Alberto Cini: L’educatore e la sfida della sessualità

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L’educatore e la sfida della sessualità
Esiste una sessualità per ognuno: oltre gli schemi, nelle diversità e nelle disabilità
La sessualità è un aspetto fondamentale dell’identità umana, un’espressione complessa e multiforme che accompagna ciascuno di noi lungo tutto il corso della vita. Tuttavia, troppo spesso si sente parlare di una “sessualità standard” o di modelli precisi a cui tendere, ignorando la vasta gamma di esperienze, desideri e bisogni che caratterizzano ogni individuo. Questo è ancora più evidente nel contesto delle persone con disabilità, dove stereotipi e pregiudizi possono limitare la comprensione e il rispetto di una dimensione così intima e naturale.
Una sessualità unica e non uniformabile
Ogni persona possiede una propria modalità di vivere e percepire la sessualità, influenzata da fattori culturali, sociali, emotivi e biologici. Non esistono schemi univoci o modelli validi per tutti: la sessualità è un’esperienza personale, soggetta a evoluzione, cambiamenti e interpretazioni soggettive. Riconoscere questa diversità significa anche abbattere i preconcetti che spesso relegano le persone a ruoli o comportamenti stereotipati, impedendo loro di esprimersi liberamente e autenticamente.
Sappiamo dagli studi di antropologia culturale quanto il modello di cultura influenzi ovviamente i comportamenti, le abitudini e le credenze, fino a plasmare le strutture di personalità, e quindi la sessualità diviene un tratto fondamentale, non è un’emersione fisiologica puramente istintuale, almeno nella forma simbolica di cui viene rivestita per ottemperare l’azione. Eppure è vero che questi modelli depositati devono essere digeriti, assimilati, elaborati per trovare un’azione espressiva di essi, che non sia meccanica, che sia espressivamente maieutica, coerente e non in conflitto con le varie parti del Sé. Questo principio di coerenza sarebbe auspicabile poiché ridurrebbe al minimo la conflittualità dei contenuti intrapsichici. Vorremmo una sessualità che non sia un frammento del Sé ma un tassello che prende qualità nel suo rapporto con un corpo di piacere affettivo ed emozionale, di gratificazione cognitiva, ed anche (raramente) di pulsione di trascendenza.
La sessualità nella disabilità: sfida e opportunità
Nel contesto delle disabilità, il discorso sulla sessualità si complica, spesso a causa di pregiudizi radicati e di una mancanza di informazione adeguata. Si tende a considerare le persone con disabilità come asessuate o prive di desiderio, una visione che ne devalorizza la dimensione affettiva e sessuale. Ci si accorge spesso di ciò che si tende a trascurare quando si innestano su quel tema comportamenti problematici. In realtà, la sessualità è un diritto di tutti e un’esperienza che può essere vissuta in modo pieno, con modalità adattate alle proprie condizioni.
Disabilità fisica e sessualità
Le persone con disabilità fisiche affrontano spesso barriere pratiche e ambientali che possono influenzare la loro vita sessuale. Problemi di mobilità, alterazioni sensoriali o limitazioni motorie possono richiedere adattamenti nelle pratiche, nell’ambiente o nel modo di comunicare i propri desideri. Tuttavia, molte di queste sfide possono essere superate o gestite con supporto, informazione e creatività. La sessualità, in questi casi, può assumere forme diverse, più articolate, ma ugualmente ricche di significato.
Disabilità psichica e sessualità
Le persone con disabilità psichiche o cognitive, oppure dello spettro autistico, disabilità intellettive o psicosi, spesso incontrano ostacoli più profondi nel riconoscimento e nell’espressione della propria sessualità. Spesso si sottovaluta la loro capacità di desiderare, amare e essere amati. È importante favorire un’educazione sessuale inclusiva, che tenga conto delle specifiche esigenze, e creare ambienti di ascolto e di rispetto che permettano a queste persone di esplorare e vivere la propria sessualità senza timori o pregiudizi. Diciamo che sarebbe auspicabile che ogni vitalità e ogni pulsione trovi il suo modo di manifestarsi, sappiamo che la repressione da antichi ormai tempi Freudiani genera tensione comportamentale. Sicuramente se vista come un problema o un sintomo, la repressione è sempre la via più semplice. Tra il tutto e il niente, nella sessualità c’è un enorme processo educativo da svolgere.
L’importanza dell’educazione e del rispetto
Per garantire a ogni individuo il diritto di vivere la propria sessualità in modo libero e autentico (pur consapevoli che libertà e autenticità assoluti sono valori utopici), è fondamentale promuovere un’educazione sessuale inclusiva, che superi gli stereotipi e favorisca la comprensione delle diversità. È altresì importante coinvolgere le famiglie, le istituzioni e gli operatori sociali in un percorso di sensibilizzazione e di formazione, però tutte queste istituzioni vanno curate rispetto ai bisogni reali, bisogni di informazione, di sostengo, di affiancamento, affinché possano accompagnare le persone con disabilità verso un’esperienza di vita affettiva e sessuale soddisfacente.
La sessualità quindi non è un modello rigido o un insieme di regole da seguire, ma un’espressione profonda dell’identità umana, che si manifesta in mille modi diversi. Per le persone con disabilità, questa dimensione rappresenta un diritto fondamentale e un’opportunità di crescita e di realizzazione personale. Riconoscere e rispettare le diversità nella sessualità significa affermare il valore di ogni essere umano, promuovendo una società più inclusiva, empatica e aperta alla ricchezza delle differenze. Soprattutto, come per qualsiasi istanza della variegata composizione umana, ogni tassello deve essere utilizzato come elemento integratore della persona. La sessualità è un elemento fondamentale, poiché pone le sue radici in strutture antiche ed epigenetiche, e forse per questo è così difficile porsi al suo confronto.
L’educatore come specchio dell’altro nella relazione (una competenza difficile):
un percorso di autenticità e crescita perché la sessualità non si può insegnare, ognuno si trova a gestirla come può, la differenza è se in questo percorso di “rapporto con se stessi” si è soli, o si è accompagnati, se l’esplorazione è profonda e rassicurante o se l’esplorazione è temuta o vissuta come minaccia.
L’educatore, nella poliedricità del suo ruolo, si può configurare anche come uno specchio che riflette l’altro, offrendo un’immagine che permette alla persona di riconoscersi, di comprendere sé stessa e di affrontare le proprie complessità. La sessualità diviene una delle sfide maggiori proprio perché è un aspetto della vita naturale che chissà quali macchie ha lasciato sulla lamina riflettente dell’educatore stesso. Facciamoci delle domande:
– Posso empatizzare o identificarmi con la sessualità dell’altro?
– Posso come educatore non affermare il mio punto di vista sessuale e riconoscere nella sessualità dell’altro?
- Riesco a comprendere e gestire le reazioni dell’ambiente, delle persone che abitano questo ambiente, quando si manifesta la pulsionalità sessuale?
- Riesco come educatore a elaborare i miei conflitti e dubbi o disagi che questo aspetto mi procura? Con sostegno di supervisione? condividendo col gruppo dei colleghi?
Dopo che il mio specchio da educatore è stato chiarito su questi aspetti, (e ve ne sarebbero altri), forse riesco a mettere abbastanza obiettività nell’affrontare il tema. Posso essere abbastanza rilassato e creativo da spendere energie per vedere l’altro e non esaurirmi a contenere i miei conflitti emozionali e cognitivi.
Posso dedicarmi a cercare metodologie appropriate, posso osservare con rispetto, posso esserci, comunicando accettazione anche nei momenti più critici.
Questa funzione non si limita alla mera riproduzione di ciò che l’altro manifesta, ma richiede un atteggiamento di presenza autentica, di ascolto profondo e di disponibilità all’accoglienza. Come uno specchio deve essere pulito, l’educatore deve puntare, (meglio dire partire) sull’essere piuttosto che sul fare, affinché la relazione possa essere autentica e significativa. Il fare, infatti, non si deve tradurre in didattica, nelle azioni concrete di insegnamento e intervento educativo, mentre l’essere si radica nell’umanità, nella capacità di essere presenza e di condividere emozioni e vulnerabilità. Dove è possibile il rispecchiamento produce un’auto educazione della persona, dove non è apparentemente possibile bisogna cercare nuovi specchi poiché un autopercezione enterocettiva e l’immagine di sé rimane sempre una grande sfida degli strumenti e della relazione educativa.
Le criticità in ambito educativo e quindi in ambito esistenziale:
– si possono “Risolvere”(molto raramente quando sono condizioni di vita),
– si possono “Subire” (la grande maggioranza delle volte, ed è ciò che crea sofferenza estrema)
– si possono “Gestire” (questa è la vera scienza ed arte dell’intervento educativo e della resilienza evolutiva)
Inoltre superare le proprie vergogne, incongruenze e timori di non essere accettati, rappresenta una sfida fondamentale per l’educatore. Solo affrontando e superando queste barriere interiori, egli può creare uno spazio di fiducia e di sincerità, in cui l’altro si sente libero di essere sé stesso. La relazione educativa diventa così un processo di svelamento reciproco, un’occasione di rafforzamento personale attraverso la condivisione delle emozioni più intime. In questo contesto, l’educatore può aiutare l’altro a esplorare e gestire le proprie emozioni, soprattutto quelle più delicate e spesso tabù, come la sessualità.
La sessualità, infatti, riveste un ruolo centrale nell’identità personale, nell’identità di ruolo sociale e nell’identità di genere. Spesso, purtroppo, essa è avvolta da tabù, paura e inibizioni che impediscono di affrontarla con serenità e consapevolezza. La relazione educativa può contribuire a far crollare questi tabù, creando uno spazio di dialogo e di educazione affettiva e sessuale, in cui ogni stato dell’essere può essere riconosciuto, gestito e integrato. Solo così si può favorire una piena comprensione di sé e un’autentica affermazione della propria identità, liberando le persone dalle paure e dai pregiudizi che spesso le imprigionano.
In conclusione, l’educatore come specchio dell’altro è un ruolo che richiede autenticità, coraggio e capacità di ascolto profondo. Puntare sull’essere, più che sul fare, permette di creare relazioni di fiducia e di crescita reciproca, in cui ogni individuo può svelare se stesso e rafforzare la propria identità. Superare i tabù legati alla sessualità e all’emotività è fondamentale per una piena realizzazione personale e sociale, e l’educatore ha il compito di accompagnare questo percorso di liberazione e di consapevolezza, contribuendo a costruire una società più aperta, inclusiva e rispettosa delle diversità.
Volutamente non ho parlato troppo delle famiglie.
L’educazione rappresenta un processo fondamentale che va oltre l’ambito familiare, assumendo una dimensione strettamente sociale. Quando si attribuisce ai genitori un’eccessiva responsabilizzazione, e soprattutto l’ambito sociale si deresponsabilizza degli aspetti evolutivi della persona, chiedendo alle figure dei caregiver di intervenire sulle relative e ovvie criticità, si rischia sempre di mettere su di loro un peso troppo gravoso, limitando così la possibilità di una collaborazione più ampia e condivisa con scuole, comunità e altre istituzioni. È importante riconoscere che l’educazione non è solo un ruolo assegnato ai genitori, ma un’attività che coinvolge la società nel suo complesso e deve essere così se vuole essere l’educazione un processo di evoluzione completo.
Inoltre, il genitore non dovrebbe essere visto solo come “ruolo” di colui/colei che esercita una funzione educativa, ma come individuo con le proprie capacità, limiti e bisogni, che può e deve essere supportato in un percorso di crescita personale.
L’approccio alla persona e non al ruolo può favorire un contatto più equilibrato che permette di creare un contesto più sano e sostenibile per lo sviluppo dei figli e per il benessere stesso delle famiglie.
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