Patrizia Sentinelli: La femminilizzazione della povertà

| 5 Marzo 2013 | Comments (0)

 

 

 

Nel Manifesto di banning-poverty abbiamo scritto che non si nasce poveri  ma che lo si diventa. Parliamo, infatti,  non di poveri quanto piuttosto di impoveriti, per indicare che la povertà ha cause strutturali interne al modello di sviluppo capitalista, accentuate dalle politiche di austerità proprie di questa fase.

La crisi che attraversa i Paesi del nord del mondo e le ricette adottate per affrontarla colpiscono fortemente  le fasce più deboli della popolazione ma per la prima volta, con  la destrutturazione del sistema del welfare perseguita in tutta Europa, si tocca  anche coloro che  precedentemente erano e si percepivano   socialmente protetti.  Sono i work-poor  che benché percettori di reddito hanno lavori precari, instabili, e non contrattualizzati.

In questo quadro il  gap-gender, sia nel mercato del lavoro sia  nelle retribuzioni, si è ulteriormente allargato, portando come conseguenza  la marginalizzazione e l’esclusione sociale di ampie fasce di donne. Soprattutto se sono single e con figli a carico, anziane e migranti.

Un’ulteriore conseguenza  è la povertà dei minori. Le donne tradizionalmente sono le più esposte alla precarietà sul lavoro, al licenziamento, alla povertà e le meno garantite dal sistema della previdenza sociale. La crisi aggrava ovunque tale situazione. Perciò non si può non mettere l’accento sulla povertà di genere.

Pochi giorni fa, il 19 febbraio, la Commissione  Europea dei Diritti delle donne ha approvato una relazione sul miglioramento della vita delle donne in Europa. Ma rischia di essere solo una enunciazione di propositi. Nei fatti la povertà femminile non è nell’agenda europea. L’Europa continua  a proteggere i mercati finanziari perseguendo politiche di riduzione dello stato sociale così come indicato con il  six pack e con il  fiscal compact. Il pareggio di bilancio si traduce in una decurtazione sostanziale della spesa sociale. I tagli  portano  all’aumento delle ineguaglianze, a un  incremento della  disoccupazione femminile e alla precarietà. E con ciò alla femminilizzazione della povertà. Le donne sono costrette al ritorno al lavoro domestico. Senza reddito la loro autonomia si riduce e cresce  il rischio di esclusione.

Occorre dunque capire bene quali sono le cause che determinano la povertà e imparare a combatterle,  uscendo  dalla retorica  delle politiche  di tutela per le donne  indicate solo come soggetto vulnerabile  per adottare, invece, misure di  politica economica alternative alla mercificazione dei servizi e alla privatizzazioni. Le donne sono ancora oggi ovunque  quelle che maggiormente hanno su di sé il carico della responsabilità famigliare, dei bambini e delle persone non autosufficienti, e più generalmente dell’economia di cura.  In Italia subiscono ancor di più l’effetto di politiche diseguali. Il welfare, in particolare, ha poggiato sulla figura  del  maschio-lavoratore, mettendo in scacco spesso l’autonomia femminile.  Per far avanzare una democrazia paritaria è  necessario disegnarne un altro capace di rispondere alle nuove sfide.

La realtà però parla ancora di altra diseguaglianza e di nuova povertà.
Di fronte all’ampiezza ed alla persistenza della disuguaglianza tra i sessi, di fronte all’impatto estremamente negativo della crisi, ai suoi effetti  sociali , e tenuto conto dell’inefficacia delle politiche condotte, le alternative da costruire devono essere radicali e coerenti per  garantire giustizia economica e sociale tra i sessi. Tante sono le voci che si levano per chiedere interventi paritari, ma la situazione non cambia. La Commissione europea scopre che “ la crisi attuale fa temere che i progress compiuti in materia di uguaglianza uomo-donna siano in pericolo e che gli effetti della recessione rischiano di toccare particolarmente le donne”  La Confederazione sindacale internazionale, in un recente rapporto, segnala che dopo  la prima fase della crisi  che ha lasciato 27 milioni di persone senza lavoro,  è arrivata una nuova ondata che  appesantisce la situazione e colpisce particolarmente le donne. Ma che  di questo aspetto poco se ne ritrova  nelle statistiche ufficiali e tanto meno nelle politiche adottate..

Le donne sono invisibili e così la loro povertà.

Vediamo allora di scoprire alcuni dati spulciando alcuni studi e rapporti.(OIL, Banca d’Italia, PE,CSI)

Nell’Europa dei 25 il tasso di occupazione femminile raggiunge il 60% mentre in Italia è appena il 43%., una delle più basse in Europa .Il tasso di inattività delle donne è del 48,5%, a fronte della media Ue del 35,1%. Peggio di noi fa soltanto Malta con un tasso del 55,9%. Ad essere messo sotto accusa è ancora una volta il basso investimento in quei servizi che dovrebbero favorire la conciliazione tra attività professionali e cura della famiglia. Anche in questo caso il nostro Paese è nelle posizioni peggiori della classifica europea: secondo l’Ufficio studi di Confartigianato, la spesa pubblica per la famiglia è stata nel 2011 pari a 20,7 miliardi, pari al 4,6% dei 449,9 miliardi di spesa totale per la protezione sociale. Nel periodo 2007-2011 la spesa per la famiglia è la componente delle prestazioni di welfare che è cresciuta meno: l’incremento è stato di 1,3 miliardi, pari al + 6,9%, vale a dire la metà rispetto all’aumento della spesa complessiva per il welfare in Italia. Il nostro Paese, rispetto al 2011, ha perso ben sei posizioni nella graduatoria relativa alle disuguaglianze di genere, piazzandosi all’ottantesimo posto su 135 Paesi presi in esame. Delle quattro aree analizzate, però, il dato peggiore riguarda la partecipazione all’economia e opportunità delle donne: qui l’Italia è solo 101sima. Anche laddove si registra un miglioramento nell’occupazione femminile  rispetto a quella maschile si tratta di rapporti di lavoro a tempo parziale e in posizioni lavorative basse.  Grande differenza c’è poi  nelle retribuzioni sulla quale  si sofferma anche  il Global Gender Gap 2012 . Per i lavoratori dipendenti del settore privato la retribuzione media è di 21.678 euro lordi per le donne, mentre quella degli uomini si attesta su 30.246.
Anche le pensioni  delle donne sono più leggere. Nel  settore privato una pensionata su due ha meno di 20 anni di contribuzione, mentre nel pubblico il 40% delle donne ha più di 30 anni di anzianità contributiva. Le donne, poi, rappresentano il 47% dei pensionati, ma percepiscono il 34% dell’importo complessivo e l’80% delle pensioni  al minimo sono erogate alle donne. Infine le cifre più significative: una pensionata su tre prende meno di mille euro al mese ed è notevole la differenza tra gli importi percepiti: nel pubblico la pensione media per le donne è pari a 18.400 euro l’anno lordi, contro i 26.900 euro degli uomini. Ed è incredibile e vergognoso che le indicazioni europee per un riequilibrio nei rendimenti pensionistici delle donne siano state stravolte e strumentalizzate nel loro contrario per un immediato, fortissimo innalzamento della età pensionabile, invece che ad esempio riconoscendo una rivalutazione dei coefficienti per risarcire i gap strutturali della condizione lavorativa femminile.

Anche i dati presentati dalla Banca d’Italia mostrano un crollo dei redditi familiari, in particolare nei nuclei più poveri, e con a capo un componente femminile; si aggiungono a questi i numeri resi noti con il bollettino mensile della Banca centrale europea. Secondo la Bce: «le condizioni nei mercati del lavoro dell’area dell’euro continuano a deteriorarsi e le indagini congiunturali anticipano un ulteriore peggioramento nel breve termine», di conseguenza un ulteriore aumento del tasso di disoccupazione, che in Italia rischia di tradursi anche in una diminuzione dell’occupazione femminile.
Dati Istat dicono che il nostro è un Paese in cui fra il 2008 e il 2009, circa 800.000 donne hanno dichiarato di essere state licenziate o messe in condizione di doversi dimettere nel corso della loro vita professionale, in seguito alla nascita di un figlio.
Il nostro è un Paese dove 7 milioni di donne non hanno un lavoro retribuito.
Il nostro è un Paese dove le donne sono più precarie degli uomini: il 14,3% delle lavoratrici ha un contratto atipico contro il 9,3% dei colleghi uomini.
Il nostro è un Paese dove le donne sono più disoccupate degli uomini, a anche dove una donna su quattro tra i 15 e i 29 anni è inattiva. Questo significa che non solo non ha un lavoro retribuito, ma che neppure più lo cerca, né sta studiando o seguendo percorsi di formazione. Queste giovani donne hanno semplicemente rinunciato, in molti casi esasperate dalle difficoltà: questo fenomeno è ancora più grave al Sud.

Ma, come già  dicevo , il dato della disparità vale per tutta l’Europa dove  le donne devono lavorare 59 giorni in più per guadagnare quanto un uomo. ( dati forniti dalla Commissione Europea) Le ultime cifre rese note dalla Commissione parlano chiaro: il divario retributivo di genere, è ancora del 16,2% (il dato è del 2010), in lieve calo rispetto al 17% e oltre degli anni precedenti. In Italia il divario è molto meno accentuato: la differenza salariale è infatti del 5,3 ma ciò è dovuto soprattutto al fatto che gli uomini guadagnano di meno e non a un posizionamento migliore delle donne in termini salariali.

Secondo l’OIL , il tasso di disoccupazione degli uomini è aumentato tra il 2007 ed il 2009 di 0,8 punti passando da 5,5 a 6,3 per cento, e quello delle donne è aumentato di un punto passando dal 6 al 7 per cento.
Nel 2010, i due livelli di disoccupazione si sono avvicinati con un tasso del 6,5 % per le donne e del 6% per gli uomini. La Confederazione sindacale internazionale  nota che le statistiche della disoccupazione indicano globalmente che l’impatto della crisi sulla disoccupazione è stato in negativo quasi pari per uomini e donne, ma che “ il debole tasso di occupazione femminile, la concentrazione delle donne nei mestieri meno pagati, informali o vulnerabili e l’insufficienza di protezione sociale fanno sì che esse siano più esposte degli uomini alla crisi.”.

Il lavoro precario diviene molto rapidamente l’ostacolo maggiore al rispetto dei diritti dei lavoratori, e particolarmente  delle donne.
Il lavoro precario è anche identificato da uno studio di Global Union Research Network (GURN) come “ un fattore chiave di scarto dei salari tra uomini e donne”. Ecco un altro motivo a sostegno di   politiche di genere  per lottare contro la precarizzazione del lavoro e della vita.

Ma un dato assai significativo ci dice che l’aumento della povertà tocca egualmente occupati e disoccupati.
Secondo l’OIL, il numero dei lavoratori poveri si è globalmente accresciuto di 40 milioni rispetto agli anni precedenti la crisi.

Nel  2009  più donne hanno dovuto far fronte alla  precarietà:51,8% rispetto al 48,9% di uomini.
Dappertutto, sono dunque le donne le più povere e le più duramente toccate dalla crisi.
Dal Rapporto annuale 2010 della Commissione Europea per la parità uomo-donna, la povertà è uno dei settori dove le differenze tra donne e uomini persistono.

Anche qui troviamo che le donne sono più esposte.

In particolare le anziane il cui rischio di  povertà si è alzato nel 2008 al 22% contro il 16% degli uomini anziani, le madri single il cui rischio di povertà è del 35% ed altre categorie di donne come quelle che soffrono di un handicap oppure appartengono ad una minoranza etnica.

I debiti pubblici degli stati sono esplosi per effetto dei piani di salvataggio massiccio  della finanza condotti dai governi, della recessione provocata dalla crisi e dalla riduzione delle entrate fiscali.
La politica ha traslato i suoi poteri verso i   mercati finanziari che vogliono assicurarsi  sempre più alti rendimenti a prescindere delle conseguenze sociali.

I governi eseguono il comando mettendo in atto piani di austerità non tollerabili.
Oltre ad essere inefficaci , queste politiche sono inaccettabili dal punto di vista sociale. Accrescono  la gravità degli effetti della crisi sulle persone .

Aumentano le diseguaglianze, imponendo cure dispotiche peggiori della malattia.
Le principali misure in  tutti i paesi europei comportano  diminuzione delle spese sociali e riduzione dei servizi pubblici.

Le donne ne vengono colpite doppiamente sia come le principali addette nel settore pubblico sia come utenti.

Molti Paesi, tra cui l’Italia, hanno congelato i contratti nel settore e alcuni ne hanno abbassato i livelli salariali.

Dappertutto in Europa, la protezione sociale è stata ridotta con tagli a tutte le prestazioni sociali  come aiuto alle famiglie e alle persone non autosufficienti, maternità, minori e sanità. I tagli della spesa nella protezione sociale riguardano ancora più direttamente le donne capofamiglia. Se la loro situazione è caratterizzata, come abbiamo visto, da un lavoro precario ed un basso salario, le riduzioni nei servizi pubblici o del montante delle prestazioni limitano fortemente la loro capacità di nutrire, educare e vegliare sul benessere dei propri figli e dei parenti, di occuparsi delle persone dipendenti o invalide di cui la collettività non si occupa.
L’assenza di politiche pubbliche di cura  porta inevitabilmente a ricorrere al mercato privato per chi può, ma spesso badanti e colf, naturalmente donne, sono costrette a lavorare al nero!

Gli effetti  di tali politiche di tagli riguardano anche la sfera professionale. L’European Institute for Gender Equality constata che i tagli nei servizi di cura, prestazioni familiari, congedi di maternità, congedi parentali, rendono più difficile per le donne la famosa “conciliazione tra vita familiare e professionale” con un carico accresciuto di lavoro non remunerato che rafforza le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro e nell’uso del tempo.
Quasi tutti i Paesi europei  inoltre hanno iniziato a mettere mano  nel loro sistema pensionistico.
La tendenza generale è alla privatizzazione delle pensioni, favorita dal ritiro dello stato sociale e a un rafforzamento del legame tra montante dei contributi versati e montante della pensione.
Questo rafforzamento discende dal ritiro dei meccanismi correttori (come i benefici  derivanti dalla La Commissione europea dà atto che “l’impoverimento minacci le pensioni, e le donne anziane costituiscono uno dei gruppi più esposti al rischio di povertà.”. Ma poi continua a suonare lo stesso tasto della riduzione della spesa sociale. In tal modo   anche gli obiettivi della
Strategia Europa 2020” di portare il tasso di occupazione al 75%, sono destinati a fallire.

Anche a  livello mondiale è sensibile il divario delle condizioni lavorative e l’accrescimento della povertà per le donne.  Già nel 2007   l’ Assemblea del Consiglio d’Europa  adottò la  risoluzione 1558  sulla femminilizzazione della povertà.

La crisi ha devastato anche i paesi già impoveriti. E anche qui le donne sono quelle che pagano maggiormente gli effetti. Già hanno pagato le misure capestro delle politiche del FMI che impose i Piani di aggiustamento strutturali, oggi la predazione del mercato globale. Si pensi solo alla speculazione globale sul cibo e le sementi.

Ma qui la crisi miete vittime anche per ciò che riguarda il rapporto donne e istruzione. In ambiente rurale le donne sono quelle  maggiormente colpite. Land grabbing, accaparamento delle risorse naturali, furto  dei beni comuni,  espongono  loro e i loro figli al rischio di fame e povertà.

All’opposto le pratiche di resistenza sostenute da micro credito e auto imprenditoria conducono all’ emancipazione e al protagonismo.  La promozione della parità di genere sono fondamentali per conseguire ben vivere per tutta la comunità e proteggere il territorio.  Maggiore uguaglianza di genere  migliora l’efficienza economica e rafforza la  coesione sociale. Dare alle donne riconoscimento sociale e sostegno all’autorganizzazione  permette loro di emergere come attori sociali ed economici ed influenzare e plasmare le politiche . Migliorare la condizione delle donne , rafforzandone il ruolo nel lavoro,  porta anche a maggiori investimenti in istruzione dei propri figli, in  salute, e  benessere e in partecipazione alla politica e alle istituzioni rappresentative.

Agire sullo sviluppo del tasso di occupazione  femminile è leva strategica. L’assenza di lavoro sembra costituire, ancora più per le donne che per gli uomini, elemento fondamentale per una vita libera, un baluardo contro la povertà e l’emarginazione. Politiche volte a dare sostegni di cittadinanza attraverso servizi efficienti e reddito garantito sono assolutamente indispensabili, ma il lavoro giusto e riconosciuto rappresenta una sicurezza sociale. Anche per  favorire una rinnovata democrazia globale.  Perciò occorrono  diverse politiche locali e globali . Occorre battersi contro le discriminazioni e false credenze come quello della vocazione  naturale delle donne a occuparsi dei lavori domestici e della famiglia, che si alimentano di stereotipi  maschili e femminili, oltre che della mancanza di presa in carico, da parte della società, della responsabilità della maternità, considerata ancora oggi una questione esclusivamente individuale, di cui devono farsi carico le donne. Occorrono politiche che rispettano l’autonomia e la libertà femminile.

Banning poverty!!!!!

www.altramente.org

 

Category: Dichiariamo illegale la povertà, Donne, lavoro, femminismi

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