Paolo Borioni: Definizioni e mutazioni dei sistemi socio-politici nordici

| 20 Settembre 2016 | Comments (0)

 

Diffondiamo questo importante articolo che Paolo Borioni (Fondazione Brodolini, NordWel e Center for Nordic Studies) ha inviato alla rivista “Inchiesta”

 

Quando era ancora pienamente un esponente della scuola della “power mobilisation” di Walter Korpi, G. Esping-Andersen descrisse così il meccanismo di sviluppo fondamentale dei modelli socio-politici nordici:  “la ‘cittadinanza politica’ deve precedere la ‘cittadinanza sociale’ e queste sono a loro volta indispensabili per il terzo stadio della ‘cittadinanza economica’. I lavoratori devono essere emancipati dalla insicurezza sociale prima di potere partecipare efficacemente alla democrazia economica”.[1] In questa affermazione sono presenti sia alcuni tornanti storici essenziali, sia alcuni tratti di quelli che un altro importante studioso nordico, Pauli Kettunen, ha chiamato i “circoli virtuosi” dei sistemi nordici: “La prima idea fu quella della parità tra i soggetti collettivi del mercato del lavoro, organizzati in modo simmetrico ai vari livelli della società nazionale. Si suppose che sindacati forti avrebbero consentito di estendere la democrazia in un duplice senso, sia come movimento popolare sia come uno dei due soggetti stipulanti accordi paritari sul mercato del lavoro. La seconda idea fu quella di un circolo virtuoso tra efficacia, solidarietà e eguaglianza”.[2]

Intanto un chiarimento immediato, che attiene alla storia del welfare come alla più ampia storia socio-economica nordica: esiste un nesso fra “parity” (cioè di potere fra protagonisti e classi fondamentali in campo) e welfare. Infatti, quest’ultimo nelle due visioni appena esposte diviene un momento fondamentale della risorsa di potere, poiché riequilibra in modo considerevole la condizione di mercificazione in cui in una società capitalistica versa sia il singolo lavoratore, sia il soggetto lavoro nella sua ampiezza. Il welfare agisce in questo senso in vari momenti e nelle sue varie forme, come vedremo: sia sul livello organizzativo (forza dei sindacati e dei loro iscritti grazie al modello Ghent), sia su quello socio-economico (presenza percentuale del consumo e dell’impiego pubblico) sia su quello economico-strutturale (condizionamento del regime di investimento ed innovazione). Alla fine del percorso (di quelli che per Kettunen sono “circoli virtuosi”, e che potremmo chiamare “egemonia”) vediamo che Esping-Andersen pone la democrazia economica, cioè il potere del lavoro sui mezzi e sui modi dell’investimento. Si tratta di nessi storico-concettuali e di questioni emerse in totale concretezza negli anni 1970: i “Fondi dei salariati” (volgarmente conosciuti da noi come “Piano Meidner”) in Svezia e la Økonomisk Demokrati in Danimarca (con loro corrispettivi anche norvegesi). Lo sbocco di democrazia economica aveva delle proprie razionalità strutturali, oltre che sociali e democratiche, e poteva essere indicato come ulteriore “circolo virtuoso”, rimasto però incompiuto. Anzi, il circolo virtuoso fra parità ed efficienza ha imboccato altre strade, quelle non disprezzabili della “competizione alta” nella globalizzazione (anni 1990). La finalità di questo saggio sarà quella duplice di indicare:

a) cosa rivela a noi (noi studiosi scandinavisti, noi studiosi non nordici, e noi studiosi del movimento operaio europeo, specie italiani) la comparazione con la vicenda storica e i caratteri dei modelli nordici (per esempio rispetto al rapporto fra partiti, politica, modello di sviluppo, schieramento sindacal-politico di sinistra);

b) cosa comporta, in termini di “circoli virtuosi” (cioè di egemonia) il fatto che diversi elementi di parità siano oggi intaccati e che quindi la “parità” fra capitale e lavoro soffra arretramenti cospicui anche nei paesi nordici.

 

Costruzione e circostanze della parità

Da queste prime definizioni storico-concettuali emerge che l’acquisizione e l’esercizio dei pieni diritti politici (suffragio universale acquisito intorno alla prima guerra mondiale) si realizza mentre è già molto avanzata, organizzativamente, socialmente e ideologicamente, l’idea di bilanciare il dislivello di potere fra capitale e lavoro nel mercato della manodopera e della produzione. E’ come se la piena potestà elettorale trovi già pronti (dalla seconda metà del XIX secolo) strumenti di nazionalizzazione delle masse e di mobilitazione democratica forti (in principio soprattutto religiosi e rurali), detti “movimenti popolari”, fra cui quello dei lavoratori diviene velocemente il maggiore protagonista. È come se, quindi, si fosse instaurata in maniera più immediata che altrove l’interazione fra potere sociale e potere politico del lavoro, il che ha reso più accessibile un compromesso relativamente avanzato, precoce e stabile con il capitalismo. Di tale compromesso vanno specificate due caratteristiche: la prima è strutturale, la seconda è ideologica.

Quella strutturale si evince anch’essa dal concetto di circolo virtuoso esposto da Kettunen: la parità capitale-lavoro conduce a sostenere strategie di investimento intenso e relativamente innovativo o, nel caso che queste strategie fossero già presenti (come il nesso virtuoso fra produzione agraria e biochimica avanzata in Danimarca),[3] ne sottolinea la  preferibilità rispetto alla tentazione facile dello sfruttamento intenso della manodopera.

Quella ideologica attiene alla forma del compromesso e della dialettica fra le classi. Il compromesso nordico è sempre un compromesso fra distinti,  la natura consensuale delle società nordiche viene a questo proposito molto esagerata (e dunque distorta). E qui si torna a quanto appena detto riguardo al fatto che le istituzioni della organizzazione operaia sono già pronte al momento del compromesso, con due conseguenze: da un lato la distinzione non viene mai meno, dall’altro, proprio per questo, essa ha meno necessità di essere evidenziata e sovrarappresentata sul piano dell’ideologia (e c’è dunque meno bisogno di un partito custode della stessa a cui affidare, come in altri paesi, una superiorità di conduzione). Infatti, la distinzione avviene efficacemente già sul piano della prassi, piano sul quale a) si determina la parità capitale-lavoro, b) si facilita un’altra parità: quella fra movimento sindacale e partito.

Ma torniamo per ora al primo di questi piani. Il concetto di parità capitale-lavoro, secondo un’ottica nordica, è stato spiegato da Kettunen, tra i maggiori storici della società nordica recente.[4] Egli nota che la Carta costituzionale europea del 2004 (e in generale la concezione europeistica delle relazioni fra lavoratori, sindacati e capitale) tende a parlare di “social partners”, secondo una visione di comuni interessi “naturali” che palesemente non è contemplata nella cultura nordica. Quest’ultima concepisce dei “labour market parties”, cioè  parterne in danese, parterna in svedese. Anche il discorso del Human Resource Managment, di estrazione più anglosassone, propone un’idea di gestione delle risorse di lavoro che, per quanto si ritenga illuminata, assume che il parametro del bene comune  competa sostanzialmente a chi guida il capitale che possiede l’impresa. Ciò avviene appunto in una situazione (anglosassone e/o nordamericana, per fare solo un esempio) in cui invece il punto di  sbocco della dialettica avviene prima (o senza) che la parte più debole (quella che vende lavoro) possa colmare la disparità con quella forte (quella che possiede il capitale). Questo nato dallo Human Resources configura così un movimento consensuale diseguale, non un compromesso nella parità, che avviene al meglio se essa nasce dalla realtà dei rapporti sul mercato del lavoro, e non prevalentemente dalla produzione ideologica partitico-intellettuale (che peraltro avviene anche nel socialismo nordico).

 

Il compromesso nordico non esclude il conflitto, che infatti esplode regolarmente, pure se ogni atto del negoziato e dello sciopero sono regolati più che altrove (più che in Italia).[5] Il compromesso, insomma, si nutre di quella parità costruita organizzativamente dal movimento operaio e popolare come protagonista, nel XX secolo, dei movimenti popolari “democratizzanti” (pur se non sempre necessariamente progressivi) del XIX secolo.[6] Esso si alimenta del fatto che, come accennato poco sopra, l’acquisizione dei pieni diritti politici trova già molto sviluppato il tessuto organizzativo del lavoro a premessa di quelli sociali (e per questo anche si instaura un rapporto equilibrato fra ala sindacale e ala partitica del movimento operaio). Così, i diritti sociali impattano su quelli politici in modo relativamente precoce. Insomma, il compromesso non arriva prima che il soggetto rappresentativo del lavoro abbia costruito i termini di sostegno e di forza del proprio punto di vista. Ciò è confermato in due occasioni: la risoluzione della crisi degli anni 1930 e le differenza fra “società della conoscenza” in area nordica ed in area anglosassone. Ne parleremo meglio in appositi paragrafi.

 

Strategie organizzative, programmatic beliefs e cultura politica

Per realizzare ciò che chiameremmo un “compromesso nella distinzione”, di tipo paritario, nonché il particolare schieramento del movimento operaio sindacale rispetto a quello politico, va assolutamente valutata la risorsa organizzativa assunta dal sistema assicurativo Ghent (casse assicurative gestite dai sindacati operai e poi sempre più cofinanziate dallo Stato).[7] Le motivazioni egemoniche di ciò (quelle che cioè allargano e includono altri attori in questa soluzione del movimento operaio) sono puntualizzate da Edling come segue: “Fu estremamente difficile distinguere tra forme di inattività involontarie dovute alla mancanza di lavoro e forme volontarie. L’assicurazione volontaria offrì una via di uscita da questo imbarazzo. I lavoratori stessi dovevano sostenere il il peso maggiore; se i contributi dovevano finanziare l’assicurazione sarebbe stato nel loro interesse vagliare attentamente tutti i richiedenti. Questo divenne l’argomento chiave del sistema di Ghent in Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia”.[8] Anche qui è opportuno sottolineare la relazione fra soluzione organizzativa e istituzionale e natura strutturale socio-economica nordica: per molte delle stesse ragioni appena esposte da Edling (efficienza e sostenibilità delle casse sindacali) il sistema Ghent preme per alti tassi di occupazione (i più alti del mondo, con orari tra i più bassi) e salari relativamente elevati. Esso è anche uno strumento adatto a soluzioni di mobilità del lavoro che tratteremo più sotto: sia in epoca altamente fordista (il “vangelo della mobilità” svedese: anni 1950-1960) sia in epoca di “economia della conoscenza” e flexicurity danese (anni 1990). Per chiudere il cerchio logico: tali soluzioni sono inevitabili quando è ingente l’investimento in innovazione, da cui anche le elevate spese in politiche attive del lavoro. La mobilità ovviamente non è necessariamente una circostanza idilliaca, e può suscitare (ha certamente suscitato e suscita) malcontento. Visto questo dato di reale complessità, tuttavia, a maggior ragione la sua accettabilità sociale è tanto maggiore quanto è più certo che la mobilità avviene verso l’alto per la gran parte dei soggetti coinvolti. Il che pone problemi rispetto al presente: la mobilità del lavoro nordica  è ancora abbastanza ascendente (in termini di salario, di aspettative, di politiche attive) da essere sostenuta da maggioranze e credenze egemoniche? Anche su ciò torneremo più sotto. E’ ora piuttosto il momento di dedicarsi alla relazione fra risorsa organizzativa sindacale e cultura-politico organizzativa della sinistra, ovvero del complesso socialdemocrazia/partito-sindacato/classe/organizzazioni di area.

Adottiamo dunque il punto di vista della parità acquisita mediante il sistema Ghent.[9]

In oltre un secolo di storia del movimento operaio tale parità deriva dal fatto che il welfare auto-organizzato e specificatamente finalizzato ad assicurare il reddito in caso di disoccupazione, costituisce anche incentivo alla sindacalizzazione, cosa che sistemi davvero universalistici possono, al contrario, al limite perfino disincentivare.[10] Ciò, anche per motivi di impatto economico-strutturale fondamentali di cui tratteremo più sotto, costruisce una cultura della classe edificata nella distinzione-parità piuttosto che nei due estremi opposti e alternativi: quello dell’integrazione irenica e/o corporativistica e quello del mero antagonismo conflittuale. Una nettissima conflittualità fu tipica dei paesi nordici prima della maturazione, anticipata dai danesi del sistema Ghent (che in Svezia avviene solo negli anni 1930)[11]. La conflittualità è notoriamente presenta anche in Paesi diversi strutturalmente e politicamente, come Francia e Italia, ma qui acquista un senso più centrale e a tratti quasi esclusivo. Non a caso, proprio con il nostro paese P. H. Jensen, ricostruendo la nascita del sistema Ghent danese, compie una comparazione storica.[12] Il motivo per cui in Italia la Cgl e specie le Camere del Lavoro non adottarono il sistema Ghent al principio del XX secolo fu soprattutto di carattere socio-economico e strutturale: erano troppo bassi i salari, e solo al di sopra di una certa soglia salariale media divengono massicciamente accessibili le casse di categoria. Occorre che le categorie capaci di compiere tale sforzo organizzativo ed assicurativo siano relativamente estese per potere sufficientemente ripartire il rischio. Ora, nel 1906, alla vigilia della ufficiale istituzione del sistema Ghent (1907) le casse professionali in Danimarca erano già in grado di associare una porzione accettabile (il 4,5% della forza lavoro totale e il 32% di quella organizzata in sindacati pur senza ancora particolari accordi di sostegno da parte dello  Stato, che sarebbero entrati appunto in vigore nel 1907). In Italia i numeri corrispettivi erano soltanto dello 0,6 e del 10%. Ciò spiega peraltro perché il movimento sindacale italiano, che proprio nel 1906 si sarebbe organizzato nella Cgl, fosse strutturato anche in Camere del Lavoro orizzontali, oltre che in federazioni verticali professionalmente ben più omogenee. Le Camere del Lavoro, secondo Procacci,[13] miravano a organizzare ogni tipo di lavoratori, spesso avventizi della terra o dell’edilizia con bassa qualifica e paga, per potere ovviare in questo modo ad una presenza su base locale e provinciale che le singole categorie avrebbero solo in parte potuto garantire. Com’è ovvio, esistono anche ragioni non strutturali: si intendeva in tal modo raccogliere anche le ispirazioni politiche più diverse, maggiormente presenti proprio nelle categorie di piccolo artigianato e bracciantato, tra cui quelle del ribellismo risorgimentale, francesizzante e anarchico restio alla scuola del socialismo maturo. Un bilanciamento ai problemi socio-strutturali fu che la “massa critica” della presenza sindacale, come spiega opportunamente sempre Procacci, si ottenne anche convogliando nel sindacato culture politiche declinanti, ancorché numericamente rilevanti in Italia e Francia. Tuttavia, ciò determinò organizzativamente e ideologicamente la distanza del welfare e del sindacato italiano dal sistema Ghent: i primi congressi della Cgl videro infatti specie le Camere del Lavoro fieramente avverse a questo modello, poiché si riteneva fosse negativo “istituzionalizzare” il sindacato. Le federazioni verticali omogenee e i settori riformisti del movimento operaio e socialista la pensavano perlopiù diversamente, ma non poterono imporsi. A ciò si aggiunse anche il sindacalismo cattolico (la Cil), che negli anni del primo dopoguerra fu incline invece a soluzioni “corporative” tripartite in cui Stato, padronato e lavoratori contribuissero in parti uguali. Si mostra così anche bene dove si collochi e come sia definibile l’organizzazione sindacale nordica in sede comparativa. Il corporativismo, la integrazione “della classe” in un’indistinta “cooperazione sociale”, è espresso dal sindacalismo cattolico. Il sindacalismo radicale e anarco-sindacalista invece concepisce il sindacato come antagonismo conflittuale, pregiudizialmente opposto ad un radicamento istituzionalizzato. Il sindacato già abbondantemente socialdemocratico nordico che con il modello Ghent comincia a costruirsi in Danimarca, invece, ricerca la istituzionalizzazione come metodo di radicamento e forza (reciprocamente del singolo lavoratore e del sindacato nel suo insieme), ma proprio per questa via persegue la distinzione verso le forze del capitale con cui negozia. Poi su questa base esso mira ad operare nella parità con il capitalismo, nonché nella più accentuata autonomia negoziale delle parti.

Ma la forza così acquisita determina anche una risorsa di parità nei confronti dell’altra istituzione fondamentale del movimento operaio: il partito. Nel socialismo nordico non si determina la supremazia del partito come guida e custode ideologico della linea (come nel caso della socialdemocrazia tedesca fino al nazismo), né si determina il frazionamento politico del sindacato, che, assieme ad un concetto di partito come terminale essenziale (cinghia di trasmissione), ha a lungo determinato anche in Italia la prevalenza dell’organizzazione partitica su quella sindacale (e in genere sul tessuto associativo definito opportunamente “collaterale”). Al contempo, però, non si verifica nei paesi nordici nemmeno l’accorgimento laburista britannico, in cui il partito è (almeno storicamente, ma anche attualmente) in parte rilevante il terminale politico del sindacato (o almeno di quelli affiliati).[14] Da questo punto di vista, anzi, si può notare che, almeno nel caso svedese, sia stata la socialdemocrazia ad agire, oltre un secolo fa, affinché il sindacato convergesse in una confederazione unitaria.

Il rapporto fra sindacato e partito nella tradizione del movimento operaio nordico è quindi in sostanza paritario, il che ha ovviamente almeno i seguenti presupposti: a) il sindacato che incrocia il partito organizzativamente in modo sistematico (le organizzazioni locali svedesi dette “comuni operaie” ad esempio); b) i centri studi comuni sindacato-partito, come nel caso dell’importante Arbejderbevægelsens Ervhervsråd in Danimarca; c) La tradizione di gruppi di studio comuni ad altissimo livello, come quelli che a più riprese elaborarono le soluzioni alla base dei “Fondi dei salariati” (impropriamente conosciuti da noi come “Piano Meidner”). Sopra a tutto ciò c’è la aperta prassi di finanziamento del sindacato alla Socialdemocrazia (e non solo), ancora in gran parte in vigore nonostante molte condizioni di premessa e di conseguenza siano mutate. Senza entrare in dettagli e testimonianze che (superando imbarazzi) sarebbe interessante raccogliere, in Italia risulta sia piuttosto avvenuta la prassi inversa. E qui occorre indicare due aspetti importanti: nei paesi nordici (come nel Regno Unito) la vicinanza “della classe” ai partiti, o di determinate classi a determinati partiti non viene occultata, anzi è parte esplicita del sistema politico. Ciò sebbene la Socialdemocrazia sia, o sia lungamente stato, partito non “di classe” ma bensì “della classe”, e però ovviamente multi-classe. La natura di rappresentante del lavoro dipendente e salariato, tuttavia, è rimasta centrale nella sua natura.[15] Il secondo aspetto è quello della unitarietà delle organizzazioni LO, in cui diverse ispirazioni, anche comuniste o “socialiste di sinistra” hanno operato, ma in cui tuttora (per quanto con crescente difficoltà) prevale quella socialdemocratica.

Diverse sono state le esperienze tedesca e italiana. Nella prima, secondo Sheri Berman, a lungo la socialdemocrazia si è concepita come custodia dell’ideologia da parte dei leader-teorici come Kautsky e Hilferding (non a caso eredi diretti di Marx designati da Engels). Costoro, pur nella loro indubbia statura, tuttavia non hanno saputo, in tornanti decisivi come quelli appena antecedenti l’ascesa nazista, rompere i limiti teorici che impedivano loro quella capacità di proposta capace di raccogliere stabilmente consenso e poi di risolvere la crisi post-bellica. Al contrario, si può dire che in Svezia e Danimarca le politiche espansive caratterizzeranno gli anni 1930 (come periodo seminale della socialdemocrazia egemone quale l’avremmo poi conosciuta in seguito) a partire da riflessioni piuttosto autonome anche dalle teorie di Keynes, cosa a cui non fu certo estranea la compenetrazione paritaria fra sindacato e partito. A questo, come indica sempre la Berman, si dovette la presenza di dirigenti politici non prevalentemente, o non solamente, “ideologi” (ovvero nel SAP svedese non esisteva nei maggiori dirigenti un “ distinzione necessaria tra gli sforzi quotidiani del partito e i suoi obiettivi a lungo termine”) ma dediti a tradurre il ruolo storico, organizzativo e partecipativo del complesso partito-sindacato in qualcosa di più utilizzabile, i “programmatic beliefs”, credenze programmatiche (non certo puro pragmatismo) in cui la visione ideologica del mondo agiva in proposte attuabili.[16] Al contrario, i maggiori dirigenti della grande stagione egemonizzante degli anni 1930 (Branting, Wigforss, Karleby, Möller) erano “ partecipanti attivi del dibattito teorico, ed anche figure chiave della gerarchia del partito”. Questa è senza dubbio una condizione necessaria, o molto facilitante, di un interscambio paritario con gli altri settori del movimento operaio, senza supremazie ideologicamente fondate, e mantenendo così più facilmente una rapporto equilibrato e reciprocamente fecondo fra partito e sua base. Tanto maggiore è questo equilibrio, tanto più completa è la costruzione di quella primacy of politics (il riferimento storiografico è ancora S. Berman)[17] per cui alcuni obiettivi perseguiti mediante “utopie provvisorie”[18] possono porsi immediatamente di fronte al mercato e al capitalismo limitandone, direzionandone e disciplinandone le funzioni.[19] Ciò che avviene è che proprio così, più ancora che concependola e custodendola in un luogo partitico particolare, si realizza un’egemonia della riforma aperta del capitalismo. Il socialismo nordico ha probabilmente realizzato la più corretta ed equilibrata relazione fra sindacato e partito: una parità fra i soggetti del movimento operaio, propedeutica a quella fra capitale e lavoro. Al contrario, tale parità è stata scarsa nella SPD weimariana e precedente, anche se successivamente si è verificata maggiormente per tre ragioni: a) la fine della Spd come custode delle corrette interpretazioni più che delle soluzioni (ideologie versus programmatic beliefs), b) il ruolo di grandi fondazioni di area molto ricche e proiettate nel mondo (la fondazione Ebert), c) la forza che al sindacato e al suo sapere proviene dalla sempre più estesa Mitbestimmung, veicolata anche qui da importantissime fondazioni di studi applicate anche alle politiche, come la fondazione Böckler. Nel rapporto fra Labour e Trade Unions il rapporto è stato lungamente addirittura di supremazia inversa, con queste ultime a dettare la linea sul partito in modo che non si verificava in alcuna esperienza del continente. Attualmente le cose paiono potere mutare in meglio con le recenti riforme delle condizioni partecipative dei sindacati, e sul fronte opposto con il superamento del blairismo, che in sostanza non concepisce più alcun tipo di primato riformatore della democrazia sul capitalismo, e quindi non ha ragione di utilizzare alcun concetto di parità, né fra lavoro e capitale né, conseguentemente, fra partito e unions.

Nel caso italiano (e anche in gran parte francese, ma si tratta qui di un’altra storia) non sono stati abbastanza attivi i presupposti appena descritti della parità sindacato-partito, o partito-fondazioni di riferimento. Queste ultime sono segmentate, personalizzate e quindi poco percettibili, e mantenute distanti dai programmatic beliefs e dalle politiche.

Tronti in un suo saggio di alcuni decenni fa poneva la questione della sfera politica nel caso italiano in modo che ci pare fruttuoso anche oggi.[20] Due i punti utili da sottolineare: la prevalenza del politico/partitico sul sindacale nella rifondazione della nostra democrazia e la “giusta distanza” che il partito deve tenere rispetto al movimento sindacale: né troppo avanti (avanguardia sulla base della custodia “ideologica”) né troppo indietro o distante (imperio spontaneo del sociale in forma sindacale). In Italia, rileva Tronti, non c’è un “continuum sindacale fra prima e dopo il fascismo”, e viene così a mancare “…una tradizione non soltanto nostra. La nascita di forme varie, di esperienze diverse di sindacato storicamente precedeva e orientava la nascita del partito. Ora accade il contrario. Rinascono prima i partiti. E danno mano alla rinascita sindacale. E’ un tratto che inciderà nel profondo dentro la storia del sindacato in questo trentennio”, un fatto inevitabile nella specifica epoca italiana in cui il sindacato post-fascista poteva rinascere soltanto dall’iniziativa dei partiti. Solo che peraltro questa iniziativa unitaria, quella del patto di Roma si frantuma, e la dipendenza dei sindacati da questo momento partitico ri-generativo diviene eccessiva e si complica. Possono essere indicati due momenti in cui la direzione della politica dei partiti finisce per innestarsi sul momento ri-generativo rendendosi molto (eccessivamente?) pesante e permanente rispetto ad altri modelli: Tronti per esempio trova che uno sia la visione togliattiana (“…l’impressione è che nella strategia togliattiana del partito nuovo la parte probabilmente più vecchia fosse quella che riguardava il rapporto, fra partito e sindacato”)[21]. Un altro, per quanto di enorme importanza diretta e indiretta nella riforma italiana del capitalismo, è stata la programmazione, momento in cui il governo ha voluto reagire ad una stagione prolungata in cui “… la Confindustria metteva becco direttamente negli affari di stato“ in una logica di “comitato d’affari della borghesia”. Si trattava di una “confusione di ruolo tra sistema politico e sviluppo economico”. Nella programmazione però il polo politico “…si è comportato come un gruppo minoritario di fronte alle masse” con molti piani ma con scarsa capacità di orientamento.[22] In buona sostanza, l’Italia e il suo momento politico mediante l’industria di Stato e la programmazione cercavano di colmare i ritardi di sviluppo con la risorsa più immediata per la sua cultura e più legittimata dal modo appunto “politico-partitico” in cui solo 20 anni prima si era restaurata la democrazia: la politica democratica. La programmazione era il mezzo italiano per riequilibrare (in fretta, e con un certo eccesso di costruttivismo, per quanto benedetto considerati i tempi di allora e ancora di più gli attuali) il difetto di condizionamento “dal basso” di una parità del lavoro sia nei confronti del capitale sia in quelli del partito politico di riferimento. Un mezzo, quest’ultimo, a cui la politica italiana non riuscì a lavorare per ragioni che sono insieme socio-economico-strutturali e ideologiche.

La reazione verrà, con la stagione dell’unità sindacale, che pose però la propria riscossa (inevitabilmente forse) nell’autonomia piuttosto che nella parità. Un percorso forse propedeutico alla parità, che però non si è realizzato pienamente né come l’una né come l’altra. Peraltro, non mancarono tentazioni eccessive di riscossa: la tentazione neo-sindacalista/pan-sindacalista, ovvero “lotta politica fuori dal sistema politico”, una “illusione”. D’altra parte, ogni struttura sindacale confederale di massa può correre questo rischio (è capitato anche a quelle nordiche). Il punto è che il superamento dei momenti a questo proposito più contraddittori è più difficoltoso, e più aspro (con reazioni come sappiamo eccessivamente spontaneiste e movimentiste) quando la struttura sindacale organizzata è congenitamente soggetta alla sfera del politico-partitico piuttosto che paritariamente collegata con essa. Quando esiste consolidatamente tale tipo di parità avviene poi meglio quanto Tronti auspica, ovvero: “…l’organizzazione, due passi avanti rispetto al movimento ed è fuori tiro, un passo indietro ed è fuori gioco, la misura giusta è appena un passo in anticipo, in modo che i due piedi del movimento operaio siano sempre in cammino, senza distanziarsi mai“.[23]

 

Ciò, in specifiche situazioni storiche, si è manifestato chiaramente con il rifiuto movimentista del partito e perfino del sindacato, mediante un attivismo “dentro  la fabbrica” che tentava di ricollocare al suo interno la forza operaia, cioè di ricostruire nella fabbrica quella parità capitale-lavoro non ancora presente nel sistema e nella cultura politica come priorità. L’ipotesi qui è che si sia anche trattato di lasciare esplodere l’azione operaia in considerazione del fatto che l’esperienza non permetteva di contare su un accumulo di parità (di nuovo: sia verso il capitale sia verso l’istanza politico-partitica) tale da costituire un’alternativa all’operaismo, sovente estremo, nella propria proclamazione di autosufficienza. Alcuni esempi.

Pio Galli in una conferenza della FLM con le rappresentanze dei consigli di fabbrica anticipa nella relazione quella che evidentemente è un’esperienza diffusa e non popolare fra i delegati. Egli esplicita che “…l’elezione dei delegati non è stato un fatto esclusivo del sindacato, poiché nella stessa hanno interferito forze politiche e partiti per favorire l’elezione di loro rappresentanti nel tentativo di stabilire, per questa strada, la loro presenza in fabbrica”,[24] ovvero un’estensione della sfera partitica anche nel momento costitutivo primario della istanza operaia di base.

Pare inoltre utile anche, nelle lotte dei Cub Pirelli del 1969, segnalare il disconoscimento di ogni superiorità alle presenze partitiche in fabbrica, cosiccome l’adozione del “rallentamento produttivo”, ovvero di lotte “estreme” nel loro essere “nella fabbrica” come momento di forza reale (o di riequilibrio: sia verso l’esterno politico, sia verso il capitale interno al luogo di lavoro). [25] Del resto, tutto  ciò avveniva anche in seguito al fatto che le Sezioni sindacali aziendali (ma anche i Comitati Tecnici Paritetici) si opponevano ad una  propria trasformazione in strumenti di partecipazione, o meglio da “strumento di contrattazione a livello aziendale a strumento di partecipazione dei lavoratori alla vita e alle scelte del sindacato”.[26] Qualcosa di simile mostra la lotta contro la graduazione delle qualifiche (passaggi in massa alle categorie operaie superiori, o rifiuto totale delle stesse per una qualifica unica), o quella analoga della rivendicazione addirittura degli aumenti salariali inversamente proporzionali alle qualifiche. Secondo Rayneri, peraltro, anche la centralità della lotta di fabbrica “spontanea” salariale è spia di qualcosa d’altro. Si tende cioè ad: “esprimere in termini salariali anche altre rivendicazioni legate ad aspetti normativi della loro condizione di lavoro”.[27] Come aspetto comparativo fra forma politico-sindacale italiana e nordica, possiamo individuare alcuni spunti interessanti/ipotesi di lavoro: la contestazione delle qualifiche sembra essere propria di un contesto italiano in cui il salario e il sistema di parità complessivo (a partire dalla organizzazione esterna alla fabbrica, ma poi con effetto concreto dentro di essa) sono relativamente arretrati, ma soprattutto non divengono, al di là di qualche slogan, l’architrave della critica del capitalismo e della sua riforma. Da questo punto di vista, è comprensibile la critica a pratiche di autosufficienza operaia ed egualitarismo, soprattutto quando ciò concerne un’incultura dell’obbiettivo fondamentale, ovvero dell’impatto del complesso sindacato-partito sul funzionamento strutturale della produzione italiana (strategie di investimento, di innovazione, di competizione nella divisione internazionale del lavoro). Tuttavia proprio la comparazione con la riforma nordica del capitalismo ci rivela che è partendo da una fedeltà di lungo termine dell’eguaglianza, e dall’elevamento prioritario dei bassi salari, che si è determinato il meglio dell’egemonia socialdemocratico-sindacale. Lo vedremo meglio fra poco.

La forma italiana di critica e riforma del capitalismo è invece per vari motivi legata a un intervento pubblico diretto a creare le avanguardie produttive, innovative, e anche spesso le forme progressive di relazioni industriali (relazioni sindacali Intersind, protocollo Iri ecc.).[28] Per questa via, resa necessaria dall’identità italiana di paese industriale ritardatario che intende però bruciare (in gran parte con successo) le tappe dello sviluppo, si conferma tuttavia il dato di riforma economica che accentua, nel primato della politica, il momento partitico-politico su quello sindacale. Accanto a ciò, necessariamente, la riforma del capitalismo non è, quanto quella nordica, qualcosa che sale inequivocamente dalla proposizione di una forza operaia e sindacale che rifiuta la competitività mediante l’intensità dello sfruttamento, ma è piuttosto uno sviluppo che (senza dubbio) sale fortemente, ma per segmenti, a volte per isole, attorno a cui permangono invece zone di precariato e di competitività “bassa”. Da questo complesso di situazioni e ragioni, come ben posto in evidenza da Massimo Paci già oltre 30 anni fa,[29] deriva più una composizione socio-economica complessa fra settori centrali e marginali, formali ed informali, mentre solo con comparativa debolezza e contraddittorietà discende una parità stabile e coerente fra capitale e lavoro. Al contrario, è difficile poi che si determini anche un ingrediente necessario affinché ciò cambi, ovvero una visione contenente “credenze programmatiche” costruite intorno a eguaglianza e parità.

 

Un esempio significativo: società della conoscenza e riforma critica del capitalismo

In un agile ma completo volume di alcuni anni fa su socialdemocrazia e società della conoscenza la studiosa di Science Po Jenny Andersson comparava l’approccio di New Labour blairiano e socialdemocrazia svedese ai problemi interconnessi di innovazione e riforma sociale.[30] Con “società della conoscenza” si indica spesso, almeno nella versione più “nuovista”, un mutamento sociale in cui il sapere, specie quello traducibile in capacità professionali, prende il posto della divisione fra capitale e lavoro come discrimine centrale. Oggi insomma la divisione basilare non sarebbe più fra chi possiede il capitale e chi non lo possiede, ma fra chi possiede la conoscenza e chi non la possiede: costruendo conoscenza e distribuendola si offrirebbe in sostanza a tutti il capitale, l’unico oggi davvero decisivo. Si tratta di un approccio presente in generale nella socialdemocrazia europea attuale, anche nordica, benché la sua versione più netta, che per inciso l’autrice sottopone a critica, si trovi nel New Labour blairiano e in coloro che da esso sono maggiormente ispirati. Ora, ciò che interessa questo scritto sono le differenza fra una socialdemocrazia svedese di certo anche essa influenzata dai tempi attuali (per esempio l’acquiescenza verso la finanziarizzazione e la privatizzazione di un sistema scolastico educativo in cui è consentito anche fare profitti) e il New Labour. Il mutamento che investe la socialdemocrazia svedese, e proveniente anche dalla discussione sulla società della conoscenza, si rispecchia nel mutamento che, nel programma fondamentale della socialdemocrazia svedese, riguarda il concetto di divisione in classi: ormai ne esistevano non più due fondamentali, ma tre, ovvero una che possedeva sia il capitale finanziario sia quello di conoscenza, una che possedeva conoscenza ma non capitale, ed infine una terza, esclusa sia dalla conoscenza sia dal capitale.[31] Ovvero, secondo un programma che evidentemente rimane socialista, la società della conoscenza non è, come per il New Labour blairiano, solo fonte di nuove opportunità, ma anche di nuovi conflitti. Il mercato, anche nella revisione del 2001, non è, come per il New Labour, un valore liberatorio purché a tutti sia distribuita la conoscenza, bensì un semplice (ed efficace) metodo neutro di scambio e allocazione delle risorse. Esso va intanto distinto dal capitalismo, che per quanto efficace non è comunque neutro come il mercato, poiché rimane un metodo di sfruttamento nell’interesse del capitale stesso. Inoltre, il mercato non deve mai prendere il sopravvento poiché “alle norme di mercato non deve mai essere consentito di determinare il valore degli esseri umani o di plasmare la vita culturale e sociale”.[32] Nel testo (e nell’analisi che ne opera la Andersson) rimane chiaramente una nozione di conflitto anche nella società della conoscenza, e le opportunità, che secondo il New Labour provengono immediatamente dalla affermata esistenza di questa nuova società (elidendo i conflitti), invece secondo il programma 2001 del SAP sono qualcosa che “ risiede nei rischi e nei conflitti che la nuova economia crea. Il cambiamento non è un processo determinato economicamente  ma dalle reazioni sociali che esso stesso mette in moto.”.[33]

Quello presente nel concetto di classe del programma fondamentale svedese è dunque un mutamento anche profondo di concezione della società e dei suoi conflitti, ma si inserisce in una continuità di lungo periodo in cui la vera opportunità per chi non ha il capitale (ovvero sia per chi ha già acquisito la conoscenza ma non ha il capitale, e sia per chi non ha ancora nemmeno la conoscenza) vanno create condizionando il capitale, ovvero costruendo sistematicamente le istituzioni per la formazione e distribuzione delle conoscenze (il tradizionale primato delle società nordiche nelle politiche attive del lavoro) e poi nella “domanda effettiva” di tali conoscenze (alti investimenti in R&D). Al contempo, dopo il secondo intervallo di governo “borghese” dal 1932, nel 1994 in Svezia il ritorno della Socialdemocrazia conduce anche ad intrecciare lotta alla disoccupazione, fortissimo investimento in politiche attive, formazione continua e re-innalzamento (all’80%) del tasso di sostituzione delle assicurazioni sindacali “Ghent”. Tale ultima misura, peraltro, è definita un “investimento produttivo” in favore del capitale umano e per prevenirne lo spreco.[34]

Questa identificazione fra strumenti della parità (finalizzati al confronto critico con il capitalismo e per il condizionamento del mercato: quello del lavoro, innanzitutto, e della produzione, ma anche in generale) e della conoscenza diffusa è tipico di una continuità storica con il cosiddetto sistema Rehn-Meidner.

In sostanza, questo sistema di politiche salariali potenziava il potere contrattuale delle categorie operaie più modeste per innalzarne comparativamente il salario e costringere l’investimento capitalistico a investire in maggiore valore aggiunto da conoscenza per sopravvivere. Come ha notato Carl Marklund, mentre inizialmente  il modello nordico e svedese era descritto come una Middle Way conciliatoria, esso era invece, per quanto ispirata ai concetti non teleologici di “principled pragmatism” e “utopia provvisoria”, una deliberata strategia dell’eguaglianza con radici e proiezioni di lungo periodo. Di questa, il “sistema Rehn-Meidner” costituiva il segmento sindacale a potente impatto strutturale e non solo ideologico-morale.[35] In questa “politica salariale solidale” se la forza del sindacato poteva convincere le categorie e i settori più forti a mitigare le proprie richieste (partendo da livelli elevati di retribuzione ma accettando di non esigere il massimo del potenziale) si poteva poi spingere per maggiori salari nelle categorie e nei settori meno forti in quanto a produttivitá e valore aggiunto. Ciò permetteva di non innescare l’inflazione da domanda e da salari, e inoltre fungeva da stimolo per i settori meno competitivi dell’economia. Infatti, mentre l’equilibrio (a retribuzioni già alte) nelle richieste salariali nei settori più forti permetteva alle aziende ad alto valore aggiunto di investire e di rimanere disciplinatamente all’interno del perimetro qui delineato, la più accentuata spinta rivendicativa nei settori “deboli” poneva le aziende di quei comparti di fronte a una scelta evidente: investire maggiormente in innovazione e valore aggiunto oppure chiudere. Si spingeva così verso l’alto il sistema produttivo nel suo complesso, poiché se chiudevano molte aziende poco remunerative e competitive si rendeva disponibile maggiore manodopera per quelle forti e remunerative, incoraggiate ad investire e creare lavoro dal contesto determinatosi. Questa dinamica era consentita anche dalle politiche attive del lavoro cui erano legati i redditi di disoccupazione delle casse sindacali di tipo “Ghent”, di cui l’autorità del mercato del lavoro AMS (Arbetsförmedlingen, l’ufficio del lavoro)era parte essenziale. Si poteva poi, soprattutto, chiedere ai detentori di capitale e mezzi di produzione di investire corposamente e con continuità, aprendo loro una strada di competitività “alta”. Fra l’altro, la LO (la Confederazione Sindacale) era nei decenni particolarmente solerte nello spingere la socialdemocrazia ad adottare e introdurre politiche per un’intensità di investimento adatta ad alimentare questo complesso meccanismo di permanente riforma politica e sociale. Questa opera di pressione per l’investimento mantiene peraltro una propria distanza critica, considerando insidiosa la tendenza naturale del capitalismo a sottrarsi da contesti di investimento regolato. Essa si protrae dagli anni 1950 agli anni 1980, passando per i Fondi dei Salariati (divulgati come Piano Meidner in l’Italia) che sono esattamente la proposta più ambiziosa ed esplicita nel senso di liberarsi dalla inaffidabilità del capitalismo in quanto a capacità di investire in un quadro di eguaglianza tendenziale e regolazione paritaria con il lavoro.[36]

Importante da rilevare è che con la politica salariale concepita da Rehn e Meidner, si poteva avere sia uno sfogo in esportazioni ad elevato valore aggiunto, sia una domanda interna da salari, e ciò nel senso che sempre più persone erano attive in un’industria (e in genere in un’economia) che pagava salari crescenti ma solidamente competitivi. Ecco che si giunge qui ad un’ulteriore “parità”, quella appunto fra politiche per l’export e il lato dell’offerta e politiche per lo sviluppo del mercato interno (investimento sociale, crescita da salari ecc.).

A questo punto interessante è (di nuovo, come per Sheri Berman) il collegamento con il periodo generativo di questa ultima parità, ovvero la reazione e la proposta politica delle socialdemocrazie nordiche nella crisi degli anni 1930, in alleanza più o meno stretta con almeno parte dei partiti popolari contadini, peraltro non necessariamente di sinistra, anzi solo nel caso danese apertamente progressisti (i social-liberali di Radikale Venstre).[37] Si tratta peraltro, nella sostanza e non casualmente, anche del periodo generativo della socialdemocrazia quale l’abbiamo conosciuta nell’epoca del suo apogeo (anni 1940-1980). In questo periodo, dopo un decennio (anni 1920) in cui la proposta socialdemocratica rispetto alla crisi pre-1929 era apparsa modestamente innovativa (da una parte, certo, costruzione o rafforzamento dei diritti politici, civili e sociali e del welfare, ma dall’altra ancora sostanziale ortodossia nel campo delle politiche economiche e delle parità auree) si determina un primo importante mutamento. Pur senza praticare davvero in modo esteso le ricette poi definite keynesiane  (e tantomeno il deficit spending) vengono: a) difesi ed ampliati di fronte all’attacco liberal-conservatore (Danimarca) o costruiti (Svezia) gli istituti assicurativi come le assicurazioni Ghent; b) viene costruito un patto politico grazie al quale questi istituti di welfare operai e sindacali crescono in una relazione esplicita con altri (sanità, malattia, iniziative di welfare locale, comunale o associativo anche di origine religiosa):  lo Stato assume qui soprattutto una posizione co-finanziativa o regolativa, che permette loro di reggere di fronte alle sfide della crisi, e di includere sempre più cittadini nella fornitura di servizi; c) mediante queste politiche ed altre di lavori pubblici si accresce la spesa pubblica, il che pur senza una pratica estesa di deficit spending rafforza la domanda effettiva, e tende a passare per esempio da un regime di welfare residuale per le condizioni estreme alla creazione massiccia di lavoro; d) istituisce un patto sociale, oltre che a livello politico, con il mondo agrario (Danimarca) o agrario industriale (l’industria boschiva svedese e norvegese) in cui si abbandona la prevalenza dell’export dei decenni precedenti. Nella sostanza, il crollo del mercato mondiale, e specie quello dei mercati di riferimento verso cui l’export nordico di prodotti agricoli, legno-carta e semilavorati industriali si era rivolto (Gran Bretagna e Germania), offre alla socialdemocrazia l’occasione di abbandonare le misure restrittive per la domanda interna. Nella sostanza, il sostegno al complesso welfare-salario fra i ceti operai ed urbani fornirà domanda aggiuntiva alla produzione agraria, e viceversa. Alla produzione agraria, peraltro, verranno assicurate norme e sostegni tali da aumentare la qualità (ad esempio più burro e meno margarina) e quindi il valore delle produzioni allocate. Non si è trattato di uno sviluppo scontato:  dottrine economiche e politiche liberali avrebbero di certo optato, e cercarono di realizzare, una svalutazione sostanzialmente mercantilista di salari diretti e indiretti. L’adozione della soluzione inversa ha sostenuto gli elementi principali della parità: alta occupazione, sistema Ghent, alti salari, aprendo poi la strada ad un’egemonia prodottasi in un impatto anche strutturale: in sostanza, ogni volta che si pone la scelta, anche in epoca di innovazione e crescita industriale (piano Rehn-Meidner), anche dovendo definire la natura della “economia della conoscenza” (programma del 2001) questo elemento pesa in modo determinante. Qualcosa del genere troviamo anche nel caso del primo periodo della “flexicurity” danese, in cui il passaggio dal governo liberal-conservatore (1982-1992) a quello socialdemocratico-radicale (1992-2001) avviene all’insegna di adeguare le competenze ai salari (elevati) e alla conservazione del potere sostitutivo dei redditi di disoccupazione “Ghent”, anziché di abbassare i salari (diretti e  indiretti) verso le competenze.[38] Questa condotta tiene in Danimarca almeno fino al 1998, in cui avviene una riforma pensionistica impopolare dalle conseguenze letali per la credibilità politica del premier socialdemocratico Nyrup Rasmussen. Ci torneremo più organicamente in chiusura giacché fra ultimi anni 1990 e primi anni 2000 comincia a determinarsi un arretramento della parità fra domanda interna e capacità competitiva/esportativa che minaccia, oltre che la possibilità di salvare l’integrazione europea, anche i modelli socio-economici nordici.

 

Un verosimile declino: dalla competitività nella parità all’inclinazione ordoliberale?

Alcune possibili conclusione

Abbiamo dunque determinato, per via comparativa, per definizione concettuale e per ricostruzione storica, una caratterizzazione della sinistra sindacale e socialdemocratica nordica. Tale caratterizzazione è basata su un uso estensivo del concetto di parità, tanto da indicare una parità particolarmente efficace e coerente fra capitale e lavoro come il dato basilare. L’ipotesi di lavoro al centro di questo scritto però va ancora oltre, e postula che l’efficacia di tale parità, per essere spiegata, non possa fermarsi alla presenza di determinati istituti (il sistema Ghent) e determinate realtà storiche (i movimenti popolari e la tradizione di organizzazione dal basso, che influisce nell’insieme sui diritti politici proprio nella fase in cui essi vengono estesi nel XX secolo) ma renda necessario enumerare ben quattro parità, tre delle quali più o meno direttamente in rapporto con la principale (quella fra capitale e lavoro).

Enumerandole ora esplicitamente, le quattro parità sono le seguenti: 1) parità fra capitale e lavoratori, specie nel mercato del lavoro (legata alla forza del sindacato, al welfare, e specie agli istituti che connettono questi due elementi); 2) la parità fra sindacato e partito socialdemocratico, che si traduce in politiche che si muovono in modo comparativamente coerente lungo l’architrave della prima parità (dalla tendenza verso la piena occupazione al sostegno delle casse assicurative “Ghent”, alle politiche attive del lavoro ecc.); 3) la parità fra base e struttura sindacale (il dosaggio delle regole che bilanciano potere del sindacato e istanze dei lavoratori alla base); 4) la parità fra competizione da esportazione e espansione del mercato interno (che è poi equilibrio fra competitività da innovazione e domanda interna, ovvero redistribuzione dei frutti della competitività).

Il problema è che oggi la parità principale incontra problemi entrando da almeno un quindicennio in un periodo contraddittorio. La causa principale è probabilmente che non è più possibile praticare la quarta parità, quella più redistributiva. La difficoltà proviene dal fatto che la redistribuzione primaria è sempre la più efficace per l’eguaglianza: essa è infatti il cardine di ogni altra redistribuzione, per esempio di quella che avviene anche tramite il welfare. Specie con il welfare “Ghent”, infatti, essa è in una relazione molteplicemente e complessamente causale. È stato detto sopra, in sostanza. Fatto sta che la quota dei salari nelle ricchezza prodotta è diminuita negli ultimi decenni, anche se alcuni tratti del sistema di parità posso essere comparativamente confermati. Secondo i dati offerti da Bengtsson[39] in Svezia la quota salariale della ricchezza prodotta è costantemente diminuita negli ultimi decenni: essa era giunta fino all’85% (partendo dal 60% circa) al temine del quarantennio di governo ininterrotto della socialdemocrazia (terminato nel 1976). Durante questo periodo il sistema salariale sopra descritto, ben lungi dal praticare una “moderazione salariale”, fece in realtà accrescere le retribuzioni più della produttività, assicurando una redistribuzione favorevole al lavoro più che ingente, e confermando ulteriormente la finalità di eguaglianza nella parità alla base dei sistemi nordici. Da allora però questa quota è scesa fino al 63%, pur dopo avere conosciuto recuperi, come durante l’ultima parte della seconda fase di governo socialdemocratico, negli ultimi anni 1980, e anche intorno all’anno 2000 (anche stavolta come sempre, tendenzialmente, durante governi socialdemocratici). Secondo Bengtsson le cause di questo fenomeno solo la maggiore finanziarizzazione, già dai tempi di Palme (finalizzata ad espandere l’economia e a mantenere elevati i tassi di occupazione quando altri propellenti come una maggiore domanda mondiale erano declinanti o inaffidabili, e la maggiore domanda domestica quindi meno praticabile) e l’abbandono, nel 1983, del modello di concertazione salariale che abbiamo descritto sopra (ispirato a Rehn e Meidner).

Alcuni dati che considereremo ora, senza smentire la sostanza delle osservazioni di Bengtsson, forniscono un quadro più complesso, specie rispetto al potere sindacale di negoziato. Anche nel primo decennio del nuovo millennio emergono dati che confermano la tendenza ad un ridimensionamento del salario, e quindi della “quarta parità”, in tutti i paesi nordici. Tuttavia, a ben vedere, tali dati confermano comparativamente anche una certa permanenza positiva nella parità capitale-lavoro nordica.

Fatto 1 l’indice di redistribuzione paritario fra salari e output di ricchezza (tanto più prossimo a 1, tanto più paritario) questi sono i dati di alcuni paesi:

  • Finlandia 0.79
  • Svezia 0.68
  • Danimarca 0.60
  • Uk 0.43
  • Usa 0.26
  • Francia 0.12
  • Germania 0.08 [40]

La quota-salari nordica insomma declina, ma rimane maggiore rispetto a quella di altri sistemi prossimi o interessanti nella comparazione. L’ipotesi è che la quarta parità arretri mentre comparativamente si nota la permanenza, almeno comparativa, della prima fra capitale e lavoro (e parti rilevanti anche della terza e della quarta: fra partito e sindacato e fra lavoratori e sindacato). Come vedremo poco sopra questo corrisponde all’analisi pessimista ma complessa di Anxo.[41]

Secondo questo autore molte delle istituzioni di parità mostrano una continuità con il passato egemonico socialdemocratico, che pertanto non si sarebbe affatto dissolto, il che visto il suo impatto storico strutturale di lungo periodo è assai comprensibile.

Il quadro descritto da Anxo è quindi in estrema sintesi il seguente: permangono tratti di parità primaria rilevanti, come la fortissima copertura degli accordi, la presenza quasi ovunque solida del sindacato a livello di azienda e posto di lavoro, i forti investimenti in politiche attive del lavoro. Tuttavia, già prima della crisi tali elementi appaiono venire ridimensionati in un contesto nuovo, nel senso che la capacità ancora fortissima di negoziato viene messa al servizio di una sempre maggiore “flessibilità negoziata”, mentre le politiche attive sono crescentemente mutate rispetto al loro senso strategico del passato: “Il volume dei partecipanti nei vari programmi ALMP (politiche attive del lavoro) venne gradualmente aumentato, ma non raggiunse mai il numero dei partecipanti raggiunto nell’ultima grave recessione dei primi anni Novanta. La differenza riguarda non solo il numero dei partecipanti, ma anche la composizione dei provvedimenti dell’ALMP. Rispetto alle crisi precedenti, l’attuale governo si è focalizzato di più su provvedimenti orientati all’offerta di lavoro e a misure di accompagnamento (assistenza alla ricerca del lavoro, preparazione al lavoro)”.

Ciò significa, usando i nostri parametri di analisi storico-sociale-economica, che sia le condizioni di lavoro, sia le finalità delle politiche attive sono meno strettamente legate alla mobilità ascendente del passato, quando la forza del salario basso spingeva in alto le richieste di competenze. Ciò comportava che le politiche attive fossero e disegnate per offrire competenze precise, concepite per essere poi domandate da un sistema produttivo regolato in questo senso. Il semplice addestramento nello scrivere curriculum (o nel cercare lavoro purchessia) pone la richiesta di lavoro come tale in una condizione di preminenza e il lavoratore attivato in una di minore parità.

A ciò va aggiunto che la Svezia si è lanciata nella competizione internazionale a creare condizioni favorevoli per possessori di capitale e patrimoni, abolendo le tasse ereditarie e diminuendo il contributo delle aziende alla sicurezza sociale. Inoltre, sebbene in un contesto di tassi d’occupazione fra i più alti nella storia e nel mondo, si è imposta l’idea per cui ridurre le tasse sui redditi (“sull’ultima corona guadagnata”) avrebbe incentivato precocemente l’occupazione rispetto alla fruizione dei redditi di disoccupazione/attivazione, e avrebbe stimolato un maggiore lavoro per i gruppi con salari e orari già elevati. Queste ultime classi di reddito ne sono state favorite, aumentando significativamente le disuguaglianze (vedi sotto). Per quanto riguarda i redditi bassi, o i settori precari (come la ristorazione o il turismo), ciò si è determinato in un contesto in cui contemporaneamente: “Nel 2007 è entrato in vigore un nuovo sistema di assicurazione contro la disoccupazione. Dopo la riforma, l’idoneità per l’assegno di disoccupazione si basa sui guadagni degli ultimi 12 mesi invece che gli ultimi 6 come avveniva precedentemente. La riforma ha anche prodotto una significativa diminuzione della generosità del sistema svedese di assicurazione contro la disoccupazione, il livello di sostituzione del reddito è stato ridotto dall’80% al 70% dopo 200 giornate di disoccupazione. Inoltre, la durata massima per ricevere l’assegno di disoccupazione è stata ridotta a 300 giornate (450 per i disoccupati con bambini). Il livello massimo giornaliero è stato abbassato da 730 a 680 corone. Nel suo insieme ciò comporta che il livello è calato di circa 3 punti percentuali.”

Se si considera che comunque la piena occupazione non è più considerata una priorità assoluta (“… lo sviluppo politico testimonia un indebolirsi di questo impegni (…) i tassi di occupazione sono ancora chiaramente al di sotto dei primi anni Novanta e i tassi di disoccupazione sono significativamente superiori a quelli prevalenti nel periodo Settanta – Ottanta”)

ciò ha vieppiù determinato un indebolimento delle condizioni di chi offre lavoro. Ciò avviene proprio a partire dei redditi bassi, poiché per esempio il criterio per la quota assicurativa da corrispondere alle casse “Ghent” è mutato, è cioè maggiore per le categorie in cui si stima più probabile la perdita del lavoro. Ciò ha reso peraltro a) meno facile associarsi ai sindacati mediante le casse “Ghent”, conducendo ad un sensibile regresso nel tasso di sindacalizzazione; b) ridotto il tasso di sostituzione medio delle prestazioni di disoccupazione, sia per quantità mensile in durata (cioè massima di fruizione prima di essere indirizzati verso le ben minori prestazioni minime di natura pubblica e universalistica (da cui però si viene esclusi ormai facilmente non appena si possiedano dei risparmi o delle proprietà). Riforme analoghe sono state realizzate anche in Danimarca, dove un’apposita commissione ha recentemente prodotto una proposta per aggiustare l’effetto negativo sui lavoratori. Come sostiene ancora Anxo:

“In altre parole, ci sono importanti ragioni per ritenere che la recessione del 2008 ha fatto crescere il numero di coloro che, non essendo coperti o non avendo diritto all’assicurazione contro la disoccupazione, hanno ricevuto delle indennità sociali, ha accresciuto le diseguaglianze di reddito e amplificato i rischi di esclusione sociale per i gruppi vulnerabili.”

 

Tanto per non dimenticare la complessità e la forza del modello nordico di fronte a questi arretramenti, va richiamato che tuttavia il maggiore rischio percepito di disoccupazione (per esempio dopo la cirsi del 2008, come già avvenne dopo quella del 1990-92) induce molti appunto ad assicurarsi presso le casse “Ghent”, limitando e anzi anche se solo in parte invertendo la tendenza all’arretramento che abbiamo descritto. Inoltre “…Il tasso di copertura della contrattazione collettiva è ancora attorno al 90 per cento. In questo senso si può sostenere che il modello svedese di Relazioni Industriali è stato ad oggi marginalmente toccato da queste riforme; intendendo con ciò che il grosso delle regolazioni del mercato del lavoro, le condizioni di lavoro e la determinazione dei salari continua ad essere determinato e regolato, in Svezia, da accordi collettivi.”

Non va però mai dimenticato che la difesa dagli attacchi alla parità capitale-lavoro avviene in un contesto in cui avviene “… un chiaro riorientamento della politica macroeconomica verso la stabilità dei prezzi e la stabilità dei conti pubblici…”, che nemmeno i governi socialdemocratici (a maggior ragione quello da poco sconfitto a Copenaghen, particolarmente deludente in questo senso, ma anche quello al potere a Stoccolma) sono in grado (politicamente ed ideologicamente) di ribaltare. La riduzione del rapporto debito-Pil è infatti comunque considerata prioritaria e intoccabile nonostante questo e gli altri parametri principali delle economie nordiche siano più che sani.

In sostanza ne possiamo trarre la conclusione che gli arretramenti, pur sempre sensibili, della parità “organizzativo-istituzionale” fra capitale e lavoro non determinerebbero un pericolo così grave per la sopravvivenza e la continuità dei modelli nordici se non vi fosse anche un contemporaneo e forse maggiore arretramento della quarta parità, quella fra export/competitività esterna e redistribuzione/domanda interna. Peraltro, vanno sempre ricordati i nessi funzionali fra le due parità: per fare un’esempio un minore investimento in welfare comporta una minore forze della prima parità, la quale a sua volta porta in basso i salari, con un effetti di circolo vizioso sulle aspettative future, e dunque con una tendenza (oltre che ad una minore propensione alla spesa) ad accettare, pur in un contesto di ancora forte capacità negoziale del sindacato, crescite retributive minori del potenziale. Il circolo vizioso che spodesta i “virtuous circles” con cui Kettunen definisce la natura dei modelli nordici del recente passato.

E’ interessante che questa debolezza della “quarta parità” connota esattamente quanto W. Carlin e D. Soskice la peculiarità distintiva del sistema tedesco.[42] Secondo questi autori, il contesto economicamente e politicamente “mercantilistico” (ed ideologicamente ordoliberale) in cui sono poste istituzioni ancora forti (quali quelle tedesche) della parità capitale-lavoro, come il Mitbestimmung, comporta che non si osi redistribuire abbastanza l’effetto positivo di innovazione che la  parità stessa, premendo sul capitalismo per una maggiore produttività, ha incorporato storicamente e strutturalmente nel sistema. L’ordine istituzionale con cui il regime ordoliberale regola il mercato, in Germania spinge a notevole produttività, ma regolazione non è necessariamente redistribuzione. Sta avvenendo così anche in Scandinavia? E’ forse un’esagerazione affermare che l’ordoliberalismo stia penetrando nei sistemi socio-economici nordici? Giustamente, in effetti, nell’articolo appena citato, Carlin e Soskice indicano proprio in base a tale discrimine (la maggiore propensione a redistribuire in domanda gli esiti della produttività) la differenza fra le due “varieties of capitalism“ nordica e tedesca. Tuttavia, secondo diversi osservatori nordici sta a riguardo avvenendo una convergenza. Secondo Nyström e Nilsson è vero che “la parola d’ordine dell’ordoliberalismo sono stabilità e condizioni competitive sane, mentre il modello postbellico svedese aveva una spinta più dinamica nel determinare mutamento strutturale, modernizzazione e eguaglianza dei redditi”. Tuttavia, quando istituzioni costruite e disegnate per l’avanzamento strutturale non perseguono anche maggiore domanda dovuta alla crescita dei bassi salari e maggiore domanda effettiva da spesa pubblica, le differenze tendono a diminuire.  A l’ordoliberalismo che del resto mediante le istituzioni europee si espande in tutta la UE plasma anche i paesi nordici. [43]

La storia nordica racconta che nel 1976 il primo ministro socialdemocratico danese Anker  Jørgensen, recentissimamente deceduto, organizzò un vertice fra i capi di governo socialdemocratici europei per convincerli a stimolare maggiormente crescita e domanda. Fu Helmut Schmidt a sottrarsi a questa richiesta.[44] Erano terminati i brevi anni in cui la Spd poteva cambiare la propensione ordoliberale e mercantislita della politica tedesca. Anni durati troppo poco (dal 1969 alla crisi di metà anni 1970 e alla destituzione di Brandt) per mutare in profondità la cultura economica fondamentale tedesca. Ad ogni modo, da allora l’influenza di queste politiche non ha fatto che aumentare, tanto da incontrare, negli ultimi anni di vita, la critica dello stesso H. Schmidt in quanto alle politiche europee.

Nessuna meraviglia che in Svezia, come assevera sempre Anxo, “ Il coefficiente di Gini è cresciuto del 26% tra il 1991 e il 2008, anche se è leggermente calato tra il 2007 e il 2009”.[45] Non può essere un caso: la eguaglianza era il portato, ma anche la condizione funzionale e contestuale della passata egemonia del sistema nordico, poiché la maggiore pressione del salario sulla riforma strutturale del capitalismo avveniva dal basso. Oggi questa condizione (la parità capitale-lavoro) perde capacità di pressione e consistenza se declina anche la condizione di quarta parità: fra domanda interna e competitività. Quanto  appena detto peraltro suscita anche un altro dubbio: quanto a lungo, in queste nuove condizioni, e con quanta coerenza la pressione “dal basso” alla ”competitività alta” tipica dei paesi nordici rimarrà tale? La storia attesta che l’egemonia socialdemocratica e sindacale sul capitalismo come l’abbiamo conosciuta nei paesi nordici fra anni 1930 e anni 1980 cominciò proprio dalle politiche redistributive degli anni 1930, che non accettarono di affidarsi preminentemente all’export.[46] Un’economia capitalistica non tende di per sé al meglio quanto a forme di produzione ed investimento, ed è quindi improbabile che ne produca senza ritrovare il circolo virtuoso fra domanda, eguaglianza ed efficienza produttiva, e senza ripristinare il collegamento intimo e paritario fra questi tre elementi.

 

 


[1] G. Esping-Andersen, Politics against markets, 1985, p. 22.

[2] P. Kettunen, The power of international comparison, in N. F. Christiansen et al.,The nordic model of welfare. A historical reappraisal, Copenaghen, pp. 59-60.

[3] Sul precoce nesso fra produzione agraria e industria biochimica in Danimarca: Biokemisk Forening, Dansk Bioteknologis historie – de første 75 år, Publiceret Oktober 2005, http://www.biokemi.org/biozoom/issues/508/articles/2201.

[4] P. Kettunen, Corporate citizenship and social partnership, in L. F. Landgren, P. Hautamäki, People, citizen, nation, Renvall Institute, Helsinki 2005, pp. 34-39.

[5] Sempre Kettunen: “L’omogeneità culturale dei paesi nordici non implica in alcun modo l’assenza dei conflitti di classe…” piuttosto, il riferimeno alla società relativamente omogenea (senza esagerare: Kettunen parla infatti di “comunità immaginaria”) ha formato un riferimento critico ulteriore “Un criterio di critica delle attuali condizioni sociali”  da esercitare con forza grazie alla parità, P. Kettunen, The society of virtuous circles, in P. Kettunen, H. Eskola, Models Modernity and the Myrdals, Renval Institute Publications, Helsinki 1997, p. 158.

[6] Mi permetto anche di suggerire il mio P. Borioni, N. F. Christiansen, Danimarca, Milano 2015, e in specie i primi capitoli dedicati proprio a questo necessario presupposto della modernità democratica nordica.

[7] P. Borioni, La socialdemocrazia nordica e la “sfida democratica al capitalismo, “Diacronie”,  9, 2012; P. Borioni, Il sindacato nordico: caratteri storici e sfide attuali, “Democrazia & Diritto”, 3-4, 2013.

[8] N. Edling, Limited universalism: Unemployment insurance, in N. F. Christiansen et al., The nordic model of welfare. A historical reappraisal, Copenaghen, p. 105.

[9] P. H. Jensen, Grundlæggelse af det danske arbejdsløshedssystem i komparativ belysning, in AAVV. Arbejdsløshedsforsikrinsloven 1907-2007. Udvikling og perspektiver, Arbejdsdirektoratet, København, 2007; E. Heins, Trade Unions as providers as unemployment insurance in historical and comparative perspective, Paper presented at the Final Nor-Wel Conference Cross-disciplinary perspectives on Welfare State Developments, Odense 14-16 June 2012, pp. 7-8.

[10] Il Belgio e i paesi nordici, in cui vige la realtà o comunque (come nel caso della Norvegia) il portato storico di lungo periodo del modello Ghent, sono gli unici con tassi di sindacalizzazione superiori al 50% della forza lavoro, giunti fino a oltre l’80% in anni non lontani.

[11] F. Mikkelsen, Arbejdskonflikterne i Skandinavien, 1848-1980,  Odense Universitetsforlag, Odense, 1992, p. 370.

[12] P. H. Jensen, Grundlæggelse… cit., pp. 34-41.

[13] G. Procacci, La lotta di classe in italia agli inizi del secolo XX, Editori Riuniti, Roma, 1970, pp. 19-21 e 66-70.

[14] Tuttavia la riforma della presenza sindacale nelle strutture del partito determinatasi recentemente comporta un’interessante novità che apre il partito sia ad un’influenza consapevole dei militanti sindacali affiliati, sia degli iscritti, sia dei semplici simpatizzanti (primarie). Pluralismo degli influssi e rapporto aperto con la propria area associativa senza scadere nelle primarie del passante costituiscono oggi quindi una soluzione feconda, anche se permane la debolezza del sindacato e del suo impatto negoziale “paritario” nei confronti del sindacato nordico, germanico ed in buona parte anche italiano.

[15] G. Moschonas,  In the name of social-democracy, Verso, 2002, pp. 49-52.

[16] S. Berman, The Social Democratic Moment, Harvard, 1998,  pp. 26-28.

[17] S. Berman, The Primacy of Politics, Cambridge Univesrity Press, 2006, ad esempio p. 211.

[18] Questa la celebre definizione di Ernst Wigforss, forse il più importante fra gli intellettuali-politici a capo delle Finanze durante i primi governi della socialdemocrazia svedese dal 1932.

[19] Proprio per questo il socialismo svedese fu definito “funktionssocialism”, e rifiutò in linea teorica ogni giusnaturalistica preesistenza del diritto di proprietà sugli altri diritti fondati nella società politica realmente esistente ed operante, nonché sulla legislazione che in questo senso veniva emessa dal parlamento.  Per una migliore descrizione di questo complesso intreccio vedi “Riformabilità o irriformabilità del capitalismo?” – I ‘fondi dei salariati’ in Svezia (Borioni), http://www.pandorarivista.it/articoli/riformabilita-o-irriformabilita-del-capitalismo-i-fondi-dei-salariati-in-svezia-paolo-borioni/

[20] M. Tronti, Sindacato, partiti e sitema politico, in A. Accornero, A. Pizzorno, B. Trentin, M.. Tronti, Movimento sindacale e società italiana, Feltrinelli, Milano 1977, pp. 248-9; 254-57,; 271-74.

[21] Ibidem, p. 253.

[22] Ibidem, pp. 254-5.

[23] Ibidem, 254.

[24]P. Galli, Relazione introduttiva al primo convegno di organizzazione FLM (Bellaria, 28-30.XI.1974), in  AA.VV. Consigli operai , p. 162-63, si registrano inoltre nel testo numerose reazioni operaia che certificano la presenza del fenomeno di controllo o forte influenza partitica, in difficile rapporto o in aperta contraddizione con la costituzione di parità sostitutiva mediante la partecipazione,  per esempio mediante l’accumulo in individui singoli del monte ore dedito all’attività sindacale invece destinato ad essere suddiviso nel collettivo del CdF. Galli si batteva invece per ‘avvicendamento”, per prevenire un ritorno alla forma meno partecipativa della Commissione Interna.

[25] A. Accornero, Le lotte operaie degli anni ’60; idem, Il Comitato Unitario di Base alla Pirelli; Idem, Le lotte alla FIAT nel 1969, in B. Bezza, Lavoratori e movimento sindacale in Italia, Morano Editore, 1972.

[26] E. Rayneri, Le lotte operaie del 1968-69 contro il sistema delle qualifiche, in . Bezza, Lavoratori e movimento sindacale in Italia, Morano Editore, 1972, p. 121,

[27] Ibidem, pp. 126-127.

[28] M. Carrieri, Non solo produttori. Percorsi di democrazia economica, Franco Angeli e CER, pp. 76 e segg.

[29] M. Paci, La struttura sociale italiana, Il Mulino, Bologna, 1982, p. 237.

[30] J. Andersson, The Library and the Workshop, Stanforf, 2010.

[31] SAP, Sveriges Socialdemokratiska Arbetareparti, Partiprogram för socialdemokraterna: antaget vid den 34e ordinarie partikongressen, Västeråskongressen 5-11 November 2001, p. 5.

[32] Ibidem p. 35.

[33] J. Andersson, The Library and the Workshop, cit. p. 70.

[34] Ibidem, p. 130.

[35] ” Mentre la via di mezzo è stata caratterizzata da un pragmatism non ideologico e conciliatorio tra gli opposti punti di vista estremi, il modello svedese ha rappresentato una vision estremamente ideologizzata dell’egualitarismo, che atraeva dall’esperienza svedese e rendeva possibile esportarlo altrove”, C. Marklund, The Social Laboratory, the Middle Way and the Swedish Model: three frames for the image of Sweden,  “Scandinavian Journal of HistoryScandinavian Journal of History “Volume 34, Issue 3, 2009”, pp. 264-285.

[36] C. E. Odhner, Capo economista della LO, “ LO fu più attivo di SAP nel codificare una politica di lungo termine per la crescita economica”LO was more active than SAP in codifying a long-term policy for economic growth”… il che derivava da  “…un atteggiamento scettico verso una capacità di autorinnovamenteo industrial, nel mentre SAP e il governo sembravanoa soddisfatti con quella che appariva come una trasformazione automatic dell’economia” in  M. Benner,  The politics of growth, pp. 105, 113 e passim.

[37] Trattiamo questo aspetto, con una comparazione sintetica abbastanza generale e inter-nordica,  nel già citato P. Borioni, N. F. Christiansen, Danimarca, Milano 2015, pp. 73-93. Fra i testi accessibili in lingue non nordiche anche il volume a più autori  N. Brandal, Ø. Bratberg, D. E. Thorsen, The Nordic Model of Social Democracy, Palgrave Mc Millan, 2013,  specie il capitolo Towards a nordic model (1916-1940), da p. 36. Indico anche su questo P. Borioni, Karl Steincke e la radice religiosa del welfare scandinavo, “Leftwing”, 1, 2013.

[38] P. Borioni, I MODELLI NORDICI: GENESI, CONCETTI, SFIDE, “Economia & Lavoro”, XLIV, 3, 2010;

J. Torfing, Det stille sporskifte i velfærdsstaten, Aarhusuniversitetsforlag, Århus 2004, specie p. 200 e p. 201.

[39] E. Bengtsson, Lönenadelen i Sverige sedan 1850, in E. Bengtsson (red.), Den sänkta Lönenadelen, Premiss förlag, Stockholm, 2013, pp. 84-86 e Scandinavian Economic History Review, 2014, Vol. 62, No. 3, 290–314, http://dx.doi.org/10.1080/03585522.2014.932837, E. Be3ngtsson, Labour’s share in twentieth-century Sweden: a reinterpretation Erik Bengtsson

[40] Bailey, J. Coward, M. Whittaker, Painful separation, Resolution Foundation, 2011,  P. 13

[41]D. Anxo, From one crisis to another:the Swedish model in turbulent times revisited, in S. Lehndorff (ed.), A triumph of failed ideas, European models of capitalism in the crisis, Etui, Brussels, 2012, pp. 27-40.

[42] W. Carlin, D. Soskice, German economic performance: disentangling the role of supply-side reforms, macroeconomic policy and coordinated economy institutions’ (2009)” Socio-Economic Review”; Vol. 7, Issue 1, pp. 67-99.

[43] O. Nyström, A. Nilsson, Den globala utmaningen och jämlikhetens grunder, Arbetarrörelsens Tankesmedja, Stockholm 2011, p.23, pp. 24, 27, 35, 37. “Attraverso le istituzioni europee l’ordoliberalismo è la scuola liberale che ha più influenza sulla vita sociale svedese di oggi, ma paradossalmente essa è praticamente sconosciuta nel dibattito…” , p. 69,

[44] B. Asmussen, Nyt syn på Anker Jørgensens økonomiske politik, “Historisk Tidsskrift”, Bind 110 Hæfte 2, p. 455.

[45] Anxo, cit. , p. 37. Lo stesso, se non peggio, avviene in Danimarca, se ne occupano molto i centri di ricerca vicini al  movimento operaio, come CEVEA e gli studi dell’Arbejderbevægelsens Erhvervsråd https://www.dr.dk/tv/se/dr2-morgen#!/01:13:15 Ceveas seneste analyse om formuefordeling kan findes her: http://cevea.dk/analyse/12-ulighed/1799-landet-er-delt-i-to-kun-i-nogle-kommuner-oplever-familierne-at-deres-formue-vokser; http://www.altinget.dk/artikel/cevea-stadig-mere-skaev-formuefordeling-i-danmark; http://www.wsj.com/articles/oecd-calls-for-urgent-increase-in-government-spending-1455789632

[46] “Né in Norvegia né in Danimarca …” l’intervento dello Stato fu keynesiano in modo coerente, né fu in definitiva pienamente in grado di portare l’economia fuori dalla recessione. Anche in Svezia, che nel corso degli anni Trenta conquistò la reputazione di primo paese a fare uso di una politica fiscale attiva per affrontare la disoccupazione, l’ampiezza reale delle politiche keynesiane fu limitata. Inoltre, mentre i programmi di spesa erano coerenti per quanto concerne il loro indirizzo, non furono resi operativi sino a quando potenti forze esterne erano già all’opera. Ma a differenza dei socialdemocratici Danesi e Norvegesi, che in misura diversa finirono senza volerlo con passivi di bilancio a causa di minor introiti fiscali e crescenti spese di sostegno sociale, il loro partito fratello svedese assunse tali orientamenti in modo consapevole. Quando il partito tornò al potere nel 1932, era munito di un ardito programma per combattere la disoccupazione per mezzo di lavori pubblici finanziati a debito. Questo programma venne iniziato con la legge finanziaria del 1933, nella quale venne formalmente abbandonati il principio di un bilancio in pareggio ogni anno per un bilancio in pareggio su un intero ciclo economico. Mentre queste politiche divennero famose come prodotti della cosiddetta scuola di Stoccolma, fu l’intellettuale e politico Ernst Wigforss che più di ogni altro prese l’iniziativa di attuare queste riforme nella seconda metà degli anni Venti, del Novecento. I sei anni in cui il partito fu fuori dal governo vennero ben spesi. Wigforss aveva seguito il dibattito economico inglese degli anni Venti e si fece ispirare dai punti principali del Libro Giallo liberale che proponeva una formula pratica attraverso la quale il sistema economico allora esistente poteva essere messo in grado di dare risultati accettabili per i socialisti, senza la necessità di una socializzazione completa dei mezzi di produzione. Comunque, le politiche realizzate da Wigforss come Ministro delle Finanze (1932 – 1946) furono anche influenzate da socialisti quali G.D.H Cole e Sidney Webb, nel corso degli anni Venti tentarono di ottenere il sostegno alle loro opinioni, come erano state formulate nel rapporto di minoranza della Commissione sulla legge sulla povertà, secondo il quale era compito del governo utilizzare i suoi poteri per ridurre la disoccupazione e non semplicemente alleviare la condizione di disoccupato.

Così, l’influenza liberale fornì un solido sostegno e fornì nuovi argomenti teorici per una posizione già in parte conseguita. Ciò nonostante, queste influenze aiutarono a realizzare uno spostamento del partito lontano dal marxismo tradizionale, e attraverso le azioni di politici consapevoli come Wigforss ed altri, il programma liberale di espansione economica servì in qualche misura come un modello per una nuova politica contro la disoccupazione che i socialdemocratici portarono avanti nel 1930.”

N. Brandal, Ø. Bratberg, D. E. Thorsen, The Nordic Model of Social Democracy, pp. 47-48.

 

Category: Economia solidale, cooperativa, terzo settore, Osservatorio Europa, Welfare e Salute

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About Paolo Borioni: Paolo Borioni, storico, PhD all’Università di Copenaghen, lavora per la fondazione Giacomo Brodolini. Fa parte di network di ricerca come il Cens (Università di Helsinki) e il Nord-Wel, che raggruppano studiosi della storia e della sociologia del welfare nordico.

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