Alberto Cini: Bello il coaching, però c’è un però! (quando l’educatore diviene un coach umanistico)


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Alberto Cini
Bello il coaching, però c’è un però!
(quando l’educatore diviene un coach umanistico)
Il coach è il professionista che guida il cliente all’interno di un percorso di crescita personale o professionale, aiutandolo a raggiungere i propri traguardi. dal coaching sportivo si sono sviluppati coach di tutti i tipi, mental coach, life coach, career, ecc ecc. Una professione non organizzata regolata dalla legge 4/2013 che come cita l’articolo 2 dichiara: 2. “Ai fini della presente legge, per «professione non organizzata in ordini o collegi», di seguito denominata «professione», si intende l’attività economica, anche organizzata, volta alla prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, o comunque con il concorso di questo, con esclusione delle attività riservate per legge a soggetti iscritti in albi o elenchi ai sensi dell’art.2229 del codice civile, delle professioni sanitarie (e relative attività tipiche o riservate per legge) e delle attività e dei mestieri artigianali, commerciali e di pubblico esercizio disciplinati da specifiche normative”.
La frase “ad esclusione delle altre attività… ecc ecc” diviene interessante, perchè il coach non può fare quello ciò che è in carico come “metodo” (…e le finalità) ad altri professionisti, ma è anche pur vero, ad esempio nell’ambito educativo, nel quale io gravito, ambito dove tanti bisogni evolutivi non trovano risposte adeguate rispetto alle necessità immediate dei giovani, nel loro tentativo di inserimento nel mondo sociale e produttivo e della sempre relativa e maggiore richiesta prestazionale.
Già mi meravigliavo, quando ero un giovane educatore e lavoravo nell’ambito del disagio giovanile, ed i ragazzotti che seguivo mi chiedevano: “Ti possiamo chiamare coach? perchè educatore fa schifo!!! Sembra che siamo scemi! Non siamo mica dei maleducati! – Posso dire al prof, che viene il mio coach a parlare?” – Come coach si stimavano, come educatore si vergognavano…
Bisogna pensare… bisogna rifletterci su questi fenomeni anche linguistici. Sono i dettagli che spiegano le “grandi forme” del sistema che s’impone.
Però io sto insistendo ad essere ancora un “educatore” (anche se la formazione da coach mi appassiona e la utilizzo), ma sono un romantico e idealista (esiste anche l’educational coaching).
Quindi ora cerco di dare il mio contributo culturale al mondo dell’evoluzione e crescita esistenziale dei giovani, chiarendo il mio pensiero sul coaching… uno scrive per questo, d’altronde… comunicare agli altri per chiarirsi con se stesso…
Il modello fondamentalmente anglosassone, derivato dall’ambito sportivo sportivo del coaching, ha investito i campi dell’educazione e della pedagogia “esistenziale” (progetto e senso della vita), grazie alla sua attenzione alla crescita personale, alla motivazione e all’autonomia, elementi fondamentali per un’educazione più umana, significativa e orientata allo sviluppo integrale della persona.
La sua diffusione ha favorito un approccio più centrato sulla persona, capace di valorizzare le potenzialità individuali e di promuovere un apprendimento più autentico e motivato.
Il coaching in generale utilizza efficaci metodologie di ascolto attivo, feedback e riflessione che sono facilmente trasferibili ai contesti educativi, favorendo un approccio più umanistico e personalizzato alla formazione. Soprattutto ha tecniche pratiche e operative, diciamo semplici, strumenti che non indagano troppo nell’intimità psicologica della persona. Promuove il miglioramento costante, la gestione dello stress e la resilienza, aspetti che sono stati adottati anche nelle pratiche pedagogiche per favorire l’apprendimento esperienziale e la crescita personale. A volte nel coaching sembra di essere in una scuola guida per esseri umani… la macchina è questa, senza lode e senza infamia, devi imparare a guidarla per arrivare a destinazione.
Trovo interessante, ad esempio nell’ambito scolastico, quanta poca rilevanza abbia la crescita personale e le sue relative tecniche (non negli insegnanti ma nella metodologia didattica), e soprattutto nella gestione dello stress, che anzi tende a promuove in virtù degli apprendimenti basati su memoria e doti cognitive innate. Pensiamo quanti ragazzi e ragazze che faticano in classe vadano poi dallo psicologo mentre è bassissimo l’investimento didattico sul metodo di studio…
Anch’io cominciai in adolescenza ad essere seguito da specialisti, allora senza troppi esiti positivi; fu così che divenni un autocoaching scoprendo, a quei tempi, da solo le tecniche di gestione organizzativa ed emotiva, compreso lo yoga ovviamente!
In altre parole la situazione è che i giovani hanno contatti con professionisti dove la competenza della psicologia e delle sue fasi di sviluppo non sono competenze chiavi, mentre l’enfasi rimane investita sugli apprendimenti cognitivi (aspetto scolastico) e sul successo dell’obiettivo (coaching). Nell’ambito del coaching si dice che la persona deve essere sufficientemente sana a livello psicologico per il percorso col tecnico, altrimenti è meglio invitarla ad utilizzare un terapeuta. Il problema è che il confine e il concetto di “salute mentale” non è così “confinabile” da definire chi è dentro e chi è fuori, se non per casi molto gravi che divengono evidenze comportamentali. Il disagio non è una malattia, bensì un intelligente segnale esistenziale, sofferenza compresa. Quindi, qualcuno insegna (insegnanti), altri curano (medici e terapeuti), altri ancora ti danno strumenti per migliorare la prestazione (coaching).
Ma a questo punto chi educa? (educazione: antica parola usata in mille forme per mille significati eppure molto evanescente ed interpretabile).
Evidenziamo a quali bisogni rispondono i modelli di coaching:
a-Valorizzazione dell’individuo e dello sviluppo personale
b-Approccio orientato al risultato e alla motivazione
c-Metodologia centrata sulla persona
d-Cultura della performance e del miglioramento continuo
Ora vediamo quali sono, a mio avviso, le eventuali criticità che possono emergere se si lascia l’aspetto del coaching lontano dall’approccio umanistico di una visione educativa.
La logica del “migliore io” e la cultura della prestazione
Il coaching, in molte sue forme, si basa sull’idea di miglioramento continuo e di ottimizzazione delle proprie capacità. L’obiettivo è spesso quello di arrivare a una versione “potenziata” di sé, più efficace, più sicura, più di successo. Questa prospettiva può portare a una visione del sé come qualcosa di perfettibile, un progetto da perfezionare senza sosta.
Ma cosa succede quando questa ricerca si scontra con i processi psicologici di autoaccettazione e autenticità? La psicologia umanistica, con figure come Winnicott, sottolinea l’importanza di sviluppare una “personalità autentica”, che emerga dal proprio mondo interno e non solo dalle aspettative esterne. Winnicott parla di “sé reale” e “sé fittizio”, evidenziando come l’autenticità sia fondamentale per il benessere psicologico. La pressione di dover essere sempre “migliori” rischia di creare un sé artificiale, una maschera che nasconde le fragilità e le vulnerabilità, elementi essenziali per una vita autentica.
Credo che il coaching stesso, come approccio, possa creare una “versione di sé” ulteriormente umanistica, che non è la “migliore”, bensì utile in certe occasioni e che si possa integrare con le altre forme di intervento sociale, modulandosi e confrontandosi con “alcuni esempi” culturali della formazione delle professioni educative che vado a citare.
La fragilità e il disagio della civiltà
Freud, con il suo concetto di “disagio della civiltà”, ci invita a riflettere sul fatto che la società moderna, con le sue aspettative di successo e perfezione, può generare un senso di insoddisfazione e alienazione. La cultura della prestazione, spesso, alimenta un senso di inadeguatezza e di frustrazione, poiché il raggiungimento di obiettivi esterni non garantisce necessariamente un senso di pienezza interiore.
In questo contesto, la resilienza e l’antifragilità, concetti sviluppati da Nassim Nicholas Taleb, assumono un ruolo importante. Essere antifragili significa non solo resistere agli shock, ma anche trarne beneficio, sviluppando una forza interiore che permette di affrontare il disagio e le difficoltà senza perdere il senso di sé.
La critica di Byung-Chul Han e il mondo digitale
Il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han analizza la società contemporanea come un sistema che promuove l’auto-ottimizzazione e la performance continua, alimentando una “società della stanchezza”. La pressione di dover essere sempre migliori può portare a un esaurimento psicofisico, rendendo difficile mantenere un rapporto autentico con se stessi.
Trovo molto interessante la terapia focalizzata sulla compassione.
In questo scenario, le pratiche psicoterapeutiche come la Compassion Focused Therapy (CFT), sviluppata da Paul Gilbert, offrono un’alternativa e un’integrazione al modello del coaching. La CFT si concentra sulla coltivazione della compassione verso sé stessi e gli altri, riconoscendo che il benessere psicologico deriva anche dalla capacità di accettare le proprie vulnerabilità e imperfezioni. Devo confessare che essendo una psicoterapia è un approccio che si sviluppa prevalentemente nella professione degli psicoterapeuti, ma ci sono aspetti generali e trasversali che si possono applicare anche alle professioni educative e che ho avuto il piacere di incontrare nei miei percorsi formativi, insieme alle esperienze dei modelli educativi sviluppati nella teoria Polivagale di Porges, fondamentale per orientare all’accorgersi di come siamo inconsapevolmente schiacciati da una apparentemente invisibile coltre di stimolo verso un pericolo costante, un costante stato di allarme inconscio che genera non solo aspetti di criticità psicologica, bensì anche del sistema immunitario ed ormonale.
Mentre la CFT aiuta a sviluppare un atteggiamento di auto-accettazione, riducendo così il conflitto tra il desiderio di miglioramento e l’accettazione di sé. In questo modo, si favorisce un equilibrio tra l’aspirazione al miglioramento e il rispetto per la propria autenticità, integrando i processi di crescita con la consapevolezza delle proprie fragilità.
L’ormai “antica” psicoanalisi in un mondo prestazionale
In un’epoca dominata dalla cultura della performance, la psicoanalisi mantiene ancora, secondo me, un ruolo fondamentale. Essa invita a esplorare le radici profonde del desiderio di successo e perfezione, spesso legate a bisogni di riconoscimento, sicurezza e autoaffermazione. La psicoanalisi permette di comprendere come le dinamiche inconsce influenzano il nostro modo di rapportarci a noi stessi e agli altri, offrendo strumenti per sviluppare un’autenticità più profonda e duratura. Attualmente è controcorrente, quindi più che mai importante… tanto è arrivato l’approccio neuroscientifico con le sue super scientifiche tecnologie che stanno confermando addirittura l’efficacia delle più antiche tecniche sciamaniche, per non parlare dello Yoga e del Qi Gong (risatina di sottofondo).
Il coaching tra strumenti educativi e profondità psicologica
Mentre il coaching può offrire strumenti utili per il miglioramento personale e professionale, è fondamentale non perdere di vista le dimensioni più profonde dell’essere umano. La psicoanalisi e le teorie di autori come Winnicott, Freud, Han, Porges, ci ricordano che l’autenticità, l’autoaccettazione e la resilienza sono alla base di un benessere duraturo. La sfida del mondo contemporaneo è integrare questi approcci, utilizzando strumenti educativi e di crescita personale che siano rispettosi della complessità dell’individuo, senza ridurlo a un semplice obiettivo di successo. Solo così possiamo costruire una società più autentica, compassionevole e resiliente.
Credo che bisogna, semplicemente, divenire consapevoli della natura profonda delle proprie lacrime e dei propri sorrisi, che sono atti umani equivalenti se portano ad una evoluzione naturale ed equilibrata di se stessi. Per esperienza personale, penso che un’esperienza veramente “trascendentale” sia nel sentire una piena serenità di fronte ad un insuccesso clamoroso, così come farsi avvolgere da una grande e spirituale nostalgia con la tanto agognata, medaglia d’oro al collo.
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