Alberto Cini: Un problema della disabilità: come educare gli abili?

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Alberto Cini
UN PROBLEMA DELLA DISABILITÀ: COME EDUCARE GLI ABILI?
Oggi ho parole che possono apparire criticamente caustiche ma anche una mite incandescenza può essere utile alla fuga infettiva da un dato di realtà meno edificante…
Un aforisma del Copus Hippocraticum recita in questo modo: «Ciò che i medicinali non curano, il coltello cura; ciò che il coltello non cura, il cauterio cura; ciò che il cauterio non cura, si deve considerare incurabile». Le mie parole a seguire saranno più vicine al cauterio che ad una tecnica curativa di ipnosi idealistica. Ma credo che ogni tanto si possa abbandonare la pomata al miele della sola saggezza, o competenza professionale e utilizzare, ovviamente a scopo benefico, il calore estremo per ridestarsi ad una realtà altrettanto, appunto, caustica.
Con il decreto legislativo 62 del 3 maggio 2024 si introduce la nuova definizione della condizione di disabilità: eliminazione del termine “handicappato” o “disabile” a favore del termine “persona con disabilità”… e molti del “settore” sono contenti di questo evento, che io leggo invece come un atto di solo “buon senso”. Il fatto di non estendere l’informazione di un dato sulla struttura psicologica o corporea di una persona a tutto il suo essere, mi pare cosa ovvia. Atto legislativo che è almeno in ritardo di una ventina d’anni, ma che non cambia assolutamente nulla nelle politiche sulla disabilità.
Sarebbe come essere felici, perché la pasticceria ti porta la torta di compleanno tre settimane dopo la festa, ma sei contento perché è fatta proprio come la desideravi… E così comincio a cauterizzare…
Uno dei massimi problemi legati all’ambito della disabilità — permettendoci di giocare in modo provocatorio e volontario con queste categorie — risiede nelle interazioni tra le persone con una “disabilità certificata” e coloro che ne sono privi, comunemente definiti “abili”. Questa dinamica affonda le sue radici in ragioni di tipo logico e psicologico.
Chi non sperimenta una disabilità, in particolare di grado medio o grave, mostra generalmente una maggiore plasticità adattiva alle esigenze funzionali del sistema economico-sociale della cultura locale. Una cultura, quest’ultima, che tende a misurare il valore di un individuo quasi esclusivamente in termini di capacità produttiva e di relativo scambio economico. In altre parole caustiche, “i normali sono quelli che si possono integrare/adattare meglio alle funzioni produttive delle merci, sia merci materiali che culturali!”
L’analogia con il mercato dell’antiquariato e il “deposito dell’esperienza”
Per comprendere questa dinamica, si può tracciare un’analogia con il mercato dell’antiquariato. Oggigiorno, mobili pregiati del Settecento, che pure mantengono un indiscusso valore artistico e artigianale, risultano ingombranti e culturalmente inadatti agli spazi ridotti degli appartamenti moderni. A causa di queste limitazioni strutturali e di precise mode sociali, tali manufatti perdono il loro valore di mercato e finiscono accatastati nei magazzini. L’artigianato è stato ormai superato dall’industria, specialmente nel settore del legno, al punto che i falegnami tradizionali stanno scomparendo o sono costretti a riconvertirsi. Questi mobili difficilmente trovano mercato in termini di massa o di status. Nessuno ne mette in dubbio il valore intrinseco, ma il loro “prezzo” non li rende più spendibili a livello commerciale; di conseguenza, tendono a essere eliminati.
Un destino simile accomuna le persone anziane: laddove fatichino ad adattarsi alla transizione informatica e risultino improduttive rispetto alla produzione di merci, esse vengono collocate in pensione. La pensione diventa così il luogo simbolo in cui il mero “riposo”, e non il prezioso “deposito dell’esperienza”, riceve un riconoscimento comunitario.
L’educazione alla performance e l’angoscia della morte sociale
Cosa accade, invece, alle persone cosiddette “abili”? Sin dalla prima infanzia, l’individuo viene educato, in ambito scolastico e sociale, a orientarsi verso valori puramente performativi. Nella scuola si acquisiscono competenze finalizzate a risultati specifici, prevalentemente quantitativi, legati a nozioni e ad abilità formali. La valutazione di tali risultati si traduce in un giudizio (espresso parzialmente attraverso il voto numerico) che finisce per traslare il valore della prestazione sul valore stesso della persona.
Quali sono le profonde implicazioni di questo modello dell’epigenetica umana? Cosa alberga, in modo inconscio, nella nostra mente antica?
Nelle dinamiche tribali, chi non è apprezzato dal gruppo sociale perché non rispecchia il valore atteso e validato viene allontanato (anche solo affettivamente) o eliminato. L’angoscia di morte, dunque, ci accompagna costantemente sul piano delle relazioni sociali. La contemporaneità non solo non ha debellato questo timore, ma continua a esaltarlo: pur avendo sconfitto molte malattie e allungato l’aspettativa di vita, la società non ha agito sull’angoscia fondamentale della morte sociale per esclusione e abbandono.
Si tratta della forma di isolamento più terribile, poiché non è causata dalla natura (malattia o vecchiaia) né dal conflitto con un nemico esterno, ma viene inflitta dalla propria “culla sociale” (la famiglia, il gruppo d’appartenenza, la comunità). Coloro che hanno generato e che dovrebbero proteggere l’individuo rischiano di trasformarsi nei “quattro cavalieri dell’apocalisse” di Blasco Ibáñez. Questo mutamento d’identità di natura schizoide (in senso psicoanalitico) genera una sofferenza indicibile, proprio perché la violenza non proviene da una minaccia esterna, bensì dall’interno del mondo affettivo interiorizzato.
Il limite dell’inclusione simulata e il Falso Sé
L’idea di un’”accettazione sociale incondizionata” non esiste ancora nella realtà: rimane un concetto idealizzato per psicologi, educatori e pedagogisti. Donald Winnicott ha ampiamente teorizzato il concetto di “Falso Sé” inteso come un adattamento difensivo alle pressioni sociali. Piuttosto che concentrarsi sulla mera risoluzione dei problemi, Winnicott sottolineava quanto sia liberatorio e integrante per l’essere umano sentirsi autenticamente reale. Quando ci si sente reali, anche i problemi e i conflitti personali diventano parte integrante dell’identità; con essi si può convivere sufficientemente bene, poiché l’accettazione elaborata del conflitto genera una verità interiore.
Questi aspetti, pur dolorosi, se integrati nella saggezza esistenziale dell’Io, cessano di essere elementi tossici da eliminare a tutti i costi. Il problema stesso si trasforma in un mattone architettonico del Sé, attivando strategie compensatorie, comprensione profonda, compassione ed empatia.
Al contrario, la figura dell’adulto stigmatizzato come “normale” — colui che ha integrato con successo le aspettative sociali in un processo di identificazione con valori spesso inconsci dal lato soggettivo e ben dichiarati invece da quello economico — viene celebrata come il traguardo di un percorso educativo virtuoso. Tuttavia, quando questo cammino è dominato da logiche orientate esclusivamente all’Ego autoreferenziale, al successo convenzionale, al narcisismo e al consumismo, la “normalità” si traduce in una mutilazione dell’identità potenziale e dello sviluppo dei talenti soggettivi. In questo scenario, l’adattamento non è sinonimo di salute psichica, bensì una forma di conformismo alienante che allontana l’individuo dal proprio nucleo autentico.
L’adulto “normale” che si adegua acriticamente a questo sistema diventa un soggetto in una fase di stasi evolutiva: in lui non c’è accomodamento strutturale (per citare Piaget), non c’è scoperta né incontro autentico. Superare questa condizione richiede il coraggio di decostruire il proprio Falso Sé, di riappropriarsi delle proprie fragilità e di accettare che l’identità non dipenda dal successo, ma dalla capacità di restare in contatto con la propria verità, anche quando questa diverge dai modelli imposti dalla cultura dei consumi.
Il cortocircuito nel terzo settore e la metafora delle regole del gioco
Questa critica al modello di normalità investe inevitabilmente anche il settore dell’intervento sociale. Quando l’operatore, l’educatore o il volontario operano all’interno di logiche comunque e forzatamente performative e consumistiche, rischiano di essere inglobati in quel processo di istituzionalizzazione descritto da Max Weber in cui le regole della sopravvivenza gestionale finiscono per sostituire i valori umani. Si verifica così un cortocircuito drammatico: il sistema nato per promuovere l’inclusione si trasforma in un agente di alienazione. Molti servizi e associazioni sono, di fatto, figli della stessa cultura che condanna l’individuo alla frammentazione del Sé.
Per utilizzare una metafora calcistica: quando ci si schiera con una squadra (ideologica o d’azione) attorno a un oggetto del contendere (la giustizia, il potere, i valori), si accetta implicitamente lo stesso regolamento e lo stesso sistema di punteggio dell’avversario. Entrambe le squadre giocano la stessa partita, condividono il campo, il pallone e le regole. Questo scenario crea l’illusione di un progresso umano basato sul semplice confronto tra le parti; invece diventa un lotta, dove ci saranno vincitori e perdenti. Esistono due mondi, uno dichiarato ed emerso e uno non evidente e sotterraneo. Possiamo definire che anche il concetto di processo di istituzionalizzazione weberiano comincia a indicare lievemente la linea di questo passaggio, ma poi bisogna scavare in quest’altro sommerso mondo parallelo. Soprattutto perché questi due mondi hanno culture e codici così differenti che i reciproci partecipanti quando si interfacciano pare restino invisibili l’uno all’altro. Il mondo emerso vive di codici stigmatizzanti, stereotipi e mira alla semplificazione culturale, il mondo sottostante si carica di interessi privati, celati al dominio della rappresentazione. I due mondi hanno fondamentalmente due “rappresentazioni” non univoche, un non apparente costante intreccio delle loro dinamiche. Sappiamo benissimo che la storia rappresentata come idealtipica non è la storia vera ma l’angoscia psichica di perdita di una rappresentazione “rappresentabile”, quindi non complessa, quindi dominabile e quindi collocabile in schemi di pensiero rassicuranti avrà sempre la meglio. Cassandra insegna.
Digressione: (che poi tanto per stare in tema, appunto, il cavallo di Troia è un errore di traduzione ormai dimostrato, perchè Ulisse lasciò fuori dalle mura di Troia una nave che gli Achei chiamavano Ippo, cavallo, come il cavallo di mare che permette di cavalcare le onde. Sarebbe come se Ulisse avesse lasciato fuori dalle mura un’auto, chiamata “Quattro Cavalli”, misura della cilindrata, e oggi pensassimo che avesse lasciato non una ma ben quattro, famosi cavalli di Troia. Ma non c’è verso di materializzare il vero, anche il nuovo film su Ulisse mostrerà un cavallo di legno e non un nave achea.)
Non a caso, la cultura di massa offre spesso una rappresentazione superficiale della storia, in cui dinamiche sommerse (poteri economici, interessi privati, apparati di sicurezza) si intrecciano per raggiungere i propri scopi uscendo deliberatamente dalle regole formali del gioco. Il sommerso risponde a logiche diverse, non più semplici, ma distinte da quelle del mondo emerso. Questi due mondi si toccano senza confondersi, poiché è la natura stessa delle regole a definire i rispettivi confini. Dopotutto, una squadra di calcio non potrebbe mai disputare una partita contro una squadra di baseball mantenendo ciascuna le regole del proprio sport.
Tra burocrazia e “perturbante”: la disabilità come specchio del fallimento
Anche il terzo settore cade vittima di queste derive quando le associazioni si irrigidiscono, focalizzandosi sul marketing sociale o sulla competizione per l’ottenimento di fondi e visibilità mediatica, smarrendo così la propria funzione critica e profetica.
Per l’adulto “normale e abile” che ha edificato la propria identità sul mito dell’efficienza, la persona con disabilità rappresenta un elemento “perturbante” (unheimlich), che innesca due reazioni specifiche:
- Il conflitto latente: Inconsciamente, l’operatore o il familiare proiettano nella persona con disabilità tutto ciò che hanno dovuto reprimere e negare in se stessi per integrarsi nella società: la fragilità, il bisogno di cura, l’impossibilità di essere costantemente performanti. Sebbene nell’essere umano alberghi il desiderio di ricchezza, bellezza o privilegio, in nessuno nasce spontaneamente il desiderio di sperimentare una disabilità. Questa asimmetria sulla desiderabilità è la cartina di tornasole che impone una rivoluzione di paradigma. Se non riusciamo a concepire un mondo in cui la disabilità sia desiderabile, dobbiamo ripartire da qui: ipotizzare un equilibrio maturo tra il desiderio e la sua negazione, o addirittura il suo opposto, la paura ed il rifiuto.
- L’inclusione simulata: Spesso l’integrazione si riduce a un tentativo di “normalizzare” la diversità per renderla quanto più simile alla norma sociale, oppure confinandola in un mondo parallelo e secondario. Questo finto inclusivismo serve ad attenuare i sensi di colpa della collettività: si trova una sistemazione ottimale per la persona con disabilità, a patto che questa non sovverta le regole fondamentali del sistema. Si tratta di una violenza sottile che non accetta l’alterità per ciò che è, ma tenta di modificarla o “curarla” affinché non disturbi la coscienza dei normali e delle istituzioni. Perfino le attività pensate per “loro”, intesi come categoria, mostrano questo paradosso: nelle Paralimpiadi, ad esempio, solo nel tiro con l’arco gli atleti con e senza disabilità competono insieme, mentre nel tiro con la pistola le categorie restano separate. Il fatto che molte stesse persone con disabilità interiorizzino questa visione comune rappresenta una ferita per la loro stessa identità. Sostenere un disabile come disabile è discriminatorio, sostenersi reciprocamente come persone in base alle reciproche esigenze non è discriminatorio. Una semplice differenza di intenzioni e atteggiamento esistenziale.
Come scriveva acutamente il poeta Sandro Penna:
“Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune”.
Il “Falso Sé” dell’operatore e il welfare come catena di montaggio
L’operatore o il volontario, condizionati da un contesto che premia la performance, spesso non entrano in una relazione autentica con l’altro, ma interpretano un ruolo burocratico. La psicologia sociale ha dimostrato che la relazione d’aiuto è spontaneamente motivata quando è occasionale; la sua routinizzazione e ripetitività professionale rischiano di renderla meccanica, innaturale e fonte di frustrazione.
Spesso l’operatore cerca gratificazioni narcisistiche venate di vittimismo o di retorica buonista, complice una professionalità frequentemente declassata a compiti meramente esecutivi (o, nel caso del volontario, a un impegno vago e astratto, saltuario). Chi si confronta con la disabilità deve compiere lo sforzo di andare oltre l’”aspetto reattivo” (il mero tentativo di compensare uno svantaggio per promuovere il benessere). Questa reazione, pur naturale, rappresenta l’opposto della reale elaborazione: è una forma di “negazione del lutto” di fronte a una realtà percepita come ingiusta e crudele.
In questo modo, la mente del “non disabile”, arroccata su dinamiche proiettive, rimarrà orfana del suo talento più grande: la capacità di educarsi alla realtà negativa. Solo questa elaborazione permette di far emergere una forza catartica capace di far vivere l’individuo in un mondo ingiusto senza farsene distruggere, distinguendo il dolore auto ed etero-compassionevole dalla comune sofferenza legata alla frustrazione della mancanza. L’integrazione di quella componente che Carl Gustav Jung definiva Nigredo (l’Ombra, la parte oscura del Sé) costituisce la vera chiave per una completezza esistenziale emancipata dal solo principio del piacere o della sofferenza. Freud spiegava i due principi: principio del piacere che corrisponde all’idealizzazione e principio di realtà che riduce questa idealizzazione creando un processo depressivo; questa dinamica nutrita di carburante energetico biologico e olio della consapevolezza, come un pistone del motore può portare avanti l’essere nella sua crescita evolutiva.
Nello sforzo di aderire agli standard dell’altruismo narcisistico, l’operatore rischia di indossare la maschera del “Buono”, adottando comportamenti stereotipati. Mettendo in campo unicamente le proprie competenze tecniche come barriera difensiva (o illudendosi che la semplice presenza fisica sia sufficiente), egli nega la propria umana fragilità. Ma come ricordava Denis Diderot: “Non basta fare il bene, bisogna anche farlo bene”.
L’empatia autentica è rischiosa perché richiede di mettere a nudo la propria vulnerabilità di fronte a quella dell’altro. Per proteggersi dall’angoscia che la disabilità evoca, l’operatore alienato preferisce mantenere una distanza di sicurezza, trincerandosi dietro protocolli e terminologie cliniche che oggettificano il destinatario dell’intervento. In ambito associazionistico si sviluppano così identità gruppali che oscillano pericolosamente tra sentimenti di onnipotenza e stati di disperazione, frutti di una mancata elaborazione del lutto rispetto alla perdita delle proprie aspettative idealizzate.
All’interno di una cultura consumistica, l’utente di un servizio viene trasformato in un “prodotto da riabilitare” o in un “costo da gestire”. Le cooperative sociali e i servizi sanitari e comunali, che gestiscono gli interventi per l’utenza, finiscono così per replicare le medesime dinamiche istituzionali che dovrebbero combattere, generando un’istituzione invisibile: l’utente è fisicamente integrato ma relazionalmente isolato, mentre l’operatore è professionalmente presente ma umanamente logorato e spesso distante emotivamente o eccessivamente coinvolto (Burn Out).
La logica del risultato e la via dell’antifragilità
In questo sistema, l’efficienza misurabile prende il sopravvento sulla qualità della relazione. Spinti da adempimenti burocratici, gli operatori smarriscono l’unicità della persona. Il disabile è costretto a “migliorare”, “adeguarsi” o “raggiungere standard” per vedersi riconosciuto il diritto all’attenzione sociale. Perfino l’adattamento passivo a una routine territoriale precostituita viene contrabbandato come un successo; se emerge del malessere, questo viene sbrigativamente etichettato come un deficit di adattamento, anziché essere interpretato come un segnale di individualizzazione o una richiesta di cambiamento evolutivo.
Spesso le attività ricreative organizzate in nome dell’integrazione agiscono, in modo sotterraneo, come strumenti di distrazione per allontanare la persona dalla consapevolezza della propria condizione, che potrebbe invece rivelarsi un potente motore di evoluzione sociale. Queste gratificazioni collettive, accettate con acritica riconoscenza da disabili e familiari, celebrano un “riscatto sociale” (sulla scia dello slogan “uno su mille ce la fa” o del “siamo come voi”) che in realtà appaga solo chi aspira a essere riconosciuto da quella stessa società che lo ha inizialmente confinato ai margini. Chi sperimenta questo riscatto, passato il momento di gloria, è comunque destinato alla solitudine: una solitudine interiore speciale, analoga a quella omologante vissuta dai cosiddetti “non disabili” all’interno di una società valutante.
La compassione superficiale e l’intrattenimento finiscono così per neutralizzare il potenziale di una reale rivoluzione culturale della disabilità. Quando l’aiuto risponde a logiche commerciali, si genera un vero e proprio “consumismo del welfare”: gli enti vendono un servizio che promette di “aggiustare” l’individuo o di mantenerlo reattivo, lasciando però del tutto intatta la struttura sociale escludente che lo ha marginalizzato. Senza soffermarci sull’immagine del corpo della persona disabile, o delle sue capacità cognitiva, diciamo che il sistema culturale deve uscire dalle logiche del rispetto o meno, perché non c’è nulla di fragile o di diverso da rispettare. Il sistema culturale fatica a vedere le possibilità evolutive dell’essere umano indipendentemente dalla condizione in cui si trova biologicamente e psicologicamente. Il benessere, l’autorealizzazione, la soddisfazione esistenziale, è un percorso individuale e soggettivo che non può essere parametrato e confrontato con sistemi valutativi consueti e soprattutto di produzione.
Il vero salto di qualità richiede il passaggio da un’inclusione generica a una convivenza evolutiva fondata sulla radicale differenza umana. Per interrompere questo circolo vizioso, l’intervento sociale deve cessare di essere un esercizio di “adattamento dell’altro” per trasformarsi in un cammino di “trasformazione del Sé”. Se gli operatori, le istituzioni e il volontariato non scelgono di lavorare sulle proprie ferite, sui propri bisogni narcisistici di approvazione e sul proprio vuoto esistenziale, continueranno a proiettare sulla disabilità un bisogno nevrotico di ordine e controllo. La domanda radicale e profonda, di cosa ci facciamo al mondo e su questo pianeta, cosa significa l’evoluzione dell’essere umano, inquieta tanto che siamo in grado di inventare quantità innumerevoli di modelli culturali che danno una infinità di risposte. Sono però risposte che rispondono fondamentalmente a mio avviso ad una angoscia di mancanza di senso e di morte, quindi risposte viziate in partenza. Sia la scialuppa di salvataggio il profitto del capitalismo avanzato, il vestito per la festa, sia il ritiro mistico dell’asceta o la ritualità del trascendente.
La sola via d’uscita risiede in una pedagogia della fragilità, o meglio in un’educazione all’antifragilità (per riprendere il concetto di Nassim Nicholas Taleb). Nel concetto di antifragilità, e in molte ricerche psicosociali si denota come i luoghi praticati dalla presenza di una persona con disabilità abbiano un livello di conflittualità molto minore alla media, l’esperienza elaborata e l’angolazione di pensiero della persona colpita da un evento critico, come una disabilità, o un trauma, o forti stress evolutivi, se sostenuti acquisiscono una personalità più resiliente e saggia delle persone comuni. Questa realtà culturale però non diviene pensiero comune, proprio perché non interessa fondamentalmente al sistema di produzione la forza intrinseca delle esperienze delle persone; anzi queste visioni potrebbero essere rivoluzionarie, potrebbero attaccare la visione edulcorata delle identità sociali e individuali di tipo funzionale al sistema di valore prevalentemente economico e basato sul potere di supremazia.
Quindi riconoscere che, in un mondo che ci impone di essere “abili” solo se performanti e omologati, siamo tutti profondamente “poco abili” nella nostra capacità di essere autenticamente umani. Solo da questa consapevolezza può nascere uno spazio di empatia reale, in cui l’inclusione smette di essere una procedura burocratica o un atto di sterile buonismo per rivelarsi, finalmente, come un atto di liberazione condivisa.
Category: Psicologia, psicoanalisi, terapie

