Agnes Heller: Il male non è mai banale

| 17 Novembre 2012 | Comments (0)

 

 


 

 


E’ stato tenuto nei giorni 8-9 novembre a Città di Castello il xxvi convegno di studi

organizzato da l’Altrapagina dal titolo “L’esperienza umana e l’enigma del male”.

Questa sintesi dell’intervento di Agnes Heller è stata curata da Achille Rossi e

pubblicata su l’Atrapagina on line

 

Secondo la filosofa ungherese il male è una semplice meschinità rivestita di

ideologia. E non si fa per mancanza di riflessione, ma è la disposizione profonda della

persona che fa inclinare al bene o al male.


Il teatro degli Illuminati è gremito fino all’inverosimile quando Ágnes Heller prende

la parola. Piccola, minuta, sprizza vitalità da tutti i pori, nonostante i suoi 82 anni.

La filosofa ungherese abborda il problema del male evocando la distinzione

classica fra male naturale e male morale: il male naturale è quello che la natura provoca

senza intervento umano, il male morale è quello che l’uomo fa all’altro uomo. Questa

rigida distinzione oggi è messa in questione perché siamo consapevoli della

responsabilità umana nelle catastrofi naturali, che potevano essere prevenute se le

persone non avessero ceduto all’incuria o all’incoscienza.

Nelle antiche civiltà gli uomini non si accontentavano di attribuire il male alle forze

cieche della natura, ma lo addossavano ai nemici, alle pratiche magiche,

ai criminali o ai peccatori. È emblematica la vicenda di Edipo la cui colpa

ricade su tutta la città. Nella tradizione ebraico-cristiana era difficile capire come

mai le catastrofi naturali colpissero sia i buoni che i cattivi e la riflessione ha elaborato

diverse spiegazioni. La Heller si sofferma su quelle di Leibniz e di S. Agostino.


Leibniz spiega il male fisico sostenendo che noi non conosciamo l’intero disegno

di Dio ma solo un angolo dell’arazzo. Inoltre quello che è male per l’uomo può

essere un bene per altri esseri. La presenza del male morale, invece, è legata alla

possibilità di scegliere tra bene e male e dunque alla libertà. Agostino lega la

presenza del male al peccato originale che si trasmette per generazione, anche

se nella sua continua reinterpretazione della Genesi alla fine non parla più del

peccato di Adamo, ma della disobbedienza di Adamo. La disobbedienza è un

atto di libertà. Non si è poi così lontani dalla prospettiva di Kierkegaard secondo

cui la possibilità di scelta è un salto nella libertà.


L’avvento della modernità sposta la problematica del male dal piano metafisico,

per cui ci si chiede se il male abbia o meno una sostanza, a quello più concreto

che invita a vedere dove il male si annida per combatterlo meglio. A parere

della Heller, si può tracciare una specie di percorso che va dalla bontà assoluta

al male radicale.

Sono rare le persone che incarnano il bene assoluto e quelle che in termini

religiosi sono chiamate “benedizione”, nelle quali la filosofa ungherese scorge

qualcosa di innato. Sono coloro che fanno il bene spontaneamente e sono incapaci

di stabilire graduatorie di priorità nell’operare per il bene. In questa scala discendente

ci sono poi le persone perbene, che preferiscono «subire l’ingiustizia piuttosto

che farla». Hanno una certa predisposizione a fare il bene e nell’esperienza della

vitase ne incontrano molte. Sono i cosiddetti giusti.


Discendendo ancora un gradino incontriamo le persone malvagie, quelle guidate

dalla cupidigia, dal potere, dall’interesse personale, che non si chiedono se

un’azione sia buona o cattiva, ma se porta vantaggio o svantaggio. Normalmente

tutti noi siamo convinti di essere buoni e quando sbagliamo troviamo giustificazioni

di tipo razionale. Abbiamo coscienza della distinzione tra bene e male, ma scendiamo

a patti con la nostra coscienza. Per spiegare questa oscillazione tra bene e

male la Heller adopera la metafora del gioco: Dio invita l’uomo a gettare la palla

nel cerchio. Solo Gesù raggiunge il centro; noi ci avviciniamo più o meno.

Comunque la cosa più importante per noi è sapere dove è il centro.


Ágnes Heller riconosce che c’è la possibilità di passare da persone perbene al

bene assoluto, mentre è più difficile per le persone malvagie arrivare al bene.

Infine ci sono persone che non sanno distinguere il bene dal male e per le quali

non esiste centro. Il loro centro è raggiungere potere, ricchezza, piacere.

Sono abitate da un’avidità dirompente e da bisogni insaziabili. La filosofa ungherese,

che nel suo percorso intellettuale ha fatto un’acuta analisi dei bisogni umani,

osserva che ci sono tre tipi di bisogni che non possono essere soddisfatti:

il bisogno di ricchezza, quello di successo, quello di potere. I bisogni corporali, invece,

non hanno questa caratteristica. Le persone che non distinguono tra bene e male

sono facile preda delle ideologie e del cinismo e «usano gli altri per il loro piacere

e il loro vantaggio».


Ágnes Heller passa poi a descrivere il male radicale, quello che attanaglia

le persone che hanno la mente e le emozioni corrotte e che si prefiggono di

raggiungere maggior potere. Questi individui hanno in sé qualcosa di

demoniaco ed esercitano una grande capacità di seduzione. Quando il male

che essi veicolano raggiunge il potere si diffonde come una specie di epidemia

e, attraverso l’ideologia e la paura, produce tanti piccoli Hitler e piccoli Stalin.

La filosofa ungherese osserva acutamente che nei regimi totalitari l’origine della

paura è la stessa della attrazione che il male esercita sulle persone.


Hannah Arendt, assistendo al processo di Eichmann, aveva parlato di

banalità del male, descrivendo Eichmann come un borghese qualunque

che aveva fatto quello che aveva fatto per ignoranza. Per la Heller il male non

è mai banale e soprattutto non si fa per mancanza di riflessione: è la disposizione

profonda della persona che fa inclinare al bene o al male.

Soprattutto la filosofa ungherese si premura di spogliare il male di qualsiasi grandezza:

è una semplice meschinità rivestita di ideologia. E nemmeno l’ideologia è

banale perché nel XX secolo ha giustificato gli atti più orrendi.

 

Nel descrivere il male radicale la Heller fa ricorso a quei personaggi della letteratura

che si scelgono come malvagi e manifestano il piacere di essere malvagi,

come Riccardo III, Jago nell’Otello di Shakespeare o il personaggio di Bressac in

Justine di De Sade. Ma c’è una differenza significativa, a suo parere, tra il male radicale

moderno e quello tradizionale: «i malvagi radicali moderni non sfidano Dio e i

suoi comandamenti come facevano i malvagi tradizionali, fanno qualcosa di diverso.

Si mettono al posto di Dio». Questo spiega perché il male radicale abbia giocato in

Europa un ruolo di primo piano per parecchi decenni come non era mai avvenuto prima.

E per la Heller Hitler e Stalin sono davvero «gli ultimi demoni».


Per questo la filosofa ungherese invita alla consapevolezza: a rendersi conto che

il male esiste e che bisogna riconoscerlo al tempo giusto quando è in incubazione,

prima che sprigioni il suo potere di attrazione. Oggi il male radicale può nascere dal

connubio tra fondamentalismo e nichilismo, ma è tenuto in piedi dalla nostra

impotenza. E a questo proposito la Heller cita la famosa storiella attribuita a

Bertold Brecht, ma forse creata dal pastore Martin Niemöller:

«Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a

prendere gli omosessuali e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a

prendere i comunisti e io non dissi niente, perché io non ero comunista. Un giorno

vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».


La conclusione della Heller è sintetica e folgorante: «per affrontare il

male radicale bisogna dire di sì a qualcosa».

 

 


Category: Culture e Religioni

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About Agnes Heller: Ágnes Heller (Budapest, 12 maggio 1929) è una filosofa ungherese. Nata a Budapest nel 1929, è stata il massimo esponente della «Scuola di Budapest», corrente filosofica del marxismo facente parte del cosiddetto "dissenso dei paesi dell'est europeo", (da non confondere con il dissenso di figure quali Aleksandr Solženicyn) prima del crollo definitivo dei regimi dell'est europeo. Nota in occidente come la teorica dei "bisogni radicali" (intesi come il vero terreno di scontro tra soggettività e potere) e della rivoluzione della vita quotidiana, il suo pensiero è stato molto discusso soprattutto in occidente negli anni '70 e '80 e in Italia in particolare con riferimento ai movimenti degli anni '70. La Heller e gli altri esponenti della "Scuola di Budapest" fanno risalire l'origine della loro impostazione teorica e pratica a "Storia e coscienza di classe" (1923) di György Lukács, critica del sapere feticistico fondato sull'idolatria dei "fatti" e dei "dati", ma anche a un'altra produzione filosofica, sempre degli stessi anni, di Karl Korsch, "Marxismo e filosofia": in questi testi si ritrova quella continuità del pensiero da Hegel a Marx che nei marxisti cosiddetti "scientifici" o ortodossi risulta rimossa. Le tematiche privilegiate della ricerca della Heller sono sempre state l'etica, la sessualità, la famiglia nel quadro di un progetto rivoluzionario anticapitalista che muove dalla volontà di superare i rapporti di subordinazione e di dominio. Sopravvissuta all'Olocausto, Agnes Heller ha 18 anni quando nel 1947 assiste alle lezioni dell'ormai sessantenne G. Lukács, filosofo oltre che dirigente del partito comunista ungherese sin dai tempi di Lenin nel 1918. Sempre all'università di Budapest la Heller in seguito diverrà assistente e collaboratrice di Lukács. Nel 1956 quelli che una volta erano gli allievi diventano la "corrente", un gruppo compatto di sostenitori del "vero" marxismo contro ogni falsificazione e aberrazione. Nel 1959 viene espulsa dall'università e poi anche dal partito per aver sostenuto «le idee false e revisioniste» di Lukács e costretta ad insegnare in una scuola media mentre i suoi scritti vengono sottoposti al veto di pubblicazione. Nel 1963 entra come ricercatrice nell'Istituto di Sociologia dell'Accademia delle Scienze e sempre nello stesso anno a seguito di un suo viaggio in Italia ha origine "L'uomo del rinascimento". Spiega la Heller: "Mi ha sempre colpito l'enfasi di Engels sul Cristianesimo e il rinascimento come le più grandi rivoluzioni dell'umanità [...] Le tre città-stato: Gerusalemme, Atene e Firenze simboleggiano per me le fonti della nostra cultura e al tempo stesso l'unione di creatività e ricettività." Questo in Italia "...fu il mio primo viaggio in occidente [...] nelle vie, nelle chiese, nelle case, nei palazzi di Firenze ho incontrato un sogno, o meglio, ho incontrato il mio sogno di un mondo adeguato all'uomo. Una volta che i confini dell'occidente si erano di nuovo richiusi per me, volevo semplicemente tornare in questo mondo, anche se solo con la fantasia, col pensiero. Se volete fu un libro d'amore: una dichiarazione d'amore per l'Italia." (Il testo è tratto da "Morale e rivoluzione", 1979). Nel 1968 protesta contro l'intervento sovietico in Cecoslovacchia. Viene licenziata dall'Accademia nel 1973 con l'accusa di aver negato la realtà socialista del suo paese e di altri paesi usciti dalla rivoluzione d'Ottobre nell'esercitare il suo lavoro di "cultore di scienze sociali".Non condivide le svolte reazionarie di tanti paesi dell'Est e nel 1977 decide infine di lasciare l'Ungheria insieme al marito, il filosofo Ferenc Fehér e gli amici Gyorgy e Maria Marcus, anch'essi noti esponenti della "scuola di Budapest" e con il timore di non poter più rientrare in Ungheria emigra in Australia. A Melbourne insegnerà sociologia presso La Trobe University. Attualmente è ritornata in Ungheria ma insegna anche alla New School for Social Research di New York. Ancor oggi rimane ancorata alle sue teorizzazioni dei bisogni radicali, pur non professandosi più marxista. Tra i suoi ultimi libri: Etica generale (1994); Filosofia morale (1997); Una teoria della modernità (1999); La bellezza della persona buona (Diabasis, 2009); Ágnes Heller, F. Comina e L. Bizzarri, I miei occhi hanno visto, Il Margine, Trento, 2012

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