come è noto ora si chiama Cia (Confederazione italiana degli agricoltori) Questi fatti e questi cambiamenti esprimevano  realtà produttive e realtà culturali. E credo che il tramonto del termine contadino abbia a che fare con entrambe.

D’altronde più in generale credo che per comprendere il cambiamento che c’è stato bisogna tener conto di entrambi gli aspetti: quello economico e quello culturale ( o se si vuole ideologico). E questo vale anche per le problematiche recenti.

Per quel che mi riguarda, nei lontani anni ottanta e novanta io non riuscivo a vedere nulla su cui potesse basarsi più l’approccio economico e politico della questione agraria: secondo me si era andati troppo oltre. La questione era stata eliminata e non esisteva più C’era del giusto in quel mio punto di vista ma molte cose mi erano sfuggite. Infatti più di recente ho visto emergere qualcosa di nuovo: qualcosa che ha risvegliato il mio interesse, che ha interrotto il mio ‘sonno’.  Mi sono svegliato in primo luogo osservando mondi lontani, partendo dalle organizzazioni contadine e le loro lotte  nei paesi del terzo mondo. Penso alle mobilitazioni dei contadini in Asia e in America Latina: alla “Via Campesina” e quant’altro.  Realtà e movimenti venuti alla ribalta anche per l’effetto della loro partecipazione ai Social Forum che si sono tenuti nei decenni scorsi.

Devo dire che pensavo che in questi contesti – ma solo in questi contesti – si stesse verificando in forme nuove  la “questione agraria”. E questo è sicuramente vero ancorché parziale. E’ vero  nel senso che effettivamente nel Terzo Mondo   c’è una condizione drammatica dei contadini travolti dalla penetrazione violenta del mercato, che proletarizza, marginalizza e trasforma in sovrappopolazione urbana i contadini senza futuro. Il carattere assunto dallo sviluppo tecnologico, nel quadro di rapporti di classe caratterizzati da elevata diseguaglianza e ingiustizia, e scelte  di politica agrarie poco rispettose dell’ambiente e dei diritti dei popoli rappresentano un problema politico di enormi dimensioni e certamente pongono all’ordine dei giorni ancorché in termini nuovi, la questione agraria in quei paesi. Non sono un esperto di queste cose ma è evidente che c’è un  problema di sviluppo dell’ agricoltura e di produzione di cibo in questi paesi ancora in espansione demografica- E questo sviluppo – per la stragrande maggioranza della popolazione agricola non può che essere basata –  pena l’impoverimento ulteriore delle già povere metropoli del terzo mondo – sull’agricoltura contadina non necessariamente di auto consumo, non necessariamente limitata al mercato locale, ma largamente fondata su autoconsumo e comunque su produzione e smercio locale. Insomma la tesi del kilometro zero non è assolutamente un tesi romantica, ma una tesi di particolare attualità proprio nei paesi del Terzo Mondo.

Ma questo è un discorso che porterebbe lontano e riguarda i termini nuovi della questione agraria soprattutto nel terzo mondo. Stanno succedendo grandissime cose: c’ è veramente  un punto di svolta riguardante la condizione contadina a livello internazionale. Questo è un ambito di studi importante –  forse non per una istituzione come l’INEA che ci ospita ora e che ha innanzitutto responsabilità di osservazione dettagliate della situazione nazionale. Ma il misurarsi con queste tematiche e con le loro radici strutturali è compito impellente degli studiosi dell’agricoltura oggi. Non basta scandalizzarsi – il che però anche giusto – per il land grabbing. E nemmeno denunciarlo. E’ importante capire i processi economici e le relazioni politiche che stanno alla base del processo.

Tornando a noi (all’Italia e all’Europa) e all’oggi, si può dire che non la questione  agraria (nei termini in cui la si studiava fino a trenta o quarant’anni addietro) ma di certo la realtà della produzione agricola e delle sue diverse forme è divenuta di importanza cogente anche nel nostro paese. E ciò perché sono cambiate diverse cose a livello strutturale e a livello culturale. Allora – quaranta anni addietro – il problema di chi si occupava della questione agraria e soprattutto delle aziende familiari era “che cosa succederà dei contadini”. Allora il mercato,  era dominante come ora, ed era influenzato dai rapporti di potere internazionale, dalle scelte (protezionistiche o liberiste a seconda dei casi) degli stati, dalla già affermata presenza delle multinazionali alimentari. Il tutto era caratterizzato da una modernizzazione e standardizzazione delle tecniche produttive e dei prodotti. “Chip food, chip labour’ era il titolo di un articolo comparso negli anni settanta sulla rivista dell ‘Urpe’ (Union for Radical Political Economics) sottolineando gli effetti negativi per i lavoratori della terra e per i consumatori dei prodotti agricoli. Il cibo a buon mercato (chip) diventava sempre più cibo scadente (chip) con  il dominio della chimica e della selezione biologica sempre meno controllata. Il costo del cibo, riducendosi, riduceva e riduce anche il costo di riproduzione della forza lavoro.

Ora tutte queste cose continuano ad esistere ma qualcosa nel quadro è cambiato nel quadro economico e culturale. Innanzitutto c’è un mercato dei prodotti agricoli ( o meglio una domanda di cibo)   che non assorbe passivamente tutto quello che si conferisce, c’è un mercato nel quale spinte etiche ed estetiche riguardanti il come e il cosa si produce – o spinte relative al gusto e così via di seguito – determinano pressioni ma anche opportunità per i produttori. Si stanno determinando attivazioni di domanda di prodotti alimentari  che una volta erano assolutamente imprevedibili.

C’è poi qualcosa che è cambiato nella concezione del rapporto uomo/natura  – e si tratta di un cambiamento che ha riguardato in particolare modo la sinistra  (anticamente poco sensibile a questi aspetti) – con l’emergere della preferenza per una agricoltura più rispettosa dell’ambiente. Detto per inciso, si tratta di problemi che  ci riportano anche a una contraddizione tra paesi poveri e paesi ricchi e alla pretesa dei primi di imporre regole insopportabili per i contadini nei paesi poveri. D’altronde le più grandi devastazioni ambientali per effetto anche delle forme di gestione dell’agricoltura stanno avvenendo nei paesi del Terzo Mondo spesso per effetto di interventi stranieri. Qui torniamo al land grabbing ma il problema è molto più vasto.

Una trentina di anni addietro quello del rispetto dell’ambiente e di una sostenibilità – che non fosse un puro vago enunciato – non era un problema al quale si pensava granché nella società ( e neanche in economia agraria). E si può dire che su queste cose  è cambiato anche il modo di intendere. Qui oggi si è parlato di autoproduzione. Ai miei tempi il problema non era l’autoproduzione ma semmai il suo superamento: l’autoproduzione era il passato. Man mano che l’azienda contadina  cresceva riusciva a  portare al mercato una parte della produzione, il che permetteva anche di crescere ulteriormente. E chi gestiva l’azienda pareva affrancarsi – anzi si affrancava – da una condizione di sottosviluppo. Il progresso sociale dei contadini si misurava con la loro capacità di modernizzare la produzione, di uscire dai ristretti vincoli dell’autoproduzione e del mercato locale.

Ora abbiamo invece il movimento e la cultura del kilometro zero. E’ mutato il senso culturale e intellettuale di una serie di tematiche. E anche in questo quadro ci si può e ci si deve inserire a vantaggio della piccola agricoltura.

A queste tematiche ho pensato di recente anche  perché sono stato chiamato dalla Facoltà di Agraria di Portici a dare un contributo dell’evoluzione della Facoltà e degli studi sull’agricoltura. Parlandone con due colleghi e amici impegnati in questo progetto, Stefano Boffo e Maria Fonte (professoressa di economia agraria,  mia ex allieva) abbiamo notato nell’analisi della Facoltà di Agraria come ci siano stati nei decenni  scorsi diversi momenti di sviluppo dell’agricoltura e della politica agraria che hanno sempre spinto, con maggiore o minore successo, all’aggiornamento degli studi condotti nella Facoltà. Io personalmente ho studiato alla Facoltà di Agraria di Portici agli inizi degli anni sessanta in un momento non particolarmente importante e vivace della Facoltà. L’unico elemento davvero significativo e di grande innovazione – per altro in continuità con le grandi ricerche di economa agraria degli anni trenta – era rappresentato dal Centro di Portici fondato e diretto da Manlio Rossi Doria. Però tutti i grandi nomi della scienza agraria o comunque della ricerca biologica applicata all’agricoltura dell’anteguerra erano già scomparsi. C’era rimasto qualcuno degli ultimi esponenti, se non degli epigoni, di quella tradizione. I grandi personaggi – quando io ero alla Facoltà di Agraria – erano  morti da un po’: c’erano stati i grandi agronomi del fascismo che avevano portato avanti la ricerca sulle sementi selezionate producendo nuove cultivar importanti per la battaglia del grano voluta dal regime. C’era stato su di un altro ambito di ricerca, e a partire da un’epoca ancora precedente, Filippo Silvestri – il grande entomologo – che aveva portato avanti la tesi e relative sperimentazioni  della la lotta biologica integrata: tematica di grande rilevanza e attualità oggi, che all’epoca a Portici si studiava ed era materia  di esame.

Devo dire con un certo imbarazzo che queste cose noi studenti non le prendevamo molto sul serio. Le studiavamo ma ci sembravano fissazioni di qualche nostro docente. Erano proprio i nostri colleghi più ‘del mestiere’ – quelli che erano contadini (o meglio appartenenti a famiglie contadini) o figli di imprenditori agricoli a esprimersi con estremo scetticismo, se non con dileggio, su queste preoccupazioni ecologiche. Quando discutevamo fra di noi essi vantavano il loro uso degli esteri fosforici invece del Novius Cardinalis – o che so io: insomma gli insetti che uccidevano gli altri insetti dannosi. Poi studiavano,  senza convinzione ma imparavano bene la lezione, prendevano trenta all’esame di entomologia discettando di lotta biologica e continuavano a usare nelle loro aziende alla grande i veleni chimici, vantando la bellezza estrema delle loro pesche lisce e colorate.

Insomma le intuizioni degli studiosi del passato in materia ecologica e sanitaria restavano in questo campo – e soprattutto nella pratica produttiva dell’agricoltura italiana – lettera morta. Ora da questo punto di vista tutto è diverso. Le cose non stanno più così. La situazione è cambiata anche per l’emergere del nuovo ruolo di una figura in passato più passiva: il consumatore. Questa  figura – con i suoi gusti, la sua etica le sue preoccupazioni salutiste – è divenuta centrale in questa società. E devo dire che lo è diventata forse troppo perché si dimenticano altri soggetti e altre dimensioni della figura del cittadino – ad esempio quella di produttore di lavoratore, di … operario (per chi ancora se ne ricorda).

Questa centralità del consumatore – che mette in ombra le altre dimensioni della figura del cittadino – è un fatto negativo da un certo punto di vista e mostra comunque paradossalmente la prepotenza del mercato. Ma dal punto di vista di chi osserva i possibili cambiamenti progressisti dell’agricoltura  implica anche  aspetti positivi.

Il consumatore – quando se lo può permettere – sceglie di più e non guarda solo l’aspetto esteriore. Non vuole più la bella pesca liscia e rotonda di colore invitante perché, dopo trenta o quaranta anni, si  può essere reso conto che non si tratta del prodotto migliore né dal punto di vista del gusto né dal punto di vista della salute. Quel tipo di prodotto standardizzato –  frutto di selezione e di coltura non biologica, e resa così invitante dai veleni assorbiti da terra o  per irrorazione – non è più di moda, non rappresenta più la modernità, anzi esprime una fase superata.

La modernizzazione e la standardizzazione estrema sono in un certo senso cose del passato – di un passato recente naturalmente. I contadini molti  decenni addietro avevano  cominciato a piantare prodotti ortofrutticoli non più tradizionali. Le nuove mele,  pesche o arance  –  che i contadini avevano anch’essi cominciato a chiamare con nomi nuovi, spesso con numeri tipo  F31 (o che so io)  quale nome dato dal vivaista – avevano ormai invaso la produzione e il mercato. I contadini si erano già da tempo  abituati a prodotti che  non si chiamano con  nomi locali ma con i nomi che essi hanno  appreso nei consorzi agrari. Le arance Washington navel (ombelico di Washington) si erano già diffuse in ogni mercato locale dei paesi del Mezzogiorno (in Puglia si chiamano semplicemente ‘washington’ in Sicila ‘naveline’. In genere i contadini e i fruttaroli nel nominarle accorciano il nome (o si perde Washington o l’ombelico). E questo è un esempio di come la modernizzazione già molti anni fa si toccava ovunque per mano. Le varietà di frutta con nome locale  già da tempo a livello di massa  erano state travolte da quelle frutto della promozione e della standardizzazione.

Questo tipo di sviluppo e di omologazione  a un certo punto è entrato in crisi e anche i contadini lo stanno capendo. Ci sono altre richieste per le quali forme di organizzazione della produzione una volta considerate tradizionali finiscono per essere più adeguate. Allora per l’agricoltura piccola, per l’agricoltura contadina, per l’agricoltura familiare – per altro così come per l’agricoltura grande, per l’agricoltura capitalistica – si sono aperte prospettive nuove e quindi  tra loro nuove forme di competizione. Per l’azienda familiare-contadina il problema  riguarda la possibilità di inserirsi efficacemente in queste nuove realtà del mercato che sono determinate da esigenze del consumatore e basate su di una nuova coscienza ecologica o riguardante la salute.

Si tratta di esigenze che dovrebbero trovare anche una ricaduta normativa che ancora manca, vista la legislazione arretratissima, ma che comunque vengono perennemente enunciate con riferimento al rispetto dell’ambiente e alla garanzia  delle proprietà del prodotto come prodotto sano.

Tornando alla Facoltà di Agraria –  e alla ricerca e all’ insegnamento in agricoltura –  devo specificare quanto ho affermato relativamente alla situazione della ricerca  nei primi decenni del dopoguerra. Finita la fase di ricerca e innovazione legata ai grandi nomi di studiosi dell’anteguerra la ricerca a Portici aveva perduto quella posizione di avanguardia rispetto alle altre Facoltà. Ma la ricerca proseguiva più, o meno brillantemente, nelle diverse (per altro cresciute di numero)  sedi universitarie o in istituzioni legate al ministero dell’agricoltura in vari posti del paese ed era  orientata dalle tendenze scientifiche e culturali ( e dai gruppi di pressione dominati: penso a quelli chimici) dell’epoca.

Ma quali erano le novità, dove si perseguivano le innovazioni? Per la nostra generazione la novità era la modernizzazione  spinta, era l’agricoltura del progresso tecnico senza aggettivi, era l’agricoltura degli esseri fosforici, era l’agricoltura del miglioramento genetico. Ancora non sapevamo che cosa tutto ciò significasse in termini di impoverimento del terreno, di effetti sulle falde acquifere, di distruzione del patrimonio genetico. E l’entusiasmo per il prodotto nuovo (come sementi, pesticidi e fertilizzanti) guidato dall’azienda capitalistica aveva riguardato anche i contadini.

In questo quadro non è che i contadini si difendessero troppo. Anzi, con grave rischio per la  salute, spesso abusavano nelle quantità dei veleni utilizzati, con danno per sé, per l’ambiente e per il consumatore. Ma la produttività aumentava.

E questo  – o almeno innanzitutto questo – sembrava essere il problema della ricerca e della politica per la ricerca in agricoltura. In quel clima culturale, scientifico ed economico declinarono i miei interessi per l’agricoltura e la questione agraria. Non certo perché avessi sviluppato una coscienza ecologica ma solo perché avevo visto come quel tipo di sviluppo travolgeva, e non poteva non travolgere, la piccola azienda contadina, uno dei poli teorici e politici di riferimento della questione agraria. La pluriattività era  espressione della riduzione del reddito ricavabile dal lavoro agricolo e dalla necessità  di mettere insieme in qualche modo il reddito familiare.

Ricordo che in quegli anni si era diffusa anche l’ideologia della industrializzazione diffusa e l’azienda contadina (per eccellenza quella mezzadrile marchigiana ma anche quella diretto-coltivatrice veneta) sembravano essere il supporto di uno sviluppo nuovo di tipo post-fordista. ‘Terre e telai’ era ri-divento il binomio della nuova agricoltura post-contadina e post fordista al contempo.

Oggi da  questa platea ho sentito provenire molte proposte, ho sentito proposte imprenditoriali, proposte di nuove forme di agricoltura contadina. Purtroppo non ho sentito l’intervento dell’amico Corrado Barberis,  che però è stato richiamato tante volte e conseguentemente  qualche eco del suo discorso mi è arrivata. Vorrei ricordare il suo studio di oltre quarant’anni addietro, Operai contadini, che già all’epoca sottolineava l’importanza della pluriattività.

A partire da quegli anni nel frattempo è proseguito sia l’esodo agricolo che quello rurale fino a ridurre a un numero davvero modesto la popolazione occupata in agricoltura e nelle stesse campagne. E’ venuta cambiando così l’agricoltura  ma è cambiato  anche il territorio, con buona pace delle illusioni dei sociologi che negli anni settanta parlavano di rural renaissance (di rinascimento rurale).

E al proposito poi sentito  qui  usare un concetto forte di ruralità. Ecco:  mi chiedo se possiamo utilizzare ancora il concetto di ruralità.  Il contadino è la figura che caratterizza un contesto che ora definiamo rurale.  Ma cosa intendiamo ora quando parliamo in un paese come il nostro di ambiente rurale? Il contadino è quello che fa del pieno tempo in agricoltura ed ha questa esclusiva connotazione professionale? Avevamo scherzato trent’anni fa quando dopo  l’espressione ‘azienda familiare’ veniva  subito la parola pluriattività?

In realtà quelle trasformazioni dei decenni scorsi, a cominciare dalla pluriattività,  non sono cancellate dalla storia: quelle cose ci sono anche ora. Ma c’è qualcosa di nuovo, un  modo nuovo di ri-presentarsi della figura del contadino, che mantiene l’azienda non per necessità ma per scelta, che fa scelte tecniche ecocompatibili (come si dice ora) e si inserisce in maniera nuova nel mercato. Certo i suoi spazi –a mio avviso – sono spazi di nicchia. Ma ci sono . Quindi quando parliamo di azienda contadina si tratta anche di  vedere come la inquadriamo nella nuova situazione: se cioè la inquadriamo in un contesto arcaico rurale o post-moderno rurale (checchè ciò significhi), oppure se la inquadriamo in una nuova realtà produttiva e ambientale dove ci sia posto anche per una agricoltura contadino-familiare. In altri termini bisogna verificare quanto – nel nuovo contesto – le proposte in sostegno di una agricoltura familiare contadina siano espressione romantica e nostalgica e quanto invece si possano inserire in un contesto nuovo di sviluppo sociale.

Io  penso che la linea della modernizzazione possa andare avanti senza che essa significhi progresso tecnologico  sganciato da vincoli e interessi sociali: interessi, per quel che riguarda il cibo, dei consumatori ma anche interessi di reddito e condizioni di vita dei produttori. E questa possibilità  sembra essere resa un po’ più realistica anche da una sensibilità che si sta sviluppando in questo senso a livello di massa.

 

 

 

 


[1] Intervento  al seminario dell’ INEA sulle prospettive dell’ agricoltura familiare

(Roma  14 luglio 2014) enrico.pugliese@uniroma1.t

 

 

Category: Cibi e tradizioni, Economia, Osservatorio Sud Italia

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About Enrico Pugliese: Enrico Pugliese (1942) è professore ordinario di Sociologia del lavoro presso la Facoltà di Sociologia della Sapienza-Università di Roma. Dal 2002 al 2008 è stato direttore dell'Istituto di ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IRPPS-CNR). La sua attività di ricerca ha riguardato principalmente l'analisi del funzionamento del mercato del lavoro e la condizione delle fasce deboli dell'offerta di lavoro, con particolare attenzione al lavoro agricolo, alla disoccupazione e ai flussi migratori. Si è occupato, inoltre, dello studio dei sistemi di welfare, con particolare attenzione al caso italiano e all'analisi delle politiche sociali. Tra le sue pubblicazioni recenti: L'Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne (Il Mulino, 2006); Il lavoro (con Enzo Mingione, Carocci, 2010); L'esperienza migratoria. Immigrati e rifugiati in Italia (con M. Immacolata Maciotti, Laterza, 2010); La terza età. Anziani e società in Italia (Il Mulino, 2011).

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