Alberto Cini: Senso comune e buon senso pedagogico

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Senso comune e buon senso pedagogico
Il buon senso pedagogico, quello proposto da Celestin Freinet nel modello di una scuola “educante”, si contrapponeva al modello direttivo cattedratico basato sulla lezione puramente verbale e frontale.
Non era né un metodo, né diveniva “protocollo” d’insegnamento. Era basato sull’interpretazione di valori fondamentali quali: conoscenze, bisogni, interessi, ambiente rassicurante, affettività relazionale, valorizzazione dei singoli. Tutto ciò che pare “buon senso”, eppure è un buon senso utopico, poiché la diffusione nel sistema scolastico ed educativo non ha mai traghettato massimamente in questa dimensione. Sporadicamente ci sono lampi Freinettiani di educazione attiva… come la si chiamava. Ovviamente non si tratta di scimmiottare i metodi e le attività specifiche di Freinet ma, appunto di percorrere, ognuno a modo suo, quella strada.
Il “buon senso pedagogico” non è mai diventato però “senso comune”, è rimasto spesso nella sfera dell’idealità e limitata prassi. Gli educatori, che pur sentono di poter esprimere questa modalità, la quale si caratterizza non solo nel “fare” ma “dell’essere educativo”, faticano a trovare terreni buoni disponibili e devono comunque rendere conto nel modello educativo della risultanza produttiva e performativa dell’insegnamento.
Pensiamo come etimologicamente siano opposte le dinamiche delle parole legate all’aspetto pedagogico della vita. “Insegnare” significa “porre il segno”, mentre educare “estrarre”, e su questo conflitto direzionale dell’azione si gioca il senso dell’educazione in tutte le epoche.
Riflettendo tra il significato di “Buon senso” e quello di “Senso comune”, Gramsci ci viene in soccorso, nel suo libro “Folclore e senso comune” nella nota IV: << Creare una nuova cultura non significa fare individualmente delle scoperte originali, significa diffondere criticamente le verità scoperte, socializzarle per così dire e pertanto farle diventare base di azioni vitali, elemento di coordinamento e di ordine intellettuale e morale. Che una massa di uomini sia condotta a pensare coerentemente e in modo unitario il reale presente è un fatto Filosofico ben più importante e “Originale” che non sia il ritrovamento da parte di un “Genio filosofico” di una nuova verità, che rimane patrimonio di piccoli gruppi intellettuali >>.
Così spesso appare la cultura intellettuale dell’educazione e non solo. Spesso si osservano questi preziosi “ritrovamenti” della cultura scientifica, pur rilevando quanto le neuroscienze spiegano oggi sul mondo degli apprendimenti, quante teorie e pratiche psicologiche che possono contribuire alla didattica e all’educazione stessa. Però nello scontro con la quotidianità, con le richieste sociali dominanti, con le rappresentazioni poco umanistiche del sistema produttivo, si tende a congelare queste “Buone prassi pedagogiche”, dentro a gruppi sensibili, “intellettuali” forse, ma non farli divenire sicuramente “senso comune”. Ricordo ancora quando un Preside di una scuola non italiana dove facevo laboratori linguistici e creativi mi diceva: << I tuoi laboratori sono molto belli, ma quello che mi crea problemi è sia l’insegnante troppo scarso che quello troppo bravo. Quello scarso fa danni, ma far capire e giustificare a tutti la metodologia di quello bravo è sfinente… la mediocrità fa andare avanti la macchina in un modo meraviglioso! >>, e con ghigno sarcastico rideva.
A questo punto il un buon educatore, anche intellettuale forse, di un gruppo ristretto può darsi, spesso anche solo, si chiede cosa farsene della collezione di “Geni” e delle loro “scoperte”. Quelle studiate all’università, rilette e in questo caso anche direttamente praticate, saltuariamente in varie occasioni comunitarie. Purtroppo, come avviene nel fenomeno del coaching di oggi, le prassi di pensiero come quello Freinettiano sopracitato, devono essere ricostruite in azioni e metodologie, per poter giustificare progetti, per sostenere la validità. Protocollature di associazioni dedicate per la loro diffusione, come i gruppi C.E.M.E.A. per l’educazione attiva, associazioni che sostengono l’Educazione Informale, ecc ecc.
Il pensiero deve diventare metodo, che quando però proposto, diviene anche un prodotto economico per i vari budget, e questo congelamento, anche di rappresentazione, ne continua il viaggio mercantile. Resta infine prodotto d’élite e non senso comune.
Personalmente preferisco convertire il “Senso Comune” come “Senso Diffuso”, poiché il concetto di senso comune è estremamente codificato in ambito storico e filosofico.
Dal punto di vista pedagogico, il senso comune si trasforma nel luogo delle tensioni che coinvolgono gli apprendimenti, in lotta tra il concetto non risolto di istruzione ed educazione.
Qui Dewey, noto filosofo dell’educazione, propone una comunanza nel “carattere sperimentale” dell’insegnamento e dell’educazione, che hanno infatti da muoversi sempre tra trasmissione e innovazione, tra assunzione del patrimonio sociale di cultura e personalizzazione critica di esso, tra sostegno all’identità e apertura al nuovo e al diverso, tra stimolazione all’appartenenza del gruppo sociale e crescita dell’originalità individuale.
Il carattere sperimentale è ambito comune, sostiene Dewey, tanto quanto scienza propriamente detta, così agisce l’esperienza quotidiana del “senso comune”. Anche se il senso comune si configura in modo meno preciso e con codici meno complessi di quelli che utilizza la scienza, non toglie che anche nella vita comune gli uomini procedano in maniera sperimentale, cioè correggendo e modificando di continuo le loro idee sugli insegnamenti dell’esperienza. Il problema resta, a mio avviso, che non si vuole analizzare la metodologia del senso comune, bensì il “conflitto d’interessi” al quale il senso comune risponde. Quello finalizzato allo sviluppo consapevole e critico della coscienza dell’individuo o quello maggiormente vincolato non solo dell’adattamento alla produzione, ma anche semplicemente rispondente alla semplificazione dei disagi cui una via idealizzata dell’individuo, anche se scientificizzata, deve rispondere. Il rischio, come cita Gramsci, è che anche Dewey, come tanti altri, finisca infine di divenire un genio scopritore di tesori intellettuali, “giuste cose o visioni illuminate” che in parte influenzano, ma è aspetto che non si “diffonde” e non si trasforma veramente in senso comune.
Per questa ragione preferisco personalmente convertire il “Senso Comune” in “Senso Diffuso”, poiché il concetto di senso comune è estremamente codificato in ambito storico e filosofico e diviene esso stesso oggetto di analisi anziché strumento.
Ritengo che l’attuale intervento educativo sociale, sia nella didattiche che nell’azione di comunità, deva tenere conto non solo del potenziamento formativo di singole aree del sapere e del fare, ma di lottare contro la cristallizzazione delle aree dell’ “Essere”. Sembra però ancora mancare una strategia nel senso diffuso delle comunità, per affrontare non solo i singoli problemi di conoscenza, ma per integrare in un ambiente, formativo ed educativo, i tre campi comuni ancora organicamente separati; cioè quello dell’educazione formale (es. scuola/ ciò che è obbligatorio), non formale (corsi e tempo libero strutturato/ ciò che è facoltativo) e informale (vita famigliare ed amicale / ciò che si assimila dall’ambiente naturale non istituzionalizzato).
Il “senso diffuso” della cultura educativa contemporanea si deve dedicare a svelare le possibilità di integrazione delle tre aree, “formale”, “non formale” ed “informale”, poiché il risultato dell’interazione sarà sempre superiore alla somma delle parti, ma soprattutto lo sviluppo del senso critico, della riflessione educativa nasce proprio dallo sperimentare che l’intelligenza integrativa ha una potenzialità autonoma, che non risulta influenzata dall’ipertrofia delle singole aree, e nemmeno queste aree si devono sostituire l’una all’altra.
Quando si studia un gruppo sociale, che sia gruppo classe, gruppo dei genitori di una scuola, ecc. ecc. più o meno allargato, diviene interessante valutare la costruzione di come il “senso diffuso” rispetto ad una determinata azione/obiettivo (benessere, apprendimento, utilità sociale) si scontra con il sistema della somma delle aspettative personali dei singoli componenti.
Attualmente, capita spesso che le tre aree educative non siano in relazione armonica o solo integrata tra loro, ma siano gestite in modo funzionale progressivo ai fini produttivi e/o performativi.
Faccio un semplice esempio: un bambino gioca a pallone con il papà, colpisce bene la palla (ed. informale), il padre gli dice che dovrebbe iscriversi alla scuola di calcio della città (ed. non formale), così un giorno diverrà un campione e guadagnerà molti soldi (ed.formale)… questo vale per tutti i mestieri. Un episodio di semplice quotidianità, dove già si nota il senso comune diffuso, inconsapevole progressione lineare delle aree, con conseguente mercificazione del talento (oggetto sociale desiderato), rispetto all’evolutivo valore della relazione, del significato del piacere informale, della partecipazione incondizionata alle emozioni.
Posso concludere come educatore, soprattutto occupandomi di disabilità, che l’aumento della segnalazione dello stress giovanile, stress che oggi viene chiamato, non casualmente, “sindrome d’adattamento”, sente la possibilità d’integrazione sociale con la stessa fatica che una radice avverte, cercando di farsi largo nella densità di quel suolo collettivo di senso comune, ancora di compattezza darwiniana, dove l’animale umano che sopravvive è quello con maggiori capacità di adattamento. Dove però il tentativo di adattamento tende alla spersonalizzazione, allo stigma, alla convenzione, e a volte anche gli aspetti di emancipazione, di ribellione al sistema, di conquiste di dignità e libertà prendono forma statica ed edonistica, in un’autoaffermazione identitaria cristallizzata, che cerca di esserci in modo simile al prodotto pubblicitario.
Una finta integrazione sociale anche nella trasgressione fatua, che fa del tentativo di adattamento una “concessione” del senso comune privo del buon senso educativo.
Esattamente come Slavoy Zizek parla del trash nel campo dell’arte moderna. Zizek sottolinea il profondo effetto trasformativo del mercato e delle sue logiche nel mondo dell’arte: l’oggettificazione dell’opera, (come il concetto di stigma nella disabilità), la sua trasformazione in merce (o capacità produttiva), si traduce in una sua serializzazione che ne annulla la portata artistica (o valore umano). Lo possiamo vedere in apparenti polarità, come la trasformazione della cultura in prestazione si allinea dai voti scolastici ai corsi di meditazione, competenza e trascendenza a basso costo a cui ci siamo abituati. In questo ambito, la Venere di Milo, ad esempio è arte nel “senso comune”, lo è in qualsiasi luogo essa si trovi, perché “integrata”nella rappresentazione collettiva del senso comune, mentre la “Merda d’artista” di Pietro Manzoni, è arte solo perché paradossalmente riempie il vuoto culturale di una Venere assente. La “Merda d’artista” è arte solo per il motivo che occupa la teca del museo che lo accredita, insieme al gruppo intellettuale che lo conferma, altrimenti non sarebbe nulla di dissimile a quella dei nostri water. Manzoni dichiara così che il potere di “posizionamento”, politico, sociale, economico, culturale, è superiore ad ogni valore intrinseco dell’oggetto e per derivazione anche della persona sociale. Per questa ragione, come nella favola del Re Nudo, tante persone vanno alle fiere dell’arte e nascondono i loro dubbi. Questi figli del senso comune dell’arte e dell’educazione, che nella sua dissonanza sfrutta il potere della “non integrazione” sociale senza arrivare alla “disintegrazione” sociale, alimentando il binomio tra “poetica autentica e posizionamento”, “valore e prezzo”, “consenso e dissenso”. In mezzo a quel vuoto che trovo estremamente stimolante da riempire, pedagogicamente, con estrema creatività, anche solo, per “épater la bourgeoisie”,”Stupire i borghesi”, come lanciava il manifesto dadaista. Un senso comune stupito… contro un buon senso pedagogico contemplativo.
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