Bruno Amoroso: L’Italia, l’Euro e le monete locali

| 10 Dicembre 2012 | Comments (0)

 

 

 

Intervista a Bruno Amoroso uscita, a cura di Nicola Di Cesare, nel sito 5 Stelle Cagliari (www.movimento5stellecagliari.it) in data 28 novembre 2012

Intervistatore: Discutiamo di un argomento di cui il Movimento Cinque stelle di Beppe Grillo si sta facendo promotore e cioè di come risolvere quello che sembra essere diventato uno dei tanti problemi correlati alla difficoltà delle economie europee. In particolare di quelle del sud-Europa aderenti all’Euro e – più precisamente – degli effetti che l’Euro e la BCE (a causa della natura del suo mandato istituzionale) stanno creando ai cittadini e alle imprese. Cominciamo con una domanda che molti si fanno:
E’ corretto dire che l’Euro non possa essere utilizzato come strumento di politica monetaria dai paesi che lo hanno adottato e, di conseguenza, che esso sia ormai, in quanto variabile indipendente e incontrollabile, inadatto a seguire l’andamento della crisi economica in atto ?

Amoroso: L’inadeguatezza dell‘Euro e il suo fallimento non richiede oggi di ricordare le ragioni e gli argomenti teorici apportati sin dalle sue origini per prevederne il fallimento, dovute essenzialmente all’assenza delle condizioni necessarie al funzionamento di un’area valutaria ottimale. Oggi, dopo tredici anni dalla sua introduzione, possiamo limitarci a un approccio pragmatico che metta a confronto gli obiettivi che ci si era dati con la sua introduzione ed i risultati ottenuti.
Le tre grandi promesse della moneta unica furono: 1) protezione dall’inflazione; 2) protezione dalla speculazione finanziaria, e 3) rafforzamento del processo di coesione sociale e territoriale dell’Unione Europea. Questi obiettivi dovevano essere realizzati grazie alla funzione di governance della Banca Centrale Europea e della Commissione Europea.
Oggi dobbiamo constatare che siamo in presenza, nei paesi della zona euro in forma maggiore che negli altri dell’UE, di una inflazione selvaggia dovuta non all’aumento dei prezzi ma alla caduta repentina dei redditi dei cittadini, avvenuta subito dopo l’introduzione dell’euro con i cambi sfavorevoli (alla lira) concordati, col crollo dei redditi dei cittadini dovuti alla disoccupazione galoppante, e ai tagli introdotti in tutti i settori della spesa pubblica e agli aumenti fiscali.
Per quanto riguarda la speculazione finanziaria questa si è concentrata in particolare sui paesi della zona euro e con effetti devastanti su tutti i paesi dell’Europa del sud, ma non solo. Di fatto non è possibile parlare di moneta unica quando titoli di stato emessi in euro sono valutati in modo diverso dai creditori e sui mercati finanziari senza che la Banca Centrale Europa riesca a imporre una valutazione unitaria. Questo delegittima l’euro come moneta comune e la Banca centrale Europea come sua forma di governance.
Inoltre, se guardiamo alla coesione sociale e territoriale, l’introduzione dell’Euro ha prodotto due divisioni tra i 27 paesi dell’Unione. La prima tra i paesi della zona euro (17 paesi) e gli altri (10 paesi). La seconda dentro la zona euro tra i paesi del nord e i paesi del sud, con effetti devastanti sulle economie di questi ultimi. Il rischio d’implosione della zona euro con effetti su tutti i paesi dell’Unione Europea appare oggi lo scenario più probabile al quale bisogna prepararsi con iniziative e misure che ne limitino gli effetti sulle popolazioni e i rischi di conflitti nazionalistici.
Infine, per quanto concerne a Banca Centrale Europea, questa ha fallito il suo compito istituzionale ed è scivolata verso un ruolo di protezione non del progetto europeo e dei suoi cittadini, ma di difesa degli interessi dei gruppi speculativi della finanza internazionale e dei suoi sistemi bancari. Per queste ragioni una tale istituzione, insieme alle Banche Centrali dei singoli paesi, va abolita e le sue funzioni riportate dentro i compiti di governo degli stati nazionali e dell’Unione Europea. La pretesa delle istituzioni monetarie di autonomia politica rispetto ai governi nazionali e alle istituzioni comunitarie va polverizzata con azioni di revoca delle sue funzioni e prerogative.

Intervistatore: E’ corretto affermare che questa crisi in realtà non risieda in determinanti reali ma che sia generata dalla scarsa propensione del sistema del credito a finanziare le imprese attraverso le banche che contribuiscono a non mettere in circolazione la moneta necessaria ?

Amoroso: L’attuale crisi economica e sociale è il prodotto della trasformazione del capitalismo e del suo modello di accumulazione dalle funzioni produttive e di sfruttamento orientate al profitto a quelle della rendita e della rapina dei risparmi dei lavoratori e dei cittadini in generale. Questa trasformazione è il capolavoro introdotto in modo sistematico dagli anni Settanta con la Globalizzazione che ha trasferito il potere dei gruppi politici e economici alla finanza.
Le linee di riforma del sistema sono state due:
1) Trasformazione dei sistemi bancari e finanziari per drenare tutto il risparmio e credito disponibile a favore dei nuovi gruppi di potere finanziario-militare e abbandonando i vasti sistemi produttivi delle piccole e medie imprese alla terra di nessuno. A queste operazioni ha partecipato la Banca Centrale Europea con un ruolo attivo di “credito” alle grandi banche speculative e ostacolando il credito ai settori produttivi. Le recenti misure di affidare alla Banca Centrale Europea il controllo del sistema bancario europeo è l’ultimo atto di un potere finanziario che non tollera l’esistenza di vasti settori del credito popolare, cooperativo, ecc. tuttora attenti ai bisogni dei sistemi produttivi locali e nazionali
2) Vincoli alle finanze pubbliche degli stati nazionali (Patto Finanziario) e pareggio di bilancio per impedire agli Stati di riequilibrare ciò che la speculazione ha prodotto nelle economie nazionali, con il credito alle imprese e i redditi dei cittadini. Non si sta solo rapinando il risparmio dei cittadini e degli Stati, ma si vuole anche impedire che questi ultimi possano intervenire sui processi redistributivi e cioè sul come distribuire i costi della crisi.
A questa situazione si deve reagire con un’alleanza del settore medio piccolo del credito con le piccole e medie imprese per un piano industriale e del lavoro (rompendo i rapporti con ABI e Confindustria), con la nazionalizzazione delle grandi banche nazionali da ridurre a una Banca Nazionale con funzioni di servizio verso il sistema nazionale del credito e per operazioni di investimento internazionale controllate dallo Stato. Tutte le altre istituzioni finanziarie (borse, società d’investimento private, ecc.) devono essere affidate alle regole del mercato sotto la sorveglianza dello Stato, ma senza alcuna copertura pubblica rispetto ai risultati della loro gestione (con rischio quindi di fallimento). A queste istituzioni finanziarie va vietata la compravendita di titoli di merci strategiche come l’energia, i prodotti agricoli, ecc.

Intervistatore: Posto che sia molto difficile uscire dall’Euro per un paese come l’Italia nel mirino della speculazione, a causa non tanto del suo grande debito ma per la scarsa fiducia che i mercati – che com’è noto hanno una natura pragmatica e anglosassone – nutrono nella nostra classe politica, pensa che possa essere utile alla crescita economica tentare di rompere il monopolio della moneta attraverso l’emissione di valute alternative all’Euro?

Amoroso: La domanda contiene due diversi problemi. Il primo riguarda la valuta nazionale in corso. L’Italia aveva una moneta nazionale e, in cooperazione con gli altri paesi dell’Unione Europea, ha aderito a una “moneta unica” negoziando sia i rapporti di cambio della propria valuta con quella comune sia i rapporti di cambio dell’euro con le altre dieci valute nazionali esistenti in Europa.
Il passaggio dalla lira all’euro è avvenuto in un periodo di tempo relativamente breve, il che dimostra che queste operazioni di cambio si possono fare e gestire. Un processo all’inverso è quindi tecnicamente possibile. Ma su questo, che comporta i rapporti con gli altri paesi dell’Unione Europea torneremo tra poco.
Il secondo, quello a cui la domanda fa riferimento parlando di valute locali, va a mio avviso affrontato nel contesto del bisogno di demonetizzare le nostre economie. Questo significa sottrarre ai processi di monetizzazione tutta una serie di settori e bisogni che debbono essere soddisfatti con beni e servizi che la comunità mette a disposizione dei cittadini mediante un finanziamento pubblico basto sul sistema fiscale. Questo, a livello nazionale, riguarda tutti i beni comuni e altri servizi essenziali e strategici come la scuola, ecc. Questi servizi potrebbero essere gestiti in forme demonetizzate poiché potrebbero offrire lavoro a gruppi di cittadini oggi senza lavoro o impiegati in modo inefficiente nella pubblica amministrazione e nella grandi imprese cronicamente in cassa integrazione. L’impegno dei settori della società civile mediante imprese sociali e il volontariato, se opportunamente qualificate, offrirebbe ampie possibilità di riduzione dei costi della fiscalità e della spesa pubblica migliorando i servizi offerti.
Si badi che non si tratta di esperienze utopiche ma di ciò che si è fatto nelle fasi più avanzate del welfare state, quando i servizi base per i cittadini sono stati offerti in modo universale e gratuito grazie alla leva fiscale. Il che vuol dire che ciascun cittadino contribuiva all’accesso ai beni pubblici offrendo una parte del suo tempo di lavoro e risparmio a questo scopo.
A livello locale e regionale in molti settori della produzione dei beni e dei servizi si potrebbero introdurre forme di scambio regolate da titoli della comunità, ciò che in varie forme si sta sperimentando con le “banche del tempo”, monete locali, ecc. Va infatti ricordato che la moneta ha due funzioni principali: misura di valore e strumento per gli scambi. Se i titoli emessi sono riconosciuti per queste funzioni con la garanzia del credito locale e delle istituzioni locali possono svolgere questa funzione in molti ambiti territoriali. Quello che le monete locali (e non solo) non debbono consentire è la trasformazione dei titoli in mezzo di accumulazione poiché si riprodurrebbe così la degenerazione dei sistemi monetari in forme di arricchimento e di usura verso la comunità. Questo è realizzabile con misure semplici con le quali si concorda che i titoli in circolazione debbono essere riutilizzati dentro un periodo di tempo limitato e definito.
Si realizzerebbe quindi un sistema di circolazione che ha una moneta nazionale per le operazioni di scambio a livello nazionale e internazionale, amministrata da un sistema del credito medio piccolo e una Banca nazionale, monete locali e sistemi di titoli di scambio con validità regionale istituiti in collaborazione con le autorità locali e il sistema locale del credito.

Intervistatore: L’Associazione 5 Stelle Cagliari sta portando all’attenzione dei massimi esperti di economia monetaria un tema di grande interesse e attualità. Si tratta dell’ipotesi di introduzione di una moneta alternativa a convertibilità garantita che dovrebbe essere emessa da un istituto di emissione regionale di nuova creazione, che dovrebbe riassumere in sé le funzioni di Banca etica per lo sviluppo locale, tesoreria regionale e appunto istituto di emissione. La valuta allo studio dovrebbe essere emessa come titolo di credito circolante da parte della tesoreria, a fronte di pagamenti che la Regione deve effettuare per forniture o opere eseguite da terzi in attesa dei mandati di pagamento definitivi. La valuta potrà essere convertita in Euro a una data prestabilita al tasso passivo di sconto pari al tasso di inflazione corrente del periodo di circolazione della valuta stessa. I vantaggi a nostro avviso sarebbero molteplici: una simile opzione darebbe immediato respiro a tutte quelle imprese che attendono da mesi un pagamento dagli enti locali; incentiverebbe l’economia locale in quanto il suo uso sarebbe a prevalenza regionale, anche se non esclusivo; per sua caratteristica e cioè lo sconto passivo a termine, disincentiverebbe in parte la sua convertibilità contribuendo ad innalzare la massa circolante M1 e determinerebbe una riserva valutaria fruttifera permanente in Euro, che potrebbe essere utilizzata dalla tesoreria del neo istituto di credito per finanziare le imprese attraverso garanzie reali, in termini fideiussori e in termini di effettivo abbattimento dei tassi passivi che le banche applicano alle aziende.

Amoroso: Queste proposte mi sembrano conciliabili con quanto da me appena esposto e condivisibili anche se da definire nei particolari. Mi sembra però che trascurino due aspetti. Il primo è che senza attuare il disarmo della finanza, che oggi occupa sia i sistemi bancari e del credito sia i sistemi politici a tutti i livelli strategici qualsiasi operazione rischia di fallire. Questo perché le interazioni e interconnessioni oggi esistenti tra i vari livelli dell’economia e territori rendono difficile una progettualità solo locale e solo settoriale. Questo rimette quindi al centro il governo degli Stati e dell’Unione Europea, la sovranità monetaria degli Stati e della stessa Unione Europea. La battaglia sull’euro ricomincia da qui con la riconquista di spazi di flessibilità nazionale e meso-regionali per le politiche economiche.
Il primo passo deve essere per i paesi dell’Europa del sud la rinegoziazione dei loro apporti valutari con gli altri paesi dell’Unione. Le procedure per questo tipo di operazioni esistono e sono ben collaudate: chiusura provvisoria delle frontiere finanziarie per i paesi impegnati nel processo di ri-negoziazione e rivalutazione di asset e liability (attività e passività) esteri. I contratti finanziari interni possono essere trasferiti nella nuova valuta – nazionale o di area come nel caso di un euro-sud – e al termine di queste negoziazioni delle quali la sede potrebbe essere la Commissione Europea (cioè i ministri delle finanze dei vari paesi) i mercati valutari potrebbero riaprire. Nel caso dei paesi europei questo produrrebbe una svalutazione delle monete (come è avvenuto in Irlanda e Islanda) ma consentirebbe spazio a politiche economiche a vantaggio della ripresa delle attività produttive e dell’interscambio tra i paesi del sud. L’effetto della svalutazione è anche quello di ridurre le importazioni e, quindi, favorire la ripresa dei sistemi produttivi locali e nazionali o meso-regionali.
Effetti negativi si avrebbero su coloro che hanno contratto debiti con l’estero ma il loro impatto potrebbe essere limitato imponendo una tassa sui capitali rifugiatisi all’estero e che traggono quindi vantaggio da questa operazione.
Il comune interesse a tener in vita il processo di cooperazione europea, di evitare cioè la sua totale implosione, dovrebbe rendere le istituzioni europee cooperative verso la ricostruzione di questi equilibri economici e finanziari.
Questa cooperazione e divisione mediante negoziazione, che è il contrario dell’implosione e del collasso europeo (modello Jugoslavia), ha precedenti recenti in Europa con la collaborazione condivisa tra Stati e istituzioni europee: l’abbandono dell’unione monetaria esistente con la Gran Bretagna da parte dell’Irlanda per aderire al Sistema Monetario Europeo nel 1979, e la divisione della Cecoslovacchia in due Stati distinti con proprie valute nel 1992 il tutto senza particolari tragedie europee o nazionali.
Una divisione negoziata può avvenire in modo ordinato e limitando i danni prodotti da unioni monetarie affrettate come quella dell’euro e dalle politiche assurde imposte per decenni dalla Troika della finanza (Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale e Commissione Europea) ai paesi membri dell’Unione Europea. Questa ristrutturazione dei sistemi monetari richiede pertanto, se si vuole conservare l’obiettivo del progetto europeo, la solidarietà tra gli Stati dell’Unione. Forme di sostegno agli Stati del sud come risarcimento degli errori della Commissione Europeo vanno negoziate.
Le politiche europee potrebbero essere così rinnovate ponendo fine al dogma del libero movimento di capitali e delle transazioni finanziarie dei paesi europei, dichiarando guerra ai paradisi fiscali interni e esterni all’Unione, espellendo dai mercati europei tutte le istituzioni che producono fenomeni di instabilità e speculazione come le società di rating, le borse, ecc.
Il risultato finale sarebbe riportare il progetto europeo dentro i suoi binari di progetto di pace, di democrazia e di cooperazione tra paesi europei.

 

Category: Economia, Economia solidale, cooperativa, terzo settore

About Bruno Amoroso: Bruno Amoroso (1936) si è laureato in economia all'Università La Sapienza di Roma, sotto la guida di Federico Caffè. Negli anni dal 1970 al 1972 è stato ricercatore e docente all'Università di Copenhagen. Dal 1972 al 2007 ha insegnato all'Università di Roskilde, in Danimarca, dove ha ricoperto la cattedra Jean Monnet, presso la quale è professore emerito. Amoroso è docente all'International University di Hanoi, nel Vietnam. È stato visiting professor in vari atenei, tra cui l'Università della Calabria, la Sapienza di Roma, l'Atılım Üniversitesi di Ankara, l'Università di Bari. È presidente del Centro studi Federico Caffè dell'Università di Roskilde ed è condirettore della rivista italo-canadese Interculture. È membro del consiglio di amministrazione del FEMISE-Forum Euroméditerranéen des Instituts de Sciences Économiques, e coordinatore del comitato scientifico dell'italiana Fondazione per l'internazionalizzazione dell'impresa sociale (Italy). Fa parte, inoltre, del comitato scientifico FLARE Network (Freedom, Legality and Rights in Europe), la rete internazionale per la lotta alla criminalità e alla corruzione; è membro ed esperto di DIESIS (Bruxelles) organizzazione non profit dedicata allo sviluppo dell'economia sociale, nelle forme cooperative, di impresa sociale, e di impresa autogestita dai lavoratori, attraverso attività di supporto, consulenza e valutazione dei progetti. È decano della Facoltà di Mondiality, all'Università del Bene comune (Bruxelles-Roskilde-Roma), fondata da Riccardo Petrella; è membro del comitato scientifico del progetto WISE dell'Unione europea, ed è stato direttore del Progetto Mediterraneo promosso dal CNEL (1991–2001). Tra i suoi ultimi libri in italiano: Il "mezzogiorno" d'Europa. Il Sud Italia, la Germania dell'Est e la Polonia Orientale nel contesto europeo, (a cura di) (Diabasis, 2011); Euro in bilico (Castelvecchi, 2011); Per il bene comune. Dallo stato del benessere alla società del benessere (Diabasis, 2010); Il Mediterraneo: incontro di culture (con Mario Alcaro e Giuseppe Cacciatore), (Aracne, 2007); Persone e comunità. Gli attori del cambiamento, (con Sergio Gomez y Paloma) (Dedalo, 2007); La stanza rossa. Riflessioni scandinave di Federico Caffè (Città Aperta, 2004); Europa e Mediterraneo. Le sfide del futuro (Dedalo editore); L'apartheid globale. Globalizzazione, marginalizzazione economica, destabilizzazione politica (Edizioni Lavoro, 1999); Il pianeta unico. Processi di globalizzazione (con Noam Chomsky e Salvo Vaccaro) (Eleuthera, 1999).

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