Voci e vite di donne a Bologna. Le donne e il lavoro ai tempi della crisi.

| 20 aprile 2012 | Comments (0)

L’articolo è frutto del lavoro congiunto di Milena Schiavina e Florinda Rinaldini

Milena Schiavina (CGIL di Bologna)

Se non ora quando è stata la grande novità del 2011, esplosa con la manifestazione del 13 febbraio in molte piazze delle città italiane. Una giusta intuizione, in un periodo più volte descritto come una “pagina nera ” della nostra storia.

Dopo l’appuntamento di luglio 2011 a Siena, ci si è poste la domanda su come proseguire, con quali priorità e subito ne sono emerse due: il lavoro e  rappresentanza delle donne nella politica, nella società.  Le donne delle associazioni  ma non solo, di Bologna, si sono candidate per preparare un convegno sul lavoro.

Il convegno si è tenuto  nei giorni 3-4 marzo 2012,  “Vite, lavoro e non lavoro delle donne”. Gli incontri si sono svolti fra il Palazzo Comunale di Bologna ed  il Centro di Documentazione delle Donne, Sala del Silenzio  ex Convento di Santa Cristina.

Le funzionarie e le dirigenti della Cgil di Bologna, hanno partecipato attivamente alla preparazione del convegno ed al dibattito, anche attraverso le testimonianze di alcune lavoratrici, raccolte in un video.

Le loro parole, le loro esperienze sono significative e devono essere ascoltate  con attenzione e sensibilità, in riferimento a diversi argomenti da loro affrontati: la precarietà  che toglie alle loro vite progetti e speranze, l’integrazione nella società italiana di milioni di lavoratrici migranti e delle loro famiglie, le discriminazioni di genere originate dalla questione di fondo: la maternità, la crisi occupazionale che impone a molte di rivedere le proprie strategie di vita, costringendo molte donne ad un ritorno a modelli che credevano superati, quali appunto, un ritorno a ruoli marginali nel mercato del lavoro per accudire  prioritariamente la famiglia, alla quale sostegno e servizi vengono a mancare.

Una prima grande questione: quale conciliazione possibile? O i  figli o il lavoro?

La richiesta di un doppio sì, impone riflessioni e proposte.

Appare subito, dalle parole delle lavoratrici intervistate, come sia difficile in questi anni, conciliare il lavoro con le responsabilità familiari, di cura, con le esigenze di orari flessibili,  con la precarietà diffusa e inarrestabile, con i servizi sociali che si riducono.

La questione della cura e delle politiche a sostegno della conciliazione tra lavoro e famiglia colloca l’Italia entro un quadro di forte immobilismo istituzionale. Si conferma che, di fronte ai forti cambiamenti nell’equilibrio tra domanda ed offerta di cura e alle nuove richieste dal mercato del lavoro, il sistema pubblico a sostegno della conciliazione in Italia, appare bloccato.

Le nostre intervistate  intendono tenere insieme, con volontà e determinazione lavoro e cura. Partendo da questo dato che occorre  pensare a: nuove politiche di sostegno, conciliazione e condivisione, una nuova genitorialità, sostegno alle imprese, formazione professionale, garanzie del reddito, attraverso anche una riduzione del cuneo fiscale nel periodo di maternità, servizi sociali di comunità.

I servizi sociali non sono solo un puro strumento di conciliazione, sono un investimento verso le nuove generazioni, tendono alla riduzione delle disuguaglianze dovute alle origini di nascita, all’arricchimento delle opportunità in modo più paritario. Delegare ogni cosa alla famiglia significa affidarsi alla riproduzione della disuguaglianza dovuta all’origine sociale. Si rende, peraltro, necessario costruire  infrastrutture che sostenendo le madri monogenitoriali,  garantiscano la possibilità di continuare a lavorare, attraverso  iniziative di solidarietà e sostegno in rapporto con i servizi.

 

Florinda Rinaldini (Ricercatrice IRES Emilia-Romagna)

Il video “Voci e vite di donne a Bologna. Le donne e il lavoro ai tempi della crisi. Marzo 2012”[1] è stato presentato durante il Convegno nazionale “Se non ora quando” tenutosi a Bologna il 3 e 4 marzo scorsi. Il video racconta le storie di vita (e di lavoro) di sei donne diverse per età, nazionalità, livello di scolarizzazione e occupazione eppure tutte alle prese con la “questione” lavoro, al giorno d’oggi, in tempo di crisi globale e recessione.

Lavoro che da valore fondante della nostra Costituzione appare sempre più ripetutamente un diritto messo in discussione e perfino spesso negato al genere femminile. Lavoro sempre più incerto, precario e insicuro per tante donne, giovani o meno, assunte con contratti intermittenti e discontinui, così come per molte donne occupate con contratti a tempo indeterminato che vivono – e lavorano – con la minaccia incombente di perderlo quel lavoro, essendo in cassa integrazione e in mobilità, con l’impresa nella quale sono/erano occupate che delocalizza la produzione nell’Est Europa e licenzia in Italia. Non mancano – per fortuna – alcune storie “al positivo” di donne che, dopo anni di lavoro alle dipendenze, si sono “re-inventate” lavoratrici autonome e imprenditrici.

Parliamo delle aspettative di queste donne nei confronti della vita e del lavoro, del difficile equilibrio tra lavoro, tempo per sé e per gli impegni familiari, delle penalizzazioni e discriminazioni che vivono nei luoghi di lavoro, di quanto sia difficile essere madre lavoratrice, ancora di più se si è madre sola, e di un reddito spesso insufficiente a garantire un’autonomia economica, tanto più in questi ultimi anni di crisi. Così come diamo conto della “forza delle donne” sia quando queste ultime sono impegnate in battaglie sindacali per la difesa del proprio posto di lavoro (e, in particolare, della propria dignità di donne lavoratrici, come nel caso della OMSA di Faenza), sia – più in generale – di come si destreggino, da vere acrobate, tra lavoro retribuito e lavoro di riproduzione sociale (quello non retribuito, di cura e domestico), intrappolate troppo spesso tra esigenze familiari e lavorative.

Hafida

Raccontiamo la storia di Hafida, una donna marocchina di 42 anni, laureata, sposata, con un figlio di dieci anni. In Marocco lavorava in una farmacia; dopo essere stata licenziata dal suo principale perché si era rivolta al sindacato è venuta in Italia e, al momento, accudisce persone anziane in qualità di assistente familiare (o “badante” che dir si voglia). Un lavoro impegnativo, anche pesante che l’ha costretta a rinunce significative (avere un altro figlio, studiare):

“Il lavoro mi ha impedito di fare tante cose. Prima di tutto studiare, anche studiare la lingua italiana, orari non ce ne ho. Seconda cosa: fare figli. Non ho potuto perché faccio un lavoro molto pesante e non potevo rimanere incinta perché so che ho una responsabilità”.

E nonostante i rapporti con le famiglie presso le quali lavora siano positivi, l’impatto della crisi, per i lavoratori e le lavoratrici, soprattutto migranti, si avverte enormemente. In più, per molti immigrati, la perdita del lavoro si associa spesso alla perdita di un regolare permesso di soggiorno e, di conseguenza, dello status di immigrato regolare (secondo la legge Bossi-Fini). Se, inoltre, pensiamo ai bambini e ai ragazzi che sono figli di immigrati nati e cresciuti in Italia – le cosiddette “seconde generazioni” – che hanno sviluppato legami, stili di vita, modelli culturali della società ricevente ma che, secondo la legge italiana attualmente in vigore, non possono acquisire la cittadinanza italiana fino a 18 anni e, in più, ne devono fare esplicita richiesta entro un anno dal raggiungimento della maggiore età, la questione del riconoscimento del diritto di cittadinanza per i bambini figli di stranieri, nati nel nostro Paese, così come per tutti i minori stranieri in Italia, diventa davvero urgente e non più ulteriormente rinviabile.

“C’è della gente che hanno perso il lavoro, hanno perso tutto…hanno perso i documenti, non hanno più per pagare l’affitto, hanno lo sfratto per andare via dalla casa. Anche mio marito è stato a casa, ha lavorato dieci anni in una cooperativa ed è uscito senza una lira, un anno a casa, senza una lira, senza niente (…) Se ho un figlio che è nato qui, va a scuola qui, non sa parlare per esempio l’arabo, mio figlio non sa scrivere, non sa neanche una lettera, questi bimbi dove vanno? Pensi che domani prendo mio figlio e lo faccio tornare in Marocco?”.

Anna

C’è poi Anna, operaia dell’OMSA di Faenza che lavora come operaia in quell’azienda dal 1989. Ha 43 anni, è in possesso di un diploma di istruzione secondaria superiore, è sposata ed ha due figli (uno di 11 e l’altro di 13 anni). Attualmente è in cassa integrazione dato che “il padrone dell’Omsa ha deciso di chiudere l’Omsa, di licenziarci e di delocalizzare la produzione in Serbia”. Appena terminati gli studi ha iniziato a lavorare in quella fabbrica, ora del Gruppo Golden Lady, leader internazionale nel settore della calzetteria. Dopo un anno di contratto di formazione lavoro è diventata “fissa” ed ha deciso di “rimanere lì”.

“Era un lavoro a turni, mi andava bene, non era granché gratificante ma ogni mese lo stipendio arrivava e mi sono creata la vita attorno a questo lavoro”.

Un lavoro – dunque – che anche se non appaga e soddisfa più di tanto consente, però, di emanciparsi dalla famiglia d’origine e, insieme al compagno, fare progetti per il futuro: acquistare la casa accendendo un mutuo, fare figli: “Ho un compagno. Anche lui aveva un lavoro fisso, lavorava e con due stipendi ci siamo presi la casa, ci siamo creati una famiglia e quindi eravamo autonomi, vabbè, a parte un mutuo (ride, ndr.).

Certezze e sicurezze, riguardo la propria vita e il proprio lavoro – “all’Omsa eri tutelato” – che ai tempi della crisi globale possono crollare facilmente: la delocalizzazione della produzione in un Paese dell’Est Europa dove il costo del lavoro è infinitamente più basso, e la chiusura dello stabilimento nel quale lavorava, qui in Italia, sopraggiungono in modo inaspettato e improvviso; come ricorda la nostra intervistata, la perdita del lavoro “è un attimo” e, per tutti, ma soprattutto per una donna over 40, riuscire a trovare nuovamente un  lavoro, al giorno d’oggi, è impresa assai ardua:

“I lavoratori comunque non hanno mai le leggi a loro favore, le leggi sono sempre a favore dell’imprenditore. Abbiamo l’articolo 18 che dovrebbe tutelare i lavoratori ma poi vediamo che si fa presto, una letterina e tutti licenziati, in mobilità…e l’articolo 18 te lo scordi…è un attimo rimanere disoccupati (…) Penso che per una donna è molto più difficile trovare lavoro, tempo fa, adesso ancora di più. Per una donna che abbia passato i quarant’anni è ancora molto molto più difficile (…) Hai avuto delle certezze fino all’altro giorno, oggi sono cadute tutte, rimetterti in moto, ritrovare un lavoro, dove appunto in Italia quasi più non esiste, è molto difficile”.

Miriam

Miriam ha 46 anni, lavora in IKEA da 13 anni, con un contratto a tempo indeterminato part-time a 20 ore settimanali ed è delegata sindacale. Vive sola con la figlia di nove anni. Dopo più di dieci anni di lavoro in quell’impresa non ha grandi aspettative nei confronti del proprio lavoro: “speravo di poter crescere professionalmente ma di fatto la professionalità che ho acquisito direi che è grazie alle mie risorse, nessuno mi ha insegnato niente lì dentro”. Un lavoro – poco retribuito – che spesso entra in conflitto con “la vita” e gli impegni familiari e la costringe di frequente a dover scegliere, e dividersi, tra il destinare più tempo al lavoro pagato (che significa “più stipendio”) e il tempo da dedicare a sé e alla figlia.

“Io sono in perenne conflitto con me stessa perché se voglio arrivare ad avere uno stipendio di 800, 850 euro al mese devo lavorare la domenica, devo lavorare i festivi. Quindi, o decido di stare con mia figlia, o decido di fare dei soldi e la cosa mi manda spesso in tilt, perché sicuramente crescono i miei sensi di colpa nei confronti di mia figlia (…)

Miriam lavora in una grande multinazionale apparentemente attenta ai carichi familiari dei dipendenti (i “collaboratori” come vengono definiti nella presentazione che si trova nel sito internet dell’azienda globale), che offre “tante direzioni e opportunità di carriera” ai suddetti collaboratori e, tramite Ikea Foundation, supporta vari progetti nel mondo “volti ad offrire ai bambini una vita quotidiana migliore”. Eppure, come afferma la nostra intervistata, le donne che lavorano nella “scatola blu” e, soprattutto le madri sole, sono penalizzate in quanto si ritrovano ad avere un articolazione degli orari, “a dir poco creativa”:

“Se c’è da fare il turno fino alle 22.30, Ikea non si preoccupa di dire ‘però, questa qua c’ha una figlia, dove la mette fino alle 11 di sera, tenendo conto che la mattina dopo deve andare a scuola?’ Quindi mi sento penalizzata sotto questo punto di vista, non vedo tutta questa attenzione…poi regaliamo un euro ogni peluche che vendiamo ai bambini dell’Africa però non si preoccupano di gestire in modo adeguato all’interno della nostra ‘scatola blu’, come noi chiamiamo Ikea”.

Manuela

Una difficile gestione della maternità che riguarda anche un’altra ragazza da noi incontrata –   Manuela – anch’essa, come Miriam, madre sola ma, al contrario di quest’ultima, attualmente senza occupazione e alla ricerca disperata di un lavoro. Manuela ha 34 anni ed è madre di un bimbo di due anni e mezzo. Fino a poco tempo fa “avevo un’attività con quello che ora è il mio ex marito, attività che ora non c’è più”. Era una pizzeria da asporto: lei si occupava della cassa e il marito lavorava come pizzaiolo: “era una cosa in cui credevamo tantissimo almeno all’inizio, era un sogno che si avverava”. Alcune “difficoltà” che insorgono dopo la nascita del figlio portano alla separazione dal marito, che non contribuisce nemmeno più al sostentamento del figlio, e la costringono, come afferma lei stessa “a rimettermi in gioco” , a cercare un lavoro –  “qualsiasi tipo di lavoro” – mentre intanto, senza poter contare su altre entrate, continua ad attingere ai risparmi che possiede, risparmi che vanno sempre più assottigliandosi:

“Il mio problema è che ogni volta che io vado a chiedere lavoro a qualcuno, in fase di colloquio, non appena sanno che io ho un bambino piccolo, in età da nido, non proseguono neanche il colloquio, dicono ‘guardi siamo a posto’ (….) e la cosa non mi permette di avere un lavoro (…) Io sono molto vincolata perché, essendo da sola, devo andare a prendere il bambino ad un certo orario, non posso che fare un lavoro part-time (…) sembra quasi che una madre quando va a fare un colloquio deve nascondere di essere tale (…) Io lo dico perché sono felice di esserlo, non devo nasconderlo perché a te non va bene”.

Dunque la ricerca di un lavoro per una giovane mamma, con disponibilità temporale ridotta visto che Manuela è alla ricerca di un lavoro part-time, dal momento che si ritrova senza alcuna rete parentale alle spalle, su cui poter contare per l’accudimento del figlio, risulta estremamente difficoltoso e, nel contempo, demoralizzante e sconfortante. Se, di fatto, le donne incontrano maggiori difficoltà nel mercato del lavoro, la questione del difficile equilibrio tra i tempi di vita e di lavoro si ripropone con ancora maggiore forza per le giovani madri sole, più vulnerabili, che devono conciliare, spesso, l’inconciliabile, (il “doppio ruolo”, la “doppia presenza”) già in fase di colloquio di lavoro:

“La vivo veramente  come un muro che mi si para davanti, è come un cancello quasi quasi, è come se stessi parlando con una persona e poi parli con lui attraverso un’inferriata, perché ti cambiano anche la faccia, cominciano a diventare seri, sembra quasi che tu abbia detto che hai una coppia di alligatori nella vasca da bagno”.

Barbara

Anche Barbara è una giovane donna. Ha 31 anni e ben rappresenta le tante ragazze italiane, altamente scolarizzate (in possesso di laurea, dottorato, ecc.) che fanno fatica a realizzare un progetto di vita autonomo e un percorso lavorativo stabile e coerente con il titolo di studio posseduto. Barbara svolge, da precaria, attività di ricerca e insegnamento nelle nostre Università e anche all’estero, in una condizione di incertezza e insicurezza (contrattuale, retributiva) che appare difficile, a lei come a tante altre, capovolgere. Giovani donne che tentano, in ogni modo, “di fare quello per cui avevo passione e anche riconoscimento dai vari professori con cui facevo gli esami”, anche se:

“Non immaginavo che sarebbe stato un percorso così accidentato e frustante rispetto a come noi precari veniamo trattati all’interno dell’Università”.

Una ricerca di realizzazione professionale che deve fare i conti – e si scontra – sempre più con la possibilità di concretizzare i propri progetti di vita (il desiderio di emanciparsi dalla famiglia d’origine, di convivere, di pensare alla maternità, ecc.) messi “in crisi” dalla necessità di dover dare, e dimostrare, “sempre il massimo”, in una carriera di vita (e lavorativa) poco coerente (con le aspirazioni e i desideri) e molto instabile e frammentata. E il dover prendere decisioni importanti, “in tempo”, diventa dirimente rispetto al proprio progetto di vita. Perciò, l’opportunità di un lavoro qualificato, coerente con il percorso di studi e, si spera, gratificante che si potrebbe prospettare all’estero, da “desiderio” diventa spesso, purtroppo, un percorso obbligato e non scelto da intraprendere:

“Fino a quando si è più giovani si hanno prospettive anche diverse. Superata la soglia dei 30 anni, appunto, anche altre questioni riguardanti altre sfere della vita cominciano a farsi più pressanti (…) Adesso ‘per fortuna’ con il nuovo tipo di assegno di ricerca si avrà la maternità coperta, se però l’assegno dura un anno, poi il figlio ti dura per tutta la vita (ride, ndr.). Ho sempre desiderato andare all’estero e mi piace. Il problema è che me lo sento come imposizione, non è più una scelta. Il problema è questo che effettivamente non siamo nelle condizioni di poter scegliere qualcosa, non possiamo scegliere quando andare all’estero, io devo andare adesso all’estero perché so che non ho più tempo, diciamo, di poter aspettare”.

Elisabetta

In conclusione, presentiamo la storia a lieto fine di Elisabetta, una donna di 55 anni che “si è imbarcata” , come afferma efficacemente lei stessa, “in una impresa” (in diversi sensi). Ha, cioè, dato vita in effetti ad un’impresa tutta sua, insieme ad altre ex colleghe, dopo aver lavorato molto tempo come dipendente, con la qualifica di quadro, in un’azienda di servizi che realizzava programmi informatici per elaborare le buste paga per varie imprese. Al momento, nella loro azienda, che fa parte di un importante gruppo nazionale leader nella predisposizione, per l’appunto, di buste paga, sono occupate in totale 22 unità e, di queste, 20 sono donne, trattandosi di attività – come sottolinea la stessa imprenditrice – che richiedono requisiti considerati spesso, a torto o a ragione, “tipicamente femminili”.

“Nel 2004 mi sono licenziata e ci si è aperta l’opportunità, un po’ ce la siamo cercata effettivamente, di utilizzare le nostre conoscenze, le nostre capacità per fare con i nostri mezzi…e un po’  l’abbiamo indovinata (…) Noi su ventidue siamo venti donne e due uomini (ride, ndr.) ma non è stata una cosa cercata, viene così…il nostro tipo di lavoro forse nasce un po’ con la pazienza, a parte quest’uomo che è molto preciso e  metodico,  forse le donne sono più…c’è anche più predisposizione e anche più offerta in questo ambito, che non ci dispiace, devo dire la verità, ci piace molto”.

All’interno dell’azienda vi è un’organizzazione del lavoro e un clima lavorativo positivo, basato sul rispetto e la fiducia reciproci tra imprenditrici e dipendenti, con un’attenzione particolare agli impegni familiari e ai compiti di cura delle dipendenti, tali per cui se una lavoratrice deve accudire una persona a casa “il nostro lavoro è tutto in internet e quindi si può fare anche da casa”. Anche se la nostra interlocutrice non nega che, nell’ambito del gruppo nazionale in cui la sua azienda rientra, “molta parte della dirigenza è maschile e lì, non con me direttamente, una bella resistenza maschile c’è ”.

Nelle testimonianze da noi raccolte si intrecciano, dunque, i racconti di donne che, ai tempi della crisi globale, lavorano – più o meno stabilmente – o sono alla ricerca di un impiego che consenta loro di ottenere un riconoscimento economico e sociale. Donne che, nel contempo, devono giostrarsi tra il lavoro (più o meno degnamente retribuito), il tempo per sé e per gli impegni familiari (le attività di cura, il lavoro domestico), in un Paese in cui il sistema di protezione sociale deve far fronte a tagli sempre più profondi e molte imprese – anche di grande dimensione e apparentemente attente alla questione della conciliazione dei tempi – prevedano un’organizzazione del lavoro tale da risultare penalizzante spesso per le lavoratrici madri, e in particolar modo, per le madri sole senza rete parentale alle spalle. Donne che, comunque, continuano a sperare e a lottare. Oggi come ieri…e, di certo, come domani…

Il link al Video: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=61WmJrUZLBg#!


[1] Curato dalle Donne CGIL di Bologna e realizzato da Lorenza Maluccelli (SNOQ/Unite, diverse, libere), Florinda Rinaldini (Ires Emilia Romagna), Milena Schiavina (Sportello Donne CGIL Bologna).

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Category: Donne, lavoro, femminismi, Vite, lavoro, non lavoro delle donne

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