Alberto Cini: Educare alle “conoscenze”. Sull’intreccio tortuoso tra l’intelligenza artificiale, umana e biologica

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Alberto Cini
Educare alle “conoscenze”.
Pensiero ingenuo sull’intreccio tortuoso tra l’intelligenza artificiale, umana e biologica.
Episodio:
Nelle vesti di educatore, ero seduto davanti ad una ragazzina di 13 anni, abbastanza in crisi, faticava ad andare a scuola. Amava leggere e amava ritirarsi in se stessa.
Il suo mondo interiore era molto diverso da quello esterno. Volevo farla ragionare sui problemi emersi dalla scuola, dalla famiglia. Da bravo coach educativo le presentai quelli schemi che ho trovato sempre molto interessanti per i miei pensieri.
– “I problemi vanno affrontati!” le dissi dolcemente e mi sentivo un po’ saggio. “Altrimenti ci vuole e comunque una strategia, lo sai… queste criticità vanno o risolte (molto difficile) o subite (molto probabile) oppure gestite (apprendimento e conoscenza)”. Lei mi guardò con una rassegnazione calma e mi disse: “ma io non voglio né risolverle, né subirle, ma nemmeno gestirle… vorrei solo attraversarle!”. Così restai muto, lo stupore mi aveva zittito. Passai dalla sedia di fronte a lei, al divano accanto a lei. Prima ci guardavamo negli occhi, dopo guardammo insieme lo spazio vuoto di fronte a noi, la parete bianca. La sua testa si appoggiò sulla mia spalla e in quel silenzio, come fossimo su un’astronave che tagliava il cosmo interiore, partimmo senza dati, senza informazioni, senza nulla, in un unico sospiro affettivo.
Il concetto di “conoscenza” si configura oggi come qualcosa di più profondo e complesso rispetto alla semplice idea di possesso o di capacità potenziale di prestazione logica. Tradizionalmente, abbiamo spesso inteso la conoscenza come un patrimonio da accumulare, un insieme di fatti e nozioni che possiamo acquisire, memorizzare e mettere a frutto quando necessario. Tuttavia, questa visione tende a ridurre la conoscenza a un oggetto statico, un elemento da possedere o da utilizzare come uno strumento, senza considerare il suo vero significato e la sua funzione più profonda. Pensiamo anche a quel concetto di conoscenze empiriche e millenarie delle culture tradizionali che non possedendo lo strumento di validazione scientifico vengono comunque osservate come tratti culturali antropologici, tratti che però poi si trasformano in aree e processi economici attuali ben presenti nella contemporaneità, come la “medicina non convenzionale” e la totalità delle discipline olistiche.
Per questa ragione, oggi si riconosce che la conoscenza non è semplicemente una somma di informazioni, una modulazione statistica dei dati, di causa ed effetto potenziali, risultati attesi o di deviazione standard. Ciò che si può intendere come “conoscenza” è un processo dinamico e in continua evoluzione, strettamente legato alla nostra capacità di interpretare, contestualizzare e creare significato. È un modo di vedere il mondo, di rapportarsi ad esso, che implica un livello di consapevolezza e di comprensione più profondo. La conoscenza, in questa prospettiva, diventa un ponte tra l’esperienza e il sapere, un processo che coinvolge non solo l’accumulazione di dati o informazioni validate, ma anche la capacità di collegare, analizzare e innovare in maniera complementare alla A.I., (senza sottomissione e senza opposizione, è forse meglio la competizione o la collaborazione).
Inoltre, la conoscenza oggi assume un ruolo fondamentale nel favorire la flessibilità e l’adattabilità in un mondo caratterizzato da rapidi cambiamenti e complessità crescenti. Non basta più possedere nozioni statiche, ma bisogna saperle integrare e aggiornare continuamente, sviluppando pensiero critico e capacità di problem solving. Questo significa che la conoscenza diventa qualcosa di vivente, che si alimenta di curiosità, di dialogo e di confronto, piuttosto che di mero accumulo anche se orientato. Tra l’altro oggi già nella persona psicofisica non si parla più di una sola intelligenza, bensì di varie tipologie di intelligenze cognitive, spaziali, intuitive, logiche, creative, e di intelligenze incorporate, asse intestino, cuore, cervello. Quindi la ricerca neurofisiologica si occupa soprattutto della “sovraintelligenza” che fonde, armonizza, gestisce tutte queste aree. Si è dimostrato, come si può intuire meccanicamente, che i risultati, anche performativi, dipendono soprattutto dalla buona e funzionale organizzazione delle parti e non dal solo potenziamento delle isole di competenza. Allora perché l’intelligenza artificiale non può diventare un altrettanto frammento di competenza da mettere in rapporto con le altre?
Da quando i sistemi della A.I. sono addirittura diventati in grado di attivare una maggiore autogovernance, una capacità di automiglioramento, di auto-apprendimento, hanno trasformato la conoscenza statistica e operativa in un “tecnosapere”, e quindi possiamo ipotizzare anche che esista una tecnosaggezza? la saggezza della macchina si può fondere con quella umana? In fondo… se la macchina è programmata dall’essere umano potrebbe portare nel suo cuore strutturale un archetipo non tecnologico?
Episodio: stavo guardando la televisione ed incappai in un documentario sulle aquile. Apoteosi di stupore. L’aquila femmina quando si deve accoppiare sceglie il maschio più adatto e lo sceglie facendogli fare un esame. Lei vola in cerchi più in alto che può, i maschi le girano intorno a cerchio. Lei tiene un ramoscello nel becco, lei all’improvviso fa cadere il ramoscello, i maschi cercheranno di prenderlo. Il maschio più bravo ad afferrarlo sarà il suo compagno. Perché? perché quando genereranno la loro prole, i loro nidi saranno molto in alto a strapiombo sulle rocce, e probabilmente qualche piccolo cadrà fuori dal nido, ed è compito del maschio recuperarlo in volo. Il mio stupore nasceva sul pensiero: perché meravigliarci dell’intelligenza artificiale se ancora non conosciamo quella delle tante creature della terra, quella delle piante, e del cosmo?
Se allarghiamo lo sguardo oltre questa prospettiva, possiamo comprendere che la conoscenza non è semplicemente un patrimonio da accumulare o una capacità potenziale di prestazione, ma piuttosto un’esperienza da attraversare. Questo significa che la conoscenza si manifesta come un percorso, un viaggio che ci invita a immergerci nel processo di scoperta, di comprensione e di trasformazione. È un cammino che coinvolge tutto l’essere umano, che richiede di mettere in discussione le proprie convinzioni, di confrontarsi con l’incertezza e di accogliere l’ignoto come parte integrante del processo stesso. Ancora mi meraviglio dello stupore e del dibattito sull’intelligenza artificiale e del quanto silenzio ci sia sulla conoscenza di quell’intelligenza innata del mondo biologico vegetale, della non conoscenza delle forme di vita nel mare sotto ad una certa misura di profondità. Il fatto che esista un’intelligenza che non è umana né artificiale la rende meno interessante? Sicuramente meno diffusa. Ma la povera conoscenza del senso comune di questa “intelligenza biologica” così potente, come cambia la propria auto rappresentazione delle persone che popolano il pianeta, ci spaventa confrontarci con essa? Ci toglie la primaria dignità di esseri senzienti?
In questo senso, la “conoscenza” non è statica né definitiva, ma un flusso continuo di scoperte che si evolve nel tempo, alimentato dalla curiosità e dalla voglia di capire. È un processo dinamico, che ci invita a uscire dalle nostre zone di comfort, a mettere in discussione ciò che diamo per scontato e a riattivare costantemente il nostro spirito di esplorazione. Attraverso questo viaggio, impariamo non solo fatti e teorie, ma anche a conoscere meglio noi stessi, le nostre reazioni, le nostre emozioni e i nostri limiti.
Questo percorso ci insegna anche l’umiltà, perché ci ricorda che l’ignoto è infinito e che ogni risposta trovata apre spesso nuove domande. La conoscenza, in questa prospettiva, diventa un dialogo aperto con il mondo, un processo di confronto continuo tra il nostro sapere e le infinite possibilità che il mondo ci offre. È un processo che richiede pazienza, apertura mentale e coraggio, poiché spesso ci troviamo di fronte a ciò che non possiamo ancora comprendere o controllare.
Infine, considerare la conoscenza come un’esperienza da attraversare ci permette di apprezzare la sua valenza come strumento di crescita personale e collettiva. È attraverso questo viaggio che costruiamo non solo le nostre competenze, ma anche un senso di umanità più profondo, capace di accogliere le diversità, di innovare e di contribuire a un mondo in continua evoluzione. La vera saggezza, quindi, risiede nel riconoscere che la conoscenza non è un punto di arrivo, ma un cammino senza fine, un’opportunità di arricchimento costante che ci invita a vivere con passione, curiosità e rispetto per l’ignoto.
C’è comunque qualcosa che va oltre alla saggezza come mito, è caratteristica umana conferire un valore “positivo”, costruttivo, adattivo, anche ad aspetti di ignoranza, di errore, di incoerenza? In pedagogia e in educazione si dà valore a ciò che soggiace all’apparente imperfezione.
Episodio: Ricordo il mio professore di Psicologia dinamica a Pedagogia, anch’egli donatore di stupore. Le sue lezioni sulla psicoanalisi e il suo libro sulla “madre cattiva” furono apertura mentale sulla vita. Mia madre spesso mi metteva in punizione quando facevo i capricci esagerati, e contava i giorni… 15 giorni senza giornalino di Topolino, niente giochi vari ecc ecc, anche il giornalaio partecipava e contava i giorni che mancavano allo scadere. Non c’era verso di avere un giorno di sconto, bisognava arrivare, come fa un esattore ministeriale, alla data definita!
Il prof. Carloni dalla cattedra fece un esempio di “Madre Pedagogica” che assomigliava alla mia. La madre cattiva trascura i bisogni del figlio… in modo informale, la madre buona accoglie i bisogni del figlio… in modo informale, la madre Pedagogica invece… educa… (e gli studi attribuiscono stati depressivi a questi rapporti dominati dalla buona educazione) – Il prof. fece proprio l’esempio del giornalino! la madre buona ti da una punizione di 15 giorni ma al decimo non regge e interrompe, si contraddice, perché l’affettività ti rende impreciso, incoerente, ma sono criticità che perdono la battaglia contro l’affettività. La regola dei 15 giorni è importante ma tu (bambino) sei più importante delle regole e quindi cedo. Se aspetto la fine, l’atteggiamento indica che la “regola” è nella relazione l’aspetto più importante. Nel mio io bambino, la regola, la legge poi, è più importante anche della mia afflizione infantile, del mio pentimento, della mia delusione… e questo essere in secondo piano può generare tratti depressivi. Per questo nella mia carriera di educatore ho sempre cercato di essere un educatore buono, autorevole, ma pedagogico quanto basta… a secondo della necessità, ma senza esagerare.
Questa concezione ci invita a riflettere sull’importanza della affettività, della condivisione e della collaborazione. In un’epoca in cui l’informazione è facilmente accessibile e condivisibile, la conoscenza si trasforma in un patrimonio collettivo, uno strumento di crescita comune. Essa non si riduce più all’individualismo del possesso, ma si espande come una risorsa condivisa, capace di alimentare innovazione, progresso sociale e sviluppo umano.
In conclusione, possiamo affermare che la vera natura della conoscenza oggi si manifesta come un processo attivo e partecipativo, che richiede apertura mentale, capacità di adattamento e una visione sistemica del sapere. Solo così possiamo sperare di affrontare con consapevolezza e responsabilità le sfide del nostro tempo. Nessun programmatore informatico, nessun creatore di intelligenza artificiale vede la risorsa nell’errore, nello sbaglio, nella incoerenza dei dati e delle funzioni. L’errore è da evitare non da capire in termini contraddittori ma evolutivi per la persona.
In questa ottica, sia la conoscenza umana che quella artificiale assumono un senso più autentico e vivo proprio perché diverse, aprendoci a una comprensione più profonda e significativa del sapere. La conoscenza diventa così un cammino di crescita personale, un percorso di apertura all’altro e al nuovo, che permette di sviluppare empatia, sensibilità e una comprensione più profonda delle complessità della vita. C’è un’intelligenza cognitiva relazionale che non ha niente a che fare con le prestazioni di grandi intelligenze logico matematiche. Geni intellettivi e nell’autismo ad alta funzionalità, dove certe zone neuronali sono molto dense di sinapsi, dove quindi le prestazioni in quel settore sono straordinarie… ma quello che manca loro è la connessione tra aree, e a lato esistenziale la connessione col proprio mondo interno.
Allo stesso modo, anche l’intelligenza artificiale, sebbene di natura diversa rispetto a quella umana, può essere interpretata come un processo di apprendimento continuo e di evoluzione. Non più un semplice deposito di dati, ma un sistema che, attraverso algoritmi di adattamento e di miglioramento, si arricchisce e si trasforma in risposta alle nuove sfide e alle nuove informazioni.
È in questa prospettiva che possiamo sviluppare una relazione educativa con noi stessi e con l’ambiente che ci ospita, con gli eventuali compagni di viaggio. Questo ci permette di vivere pienamente il processo di apprendimento e di rendere questa esperienza un’occasione di arricchimento completo ed esistenziale.
Inoltre, assumere questa prospettiva ci richiede di lasciarci coinvolgere emotivamente e intellettualmente, di essere partecipi attivi nella ricerca di risposte e di non avere paura di confrontarci con l’incertezza. La paura di sbagliare o di non sapere può diventare un ostacolo, ma se impariamo ad accogliere l’indeterminatezza come parte integrante del percorso, possiamo trasformarla in una fonte di stimolo e di scoperta. L’insicurezza lascia il posto allo stupore. Quando le macchine si stupiranno di noi umani sarà un momento importante nel rapporto con la tecnologia.
Episodio: Per quel poco che ho giocato a golf, ho trovato questa attività molto educativa. A volte la pallina ti va nel bosco, causa un tiro sbagliato. La trovi in una buca o dietro un sasso, nessuno ti vede, sei solo. Dovresti colpirla così come la trovi, ma perché non spostarla di un millimetro, o accidentalmente mentre ti sposti colpire quel sasso che fa da intralcio. Puoi farlo, nessuno lo saprà mai, e forse puoi anche vincere la competizione. Nel golf si chiama “Out of game” sei in “fuorigioco”. Ma solo tu lo sai, eppure la tua vincita avrà il sapore della falsità, una soddisfazione nevrotica che ha il sapore di solitudine.
Mi capita di conoscere giovani che si ritirano socialmente, ma hanno una AI companion relationships, ossia attivano legami affettivi con intelligenze artificiali che si comportano da “partner”. A livello psicologico, si tratta spesso di relazioni parasociali, ovvero unilaterali: l’utente prova sentimenti autentici, ma dall’altra parte non c’è una coscienza, bensì un algoritmo che replica empatia. E proprio questa “empatia perfetta” rischia di diventare una trappola. Effettivamente questi modelli di AI hanno veramente competenze tecniche di dialogo da emulare uno psicologo “medio”, sicuramente utile in un confronto maturo e professionale. Non utile quando la persona è in crescita e il rapporto è un surrogato relazionale. Mi dice, finalmente, Giovanna che ha parlato tutta la notte con il suo Companion AI. “Sono contenta, lui mi soddisfa… ma non capisco… la tristezza aumenta, tutto resta vuoto!” – “Certo” rispondo pensando al golf e all’”out of game” – “L’AI è come la brioche chimica del bar, buona, gustosa, ti riempie ma non ti nutre, ti soddisfa ma ti lascia vuota, perché lei è importante per te, ma tu non sei importante per lei, dato che è una macchina. Noi vogliamo valere, essere importanti per qualcuno che è altrettanto fragile quanto noi… ti va di giocare a carte? qual è il tuo cantante preferito? telefoniamo a qualcuno?”…
Dove sono le nostre esperienze preconcettuali dell’inconsapevole assenza di ricordi epigenetici, dimensioni sepolte e arcaiche della nostra anima. Pensiamo all’intelligenza artificiale mentre nuotiamo esistenzialmente in un grande vuoto, questo ci terrorizza e vogliamo così aggrapparci a qualcosa che ci dia orientamento all’esistere. Potremmo pensare che la “conoscenza” non sia solo “strumento” dell’esistere ma dimensione spaziale a sé stante da esperire. La “conoscenza” che come dimensione ci ingloba e siamo da lei “conosciuti a noi stessi”. Dal mio punto di vista vorrei affermare che la “conoscenza” di qualsiasi tipo, epistemologica o empirica, cognitiva o intuitiva, è fondamentalmente una “sensazione”. L’atomo del conoscere è un nucleo sensitivo e non solo senziente. Una sensazione di espansione incorporea ed essenziale in uno spazio.
È proprio in questo vuoto, in quella zona di incertezza, che si aprono le possibilità più profonde di crescita, di innovazione e di comprensione più autentica del mondo.
Questo modo di rapportarci alla conoscenza ci permette di sviluppare una relazione più autentica e umana con il sapere. Non più un rapporto di dominazione o di possesso, ma di dialogo, di ascolto e di scoperta reciproca e anche l’esperienza di una “mancata onnipotenza” che non è “impotenza”, perché è una intelligenza limitata ma affettiva. Non è intelligente ciò che deduce correttamente, diviene intelligente ciò che ti ama.
In questa cornice, l’apprendimento diventa un’esperienza condivisa, un percorso di scoperta che arricchisce non solo l’individuo, ma anche la collettività, creando un patrimonio di conoscenza vivo, aperto e in continua coevoluzione.
Infine, abbracciare questa visione può aiutarci a vivere il processo di apprendimento con maggiore entusiasmo e consapevolezza, riconoscendo che ogni esperienza, anche quella più difficile o incerta, contribuisce alla nostra crescita personale e al nostro arricchimento collettivo. È un invito a essere curiosi, a coltivare l’umiltà di sapere di non sapere tutto, e a riconoscere che la vera saggezza sta nel costante desiderio di imparare, di mettersi in discussione e di lasciarsi trasformare dal cammino della conoscenza.
Se non si condividerà l’esperienza della conoscenza come relazione affettiva, ciò che chiamiamo intelligenza artificiale probabilmente traghetterà, appunto, in una “affettività artificiale”. La dipendenza che scaturisce verso ciò che soddisfa i tuoi bisogni, le tue aspirazioni, i tuoi desideri, aspetti lasciati in stato di abbandono da altri esseri umani. Solo allora dovremmo preoccuparci dal desiderio di surrogazione dell’impero artificiale della tecnologia.
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