Valerio Marconi: Le nuove indicazioni nazionali(ste) per i licei. Un’occasione persa per l’insegnamento di filosofia e storia

*
Riceviamo da Valerio Marconi questo contributo, che ci dà fra l’altro occasione di ricordare l’importanza e la pregnante attualità della prospettiva di filosofia interculturale originalmente elaborata dal compianto Giangiorgio Pasqualotto, scomparso lo scorso ottobre, a cui siamo legati da una trentennale amicizia e da un’intensa cooperazione (cfr. Amina Crisma, “Addio a Giangiorgio Pasqualotto, maestro e amico”, 7 ottobre 2025, www.inchiestaonline.it).
Oggi più che mai Inchiesta intende farsi interprete e prosecutrice della sua coraggiosa battaglia culturale contro ogni sciovinismo e contro ogni arroganza eurocentrica, battaglia che abbiamo da sempre condiviso, che ci appare più che mai necessaria in questi tempi bui, e della quale egli ha affidato alle nostre pagine un’estrema, densa testimonianza ( Giangiorgio Pasqualotto, “Per una filosofia interculturale”, 15 marzo 2024, www.inchiestaonline.it ) in quello che è stato l’ultimo dei suoi numerosi e cospicui interventi sulla nostra rivista.
Valerio Marconi
Le nuove indicazioni nazionali(ste) per i licei: un’occasione persa per l’insegnamento di filosofia e storia
Apprendo con rammarico l’uscita delle nuove indicazioni nazionali che, sebbene con toni più dimessi rispetto al proclama hegelo-razzista “Solo l’Occidente conosce la storia”, ripropongono l’esclusione delle tradizioni orientali dallo studio della filosofia e della storia. Nel caso della filosofia, fanno la loro comparsa le donne, rigorosamente senza riferimenti alle filosofe femministe e in taluni casi a favore delle più docili e addomesticabili sante, e l’intelligenza artificiale, ma pur concedendo che la filosofia come pratica perenne dell’argomentare si è calata “in epoche diverse e in diverse tradizioni culturali” si finisce a parlare di una e una sola “tradizione filosofica” e di “nuclei essenziali del pensiero occidentale”. D’altra parte, nel secondo biennio per lo studio tematico, alternativo ma integrabile con quello diacronico, della filosofia presso i licei classici “le problematiche di riferimento potranno essere quelle concernenti: la filosofia greca e la sua influenza nel corso del pensiero occidentale; la nascita e lo sviluppo dell’etica nel mondo antico; libertà e potere nel pensiero antico e moderno; la questione della verità nel pensiero antico, nel cristianesimo e negli sviluppi scientifici in età moderna; gli sviluppi della logica aristotelica e stoica fino a Leibniz; il rapporto tra religione e filosofia nelle tradizioni monoteistiche; la ripresa del pensiero antico nell’Umanesimo e nel Rinascimento, la trasformazione delle sue istanze in epoca moderna, il confronto critico con tale pensiero nelle riflessioni sviluppate in epoca contemporanea; emancipazione e autodeterminazione; il paradigma del positivismo e quello del darwinismo; il sapere della scienza e il sapere dell’esistenza”. Insomma, fuori dai grandi monoteismi non è prevista né suggerita la possibilità di porre e proporre agli studenti una relazione fra religione e filosofia; mi colpisce perché solo in questo caso l’elenco non viene presentato come esemplificazione, bensì come circoscrizione del possibile.
Non scorderò mai la preoccupazione e l’entusiasmo con cui lessi il programma di storia per il concorso ordinario del 2020 relativo all’insegnamento di filosofia e storia nei licei: India e Cina figuravano più volte, riportandomi agli anni della mia formazione filosofica a Padova. Nonostante io sia cresciuto nella città di padre Matteo Ricci, è presso l’Ateneo patavino, grazie a Giangiorgio Pasqualotto e ad alcuni dei suoi allievi come Emanuela Magno e Marcello Ghilardi, che incontrai per la prima volta i pensieri dell’India e della Cina, nonché del Giappone. Da Pasqualotto e dalla sua battaglia culturale ho appreso che “la filosofia in quanto tale è, sempre e necessariamente, comparazione […] sia dal punto di vista ‘logico’ che da quello ‘storico’: per quanto riguarda il primo, a partire dalla considerazione che ogni giudizio (e, quindi, ogni proposizione) – anche nelle sue dimensioni minime (“x è”) – , implica una comparazione (tra “x” ed “è”); per quanto riguarda il secondo, a partire dalla considerazione che ogni pensatore ha dovuto e deve ancor oggi, in qualche misura, sempre confrontarsi con il pensiero di qualche suo predecessore, e, all’interno dello svolgimento del proprio pensiero, con fasi successive di tale svolgimento (G. Pasqualotto (a cura di) Per una filosofia interculturale, Milano-Udine: Mimesis 2008, pp. 37-38). Alla luce di ciò, le nuove Indicazioni mi paiono cogliere la duplice natura, logica e storica, della filosofia tralasciandone, però, l’essenziale: la comparazione. La filosofia interculturale comprende il pensiero occidentale uscendo da esso, appunto, per comparazione: è l’uscita dalla caverna platonica che rivela la caverna come tale.
Oggi, invece, leggo nelle Indicazioni Nazionali una vera e propria polemica contro quel programma… Legittimo, ma le Indicazioni Nazionali non mi sembrano la sede più adatta per una polemica politico-disciplinare, anzi mi pare che in questo il Ministero si sia imbarcato in una sorta di spirale autodistruttiva: dopo aver assunto i vincitori e anche qualche idoneo del concorso incriminato, si viene a dire che quell’ampiezza di vedute va dimenticata o quantomeno tralasciata perché implausibile da proporre a degli adolescenti, adolescenti che, volenti o nolenti, si troveranno a vivere come cittadini di un mondo sull’orlo della guerra civile. Non solo, ma viene pure da chiedersi di che storia stiano parlando queste Indicazioni Nazionali: la “storia dell’Italia e dell’Occidente” vale davvero più della storia raccontata da Braudel, la storia del Mediterraneo e degli imperi che collegava? Fra scienza storiografica e coscienza nazionalistica che cosa dovrebbe scegliere un docente di filosofia e storia? La domanda è più che retorica, dato che in quanto docente dovrebbe guardare alla Costituzione e la sua coscienza patriottica dovrebbe portarlo a operare affinché la scienza e il suo insegnamento siano liberi.
Non è, insomma, in virtù della mia biografia intellettuale che mi rammarico dell’esilio dalle Indicazioni Nazionali delle “cose” a oriente che ho avuto modo di incontrare nel mio percorso di studi, ma è in virtù del fatto che un approccio scientifico e patriottico alla storia spinge a guardare tanto a oriente quanto a occidente. Quanto alla filosofia, penso che sia davvero un qualcosa di universale e perenne ma nei termini di critica della cultura, quello che faceva Socrate in risposta al responso di Delfi, e che, quindi, essa abiti o possa albergare ovunque vi sia cultura, ossia dovunque sotto il cielo.
…………..
Valerio Marconi (Ancona 1992), laureato in Scienze Filosofiche a Padova, si è addottorato in Studi Umanistici a Urbino ed è abilitato alle funzioni di professore universitario di seconda fascia, nonché docente di Filosofia e Storia; la sua prima monografia è Tra filosofia, semiotica e strutturalismo. In dialogo con Aristotele, Peirce e Hjelmslev (2020) e ha curato il libro bianco Spirito di comunità e innovazione da un punto di vista filosofico (2026) nell’ambito del progetto “Ontologia sociale dell’azienda” cofinanziato dalla Banca d’Italia, ultimamente sta elaborando un’ontologia aziendale ispirata alla semiotica e alla metafisica di Peirce, riletto alla luce di Mencio, del nuovo confuciano Mou Zongsan e del confucianesimo di Boston, in qualità di assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, dove insegna a contratto Filosofia del Linguaggio.
Category: Scuola e Università

