Gabriele Polo: Agordo (Belluno), il re degli occhiali e la sua Valle

| 7 Luglio 2012 | Comments (0)

 

 

 

7. Agordo (Belluno), il re degli occhiali e la sua Valle


Inchiesta sul mondo del lavoro e la società all’epoca della grande recessione. Il distretto dell’occhialeria bellunese non c’è più. Luxottica. In principio c’era il distretto, poi venne Luxottica e se l’é mangiato con le griffe, la “fabbrica verticale” e il controllo della distribuzione. E ora la crisi divora anche le altre grandi imprese.


C’è una regione dell’alto Veneto, nel bellunese, tra il Cadore e Agordo, dove a cavallo tra il XIX° e il XX° in piccoli laboratori venivano montati i pezzi di occhiali costruiti in Germania. Vi si sono formate generazioni di artigiani e operai, molti si sono poi messi «in proprio» dando vita al distretto degli occhiali. Su montature, lenti e astucci crescevano professionalità e ricchezze, mentre la produzione – che nel secondo dopoguerra assumeva peso internazionale e caratteristiche industriali – si specializzava e accentuava la divisione del lavoro in una fitta rete di subforniture. Qui, nel 1961, arriva un giovane orfano barlettano, cresciuto nel collegio milanese dei «Martinitt», Leonardo Del Vecchio. Dopo aver fatto l’operaio in una fabbrica di stampi per occhiali, decide di attingere ai finanziamenti erogati dalla municipalità di Agordo per nuove attività industriali dopo la chiusura delle miniere di pirite che seminava disoccupazione e spingeva a emigrare. Nasce così Luxottica Sas, quattrodici dipendenti, produzione di montature in acetato e semilavorati di metallo per imprese più grandi (contoterzista, si dice), la Metalflex di Venas di Cadore e la Marcolin trasferitasi da Vallesella di Cadore.

Cinquanta anni dopo Luxottica è una Spa quotata in borsa a Milano e New York, ha 60.000 dipendenti sparsi in sei stabilimenti in Italia, due in Cina, cinque negli Usa, possiede dodici marchi (con licenza di produzione e vendita per un’altra ventina), fabbrica ogni anno 65 milioni di occhiali e i suoi ricavi nel 2011 hanno sfiorato i 7 miliardi di euro, quanto il Pil di Eritrea e Gambia messi insieme. Quel che è accaduto dal 1961 a oggi non è solo la storia di un successo industriale che ha fatto di Del Vecchio il secondo uomo più ricco d’Italia (dopo Ferrero, quello della Nutella), con tanto d’accusa d’evasione fiscale (2 miliardi di euro) che nel 2009 ha «sanato» pagando una multa-record di 300 milioni euro; ma è soprattutto l’esempio di come si utilizzano le risorse e le conoscenze di un territorio per costruire un’impresa che poi vola via nel mondo. Come inserirsi nella rete di un distretto per costruire un monopolio che il distretto «se lo mangia».

Leonardo Del Vecchio ricorda spesso di aver avuto una grande fortuna «potendo investire nell’agordino e contare sulle capacità professionali» del distretto. E non lo dimentica mai perché – anche se oggi possiede il 3% di Assicurazioni Generali, è un importante azionista di Unicredit, dell’immobiliare francese Fonciere des Regions e con MolMed produce biotecnoligie per e con il San Raffaele di Milano – Luxottica rimane al centro dei suoi pensieri e non casualmente il colosso agordino è ancora un’azienda a proprietà «familiare», al 67% della Delfin srl, giuricamente lussemburghese (a fini fiscali) ma concretamente nelle mani dei Del Vecchio.

 

L’attacco al distretto

Il segreto è stato, ed è ancora, l’intreccio di innovazione, aggressività industriale, controllo dei mercati. Negli anni Settanta e Ottanta l’espansione del settore spinge le imprese degli occhiali (nel bellunese si passa dalle 137 unità del 1971 alle 745 del 1991): Luxottica cresce lì dentro, crea il proprio marchio e poi una sua rete commerciale, dall’Italia invade l’Europa e incrementa il portafoglio, inizialmente senza disturbare troppo la rete dei contoterzisti, investendo molto in innovazione e commercializzazione. Quando, sulla fine degli anni ’80, «l’Italia da bere» si specchia nelle griffe, Luxottica, con le grandi firme, diventa il primo produttore mondiale di montature (il primo accordo è con Armani, che diventerà pure azionista – col 5% – di Luxottica, anche se poi per un periodo passerà la concessione del marchio a Safilo). E’ rimasta un’industria «verticale», con tutto il ciclo – dalla progettazione alla costruzione, dalla distribuzione alla vendita – «dentro» l’impresa. E attirando dentro di sé le professionalità dell’agordino può iniziare a imporre i suoi prezzi al mercato e muovere la sua «guerra» ai vicini del Cadore, mettendo in difficoltà tutti i piccoli. Che cadono uno a uno. Perché, nel frattempo, la globalizzazione fa saltare ogni confine: Luxottica si quota a Wall Street e comincia a guardare a oriente.

Negli anni Novanta il numero delle imprese del distretto degli occhiali bellunese scende progressivamente. Solo i «grandi» possono reggere la competizione internazionale: tra agordino e Cadore, delle quasi 800 aziende d’inizio degli anni ’80 oggi ne rimangono 350; dei 180 marchi presenti sul mercato mondiale un centinaio sono in mano a quattro/cinque grandi imprese italiane, Luxottica, Safilo, De Rigo, Marcolin e Marchon. Luxottica è la più grande di tutte, inanella una serie di conquiste tra acquisizioni e concessioni: LensCrafters, Bulgari, Salvatore Ferragamo, Chanel; e, poi, via via, Dior, Persol, Prada, D&G, Bulgari, fino alla madre di tutte le conquiste, quella di RayBan (acquistata nel ’99 dalla multinazionale Bausch&Lomb, in crisi) con tutta la sua rete di distribuzione oltreoceano che garantisce una sorta di monopolio commerciale negli Usa. Contemporaneamente vengono aperti due stabilimenti cinesi, che servono a produrre occhiali di serie B, proprio mentre dalla Cina iniziano ad arrivare un bel po’ di falsi e i «precotti» a basso costo che si vendono nelle farmacie.

E’ «un batter d’ali» che sconvolge la vita del distretto, tra Agordo e il Cadore. La rete delle piccole e medie imprese sono sempre più spinte – dai «grandi» – a specializzarsi nella produzione di componenti o specifiche lavorazioni: fanno assemblaggio, pulitura, saldatura, verniciatura e trattamenti galvanici, produzione di minuterie, lenti, astucci e accessori vari. Soffrono sempre più la concorrenza sui costi dei paesi più poveri perché fanno lavorazioni sempre più «povere». Sono penalizzate dalla mancanza di un accesso diretto al mercato e condizionate dalle strategie delle aziende leader che, oltre a rivolgersi ai paesi emergenti per l’acquisto delle componenti a minore valore aggiunto e a maggiore contenuto di manodopera, stipulano contratti di subfornitura selezionando sempre più drasticamente.

 

La caduta del Cadore

«Così il distretto è scomparso e con esso il legame con il territorio. Perché tutto il mondo è diventato il terreno d’azione della grande impresa», ricorda Renato Zanivan, imprenditore che tra i primi ha iniziato a far la spola tra il bellunese e la Cina. «Il Cadore – continua – è stato quello più penalizzato, perché lì la rete era più fitta e più storicamente radicata». Oggi anche Zanivan si occupa poco di occhiali, pur se continua a fare la spola per affari tra Belluno e Pechino: «L’ascesa di Luxottica ha accompagnato il declino del distretto, ma oggi anche le altre grandi aziende si trovano in difficoltà. Perché gli occhiali con il grande marchio si possono fare dovunque, in Italia come in Cina. Il problema non è il costo del lavoro. Decisivo è stato il comportamento nel periodo del grande sviluppo, la’ver reinvestito o meno i profitti nell’innovazione – in particolare dei materiali – e nel marketing, cioè conquistando marchi e punti commerciali. E questo Luxottica l’ha fatto alla grande». Non sempre con mezzi pulitissimi. Come nel caso dei negozi d’ottica che per avere da Luxottica un occhiale importante si vedono imporre l’acquisto anche di altri marchi, magari meno importanti. Un modo disinvolto di trasferire il proprio magazzino nei 7.000 punti vendita autorizzati a vendere gli occhiali targati Del Vecchio. E si capisce perché la conquista di RayBan e della sua rete commerciale sia stata cruciale, «quanto il reinvestire continuamente nella valorizzazione del brand – sottolinea Zanivan – e nel controllo dell’intero ciclo produttivo e distributivo». Soprattutto ora che, con la crisi finanziaria e la recessione europea – prosciugato il distretto e chiuse molte imprese – la concorrenza comincia a colpire anche i «grandi». Come Safilo, che ha seguito tutt’altra strategia rispetto a Luxottica e sta perdendo il derby dell’occhiale. Nata ben prima del gruppo di Dal Vecchio – nel 1934 a Calalzo di Cadore -, ottomila dipendenti nel mondo, mille miliardi il fatturato del 2011, a partire dagli anni ’80 ha delocalizzato molto, puntando sulla Cina e sul contenimento del costo del lavoro, meno sulla commercializzazione. Più «orizzontale» di Luxottica (cioè più parcellizzata nel ciclo produttivo), nel 2009 ha cambiato proprietà e la maggioranza azionaria è passata dalla famiglia Tabacchi (Roberto ne è stato il fondatore) a un fondo d’investimenti olandese. Una proprietà sempre più distante dal prodotto, distanza che non aiuta. L’ultimo colpo è arrivato dalla perdita della licenza Armani (significa meno 20% del fatturato) con la consegunete crisi occupazionale e il rischio di 1000 licenziamenti (concentrati a Longarone), momentaneamente rientrati grazie a un maxi-contratto di solidarietà per gli «anziani» (meno orario e meno salario) e al sacrificio dei giovani con contratti a termine.

Lo scontro Luxottica-Safilo è solo l’ultima – paradigmatica – puntata dello smantellamento del «distretto industriale» da parte di un (tendenziale) monopolista. E’ anche la vittoria di un modello industriale che per assicurarsi un futuro sembra pescare molto nel passato. Perché Luxottica ha al suo interno il ciclo completo, dalla progettazione ai punti vendita, come fosse Ford degli anni ’30; concentra il lavoro in fabbriche «lineari», come un novello Taylor; organizza la produzione sul flusso continuo, come la Toyota del just in time e del ciclo integrato; coinvolge i dipendenti in un sistema di welfare aziendale, quasi ispirandosi al paternalismo di Alessandro Rossi o Gaetano Marzotto, padrini veneti d’altri tempi. «La caduta degli altri sembra la nostra fortuna – dice Valentina Da Rold delle Rsu Luxottica di Agordo -, ma non è proprio così. Se ne mandano via 1.000 dalla Safilo perché Armani torna in Luxottica, non è che ne assumo mille qui. Semplicemente si ridistribuisce quella produzione tra i vari stabilimenti per far fronte al rallentamento del mercato. E crescono le quote degli stabilimenti cinesi». Il settore italiano dell’occhialeria – di cui Luxottica detiene oltre il 50% della produzione – ha chiuso il 2011 con un fatturato in aumento dell’8% sull’anno precedente (2.560 milioni di euro, l’80% dei quali vengono dal bellunese), ma tra i 16.000 lavoratori italiani dell’occhialeria (oltre 7.000 quelli di Luxottica) in pochi si sentono tranquilli. Secondo l’Anfao (la Confidustria degli occhiali), «i segnali di recessione sono già evidenti, gli ordini diminuiscono e le prospettive per il 2012 non sono rosee, soprattutto per lo stallo del mercato interno». Inoltre, «quando la crisi sarà passata – ma non si sa quando – niente sarà come prima».

In altre parole, la selezione iniziata con la globalizzazione, dopo aver decimato le imprese più piccole, ora taglierà «in alto», tra i grandi. I 3500 dipendenti della fabbrica agordina di Luxottica si sentono relativamente tranquilli. «Relativamente – incalza Valentina Da Rold – perché ci mettono un attimo a trasferire le produzioni da qui a Dong Guan. In fabbrica di rivoluzioni ne abbiamo già fatte tante, passando dalle postazioni singole al lavoro in linea, al toyotismo spinto, che vuole flessibilità, coinvolgimento, idee. Ma sempre per 1.100 euro al mese come stipendio medio». Accanto al nuovo welfare aziendale introdotto con l’aumento degli indici di produttività: il «carrello della spesa» a prezzi calmierati, la mutua aziendale a surrogare una sanità pubblica in crisi, i libri di testo e le borse di studio per i figli più meritevoli dei dipendenti. Perché Luxottica – come ripete Leonardo Del Vecchio – «si sente responsabile del suo dipendente in ogni momento della sua vita»: monopolista sul mercato, padrone premuroso di un territorio che era un distretto e ora è un feudo, «un’azienda totale», quasi una comunità. Ma il tutto con discrezione, senza ostentazioni: per sentirsi padrone a casa propria non c’è bisogno di erigere statue a se stessi (come quella che il conte Marzotto si fece innalzare a Valdagno, e che nel ’68 gli operai tirarono giù) o agli altri (come quella che Alessandro Rossi dedicò «ai suoi tessitori» di Schio, e che è ancora lì). Di monumentale basta Luxottica.

 

Il Manifesto 7 Luglio 2012

(7, continua)

 

Category: Viaggio nella crisi italiana

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About Gabriele Polo: Gabriele Polo (San Canzian d'Isonzo, 1957) è un giornalista italiano, è stato direttore del quotidiano il manifesto dal 2003 al giugno 2009, diventandone poi direttore editoriale, oltre che commentatore e inviato. In gioventù è militante di Lotta Continua e poi tra i promotori nei primi anni '80 del gruppo Lotta Continua per il Comunismo. Inizia la sua collaborazione al manifesto nel 1988 di cui è stato direttore dal 2003 al giugno 2009- Attualmente dirige il giornale on line I mec. Tra i suoi ultimi libri: , Il mestiere di sopravvivere, Editori Riuniti, 2000 , Diciottesimo parallelo, la ripresa del conflitto sociale in Italia, Manifestolibri, 2002; Ritorno di Fiom. Gli operai, la democrazia e un sindacato particolare, Manifestolibri, 2011.

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