La Convenzione No More! contro la violenza maschile sulle donne – femminicidio

| 30 Gennaio 2013 | Comments (0)

Le principali Associazioni femministe italiane hanno elaborato la Convenzione No More. Per chiarirne il significato viene riportata una intervista fatta da Eloisa Betti a Vittoria Tola (Responsabile UDI nazionale e co-promotrice della convenzione)

D.Cos’è la Convenzione No More! ?

R. La Convenzione contro la violenza maschile sulle donne- femminicidio è insieme un patto tra associazioni femministe e della società civile che si occupano da tempo di prevenire e contrastare la violenza maschile, aiutano le donne nel loro desiderio di uscire da relazioni violente e sono impegnate a svelare le ragioni politiche e culturali di questa violenza e il sistema di complicità e minimizzazione che lo sorregge. La piattaforma, partendo dal fatto che la violenza maschile è un fatto politico e non privato, articola una serie di proposte su cui le istituzioni dello stato si devono misurare e devono dare risposte, sia per rispettare il diritto alla vita, all’integrità psicofisica e alla libertà delle sue cittadine ma anche per affrontare i danni sociali, culturali ed economici che la violenza maschile provoca. Istituzioni che devono anche in questo modo onorare le convenzioni nazionali che hanno ratificato come la Cedaw o la Convenzione di Istanbul che hanno firmato ma su cui, oltre le parole, non si vede altro.

D. Perché avete sentito la necessità di fare un patto tra associazioni così diverse contro la violenza maschile?

R.Siamo associazioni diverse per storia e pratiche politiche ma accumunate dalla battaglia che conduciamo da da anni contro la violenza maschile alle donne  e dal fatto che abbiamo visto che non ci sono nei fatti risposte istituzionali e politiche degne di questo nome. La violenza maschile, che è stata sempre regolata come fatto privato e in base al potere e all’onore maschile e per questo poco interessante per lo stato, in Italia è entrata nella scena pubblica come problema politico a partire dal 1976, con la strage del Circeo. La consideriamo come questione politica non solo perché il femminismo ha dimostrato che il privato è politico ma anche grazie alle donne che hanno cominciato a raccontare violenze e maltrattamenti, dimostrando di che cosa fosse fatto il potere maschile e di quali connivenze e complicità potesse godere. Per questo la legge di iniziativa popolare promossa da MLD, UDI, Collettivi femministi e coordinamenti sindacali nel 1979 non è riuscita a cambiare il codice Rocco fino al 1995. Intanto le donne femministe, io penso soprattutto a quelle dell’ Udi ma non solo, hanno costruito gruppi di avvocate (i cosiddetti “gruppi giustizia”) per aiutare le donne in difficoltà, centralini telefonici di aiuto e consulenza, centri antiviolenza, si sono battute nelle aule dei tribunali decisamente ostili alle donne, hanno costruito nuove modalità di accoglienza e percorsi formativi innovativi in vari ambiti (compreso quello della tratta), accumulando molta conoscenza e competenza sulle risposte e sulla complessità del fenomeno. Lo hanno  fatto spesso in gravi difficoltà per la carenza, salvo eccezioni, di mezzi economici e grazie alle risorse di pochi enti locali disponibili. Negli anni ‘90 hanno cominciato a conquistare qualche legge regionale, ma è solo nel 2010 che il Governo ha varato un Piano nazionale contro la violenza maschile, un piano inadeguato e rimasto in larga parte inattuato mentre la violenza vede un numero sempre più alto di  femminicidi, donne uccise per mano di uomini  che hanno o hanno avuto con loro relazioni affettive e sentimentali. Donne che di fronte a maltrattamenti e atteggiamenti persecutori 7 volte su 10 si sono  rivolte alle forze dell’ordine per violenze reiterate senza successo, come vediamo quasi quotidianamente, e questo nel silenzio della politica e del governo. A maggio, dopo l’ennesima ragazza uccisa ad Enna, abbiamo detto basta e come UDI  abbiamo proposto alle donne di tante altre associazioni che ci sembravano sensibili al problema e con  grande esperienza una Convenzione che fosse insieme un patto e una piattaforma politica. Abbiamo scelto questa forma che nel femminismo, ma anche nella politica italiana, non è usuale perché ci sembrava quella capace, nel rispetto di storie politiche e identità culturali diverse ma che tuttavia permette, di costruire una battaglia comune su un fenomeno complesso come la violenza maschile, unendo le forze e definendo un progetto fondamentale in cui, pur essendo diverse, si parla con una sola voce. Non tutte hanno accettato questa sfida ma questo abbiamo fatto in tante, questo abbiamo proposto come analisi, prevenzione, sostegno e protezione delle donne, formazione e sensibilizzazione della società e di tutte le articolazioni centrali e periferiche dello stato perché diventino capaci di accogliere e credere alle donne, costruendo in questo modo non solo aiuto ma la più grande forza di contrasto alla violenza maschile.

D. A chi si rivolge la Convenzione e perché?

R.Si rivolge al potere politico e istituzionale a tutti i livelli perché affrontino il problema e rispettino i doveri che hanno nella difesa dei diritti delle donne, diano concretezza agli impegni assunti a livello nazionale e internazionale, provino a fermare la strage delle donne uccise per aver osato dire di no a un marito, convivente, fidanzato o ex, ma anche quella delle “vittime collaterali”, che trascina con sè  tutto il dolore e i danni che queste morti provocano. La Convenzione è rivolta al potere mediatico e giornalistico che con i loro “drammi della gelosia, delitti passionali e raptus improvvisi” di fatto depistano e creano le condizioni di tolleranza  e comprensione per i violenti. La Convenzione è rivolta a tutte le donne che hanno preso coscienza del problema e della sua gravità e a tutti gli uomini che non si ritengono assimilabili ai violenti e che non hanno una concezione proprietaria delle donne, perché facciano sentire la loro voce nei confronti di questa parte del loro sesso e dello stato che non interviene. Perché ci diano forza e facciano vivere le proposte della Convenzione dovunque sia possibile.

D. Che risposte avete avuto?

Molte adesioni singole e molte adesioni collettive e di realtà associative, provenienti da tutta Italia, in misura superiore alle aspettative e non solo legate al mondo femminile. Abbiamo avuto la solidarietà di donne famose che, come Serena Dandini, sono diventate testimonial della Convenzione. E abbiamo avuto l’adesione di molti enti locali che sono stati coinvolti dalle donne delle associazioni o dei centri che operano su quel territorio, hanno inoltre aderito oltre 50 parlamentari di diverse forze politiche. La loro attenzione ha messo in moto un processo per la ratifica della Convenzione di Istanbul che in Italia dorme da un anno. Non ce la faremo in questa legislatura ci impegneremo affinchè sia uno dei primi punti all’ordine del giorno per il prossimo Parlamento. Abbiamo avuto il sostegno del Presidente della Repubblica e di importanti dirigenti sindacali. Di leader politici. Abbiamo detto a tutti e tutte che la loro adesione non poteva essere solo una manifestazione di solidarietà generica ma li impegnava a fare quanto la Convenzione prevede. Ne chiederemo conto subito e nei prossimi mesi. Non abbiamo avuto risposte dal Governo e il presidente Monti non ci ha ricevuto. Evidentemente è importante l’Europa che chiede il pareggio di bilancio, mentre lo è meno quando ricorda che le donne hanno diritto di essere libere e rispettate e che le istituzioni si devono impegnare in tal senso.

D. Come pensate di procedere o quali azioni avete in mente?

Questi mesi sono stati particolarmente intesi prima nel confronto e nella definizione della Convenzione e poi nella presentazione e nella promozione della Convenzione stessa, che ci ha impegnato tutte in centinaia e centinaia di iniziative e incontri in tutte le città d’Italia, nei rapporti anche con le giornaliste della stampa e dei mass media, che finalmente hanno rotto l’oscuramento mediatico del 25 novembre prima e durante la Giornata internazionale contro la violenza alle donne poi. Ma siamo all’inizio e c’è ancora un enorme lavoro da fare. Sappiamo che questo paese vive spesso delle fiammate di attenzione che le donne sanno suscitare ma poi tutto ricade nell’apatia. Lo sappiamo da molti anni e l’abbiamo sperimentato anche con la Staffetta delle donne contro la violenza alle donne (organizzata  dell’UDI che nel 2008), che ha attraversato l’Italia da Sud a  Nord con un lavoro e un entusiasmo straordinario ma che non ha prodotto tutti i risultati che ci aspettavamo. Quindi non ci facciamo illusioni ma non molleremo fino a quando non vedremo le azioni proposte dalla Convenzioni attuate perché sappiamo di cosa parliamo e rappresentiamo, come Convenzione, oltre 150 realtà  di donne in tutt’Italia. Non abbiamo più bisogno di parole ma di politiche concrete. Per affermare il diritto alla vita, alla libertà, alla felicità delle donne come esse vogliono, con chi vogliono!

 

Il testo della Convenzione No More

Il 25 novembre 2012, Giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne, non deve essere in Italia una ricorrenza rituale. Alle parole devono corrispondere con forza politiche adeguate per fermare la violenza di genere  che è una violazione dei diritti umani.

Negli ultimi anni, in diversi consessi internazionali, lo Stato italiano è stato fortemente redarguito dalle Nazioni Unite per il suo scarso e inefficace impegno nel contrastare la violenza maschile nei confronti delle donne.

Nell’agosto del 2011, il Comitato CEDAW (Comitato per l’implementazione della Convenzione per l’eliminazione di ogni discriminazione sulle donne), e nel Giugno 2012, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, hanno rivolto allo Stato italiano una serie di raccomandazioni. Entrambi hanno espresso una forte preoccupazione:

per l’elevata prevalenza della violenza nei confronti di donne e bambine, italiane, migranti, Rom e Sinte; per l’allarmante numero di donne uccise dai propri partner o ex-partner (femminicidi); per il persistere di tendenze socio-culturali che minimizzano o giustificano la violenza domestica; per l’assenza di rilevamento dei dati sul fenomeno, per la mancanza di coinvolgimento attivo e sistematico delle realtà della società civile competenti sul fenomeno per contrastare la violenza; per le attitudini a rappresentare donne e uomini in maniera stereotipata e sessista nei media e nell’industria pubblicitaria.  Ad oggi l’Italia è ancora del tutto inottemperante rispetto agli standard e agli impegni internazionali.

Per questo, come associazioni di donne e realtà nazionali della società civile che condividono da tempo un forte impegno per contrastare, prevenire e sensibilizzare sul tema della violenza sulle donne e sui diritti umani, abbiamo elaborato una Convenzione condividendo una proposta politica unitaria, aperta all’adesione di altre realtà nazionali, locali e a singole persone, perché consapevoli della diversità delle nostre storie e dei nostri percorsi. Abbiamo scelto di essere insieme per richiamare le Istituzioni alla loro responsabilità e agli atti dovuti, per ricordare che tra le priorità dell’agenda politica, la protezione della vita e della libertà delle donne non può essere dimenticata e disattesa.

La Convenzione che presentiamo alle Istituzioni a partire dalla giornata del 25 novembre 2012, sostiene che:

– La violenza maschile sulle donne non è una questione privata ma politica ed è un fenomeno di pericolosità sociale per donne e uomini, bambine e bambini.

– Tale violenza non è un fenomeno occasionale ma un’espressione del potere diseguale tra donne e uomini, di cui il femminicidio è l’estrema conseguenza.

La chiave del contrasto alla violenza sulle donne in ogni sua forma consiste:

– nel cambiamento radicale di cultura e mentalità;

– nella rappresentanza appropriata delle donne e degli uomini in ogni ambito della società;

– nell’uso non sessista del linguaggio, anche nei media, al fine di promuovere un rapporto rispettoso e un livello di potere equo tra  donne e uomini;

-nell’intervento delle Istituzioni che non possono lasciare le cittadine e i cittadini sole/i davanti a un tale fenomeno, siano italiane o italiani, straniere o stranieri. Le Istituzioni sono tenute a prevenire, contrastare e proteggere con politiche attive, coerenti e coordinate l’intera popolazione, con il sostegno delle reti locali a partire dai centri antiviolenza.

La Convenzione denuncia:

– l’insufficiente ascolto e coinvolgimento che viene riconosciuto alle realtà che da anni praticano   politiche e cultura di genere nel rispetto delle differenze, con risultati importanti.

– l’inadeguatezza e la mancata attuazione del Piano Nazionale Antiviolenza del Dipartimento Pari Opportunità.

– le risposte insufficienti, casuali e discontinue, provenienti dalle Istituzioni sul fenomeno, e il preoccupante disinteresse verso le Convenzioni internazionali e la conseguente violazione dei diritti umani.

– il silenzio istituzionale sul persistere di una diffusa rappresentazione stereotipata e svilente delle donne e dei loro ruoli in famiglia e nella società, in particolare nei media e nelle pubblicità;

– un’informazione che troppo spesso racconta in maniera obsoleta e scandalistica la violenza sulle donne, arrivando a scusare il comportamento degli uomini violenti.

Consapevole del grande impegno da affrontare, la Convenzione promuove a partire dalla settimana del 25 novembre una serie di incontri e mobilitazioni con le associazioni di donne e le realtà della società civile che hanno condiviso i contenuti e le richieste di questa proposta.

Invita le Istituzioni nazionali e locali ad un confronto aperto, ad assumersi le proprie responsabilità, a porre in essere politiche adeguate e rispettose della dignità e dei diritti umani delle donne.

In particolare chiede che: (a) il Governo nella persona del Presidente Monti incontri le rappresentanti della Convenzione per un confronto di merito su questo drammatico fenomeno e su quali azioni intende sostenere per adempiere alle relative raccomandazioni delle Nazioni Unite; (b) il Consiglio dei Ministri dedichi una seduta speciale al dibattito sulle politiche necessarie ad affrontare la violenza sulle donne in Italia, ed ogni Ministro si pronunci in modo chiaro su come intende dar seguito ai propri propositi in materia e nell’esercizio delle sue funzioni; (c) il Parlamento presenti e discuta i temi della presente Convenzione contro la violenza sulle donne, le Raccomandazioni del Comitato CEDAW e della Relatrice Speciale sulla violenza dell’Onu e stabilisca i relativi impegni da prendere; (d) i Consigli e le Giunte Regionali invitino le realtà aderenti alla Convenzione, le associazioni e i centri antiviolenza presenti sui territori locali e prendano impegni precisi, anche in merito all’attuazione delle raccomandazioni ONU e ai vincoli delle raccomandazioni comunitarie per gli ambiti di competenza regionale; (e) che lo stesso facciano i Comuni per la costruzione o per il rafforzamento delle reti locali a partire dai centri antiviolenza in tutte le città d’Italia;  (e) che l’ordine dei giornalisti, la federazione della stampa e gli editori accolgano la Convenzione per ciò che riguarda l’informazione e i mass media.

La Convenzione si rivolge allo Stato italiano, al Parlamento,  all’intero Governo e al suo Presidente, alle Regioni, ai Comuni e a tutte le altre Istituzioni con le seguenti richieste:

Sulla base degli obblighi internazionali assunti dallo Stato Italiano in materia di violenza maschile sulle donne e di stereotipi di genere chiediamo:   il rispetto e l’attuazione delle osservazioni conclusive 2011 del Comitato CEDAW e delle raccomandazioni della Relatrice Speciale ONU contro la violenza sulle donne; la ratifica immediata della Convenzione del Consiglio d’Europa (Istanbul 2011) sulla prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne e della violenza domestica.

In materia di prevenzione, contrasto e protezione dalla violenza maschile sulle donne chiediamo un sistema di servizi che:  si attenga agli standard minimi previsti dal Consiglio d’Europa in materia;  condivida una definizione univoca di violenza contro le donne basata su standard internazionali, con la rete di servizi pubblici e convenzionati a partire dai centri antiviolenza;   promuova la creazione di reti locali competenti tra tutti i settori che sono coinvolti nella prevenzione, nella protezione e nel contrasto alla violenza;   garantisca la presenza omogenea e capillare sul territorio nazionale, dei servizi pubblici e convenzionati, con finanziamenti regolari e continuati nel tempo;  definisca una regolamentazione dei criteri metodologici di accoglienza e protezione delle vittime di violenza con un approccio di genere e laico per tutte e tutti; riconosca i centri antiviolenza come nodi strategici di ogni politica e come parte integrante dei servizi da offrire sul territorio per accogliere donne vittime di violenza e nel caso i loro figli/e;  predisponga un meccanismo per cui ogni Regione abbia una sua legge regolarmente finanziata, anche attraverso i Fondi Sociali Europei, che permetta ai Comuni di avere risorse certe per sostenere nei piani di zona i servizi e le politiche locali di prevenzione, sensibilizzazione, protezione e contrasto alla violenza.

Formazione

Di fondamentale importanza è la formazione di tutti i soggetti che lavorano nei vari settori con le vittime di violenza e i minori in un’ottica di genere. L’assenza di formazione e specializzazione in materia di violenza sulle donne rappresenta un fattore di rischio per l’incolumità psicofisica delle donne che si rivolgono alle autorità ed ai servizi territoriali per chiedere aiuto e può determinare prassi deleterie e percezioni soggettive che sminuiscono e giustificano gli abusi, determinando una condizione di vittimizzazione secondaria ed aumentando il pericolo di ulteriori violenze. Per questo è necessario assicurare un’adeguata formazione, attraverso le competenza delle donne che da anni lavorano per prevenire e contrastare il fenomeno per:  le forze dell’ordine (Polizia di Stato, Carabinieri etc.) e dell’esercito;   il personale dei pronti soccorso, i servizi sanitari e socio sanitari, i medici di base e tutti i servizi   territoriali;  tutto il personale dei servizi sociali compresi quelli dedicati all’immigrazione; la magistratura, l’avvocatura, i pubblici ministeri e il personale dei tribunali civili, penali e minorili; i giornalisti e gli operatori dell’informazione nei mass media.

Raccolta dati e banche dati

In Italia manca una rilevazione dei dati sistematica, integrata e omogenea, in materia di violenza sulle donne su tutto il territorio nazionale da parte dei diversi servizi coinvolti (es. forze dell’ordine, pronto soccorsi, servizi socio sanitari etc.).

Tali dati sono indispensabili per valutare l’entità del fenomeno e soprattutto per approntare politiche adeguate e determinare una corretta informazione dei mass media. E’ imprescindibile ed improrogabile che :  (a) venga definito un meccanismo di rilevazione che sia sistematico, integrato e omogeneo, attraverso l’uso di metodologie standard internazionali, dei dati quantitativi e qualitativi raccolti dalle amministrazioni centrali e periferiche dello Stato, dal 1522 e dalla rete dei centri antiviolenza su tutte le forme di violenza sulle donne; questi dati dovranno essere rielaborati dall’ISTAT che deve presentare un rapporto annuale dei risultati. Si pongono così le basi per l’istituzione di un futuro Osservatorio nazionale  sulla violenza contro le donne; (b) venga immediatamente  costituito il comitato di monitoraggio previsto dal Piano Nazionale; (c) vengano rese comunicanti le banche dati delle forze dell’ordine; (d) vengano rilevati sistematicamente e resi pubblici dai Ministeri competenti i dati, disaggregati per genere, divisi per distretti di competenza e per regioni, relativi a:  denunce per violenza sessuale, atti persecutori, maltrattamento, omicidio/femminicidio e tentato;  omicidio, violazione degli obblighi di assistenza familiare e successiva archiviazione, remissione di querela, rinvio a giudizio, rito con il quale il giudizio è stato definito, esito del giudizio; applicazione di misure cautelari, violazione delle misure cautelari; applicazione della l. 154/2001(misure contro la violenza nelle relazioni familiari);  ammonimenti del questore per atti persecutori(stalking); (e)vengano rilevati sistematicamente dai servizi competenti e resi pubblici dai Ministeri le richieste di prestazioni e di aiuto conseguenti ad atti di violenza nei confronti delle donne: nei pronto soccorsi;  nei servizi socio sanitari; da parte dei medici di base; nei centri antiviolenza;  dal numero nazionale di pubblica utilità  1522.

Giustizia e diritto di famiglia

In sede giudiziale, in caso di separazione e affido dei minori, nei casi di violenza domestica agita  sulle donne e  assistita o subita dai figli chiediamo che: (a) la legge vieti l’affido condiviso tra i due genitori e  che venga applicato come prassi l’affido esclusivo al genitore non violento; (b) sia vietato l’utilizzo della sindrome di alienazione parentale (PAS) in ambito processuale ed extraprocessuale; (c) non sia consentito l’utilizzo di tecniche di mediazione familiare in ambito processuale ed extraprocessuale.

In conformità agli obblighi derivanti allo Stato dagli accordi internazionali ed in attuazione dei principi stabiliti dalla Corte Europea dei Diritti Umani in materia di violenza sulle donne chiediamo che: (a)  vi siano interventi tempestivi a difesa dell’incolumità delle donne che denunciano violenze; (b) la predisposizione negli uffici giudiziari di sezioni specializzate in materia di violenza di genere; (c)la liquidazione definitiva del danno cagionato dalle violenze, assicurando meccanismi risarcitori effettivi.

Si deve porre fine inoltre alla umiliazione ed alla frustrazione delle donne che, in sede civile, combattono per il riconoscimento dei propri diritti e di quelli dei propri figli, vagando da una sede all’altra a seconda delle diverse competenze territoriali dei diversi giudici: infatti, per facilitare la risoluzione dei diversi aspetti sostanziali e procedurali dei casi  di separazione per coppie di fatto o sposate (con figli), sulle quali la competenza a giudicare è suddivisa tra organi diversi, quali il Tribunale dei Minori e il Tribunale Ordinario, siti in quartieri diversi od anche in città diverse, chiediamo l’individuazione di una unica sede fisica presso i Tribunali Ordinari e di procedure semplificate.

Informazione e mass media

Nella formazione dell’opinione pubblica, e nel sostegno degli stereotipi comuni, l’informazione tramite stampa, tv e web, ha un ruolo fondamentale, per questo è necessario richiamare i mass media alla loro funzione d’informazione responsabile, affinché promuovano e diffondano una cultura più consapevole riguardo le questioni di genere, e un modo adeguato e rispettoso nel trattare temi e fatti che riguardano la violenza sulle donne in ogni sua declinazione, compreso l’immaginario che a essa si richiama. Pertanto è fondamentale che l’informazione dei mass media adotti un linguaggio adeguato e immagini idonee che non trasformino la vittima in complice della sua stessa morte o violenza, perché così si ridimensiona agli occhi dell’opinione pubblica la gravità del reato, con il rischio di ridimensionare la gravità. Per questo chiediamo che: (a)il governo ed i Ministeri preposti, insieme all’Ordine dei Giornalisti, la Federazione nazionale della Stampa e agli editori, individuino e adottino gli strumenti di formazione idonei a promuovere nelle redazioni una cultura più consapevole sulla violenza di genere e sul femminicidio al fine di darne una informazione corretta e adeguata, con l’introduzione di corsi specifici per chi già svolge la professione nelle redazioni e per chi si appresta a svolgerla (scuole di giornalismo e master);

(b) il governo, tramite i ministeri interessati, istituisca un Osservatorio sull’informazione che riguarda la violenza di genere– femminicidio per monitorare nel tempo i cambiamenti intervenuti sui mass media.

Azioni di prevenzione e sensibilizzazione culturale

È fondamentale destrutturare gli stereotipi di genere, sensibilizzare e informare sul fenomeno della violenza sulle donne, sul come riconoscerlo, prevenirlo e contrastarlo individualmente e nella società. Pertanto chiediamo che: (a) vengano rivolte campagne di sensibilizzazione nazionali e locali a contrasto della violenza maschile sulle donne rivolte a tutta la popolazione e in particolare agli uomini; (b) nella scuole e nelle università, la didattica contenga anche gli argomenti della discriminazione e della violenza di genere e in particolare sia fatta attenzione:

all’adozione di libri di testo che non veicolino pregiudizi di genere nel linguaggio e nei contenuti; all’aggiornamento e alla formazione professionale del corpo docente sugli stereotipi di genere e la violenza maschile sulle donne;  all’inserimento in tutti i curricula universitari a indirizzo sociale, medico, legale, storico e politico, dello studio delle Convenzioni inerenti ai diritti umani, della convenzione CEDAW, e della discriminazione e della violenza basata sul genere.

Piano Nazionale contro la Violenza

Alla luce delle varie richieste riteniamo fondamentale verificare l’efficacia e l’attuazione del Piano Nazionale contro la Violenza che termina nel 2013, e chiediamo una immediata ed efficace revisione con il contributo dei soggetti promotori della presente  Convenzione .

Realtà promotrici:

UDI Nazionale, Unione Donne in Italia; Casa Internazionale delle Donne; GiULiA, Giornaliste Unite, Libere, Autonome; D.i.Re Donne in Rete Contro la violenza; Piattaforma CEDAW “30 anni lavori in corsa CEDAW”:  Fondazione Pangea onlus; Giuristi Democratici; Be Free; Differenza Donna; Le Nove; Arcs- Arci;  ActionAid; Fratelli dell’Uomo; D.i.Re; Casa Internazionale delle donne.

Per info e adesioni:

stampa@nomoreviolenza.it

convenzioneantiviolenza@gmail.com

Category: Donne, lavoro, femminismi

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About Redazione: Alla Redazione operativa e a quella allargata di Inchiesta partecipano: Mario Agostinelli, Bruno Amoroso, Laura Balbo, Luciano Berselli, Eloisa Betti, Roberto Bianco, Franca Bimbi, Loris Campetti, Saveria Capecchi, Simonetta Capecchi, Vittorio Capecchi, Carla Caprioli, Sergio Caserta, Tommaso Cerusici, Francesco Ciafaloni, Alberto Cini, Barbara Cologna, Laura Corradi, Chiara Cretella, Amina Crisma, Aulo Crisma, Roberto Dall'Olio, Vilmo Ferri, Barbara Floridia, Maria Fogliaro, Andrea Gallina, Massimiliano Geraci, Ivan Franceschini, Franco di Giangirolamo, Bruno Giorgini, Bruno Maggi, Maurizio Matteuzzi, Donata Meneghelli, Marina Montella, Giovanni Mottura, Oliva Novello, Riccardo Petrella, Gabriele Polo, Enrico Pugliese, Emilio Rebecchi, Enrico Rebeggiani, Tiziano Rinaldini, Nello Rubattu, Gino Rubini, Gianni Scaltriti, Maurizio Scarpari, Angiolo Tavanti, Marco Trotta, Gian Luca Valentini, Luigi Zanolio.

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