Cristina Biondi: 17 Nuovo dizionario delle parole italiane. Da “Terrapiattisti” a “Carestia”

| 16 Agosto 2019 | Comments (0)

TERRAPIATTISTI

La verità è impegnativa, vincolante e lascia pochi spazi alla libertà. Non deve essere male stare dalla parte del torto, sostenere qualcosa che è smaccatamente sbagliato, deve dare più soddisfazione di una bugia alla quale manchi il sostegno dell’evidenza. L’infinito è un luogo per infelici (Leopardi mi darebbe ragione). Se ho i piedi piatti, anche la terra sotto i miei piedi è piatta, come piatta è la mia strada, in piena Pianura Padana. I numeri dispari arrivano al 43, i pari al 42, il mio numero di scarpe è 40, percorro i 56 metri della via con 123 passi, con 129 sono già all’interno del bar dove trovo gli amici del quartiere.

Eratostene da Cirene nel III secolo a.C. calcolò il diametro della terra, con un errore del 5%. I dati che ho misurato io sono esattissimi, anche se 53 giorni fa ho provato un paio di scarpe n. 39 e mi andavano quasi meglio del 40, ma ho comprato il 40+1 paio di calzettoni pesanti.

Spero che la precisione dei miei calcoli sia convincente e che io venga ammessa nella società dei Terrapiattisti, così vincerei la scommessa al bar, risparmiando 136 euro in pizzeria.

 

CONVEGNO

Nella sala delle colazioni c’è un camino finto, sovrastato da un grande specchio brunito, ove si ri-flette l’immagine di un lampadario veneziano in vetro policromo. Ai lati del camino due mori in li-vrea, specularmente uguali, in legno dipinto, tengono un braccio alzato, come per reggere una fiac-cola, ma le fiaccole non ci sono. L’insieme ha la funzione di convincere qualsiasi coppia clandesti-na che dopo la colazione conviene tornarsene ognuno a casa propria per non lasciarla mai più.

La metà dei tavoli è occupata da una comitiva di tedeschi, dai modi e l’abbigliamento giusto per rendere evidente a chiunque che dopo i sessant’anni i giochi sono fatti e conviene occupare il proprio tempo girando il mondo come turisti. I congressisti arrivano, chi da solo, chi in compagnia e scelgono tavoli distanti tra loro, con evidente imbarazzo.

L’esperto di statistica è venuto con la famiglia. Lui è pensionato, ha un bastone appoggiato alla sedia per un’artrosi al ginocchio, la signora è una persona molto calma, il figlio è adolescente. La differenza d’età tra i genitori è simile a quella tra il padre e la madre di Freud, il ragazzo potrebbe desiderare di uccidere il padre, ma non si sognerebbe mai di sposare sua madre. Stranamente anche lui zoppica, ma è un disturbo del tutto passeggero.

Il matematico fa colazione in silenzio accanto alla moglie in tailleur e camicetta di seta. Lei ha un’espressione risentita, non ha ancora trovato il modo di arrendersi all’età e il marito guarda infastidito il tovagliolo sporco di rossetto appoggiato sul tavolo. I figli vivono lontano, lui è stimato dai colleghi, ma poco amato dai suoi studenti.

Il filosofo è solo e felice di esserlo. Ha convinto l’amante a rinunciare a una coabitazione: è stata sua studentessa e ufficializzare il rapporto nuocerebbe alla carriera di lei. Lui si è stupito della facilità con la quale sua moglie ha accettato la separazione e il suo innato riserbo gli impedisce di indagare su alcune indiscrezioni che riguardano le donne della sua vita, compresa la figlia trentenne che ha fatto un ottimo matrimonio, nell’ambiente aristocratico della madre.

Il sociologo chiacchiera con la moglie che è professoressa associata a Chimica. Lui è professore ordinario e si fa un vanto di non aver mai interferito nella carriera della moglie che, girando per la facoltà in jeans e maglietta nera, non si è mai messa in competizione con le colleghe. Il suo capo ha aggiunto il proprio nome a tutti gli articoli pubblicati dal team diretto da lei e le ha permesso di studiare un anno all’estero, la promozione si è fatta aspettare a lungo, ma alla fine è arrivata; conoscendo molto bene l’ambiente universitario, lei non gradisce ricevere confidenze da nessuno.

Due giovani ricercatori siedono insieme, li unisce un gioioso cameratismo. Stanno parlando dei loro argomenti preferiti, non sono in competizione e le storie di donne non si sono ancora intrecciate con la carriera. Sarebbero felicissimi di comunicare urbi et orbi la fine del mondo, se fosse l’oggetto di una loro scoperta.

La ricercatrice giovane è arrivata in ritardo, siede da sola, concentrata nei suoi pensieri. Ieri ha mo-derato un dibattito, ma la sua introduzione è stata troppo lunga, infarcita di citazioni. Non è stata in grado di cogliere l’insofferenza del pubblico, ha solo capito che qualcosa nella sua vita non gira nel verso giusto, per questo si è truccata più meticolosamente del solito.

L’organizzatore del convegno gira tra i tavoli, ha salutato calorosamente gli invitati, ritiene sia compito suo arginare le ondate di pessimismo suscitate dalle conclusioni dei vari relatori. Il mondo va a rotoli, ma lui è convinto che l’intelligenza lo salverà se si riuscirà a instaurare un clima fraterno. È vestito maluccio: ha un pesante maglione a collo alto ed è simpatico a tutti, anche ai colleghi in giacca e cravatta.

 

PARLA COME MANGI

L’espressione non mi piace, e non solo perché al momento viene da un uomo politico che mi sta antipatico. Mi sembra si rischi di vanificare le raccomandazioni di non masticare a bocca aperta o di non parlare con la bocca piena, ma non è questo il punto. Abbiamo iniziato a mangiare il primo giorno di vita, abbiamo detto le prime parole intorno ai dieci mesi e imparato a scrivere dai sei anni, da allora abbiamo impiegato una vita per conoscere bene la nostra lingua e il nostro pensiero si è giovato tanto degli scambi verbali, quanto della lettura. Chi mangia non è detto che abbia mai cucinato in vita sua e nemmeno pensato, e chi parla come mangia, rischia di ascoltare bevendosi qualsiasi fregnaccia (oggi chiamata anche supercazzola).

 

SUPERCAZZOLA

Il termine mi piace perché l’ho sentito usare nel corso di una conferenza da uno scienziato giovane e felice: navigando nel mondo del web lui evita le fake news (supercazzole appunto) come fossero i meteoriti dello spazio di Guerre Stellari. Ha raccontato ai suoi ascoltatori che il termine, nato come nonsenso in un film sull’amicizia tra uomini che fanno scherzi crudeli, come bambini troppo cre-sciuti, è entrato nel gergo dei ragazzi svegli, quelli che studiano fisica e matematica. Io mi sono rilassata, come se avessi visto l’orco cattivo, abbindolato dal gatto con gli stivali, trasformarsi in topolino e ho immaginato di poter affidare il mondo a giovani piloti esperti della rete, a quelli che stanno dalla parte del Bene, che a sua volta li protegge nel corso delle loro mirabolanti avventure. Mi è sembrato di essermi tolta un peso dalle spalle, al momento non potevo pronunciare supercazzola a voce alta e poi non sono riuscita a rendere nei miei discorsi la parola così leggera, frizzante di un’allegria spensierata, allora la scrivo, lasciandola nero su bianco, nella speranza che se ne appro-prino altri ragazzi che non la conoscono ancora.

 

MEMORIA E GIGABYTE

C’è uno spiacevole paradosso: più si va avanti con gli anni, più ricordi si accumulano e meno si ha memoria per accumularne ancora. La demenza fa orrore, ma assolve anche dal peso della vita, che aumenta con l’età. La memoria collettiva, condivisa, è un’invenzione poetica che serve per pensarci simili ai computer, invece ognuno ha i suoi ricordi, diversi come le impronte digitali (non esiste un’unica impronta digitale terrestre). Il sapere collettivo cresce di giorno in giorno: Wikipedia è una raccolta di documenti ipertestuali, generati dagli utenti (un tempo avere un numero di potenziali padri illimitati non testimoniava a favore della reputazione della madre), numerosi come colonie di batteri nel brodo primordiale. Ciò che è stato creato dall’uomo è una sua creatura, a immagine e somiglianza del suo creatore. Una leggenda vuole che sia Alan Turing, uno dei padri dell’informatica, che Steve Jobs, fondatore della Apple, fossero affetti dalla sindrome di Asperger, disturbo dello spettro autistico, il che renderebbe ragione delle distorsioni nella comunicazione umana inaugurate dalla rete.

Il simbolo della Apple è una mela morsicata dall’uomo (o dalla donna, ma al momento non ancora da entrambi), scelta forse perché Steve nell’Oregon mangiava solo mele (non risulta che l’Entità Suprema gliel’avesse vietato). Forse al momento di decidere il logo della ditta c’era una mela abbandonata sul tavolo, forse si voleva ricordare il suicidio di Turing, uccisosi col cianuro probabilmente iniettato in una mela ritrovata al suo capezzale.

Forse è stato il computer stesso ad avvertirci che la sua intelligenza non è così artificiale da non possedere un’anima, da subito in conflitto con i suoi creatori, o con il Creatore dei suoi creatori. Che ruolo spetterebbe all’umanità se diventasse palese lo scontro all’ultimo gigabyte tra il nostro Creatore e la nostra creatura?

 

MEMORIA E STORIA

Gli storici sono autorizzati, come gli investigatori, a indagare sulla vita degli altri. Vivere è cancerogeno (così ammetteva Woody Allen) ed è anche un delitto, per lo meno lo è se pensiamo di essere in qualche modo investiti di una responsabilità collettiva, appartenendo ciascuno di noi alla nostra città, alla nostra nazione, all’Occidente e al mondo. Le giornate della memoria ci consentono di stare dalla parte degli innocenti, cosa che ci riesce bene soprattutto se i drammi ricordati sono avvenuti prima della nostra nascita.

Le associazioni mentali hanno leggi misteriose, un tempo era molto importante ricordare i propri peccati per poterli confessare, le nostre colpe portavano il marchio dell’infamia e della verità e attraverso la verità giungevamo alla salvezza, certa e certificata dal confessore.

Ma poi qualcosa è cambiato, la presa di coscienza ha sostituito l’esame di coscienza ed è stata un po’ come la presa della Bastiglia: alla tirannia della colpa si è sostituita una tabula rasa. La storia guarda solo indietro, l’Angelus Novus procede verso il futuro dandogli le spalle, ma non è detto che riesca a mettere a fuoco ciò che sta nel suo campo visivo. Ogni sfoggio di memoria sembra a noi stessi una bugia, una grossa bugia, questo ci succede da quando, insieme alle illusioni, alla spinta propulsiva delle motivazioni, è caduto il castello delle nostre giustificazioni.

 

APPUNTAMENTI

I bambini nascono sempre dopo nove mesi dal concepimento, ma l’ecografia anticipa la conoscenza che abbiamo di loro, li vediamo molto prima che loro ci vedano, mettendosi a strillare. Iniziano a respirare piangendo e non condividono la gioia di chi finalmente li incontra potendoli ispezionare in ogni dettaglio. Similmente tutti i nostri appuntamenti vengono monitorati tramite il telefono. Per accorgersene basta arrivare puntuali, ma senza aver portato con sé il cellulare: si è subito preda dell’inquietudine.

Se lui è in ritardo, se ha capito male dove avevamo stabilito di incontrarci o se ha un contrattempo, senza cellulare non ci può avvisare; se abbiamo sbagliato luogo e ora, se si è dimenticato, se ha l’orologio fermo, se ci aspetta altrove, se ha avuto un malore, non possiamo telefonargli. Una volta non c’era alternativa al vedersi di persona, i contrattempi erano possibili, ma non probabili quanto oggi.

Non ci angustiamo se siamo in ritardo, basta giustificarci stabilendo il contatto vocale. Non reca gran disturbo disdire l’impegno, parlando se ne spiega il motivo, si comunica affetto e si rassicura sulle proprie intenzioni future. “Ci incontriamo qua invece di là, spero non ti dispiaccia se viene anche Tizio o Caio”, è meglio avvisare per telefono di un cambio di programma: “Devo assolutamente passare per di qua o per di là, ti dispiace accompagnarmi?”

La certezza dell’incontro si perde in un mare di premonizioni, di dubbi, di possibilità alternative; la modernità liquida s’insinua diluendo l’intensità dei legami e seppur veniamo informati in tempo reale di tutti gli avvenimenti, di tutto ciò che accade nel mondo, abbiamo l’impressione di perdere il nostro appuntamento con la storia.

 

PERMANENTE

Un tempo le signore si facevano fare la permanente. Il ricciolo poi acquistava la consistenza dei tru-cioli di ferro grazie alla lacca e le mamme per un po’ non accettavano coccole manesche e le mogli non si lasciavano strapazzare da quegli orsi dei mariti. La parrucchiera costava meno dello psicoanalista e consentiva tanto le libere associazioni, quanto la maldicenza, esternazione di una visione del mondo poco apprezzata dai terapeuti.

Oggi uomini e donne si fanno fare i tatuaggi, che sono molto più permanenti della permanente. Sarei curiosa di sapere se i bimbi si sentono inibiti nelle loro manifestazioni d’affetto dai draghi raffigurati sulle braccia di mamma e papà e se, approssimandosi al corpo del compagno o della compagna, si possa prescindere dalla contemplazione di rose, peonie, croci, farfalle, tigri, fili spinati e chi più ne ha, più ne metta. Leggere versi di poesie, aforismi, decifrare ideogrammi cinesi e rune celti-che stimola o inibisce la libido?

Di certo il tatuatore non può sostituire lo psicoanalista, dato che la procedura va affrontata a denti stretti, anche se somministrando una discreta dose di dolore fisico si può ottenere una momentanea sospensione delle angosce esistenziali legate all’impermanenza di tutte le cose. La rosa non sfiorirà, l’onda non s’infrangerà, la carpa continuerà a saltare come in una stampa giapponese. Mi fa un certo effetto pensare che, dal momento che nulla è per sempre, la cremazione diverrà per molti il falò delle vanità (vanità delle vanità, dice l’Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità).

 

CARESTIA

Prima non ci sarà più trippa per gatti, poi non ci saranno più gatti. Allora ci pentiremo per le cementificazioni, per le asfaltazioni, per aver abbandonato le terre e per averle rovinate. Ci sembrerà un terribile errore aver coltivato tè, zafferano e altre spezie, chi ama il caffè si dichiarerà disposto a rinunciare a mezza razione di pane, molti accetteranno che si stringa intorno al loro collo il nodo delle nostre contraddizioni e difenderanno le piantagioni di tabacco, dichiarando di essere sempre stati disposti a morire pur di continuare a fumare, pazienza se il prezzo è l’inedia, che forse non è più ter-ribile di un cancro. Avremmo potuto ridurre la produzione del cotone per coltivare frutta e verdura, se ciascuno di noi non avesse voluto avere decine di magliette e di camicie da mandare poi ogni anno al macero.

Avremmo potuto rinunciare a una miriade di fibre sintetiche, vestirci di lana e mangiarci le pecore.

Ci salveranno le colture transgeniche, i cibi artificiali, ma soprattutto gli insetti, miliardi d’insetti allevati e cucinati. Se la nouvelle cuisine accetterà la sfida di renderli appetitosi, potremo rimanere grassi e contenti. Sarebbe bene focalizzare le nostre ricerche su creaturine sprovvedute e solitarie, evitando di verificare le capacità difensive degli eserciti delle formiche e degli sciami delle api.

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