Raewyn Connell e Laura Corradi: Il silenzio della terra

| 12 Novembre 2015 | Comments (0)

 

 

Per invitare alla lettura del libro di Raewyn Connell e Laura Corradi, Il silenzio della terra. Sociologia Postcoloniale, realtà aborigene e l’importanza del luogo, Milano, Mimesis Edizioni, 2014. diffondiamo questa recensione del libro fatta da Eric Eduardo Sanchez Chavez della Università della Calabria

 

 

Erik Eduardo Sanchez Chavez: IL CANTO DELLE REALTÀ ABORIGINE

La critica decoloniale di Raewyn Connel e Laura Corradi alle scienze sociali.

 

Il titolo stimola l’immaginazione, invita il pensiero ad andare oltre la “parola-ragione”, e racconta del silenzio a cui è stata condanata la terra da chi non la vuole sentire. Un libro ricco di elementi riflessivi che suggeriscono una ricerca profonda e critica degli strumenti teorici e dei metodi di studio in una realtà che non conosciamo, quella aborigene, una realtà che è presente e si manifesta spesso col silenzio. Un aspetto centrale che mette in luce Connell è l’intima relazione delle comunità indigene con la terra, che va oltre l’interesse ecomonico e di proprietà. Le comunità aborigene, si considerano parte della terra: non solo loro a possiederla, bensì il contrario. È una affermazione che si pensa e si vive: per tante comunità indigene non c’è una separazione fra queste due attività. Un’esempio dal mio paese di origine: in Messico esiste la comunità indigena chiapaneca di Los Tojolabal, che considera il cuore come l’interlocutore della realtà. Non dicono “io penso che…”, bensì “il mio cuore dice che…”. Connell parla nel suo saggio di questa relazione e analizza la differenza che esiste fra questo modo di sentire e la visione eurocentrica, “è diventato comune dire che nel sistema europeo la gente possiede la terra mentre nel sistema aborigeno la terra possiede la gente” (pag.109).

Connell analizza come la colonizzazione, l’imperialismo e la globalizzazione implicano un spossessamento e una perdita di quella intima conessione con la terra, i cui effetti si vedono riflessi nella teorizzazione di una comunità, la nostra, che pare aver dimenticato le proprie conoscenze aborigine ovvero, il sapere in quali paessaggi specifici sono i nostri piedi piantati. Si presenta un problema, in chi studia: con quali istrumenti teorici e metodologici fare ricerca nelle regioni della periferia globale?. Tanto Corradi come Connell denunciano che “la conoscenza empirica di paesi lontani continua ad avvenire con gli strumenti elaborati nel nord del mondo” (pag. 43), evitando, l’apertura a nuove forme di conoscenza, in particolare quelle aborigene, un arrichimento e rivitalizzazione degli studi sociologici.

Un secondo aspetto da considerare nel saggio di Connell, è la sua critica alle scienze sociali che tendono a produrre “generalizzazioni fuori contesto”, giacchè “c’è un limite intrinseco nello scorporare gli eventi dal loro contesto storio e nell’applicarli al mondo intero” (pag. 41). Affermazione che serve a fare una critica alla sociologia accademica, che continua a leggere le realtà globali con lo sguardo tradizionale della teoria del nord del mondo senza lasciare il dubbio che sia possibile pensare altri metodi di ricerca e forme di comprensione. In Italia, non aver accolto gli studi postcoloniali e le teorie dei sud del mondo ha evitato alla sociologia di aprirsi a una nuova prospettiva per decostruire la stessa scienza sociale da tanti pregiudizi e presupposti. Il saggio di Connell presenta vie di ricerca e idee guida per arrichire la conoscenza delle società. Nel mio caso, mi offre elementi per la ricerca sul dialogo interculturale e sulle civiltà originarie dell’America Latina.

Il testo di Laura Corradi presenta tanti aspetti importanti da considerare ma due sono fondamentali. Il primo si riferisce alle critiche sullo stato attuale della sociologia italiana; il secondo fa riferimento ad una apertura al pensiero non-occidentale, che permette di presentare nuove prospettive nella ricerca. Gli studi nelle culture indigene, la sua esperienza empirica nell’India, e in altre parte del mondo come Messico, Australia, Nuova Zelanda, le permette di conoscere di prima mano realtà epistemologiche diverse dalla concezione eurocentrica delle scienze sociali.

Corradi fa notare che gli studi postcoloniali, nella situazione attuale non sono stati accolti bene da parte delle accademie del nord del mondo perché mettono in discussione le nostre categorie di pensiero, proponendo una rilettura del colonialismo e di concetti come “modernità” e “globalizzazione”. La sociologia postcoloniale e le teorie dei sud del mondo affrontano quei pregiudizi che impediscono la decostruzione di concetti occidentali, per una riscrittura della storia coloniale, che minaccia le elite accademiche. Corradi mette in evidenza che la supposta supremazia del pensiero dei bianchi si esprime anche nell’uso improprio della teoria del sud, come spunto esotico o nota di colore, permettendo che l’escluzione continui a riprodursi. Così la lista degli assenti nella riflessione sociologica attuale continua a crescere. Tanto Corradi come Connell, si propongono di portare avanti teorie ed idee nate in queste realtà del margine, e in particolare realtà indigene. Inoltre, Corradi segnala che nello stesso sistema egemonico ci sono spodariche critiche alle pratiche di esclusione e discriminazione, ma in una logica di subalternità che non mette in crisi lo status quo.

Corradi mettere in luce i contributi teorici ed empirici che nascono nel margine al fine di combattere il sistema egemonico: li considera “piccoli segni di un cambiamento di paradigma” nella disciplina sociologica; allo stesso tempo avverte come una parte importante degli studi postcoloniali produca una epistemologia diversa da quella egemonica, che riguarda la produzione di conoscenza ad opera dei popoli subalterni e il modo in cui creano il loro pensiero divergente. Pensatori come Anibal Quijano, Walter Mignolo e Boaventura de Sousa, sono presentati da Corradi come tappe di percorso, dialogo e dibattito. Gli apporti epistemici sono molto significativi nella decostruzione dell’esperienza coloniale e di ciò che persiste ancora oggi, nelle scienze sociali.

Corradi presenta in modo chiaro alcuni elementi epistemici di questi autori che possono servire per rileggere i rapporti tra il centro imperiale e le colonie tradizionali. Nel caso di Anibal Quijano è il suo concetto “la colonialità del potere”; nel caso di Walter Mignolo, la sua proposta di de-colonizzazione, ove occorre evidenziare “la matrice del potere” che controlla e domina le nostre sensazioni, il genere, la sessualità e i media, i nostri rapporti sociali e con la natura, impedendoci di avere una relazione “intima” con il luogo in cui viviamo presupposto necessario per resistere coscientemente e disapprendere valori imposti. Mentre, nel caso di Boaventura De Sousa, la sua “epistemologia del sud” postula un cambiamento radicale nell’uso del linguaggio che l’imperialismo impose nelle colonie, recuperando la vitalità delle idee indigene che stravolgono il modo coloniale di concepire la realtà.

Nel tema della realtà aborigene è difficile comprendere come si condiziona in modo significativo la produzione di beni e relazioni sociali, sia all’interno di una comunità, sia con altre comunità nell’equilibrio con la natura. Tanto Corradi come Connell ricordano che la terra permette la vita: è la madre-terra, la “Pachamama”, come la chiamano i popoli originari del continente di America. Così, questa intima relazione con la terra, si dá creando l’identità di una comunità che permette la vita sociale e politica. Per questo motivo le comunità indigene chiedono una sovranità territoriale e l’autogoverno che garantisca e protegga l’identità e i valori che hanno come fondamento la terra stessa. Le comunità indigene rifiutano le politiche di sviluppo e sfruttamento imposte perché distruggono il vincolo che le persone hanno con la natura. L’autogoverno da parte delle comunità indigene non solo è possibile, ma si è realizzato attraverso la creazione di diversi movimenti indigeni, come per esempio, in Chiapas, e nel recente movimento indigeno di San Francisco Cherán[1], in Messico, che nel 2011 ha lottato contro il “narcogoverno”, dichiarando autonomia creando un governo comunale fondato sulla identità indigena.

Corradi e Connell, mettono in evidenza i contributi della teoria indigena nel dibattito attuale, non come nota di folclore, ma per un patto di giustizia epistemica con la quale si possa decostruire la storia coloniale e scrivere storie dal basso, recuperandone la memoria. Progetto per niente facile considerando i pregiudizi della storia “universale”. Per Corradi, la riscrittura della storia deve includere tutti gli esclusi, gli emarginati, le donne, gli operai, le comunità indigene, i popoli nativi, dimostrando che le classi subalterne sono protagoniste del mutamento della storia, anche per i loro contributi intellettuali per l’umanità. Questo mi fa ricordare le parole di Salvador Allende: “La storia è nostra, la fa il popolo”. La resistenza alla violenza coloniale da parte di gruppi subalterni dimostra che essi sono protagonisti della storia, anche quando non lo sapiano.

Corradi crede nella capacità di cambiamento anche dell’università, per aprire lo “spazio-tempo di una sociologia postcoloniale dove l’intuizione abbia status” (pag. 97), e per dare considerazione teorica alle pratiche concrete di conoscenza che convergono sui sogni e sulle visioni delle comunità indigene. Occorre sfidare il primato della razionalità sostenuta dall’Illuminismo, effettuare una “provincializzazione” dei saperi europei, e realizzare un ripensamento radicale dei concetti fondanti del colonialismo. In relazione a questo progetto afferma Corradi: “Non si tratta della sociologia critica interna al quadro teorico-metodologico nordatlantico, ma di una sociologia critica della teoria e della metodologia classica nordatlantica” (pag. 101). Per questo motivo, la sociologia ha sempre bisogno di un costante aggiornamento riguardo i contributi degli studi subalterni, anche nel caso degli studi di genere postcoloniali.

Per concludere la presentazione di questo libro, vorrei mettere in luce un elemento che considero importante nella riflessione di Laura Corradi per future ricerche, ed è quello che si riferisce all’interiorizzazione della sottomissione psichica come ha delineato nel suo scritto su Judith Butler[2]. Corradi non ci presenta una proposta educativa, ma ci segnala idee guida per ridiscutere la produzione di sapere nella accademia. Come afferma Corradi: “Forse la lotta più importante dalla storia è diventata quella per liberare la nostra mente dal ciarpame, dalla zavorra che non ci consente di volare, e di vedere dove vogliamo andare” (pag. 38). Il controllo mentale da parte del potere si è interiorizzato tanto che la psiche è diventata il campo di battaglia: “le pratiche resistenziali che si oppongono alla colonizzazione della psiche si giocano nella decodifica della comunicazione, nel contrasto ai dispositivi ipnotici del potere (…). La costruzione di una identità contro-egemonica e di una libertà politica intellettuale” è uno dei problemi che la sociologia contemporanea deve affrontare se vuole intraprendere, come dice Corradi, un “percorso appassionante dall’università alla pluridiversità dei saperi”.


[1] La comunità indigena di San francisco Cheran, si trova nel centro-ovest del Messico, nello stato di Michoacán de Ocampo, con una popolazione di 13 milla persone, ha ottenuto la sua autonomia come “nazione” P’urhépecha nel 2011. Il paese è formato da quattro zone, chiamate Barrios, in cui vengono scelti tre dei dodici consiglieri che integrano il governo comunitario. L’assemblea generale è la massima autorità.

[2] Corradi, L., La melanconia delle società eterosessiste. Una lettura sociologica de la vita psichica del potere in Judith Butler, (The Melancholy of Heterosexist Societies. A Sociological Reading of The Psychic Life of Power by Judith Butler), Leggendaria, Novembre 2014, pp. 54-56.

 

Category: Ambiente, Culture e Religioni, Libri e librerie

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About Laura Corradi: Laura Corradi, nata a Milano nel 1960, è ricercatrice all'Università della Calabria, dove insegna Studi sulla Costruzione Sociale delle Differenze di Genere e Fondamenti Sociali della Salute e della Malattie.

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