Massimo Recalcati: Destra e sinistra sotto il peso di Edipo

| 6 Marzo 2013 | Comments (0)

 

 

 


 

DOSSIER DOPO ELEZIONI  23. Pubblichiamo questo articolo dello psicoanalista lacaniano Massimo Recalcati uscito su La Repubblica il 6 marzo 2013 che parla soprattutto di “padri” e lo facciamo seguire da un altro articolo di Massimo Recalcati uscito sempre su La Repubblica il 6 ottobre 2012 che parla soprattutto di “figli”.

 

 

Massimo Recalcati: Destra e sinistra sotto il peso di Edipo (6 marzo 2013)


Cosa è accaduto nella sinistra italiana in questa ennesima sconfitta elettorale ? Un evidente problema nella trasmissione della eredità: Essa ha voluto aggirare il tempo fatale dell`avvicendamento, del lasciare il posto al nuovo, del rendere possibile il trauma necessario del rinnovamento. Il padre non ha voluto lasciare il suo posto. Non ha saputo vedere che il solo argine nei confronti del rifiuto socialmente diffuso della “politica” era animare un cambiamento interno della politica che esigeva la forza unica di un simbolo. Tale era la candidatura di Renzi dal punto di vista simbolico, al di là del giudizio politico che si può dare di lui. Ma per quale ragione questo avvicendamento non si è realizzato? Esiste anche una responsabilità del nuovo, non solo del vecchio. Lo slogan della “rottamazione” è stato infelice quanto quello dell`”usato sicuro”. Se la metafora dell`usato sicuro era sintomatica di una difficoltà ad immaginare il trauma necessario del cambiamento – tenere quello che si ha ad ogni costo -, quella della rottamazione fallisce il senso autentico dell`ereditare. Il vecchio padre si è irrigidito nella sua posizione perché non si è sentito riconosciuto dal figlio. L`ideologia della rottamazione voleva fare a meno dei padri senza servirsi di loro. Impraticabile: l`anima necessariamente conservatrice del partito e dei suoi organi istituzionali ha reagito emarginando il nuovo e uccidendo il figlio ribelle.

Illustrando il complesso di Edipo, Freud aveva messo in luce come la relazione tra i figli e i padri sia marcata da una ambivalenza profonda: il padre non è solo la rappresentazione eroica di un Ideale ineguagliabile, ma è anche un rivale con il quale si combatte un duello all`ultimo sangue. La dimensione conflittuale dell`Edipo si risolve solo se le armi vengono deposte e si sancisceun armistizio: il padre deve riconoscere il suo inevitabile tramonto lasciando il suo posto al figlio, mentre il figlio deve riconoscere al padre il debito simbolico del dono della vita. Il padre diventa così una funzione indispensabile nella trasmissione dell`eredità e il figlio, in quanto erede, avrà il compito di realizzare in una forma nuova ciò che ha ricevuto. Se il padre o il figlio non riconoscono questa discendenza simbolica, la dialettica edipica può incancrenirsi in una rivendicazione sterile: il padre impedisce al figlio dí avere un suo posto nel mondo rifiutando dì tramontare; mentre il figlio esige la morte del padre e il rinnegamento della sua provenienza e del debito che essa implica. Il conflitto si imbarbarisce: il nuovo vuole uccidere il vecchio perché il vecchio non lascia posto al nuovo e il vecchio non lascia posto al nuovo perché il nuovo non vuole riconoscere il suo debito nei confronti del vecchio.

Se il partito di Berlusconi è immune dalle dissonanze dell`eredità perché è strutturalmente privo di possibili eredi in quanto il padre è un Duce – senza discendenza, politicamente sterile – che fa coincidere la sua esistenza con quella del partito, dunque che esclude l`orizzonte della trasmissione della leadership, il problema dell`eredità già oggi sta attraversando e attraverserà fatalmente il movimento dei grani. Il padre di questo movimento non rappresenta per nulla il vecchio, la provenienza, la radice, la memoria, l`istituzione. Questo nuovo padre si propone come senza storia, senza memoria, senza provenienza, senza un volto politicamente riconoscibile, mascherato, radicalmentepost-ideologico. Non ha maivoluto entrare sulla scena edipica della politica, ma si è sempre mantenuto fuori (Lacan gli direbbe; ma “fuori” da cosa? Tu pensi davvero che esista un “fuori”?). `lauto del confronto con gli altri è una cifra essenziale di questaposizione che sipropone come sorretta da un ideale di incontaminazione.

La dialettica democratica lascia allora il posto all`insulto dell`Altro che si mescola, come spesso accade in ogni fondamentalismo, con un fantasma di purezza: da unaparte i puri, i redentori, dall`altra gli impuri, gli indegni. Di qui la sua forza anarchica e sovversiva e il potere straordinario di aggregazione di fronte ad un mondo politico drammaticamente corrotto e incapace di rinnovarsi dall`interno. La saggezza del nostro presidente della Repubblica che difende giustamente il diritto del popolo italiano di scegliere i suoi rappresentanti, urta drasticamente contro l`uso violento dell`insulto con il quale il padre del nuovo movimento insiste nel praticare il non-confronto con gli altri.

Ma che padre è quello che si manifesta attraverso l`insulto? Si tratta di un padre che non ricalca più in alcun modo il modello edipico del Padre come simbolo della Legge. Si tratta di un padre-adolescente, di un padre-ragazzo, che parla, si esprime e si veste come fanno ì suoi figli. Si tratta di un padre che rivela sintomaticamente quella alterazione profonda della differenza generazionale che è una grande tema, anche psicopatologico, del nostro tempo. Nondimeno questo padre che si maschera con gli abiti dei figli è un padre che non vuole rinunciare ad esercitare il suo diritto assoluto di proprietà sui suoi figli. Si provi a mettere questo padre di fronte alla critica o al dissenso e si vedrà in che cosa consiste la sua pasta. Dietro ogni leader totalitario che reclamala democrazia si celauna insofferenza congenita verso il tempo lungo della mediazione che la pratica della democrazia impone.

Il problema dell`eredità sembra allora rovesciarsi rispetto a quello che è accaduto alla sinistra: non è il padre come simbolo del vecchio che non vuole abbandonare il suo posto di fronte alla minaccia edipica della rottamazione, ma saranno probabilmente i figli che dovranno assumersi la responsabilità dì non essere più “fuori” dalle istituzioni essendone diventati invece dei direttirappresentanti. Saranno allora i figli a esigere il dialogo politico – rifiutato dal loro padre come segno di indegnità- come unica condizione per assicurare ad un paese in gravi difficoltà un governo possibile.

A questi nuovi figli dal viso pulito e dagli ideali forti dobbiamo affidare il compito di far ragionare un padre che sembra-almeno sino a questo momento rifiutare la responsabilità che sempre comporta la sua funzione e a mascherarsi da “anima bella” che per Hegel era quella figura della Fenomenologia dello spirito che pretendeva di giudicare la storia dall`alto della sua beata innocenza senza considerare che nessuno mai può giudicare la storia senza considerare di farne parte.

 

Massimo Recalcati:  Quella libertà senza futuro 
che impedisce di crescere (6 ottobre 2012)


L’adolescenza, da sempre un’età problematica, è diventata ultimamente infininita. La colpa è soprattutto degli adulti, i padri non sanno tramontare e così uccidono i figli. Poter fare tutto, ma non avere prospettive per l’avvenire crea il disagio di oggi Una volta gli psicoanalisti consideravano la crisi dell’adolescenza come una manifestazione psichica della tempesta puberale che trasformava il corpo infantile in quello di un giovane uomo o di una giovane donna. Era il risveglio di primavera: come abitare un nuovo corpo che non è più il corpo di un bambino ma che manifesta con forza nuove esigenze e nuovi desideri?

Oggi la forbice evolutiva distanzia sempre più pubertà e adolescenza: l’età puberale sembra imporre una nuova precocità  –  bambine e bambini di 10-11 anni si comportano come veri e propri adolescenti  –  mentre, al contrario, l’adolescenza sembra non finire mai. Questa sfasatura è però l’indice di un’altra e più profonda contraddizione che rende per certi versi insostenibile la condizione dei nostri giovani. Da una parte essi si trovano gettati con grande anticipo sulla loro età mentale in un mondo ricchissimo di informazioni, saperi, sensazioni, opportunità di incontro, ma, dall’altra parte, sono lasciati soli dagli adulti nel loro percorso di formazione.

Nessuna epoca come la nostra ha conosciuto una libertà individuale e di massa come quella che sperimentano i nostri giovani. Ma a questa nuova libertà non corrisponde nessuna promessa sull’avvenire. La vecchia generazione ha disertato il suo ruolo educativo e ha consegnato ai giovani una libertà mutilata. L’offerta incalzante di sempre nuove sensazioni si è moltiplicata quasi a parare l’assenza drammatica di prospettive nella vita. Ecco disegnato il ritratto del nuovo disagio della giovinezza: per i nostri figli sono esposti ad un bombardamento continuo di stimolazioni e, per un altro verso, gli adulti evadono il compito educativo che la differenza generazionale impone simbolicamente loro e la cui funzione sarebbe, oggi, se possibile, ancora più preziosa che nel passato dove l’educazione veniva garantita attraverso l’autorità della tradizione.

Ricordo un mio vecchio maestro elementare che aveva il vizio di riproporre in modo assillante una metafora educativa tristemente nota: “Siete come viti che crescono storte, curve, arrotolate su loro stesse. Ci vuole un palo e filo di ferro per legare la vite e farvi crescere diritti”. In un passato che ha preceduto la contestazione del ’68 il compito dell’educazione veniva interpretato come una soppressione delle storture, delle anomalie, dei difetti di cui invece è fatta la singolarità della vita. Oggi questa metafora non orienta più  –  meno male  –  il discorso educativo. Oggi non esistono più  –  meno male  –  pali diritti sui quali correggere le storture delle viti. Il problema è diventato quello dell’assenza di cura che gli adulti manifestano verso le nuove generazioni, lo sfaldamento di ogni discorso educativo che l’ideologia iperedonista ha ritenuto necessario liquidare come discorso repressivo.

Non che gli adulti in generale non siano preoccupati per il futuro dei loro figli, ma la preoccupazione non coincide col prendersi cura. I genitori di oggi sono, infatti, assai preoccupati, ma la loro preoccupazione non è in grado di offrire sostegno alla formazione. Quello che dobbiamo constatare con amarezza è che il nostro tempo è marcato da una profonda alterazione dei processi di filiazione simbolica delle generazioni. Come in una sorta di Edipo rovesciato sono i padri che uccidono i loro figli, non lasciano il posto, non sanno tramontare, non sanno delegare, non concedono occasioni, non hanno cura dell’avvenire. La vita dei nostri figli è aperta ad un sapere senza veli  –  quello delle rete per esempio  –  ma anche quello relativo al mondo degli adulti una volta impermeabile ad ogni domanda, mentre oggi ridotto ad un gruviera: i figli sanno tutto dei loro genitori anche quello che sarebbe meglio non sapessero. L’alterazione del rapporto tra le generazioni passa anche da qui; i figli hanno accesso senza mediazioni culturali ad un sapere senza confini e diventano i confidenti dei genitori e delle loro pene. Anziché potere appoggiare la loro vita su quella dei propri genitori, seguono per lo più attraverso le vite da adolescenti di chi dovrebbe prendersi cura delle loro vite.

Una pesante responsabilità di scelta attende i nostri giovani non essendo più la loro vita vincolata ai binari immutabili della tradizione e della trasmissione familiare. E’, come direbbe Bauman, la condizione liquida delle nuove generazioni. Sempre meno esse si trovano a proseguire sulle orme dei loro familiari e sempre più si trovano  –  nel bene e nel male  –  obbligate ad inventare un loro percorso originale di crescita.

I nostri figli sono nel tempo di una libertà di massa dove però l’isolamento cresce esponenzialmente insieme al conformismo. La loro responsabilità cresce precocemente, ma sempre più raramente possono incontrare negli adulti incarnazioni credibili della responsabilità. La politica non dovrebbe essere un punto di riferimento culturale alto al quale i giovani debbono poter guardare con fiducia? Ma non è proprio il luogo della politica  –  per Aristotele la più alta e nobile delle arti, quella capace di ricomporre le differenze particolari per il bene comune della Polis –  ad essersi trasformato in un party adolescenziale forsennato?

L’iperedonismo contemporaneo ha scomunicato il compito educativo come una cosa per moralisti. Di conseguenza, la libertà si è ridotta a fare quello che si vuole senza vincoli né debiti. Ma intanto il debito cresce e ha sommerso le nostre vite e l’assenza di senso della Legge ha spento la potenza generativa del desiderio. E allora la libertà non genera alcuna soddisfazione ma si associa sempre più alla depressione. È qualcosa che incontriamo sempre più frequentemente nei giovani di oggi. Ma come? Hanno tutte le possibilità, più di qualunque generazione precedente? E sono depressi? Come si spiega? Si spiega col fatto che la loro libertà è in realtà una prigione perché è senza possibilità di avvenire. Cresciamo i nostri figli nella dispersione ludica mentre la storia li investe di una responsabilità enorme: come fare esistere ancora un avvenire possibile?

Nietzsche aveva posto all’uomo occidentale il problema della libertà nel modo più radicale possibile. L’uomo è pronto per essere libero? E’ all’altezza del compito etico della libertà? La fuga delle masse nei totalitarismi del Novecento aveva dato una risposta negativa a quella domanda. No, l’uomo non è capace di essere libero, l’uomo fugge dalla libertà. Adora il tiranno e il suo bastone. La pulsione gregaria domina quella erotica. Il rifugio nel grande corpo della massa viene preferito all’assunzione singolare della propria libertà e della vertigine che essa comporta.

Oggi le cose sono cambiate. La massa non è più unita dall’attaccamento fanatico all’ideale. Il cemento che la tiene insieme si è inesorabilmente sgretolato, così si è fatta liquida, ondivaga, informe. E prevale l’individuo nel suo isolamento narcisistico.

 

 

Category: Elezioni politiche 2013

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