Naomi Klein: Che clima c’è nelle Filippine

| 12 Novembre 2013 | Comments (0)

 

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dell’11 novembre 2013

 

Sta uccidendo il pianeta, la nostra implacabile ricerca della crescita economica? I climatologi hanno visto i dati e stanno arrivando ad alcune conclusioni incendiarie.

Dicembre 2012. Un ricercatore sui sistemi complessi, rosso di capelli, di nome Brad Werner, si è mescolato nella folla di 24 mila climatologi e astrofisici al Meeting d’autunno della American Geophysical Union, che si tiene ogni anno a San Francisco. La conferenza di quell’anno includeva alcuni partecipanti di gran nome, da Ed Stone, del progetto Voyager della Nasa, che spiegava un nuovo passo sulla strada verso lo spazio interstellare, al regista cinematografico James Cameron, che parlava delle sue avventure in sommergibile nelle acque profonde.

Ma fu proprio la sessione di Werner a provocare gran parte dell’animazione. Si intitolava La terra è fottuta? (titolo completo: La terra è fottuta? Futilità dinamica della gestione dell’ambiente e possibilità di sostenibilità attraverso l’attivismo dell’azione diretta).

In piedi, nella sala delle conferenze, il geofisico dell’Università della California di San Diego, ha presentato alla folla l’avanzato modello informatico che avrebbe utilizzato per rispondere a quella domanda. Parlò di limiti del sistema, perturbazioni, dissipazione, attrattori, biforcazioni, e tutta una serie di questioni in gran parte incomprensibili per noi, i non iniziati alla teoria dei sistemi complessi. Ma il risultato finale era abbastanza chiaro: il capitalismo globale fa sì che l’esaurimento delle risorse sia tanto veloce, conveniente e senza ostacoli, che i “sistemi terra-umani” stanno diventando per reazione pericolosamente instabili. Quando un giornalista lo spinse a dare una risposta chiara alla domanda “Siamo fottuti?”, Werner abbandonò il gergo e rispose: “Più o meno”.

C’era tuttavia una dinamica, nel modello, che offriva qualche speranza. Werner l’ha chiamata “resistenza”, movimenti di “persone o gruppi di persone” che “adottano un certo insieme di dinamiche che non sono conformi alla cultura capitalista”. Secondo la sintesi del suo intervento, questo include “azione diretta ecologica, resistenza che viene dal di fuori della cultura dominante, come nelle proteste, nei blocchi e sabotaggi da parte delle popolazioni indigene, di lavoratori, anarchici e altri gruppi attivisti”.

Gli incontri scientifici seri di solito non includono inviti alla resistenza politica, ancor meno all’azione diretta e ai sabotaggi. Ma, d’altra parte, Werner non stava chiamando ad intraprendere cose simili. Semplicemente stava osservando che le rivolte di massa della gente, lungo le linee del movimento abolizionista, il movimento per i diritti civili o Occupy Wall Street, rappresentano la fonte più probabile di “frizione” per rallentare una macchina economica che sta andando fuori controllo. Sappiamo che i movimenti sociali del passato hanno “avuto un enorme influenza su… come si è sviluppata la cultura dominante”, ha detto Werner. Pertanto è ragionevole che, “se stiamo pensando al futuro della terra e al futuro della nostra relazione con l’ambiente dobbiamo includere la resistenza come parte di questa dinamica”. E questo, ha sostenuto Werner, è una questione di opinione, ma “realmente un problema di geofisica”.

Molti scienziati sono stati spinti ​​dai risultati delle loro ricerche ad agire nelle strade. Fisici, astronomi, medici e biologi sono stati in prima linea nei movimenti contro le armi nucleari, l’energia nucleare, la guerra, l’inquinamento chimico e il creazionismo (la teoria reazionaria che si oppone all’evoluzionismo, ndt). E nel novembre 2012, Nature ha pubblicato un commento del finanziere e filantropo Jeremy Grantham ecologico, che esortava gli scienziati ad unirsi a quella tradizione e di “farsi arrestare se è necessario”, perché il cambiamento climatico “non è solo la crisi delle vostre vite, è anche la crisi della esistenza della nostra specie”.

Alcuni scienziati non hanno bisogno che li si convinca. Il padrino della moderna climatologia, Hames Hansen, è un attivista formidabile, è stato arrestato una mezza dozzina di volte per aver resistito all’attività mineraria di spianamento delle montagne e agli oleodotti di sabbie bituminose (ha anche lasciato il suo lavoro alla Nasa quest’anno per avere più tempo per le campagne). Due anni fa, quando sono stata arrestata davanti alla Casa Bianca in una azione di massa contro Keystone XL, l’oleodotto di sabbie bituminose, una delle 166 persone in manette quel giorno era un glaciologo di nome Jason Box, un esperto di fama mondiale sulla banchisa di ghiaccio della Groenlandia che si sta sciogliendo.

Non sarei riuscito a mantenere la stima verso me stesso, se non fossi andato a protestare”, ha detto Box in quella occasione, aggiungendo che “solo votare non sembra sufficiente in questo caso. Devo essere anche un cittadino”.

Questo è lodevole, ma ciò che fa Werner con i suoi modelli è diverso. Non dice che la sua ricerca lo ha spinto all’azione per fermare una politica in particolare, dice che la sua ricerca mostra che tutto il nostro paradigma economico è una minaccia per la stabilità ecologica. E di certo mettere in questione questo paradigma economico – per mezzo della spinta contraria del movimento di massa – è il miglior rimedio del genere umano per evitare la catastrofe.

Si tratta di un argomento molto denso. Ma non è l’unico. Werner fa parte di un gruppo piccolo ma sempre più influente di scienziati la cui ricerca sulla destabilizzazione dei sistemi naturali – in particolare del sistema climatico – li porta a conclusioni similarmente riformatrici, e anche rivoluzionarie. E per qualunque rivoluzionario da salotto che non ha mai sognato di rovesciare l’attuale ordine economico a favore di un altro che abbia meno probabilità di spingere i pensionati italiani ad impiccarsi nelle loro case, questo lavoro dovrebbe essere di particolare interesse. Perché fa sì che l’abbandono di questo crudele sistema in favore di qualcosa di nuovo (e forse, con molto lavoro, migliore) non è più semplicemente una questione di preferenza ideologica, ma piuttosto una necessità esistenziale per la specie.

In mezzo a questo gruppo di nuovi scienziati rivoluzionari si trova uno dei maggiori esperti del clima della Gran Bretagna, Kevin Anderson, vicedirettore del Tyndall Centre for Climate Change Research, che si è rapidamente affermato come uno dei principali istituti di ricerca sul clima del Regno Unito. Rivolgendosi a tutti, dal Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale al Manchester City Council, Anderson ha trascorso più di un decennio traducendo con pazienza le implicazioni della più aggiornata scienza del clima a politici, economisti e attivisti. In un linguaggio chiaro e comprensibile, presenta un modo rigoroso per ridurre le emissioni, che assicura un tentativo decente di mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi Celsius, un obiettivo che la maggior parte dei governi hanno stabilito che eviterà la catastrofe.

Ma negli ultimi anni, i testi e le presentazioni visuali di Anderson sono diventati più allarmanti. Con titoli come “Il cambiamento climatico: ben più che allarmante… Cifre brutali e debole speranza”, segnala che le probabilità di mantenersi a qualcosa che assomigli a livelli sicuri di temperatura diminuiscono rapidamente.

Con la sua collega Alice Bows, esperta in mitigazione del clima del Centro Tyndall, Anderson fa notare che abbiamo perso così tanto tempo a causa di pantani politici e deboli politiche climatiche, mentre i consumi (e le emissioni) globali aumentavano vertiginosamente, che ora stiamo siamo di fronte a tagli così drastici da mettere in dubbio la logica fondamentale del dare priorità alla crescita del Pil sopra ogni altra cosa.

Anderson e Bows ci informano che l’obiettivo della mitigazione a lungo termine spesso citato – un taglio delle emissioni dell’80 per cento al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2050 – è stato indicato esclusivamente per motivi di opportunità politica e non ha “alcuna base scientifica”. Questo perché gli impatti climatici si verificano non solo a causa di ciò che emettiamo oggi e domani, ma per le emissioni che si accumulano nell’atmosfera nel corso del tempo. E avvertono che, concentrandosi su obiettivi a tre decenni e mezzo di distanza nel futuro, piuttosto che su quello che possiamo fare per ridurre le emissioni di carbonio energicamente e e subito, vi è un serio rischio che permettiamo alle nostre emissioni di continuare a crescere per anni, spendendo troppo del nostro “bilancio del carbonio” e mettendoci in una posizione impossibile nel resto del secolo.

Perciò Anderson e Bows sostengono che se i governi dei paesi sviluppati sono seri nel voler raggiungere l’obiettivo internazionale concordato di mantenere il riscaldamento al di sotto di 2 gradi Celsius, e se le riduzioni devono rispettare una sorta di principio di equità (in sostanza che i paesi che hanno emesso carbonio per gran parte degli ultimi due secoli devono tagliare prima che dei paesi in cui più di un miliardo di persone non hanno ancora energia elettrica), allora le riduzioni devono essere molto più profondo e dovranno avvenire molto prima.

Anche per avere un cinquanta per cento di probabilità di raggiungere l’obiettivo dei due gradi (ma, avvertono loro e molti altri, questo livello comporta una serie di impatti climatici immensamente dannosi), i paesi industrializzati devono cominciare a ridurre le loro emissioni di gas serra al ritmo di qualcosa come il 10 per cento ogni anno, e devono farlo ora. Ma Anderson e Bows vanno oltre, notando che questo obiettivo non può essere raggiunto con la serie di soluzioni tra “bond” delle emissioni o tecnologia solitamente sostenute dai grandi geuppi verde. Queste misure saranno certamente di aiuto, senza dubbio, ma semplicemente non bastano: un calo delle emissioni del 10 per cento, anno dopo anno, virtualmente è senza precedenti da quando abbiamo iniziato ad alimentare le nostre economie con il carbone. In realtà, tagli di più dell’uno per cento l’anno “storicamente sono stati associati solo con la recessione economica o gli sconvolgimenti”, come ha detto l’economista Nicholas Stern nel suo rapporto del 2006 per il governo britannico.

Anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica non vi è stata alcuna riduzione di questa durata e profondità (i paesi dell’ex Unione Sovietica hanno avuto riduzioni medie annue di circa il 5 per cento per un periodo di dieci anni). Non hanno avuto luogo dopo il crollo di Wall Street nel 2008 (alcuni paesi ricchi hanno avuto una diminuzione del 7 per cento tra il 2008 e il 2009, ma le loro emissioni di Co2 hanno recuperato con aumenti nel 2010 e le emissioni in Cina e India hanno continuato a salire). Solo durante il periodo immediatamente successivo al grande crollo del mercato del 1929, per esempio, negli Stati Uniti le emissioni sono sceso per diversi anni consecutivi di oltre il 10 per cento l’anno, secondo i dati storici del Centro di analisi di informazione sul biossido di carbonio. Ma quella è stata la peggiore crisi economica dei tempi moderni.

Se vogliamo evitare questo tipo di massacro mentre raggiungiamo i nostri obiettivi sulle emissioni che abbiano base scientifica, la riduzione del gas serra deve essere gestito con attenzione attraverso ciò che Anderson e Bows descrivono come “strategie radicali e immediate di ‘decrescita’ negli Stati Uniti, nell’Unione europea e in altri paesi ricchi”. Il che va bene, solo che succede che abbiamo un sistema economico che fa un feticcio della crescita del Pil sopra qualunque altra cosa, senza badare alle conseguenze umane o ecologiche, feticcio al quale la classe politica neoliberista ha subordinato del tutto la sua responsabilità di amministrare alcunché (dato che il mercato è il genio invisibile a cui dobbiamo affidare ogni cosa).

Allora, quel che realmente Anderson e Bows dicono è che c’è ancora tempo per evitare un riscaldamento catastrofico, ma non dentro le regole del capitalismo in così come sono attualmente costruite. Il che potrebbe essere il miglior argomento che abbiamo mai avuto per cambiare quelle regole.

Nel 2012, in un saggio apparso nel influente rivista Nature Climate Change, Anderson e Bows hanno presentato una sorta di sfida, accusando molti altri scienziati di non dire la verità circa il tipo di cambiamenti che il cambiamento climatico richiede all’umanità. A questo proposito vale la pena di citare per esteso: “… Per sviluppare scenari di emissioni gli scienziati ripetutamente e gravemente sottovalutano le implicazioni delle loro analisi. Quando si tratta di evitare un aumento di 2 gradi, ‘impossibile’ è tradotto con ‘difficile ma fattibile’, mentre ‘urgente e radicale’ diventa ‘impegnativo’, il tutto per placare il dio dell’economia (o, per essere più precisi, della finanza). Ad esempio, per evitare di superare la riduzione del tasso massimo di emissioni dettata dagli economisti, si assumono picchi ‘impossibilmente’ precoci, insieme a nozioni ingenue circa la ‘grande’ ingegneria e tassi di creazione di infrastrutture a basso carbonio. Man mano che gli investimenti delle emissioni diminuiscono, si propone sempre più geoingegneria per assicurare che il dettato degli economisti non venga messo in discussione”.

In altre parole, per sembrare ragionevoli nei circoli economici neoliberisti, gli scienziati hanno drammaticamente ammorbidito le implicazioni della loro ricerca. Nel mese di agosto 2013, Anderson si concesse di essere ancora più schietto, scrivendo che era troppo tardi per cambiare gradualmente. “Forse nei giorni del Summit della Terra del 1992, o anche all’inizio del millennio, i livelli di mitigazione dei due gradi avrebbero potuto essere raggiunti attraverso significativi cambiamenti evolutivi all’interno dell’egemonia politica ed economica. Ma il cambiamento climatico è un problema cumulativo! Ora, nel 2013, nelle nazioni (post) industriali ad alte emissioni siamo di fronte a una prospettiva molto diversa. Il nostro continuo e collettivo libertinaggio con il carbonio ha sprecato ogni occasione di ‘cambiamento evolutivo’ consentito dal nostro precedente (e superiore) bilancio di carbonio di due gradi. Oggi, dopo due decenni di spacconate e bugie, il bilancio di due gradi rimanente esige cambiamenti rivoluzionari dell’egemonia politica ed economica. ”

Probabilmente non dovrebbe sorprenderci che alcuni scienziati specialisti del clima siano un po’ spaventati per le implicazioni radicali della propria ricerca. Per la maggior parte stavano solo facendo tranquillamente il loro lavoro, misurando campioni di ghiaccio, preparando modelli climatici globali e studiando l’acidificazione degli oceani, solo per scoprire, come racconta l’esperto di clima e autore australiano Clive Hamilton, che stavano “involontariamente destabilizzando l’ordine politico e sociale “.

Però c’è molta gente ben consapevoli della natura rivoluzionaria della scienza del clima. Perciò alcuni governi che hanno deciso di scartare i loro impegni sul clima per scavare più carbone hanno dovuto trovare modi sempre più mascalzoneschi per mettere a tacere e intimidire gli scienziati delle loro nazioni. In Gran Bretagna questa strategia è sempre più chiara e Ian Boyd, capo consulente scientifico del Dipartimento Ambiente, Alimentazione e Affari Rurali, ha scritto di recente che gli scienziati dovrebbero evitare di “suggeriscono che le politiche sono giuste o sbagliate” e di esprimere i loro punti di vista, “lavorando con consulenti ufficiali (come me) ed essendo la voce della ragione, invece che quella del dissenso, in ambito pubblico”.

Se volete sapere dove questo porta, guardate a ciò che accade in Canada, dove vivo. Il governo conservatore di Stephen Harper ha fatto un lavoro tanto efficace, mettendo a tacere gli scienziati ed eliminando i progetti di ricerca critici che nel luglio 2012, un paio di migliaia di scienziati e loro sostenitori hanno messo in scena un finto funerale a Parliament Hill a Ottawa, deplorando “la morte delle prove”. I loro cartelli dicevano, “No alla scienza, non alle prove, no alla verità.”

Ma la verità viene alla luce, nonostante tutto. Non c’è più bisogno di leggere in pubblicazioni scientifiche che la ricerca del profitto e la crescita degli affari, portati avanti come se nulla, è destabilizzante per la vita sulla terra. I primi segni si mostrano sotto i nostri occhi. E sempre più gente tra noi reagisce di conseguenza: bloccare le attività di fracking (l’estrazione del petrolio da scisti bituminose che comporta la frantumazione di rosse, con una devastazione totale del territorio, ndt), interferire con i preparativi per la perforazione in acque russa nell’Artico (con un enorme costo personale); denunciare gli operatori sulle sabbie bituminose per la violazione della sovranità indigena; e innumerevoli atti di resistenza grandi e piccoli. Nel modello informatico di Brad Werner, questa è la “frizione” necessaria per rallentare le forze della destabilizzazione, il grande attivista del clima Bill McKibben li chiama “anticorpi” che si ergono a combattere la “febbre di adulterazione” del pianeta.

Non è una rivoluzione, ma è un inizio. E potrebbe darci abbastanza tempo per trovare un modo di vivere su questo pianeta che sia chiaramente meno fottuta.

 

 


 

Category: Ambiente, Osservatorio internazionale

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