Andrea Cardellini: Fratelli

| 17 Novembre 2012 | Comments (0)

 

 

 

E’ stato tenuto nei giorni 8-9 settembre a Città di Castello il XXVI convegno di studi organizzato da l’Altrapagina dal titolo “ L’esperienza umana e l’enigma del male”. Questa scheda è stata pubblicata su L’Altrapagina on line. Andrea Cardellini è n poeta e sue poesie sono state pubblicate su L’altrapagina

 

È passato un uomo di qua, occhi troppo piccoli, cieco, mani e denti da vampiro infilzati sul fegato del mondo, un’ulcera. Poco chiaro perché gironzolasse tra le bocche degli altri come una sanguisuga, oppure così evidente.

Dalla mia sedia, incolume e fraterno alla sua spietatezza ho passato e ripassato ogni movimento di quella tragedia, atto per atto, dolore per dolore. Dio quanto siamo indifesi. Il “noi e loro” s’era di nuovo abbattuto col suo oceano di porte serrate sulla sorte di un’altra voce che sola al vento guaisce rabbia. Volevo ascoltarlo, ascoltare le domande giuste, quelle mai disegnate sulle labbra, camuffate nei rivoli della disperazione, la nostra.

Così me ne andai a cercare la sua lama il suo taglio il mio sangue e cavolo ci amammo meravigliosamente. Cercò di offendermi e capii quanto fosse stato offeso

cercò di colpirmi e sentii addosso tutti gli squarci dei dannati pestaggi che aveva subito. Frenò di colpo le mani, pianse.

Esterrefatto mi sputò in faccia che la comprensione non cancella il male. Cancellare….

che tenerezza, liberarsi per sempre di questo grido primordiale e forsennato, mentre con una mano cerchiamo le lacrime sulle guance rose dal sale. È così il male, così, trasparente e incancellabile, lubrico lungo la nostra pelle mentre a noi non rimane che asciugare.

Dev’esserci un punto critico, il male del male, dove anche lui deve trovare rimedio a se stesso; se lo condividessimo?

Questo potrebbe fare di noi sfidanti ammissibili o nel peggiore dei casi semplicemente persone meno sole.

Ci incamminammo, zitti noi, vidi i suoi occhi farsi più grandi accoglienti, meno ostili, vidi le sue mani e i suoi denti ottundersi normalizzarsi e sentii dal profondo della terra il fegato del mondo sospirare di leggerezza. C’era qualcosa in quel silenzio, c’era dialogo, mutuo interseco di germogli crescenti in faccia al male che lentamente si ritirava come un onda intimorita dalla riva, perdendo molto della morsura con cui sa lacerare. Avevo cercato già in quelle strade l’origine di ogni raccoglimento, da solo, la risposta silenziosa e prepotente ad ogni irrequietezza, da solo, ad ogni male soprattutto, ma ora non sono solo e questo vertice sebastiano, lascia intravedere i viatici per la divinità. Ci trovavamo ascoltandoci e ascoltando il silenzio, nostro, scorrere come un fiume in piena da cui non volevamo sottrarci, la meraviglia ci si spalancava dentro come le distese fiorite di Castelluccio, definitivamente accolti, in un grembo infinito e infinitesimale.

Eravamo qui e non altrove o qui e altrove eravamo, trasfigurati, cambiati per sempre, fratelli sulla cima del monte da cui in basso, microscopici, apparivano confusi i nostri passaggi, traiettorie così poco importanti.

Non ci dicemmo altro, non ci salutammo mentre i nostri corpi discendevano di nuovo a terra. Restammo uniti per sempre, al di là di questa vita, al di là della notte tremenda, nell’unico modo possibile in cui il dolore muore.

 

Category: Arte e Poesia

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