Maria Rossi: Libertà, post-femminismo e neoliberismo

| 24 Maggio 2014 | Comments (0)

 

 


 

Dal blog “Femminismo e materialismo” del 24 maggio 2014

 

Ho seguito con interesse l’appassionato dibattito dei giorni scorsi su corpo e libertà.Sull’argomento sono stati scritti ottimi articoli.

Vorrei inserirmi nella discussione, con notevole ritardo e con scarsa originalità, adottando una prospettiva relativamente eccentrica. Non mi riferirò, infatti, direttamente al caso Bacchiddu, ma  mi limiterò ad esporvi il contenuto di  un illuminante saggio della femminista Rosalind Gill.

In Postfeminist media culture: elements of a sensibility l’autrice  non concepisce il post-femminismo come una prospettiva epistemologica o come una svolta storica, né soltanto come una reazione al femminismo (così lo interpretano invece Susan Faludi ed altre pensatrici), bensì come una forma peculiare di sensibilità che permea profondamente la cultura massmediale contemporanea. Essa incorpora elementi femministi ed anti-femministi e presenta una serie di  caratteri distintivi che vado ad illustrarvi.

 

1) La presentazione della donna come realtà meramente corporea.

La cultura mediatica post-femminista appare dominata da una preoccupazione ossessiva per la perfezione delle forme del corpo femminile, un corpo sexy che viene presentato come la principale, se non l’unica, fonte di identità delle donne. Esso viene contemporaneamente indicato come sorgente del potere femminile e come materia indocile, riottosa, che richiede l’attivazione di un attento e costante processo di controllo, di sorveglianza, di autodisciplina e di rimodellamento, al fine di conformarsi ai canoni estetici dominanti. Il corpo delle donne viene continuamente  esaminato, valutato, sezionato in parti (il seno, le natiche, le gambe ecc.) ed è sempre a rischio di essere giudicato non conforme e, quindi,  passibile di ricevere commenti malevoli e di essere oggetto di derisione. E’ importante osservare come le valutazioni estetiche si tramutino, talvolta, in giudizi morali. L’apparenza corporea è ritenuta infatti un riflesso del carattere  e della riuscita sociale di una donna. Una figura elegante, tonica, snella è assunta come incarnazione del successo.

 

2) La sessualizzazione pervasiva della cultura mediatica

Con questo concetto, Rosalind Gill intende riferirsi sia alla proliferazione di discorsi sul sesso nei media, sia alla sempre più frequente presentazione nello spazio pubblico delle ragazze, delle donne e, in minor misura, degli uomini come corpi erotici.

Nelle riviste rivolte alle adolescenti la sessualità è presentata come attività che esige costante attenzione, sorveglianza, autocontrollo e impegnativo lavoro emotivo. Le ragazze e le donne sono sollecitate ad assumersi la responsabilità di costruirsi come soggetti desiderabili, in grado di appagare i desideri maschili e di produrre godimento, ma capaci anche di difendere la propria reputazione, di evitare gravidanze non volute e malattie sessualmente trasmissibili e di prendersi cura dell’autostima degli uomini. Questi ultimi, nelle riviste, sono invece rappresentati come edonisti esclusivamente interessati a garantire eccellenti performance in rapporti sessuali privi di qualsiasi forma di coinvolgimento.

 

3) Dalla rappresentazione delle donne come oggetti sessuali alla loro descrizione come soggetti erotici che desiderano essere oggettivati

Se un tempo nei media le donne venivano raffigurate come oggetti muti e passivi, oggi la loro sessualizzazione funziona in modo diverso. Esse non sono semplicemente oggettivate, ma presentate come soggetti erotici attivi che scelgono deliberatamente di reificarsi. Ciò appare chiaramente nelle immagini pubblicitarie che ritraggono giovani donne che esercitano in piena autonomia il loro potere seduttivo, cruciale, come abbiamo visto, nella definizione dell’identità femminile. Si giunge così a una più raffinata forma di oggettivazione, quella in cui il reificante sguardo maschile viene introiettato e  dà vita a un nuovo regime di disciplinamento del corpo. In questo regime, il potere non è imposto dall’alto o dall’esterno, ma costituisce la nostra stessa soggettività. Le ragazze e le donne sono sollecitate ad autodeterminarsi, ad apparire munite di agency, purché ciò si traduca nella costruzione  di soggetti che siano perfettamente conformi all’immaginario maschile plasmato dalla visione di prodotti pornografici.  Da questo regime risultano, di conseguenza, escluse lesbiche, donne anziane, mature, con le rughe o dal fisico non perfetto,  che vengono disprezzate. L’oggettivazione sessuale viene, quindi, riproposta non tanto come un’imposizione maschile, quanto piuttosto come una libera scelta di soggetti femminili assertivi.  La critica di questo processo viene stigmatizzata come moralista  allo scopo di inibirla.

 

4) La celebrazione dell’individualismo e l’enfatizzazione della scelta e della responsabilità personale

Le nozioni di scelta, di “essere se stesse”, di “piacere a se stesse” sono al centro della sensibilità post-femminista che permea la cultura contemporanea dei media occidentali. Esse pongono con enfasi l’accento sulla responsabilità personale e sul controllo di sé. A tutte queste nozioni è sottesa una grammatica dell’individualismo – così che anche le esperienze di razzismo o di omofobia o di violenza domestica vengono formulate in termini esclusivamente personali in modo tale da capovolgere il concetto del personale come politico. Lois McNay ha definito questo fenomeno come deliberata “riprivatizzazione” di problemi che solo in tempi relativamente recenti erano stati  considerati politici.

Un aspetto di questa sensibilità post-femminista, nella cultura dei media, è la rimozione quasi totale delle nozioni di condizionamento politico o culturale. Ciò risulta evidente non soltanto nelle implacabili tendenze all’enfatizzazione dell’individuo nelle notizie, nei talk show e nei reality trasmessi in TV, ma anche nel modo in cui ogni aspetto della vita  rimanda all’idea di scelta personale e di autodeterminazione.

L’idea che tutte le nostre pratiche siano liberamente scelte è centrale nei discorsi post-femministi che presentano le donne come agenti autonomi non più condizionati da  diseguaglianze o squilibri di potere e miranti non ad appagare gli uomini, ma a piacere a se stesse. Se noi donne, però, fossimo realmente libere da qualsiasi forma di condizionamento e impegnate a soddisfare esclusivamente desideri  non indotti, ma spontanei,  non si comprenderebbe perché tenderemmo tutte a conformarci a determinati modelli estetici. Inoltre,  rappresentare le nostre scelte come svincolate da qualsiasi influenza esterna  significa eludere il fatto che la nostra soggettività si costituisce nel rapporto con gli altri e che i valori e le idee dominanti, inclusa quella di bellezza, vengono incorporate e percepite come nostre.

Rosalind Gill prosegue la sua analisi osservando che:

ciò che colpisce è il grado di corrispondenza tra il soggetto autonomo post femminista e il soggetto psicologico richiesto dal neoliberismo. Al centro di entrambi c’è la nozione di “scelta di vita” e l’ingiunzione contemporanea a rendere la propria esistenza comprensibile e dotata di senso attraverso un racconto che esalta la libera scelta e l’autonomia“.

 

5) Costante lavoro sul proprio aspetto fisico e autodisciplina

Intimamente connessa all’enfasi sulla libera scelta è quella  sull’autodisciplina e sull’esercizio di una continua sorveglianza sul proprio aspetto. In realtà la concentrazione ansiosa e apprensiva sull’abbigliamento, sulla postura, sulla dizione, sulle “buone maniere” è sempre stata proposta alle donne come strumento per emulare le esponenti dei ceti superiori, mentre nelle riviste la bellezza, unica dote femminile, a quanto pare,  è sempre stata dipinta come effimera, come contingente e, dunque, tale da richiedere, per essere conservata, un assiduo lavoro di controllo e di “manutenzione”.  A rendere peculiare la condizione attuale sono, tuttavia, tre caratteristiche: l’intensificazione parossistica del controllo di sé, che indica, a sua volta, l’accresciuta e misconosciuta rigidità delle norme da rispettare, l’estensione della sorveglianza a nuovi ambiti di vita e di condotta ( oltre all’aspetto fisico e all’abbigliamento, la pratica sessuale, la cura della casa, la carriera ecc.) e, infine, la concentrazione sulla vita psicologica,  la sollecitazione ad agire sul carattere, sulle percezioni, sulle emozioni, trasformandole e rimodellandole. Tutto ciò, ovviamente, non è presentato come un lavoro, ma come un piacevole modo di prendersi cura di sé.

 

6) Ironia

Nella cultura di massa, si ricorre sempre più frequentemente all’ironia per veicolare contenuti sessisti, senza che ciò susciti una forte opposizione. Chi  formula qualche critica viene stigmatizzato come stupido, amante della censura, autoritario.

La sensibilità post-femminista intreccia elementi antifemministi e idee femministe, la cui carica sovversiva viene però neutralizzata. Le concezioni femministe vengono al contempo articolate e ripudiate, espresse e sconfessate. Da un lato, le ragazze e le donne vengono descritte come figure potenti, dall’altra i loro corpi sono ridotti ad oggetti sessuali, da un lato sono presentate come soggetti autodeterminati, dall’altro vengono assoggettate a regole, controlli e forme di sorveglianza senza precedenti.

Rosalind Gill conclude il suo saggio, individuando le corrispondenze tra post-femminismo e neo-liberismo.

“Ma – scrive- sembra esserci una profonda consonanza tra post-femminismo e neoliberismo.  Essa opera ad almeno tre livelli. In primo luogo e più in generale, entrambi sembrano organizzati attorno alla  tendenza dell’ individualismo che ha quasi completamente rimpiazzato  i concetti di sociale o di politico o qualsiasi idea dell’individuo come soggetto a pressioni, vincoli o condizionamenti esterni. In secondo luogo, è chiaro che il soggetto autonomo, calcolatore, autodisciplinato del neoliberismo presenta una forte somiglianza con il soggetto attivo, che sceglie liberamente, che plasma continuamente la propria identità, del post-femminismo. Questi due paragoni suggeriscono, quindi, che il post-femminismo non sia semplicemente una reazione al femminismo, ma anche una sensibilità che, almeno in parte, si  è costituita in conseguenza della pervasività delle idee neoliberiste. Ad ogni modo, vi è una terza connessione che potrebbe indicare che la sinergia è ancora più importante: nei discorsi della cultura popolare qui esaminati, è la donna ad essere invitata a plasmare se stessa e ad autodisciplinarsi.

In una misura molto maggiore rispetto agli uomini, alle donne è richiesto di compiere un lavoro su se stesse e di trasformare il proprio io, di disciplinare ogni aspetto del proprio comportamento e di presentare tutte le proprie azioni come liberamente scelte. Può essere che il neoliberismo sia sempre sessuato e che le donne costituiscano il suo soggetto ideale?”

Dopo aver illustrato il contenuto del saggio di Rosalind Gill, vorrei  riallacciarmi al discorso di Cristina Morini http://quaderni.sanprecario.info/2014/05/libera-sarai-tu-di-cristina-morini/ e di Ida Dominijanni http://idadominijanni.com/2014/05/15/il-corpo-e-mio-e-non-e-mio/.

Dominijanni, in particolare, scrive che vi è chi “associa il mito femminista dell’assoluta proprietà del corpo alla precettistica neoliberale dell’autoimprenditorialità e dell’autosfruttamento del proprio capitale umano, corporeo e sessuale”. Sono assolutamente d’accordo con lei.

Aggiungo che  nel modo di produzione post-fordista, le nuove pratiche organizzative dell’ Human Resource Management non mirano tanto ad imporre autoritariamente il comando, quanto piuttosto ad ottenere la cooperazione spontanea e desiderante del lavoratore, o ancor meglio, la sua identificazione con gli obiettivi dell’impresa. A quest’ultima interessa agire non solo sul corpo, ma anche sulla mente del dipendente per  asservirlo e, contemporaneamente, per appropriarsi della sua creatività, della sua libertà,  del suo sapere.

Mi pare, in conclusione, di poter affermare che noi donne siamo contemporaneamente dotate di scarsissima autodeterminazione, a causa delle condizioni precarie in cui viviamo e dei vincoli economici, sociali, culturali che condizionano la nostra esistenza e ideologicamente  sospinte a rivendicare e a usare una libertà  fittizia in quanto consistente  unicamente nel conformarci alle richieste del capitalismo e del patriarcato.

 

Category: Donne, lavoro, femminismi

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