Valerio Romitelli: Sovranismo? No grazie! Nostalgie stataliste e nuovi orizzonti politici

| 12 Gennaio 2014 | Comments (0)

 

 

 

 

Il ritorno della sovranità nazionale è tema di moda. In Italia è forse più che altrove giustificato (punto 1). Ma resta anacronistico (punti 2, 3, 4), quindi inefficace a contrastare la dottrina “territorialista” dominante a livello geopolitico  (punto 5). Politiche partitiche e movimenti antipolitici oggi sono incentrati sulla cittadinanza, ma ad essa si accompagna sempre più una condizione di “semicittadinanza”  (punto 6). Un’alleanza con gli stranieri senza capitali (punto 7) potrebbe essere il cuore di politiche adeguate a ciò che l’Italia sta divenendo (punto 8).

 

1. Una sovranità segretamente limitata

Tra i tanti problemi che assillano il nostro paese ce n’è uno particolarmente grave, quanto costantemente rimosso. Si tratta del fatto che la Repubblica italiana ha sempre sofferto di una sovranità tanto più limitata, quanto più ufficialmente negata. Una condizione, questa, che risale addirittura alla Seconda Guerra Mondiale e al modo in cui l’Italia ne è uscita: come nazione in parte vinta, al pari delle altre dell'”Asse”, in parte riscattata dall’esperienza partigiana, la quale poi però viene del tutto disattesa nelle sue speranze di definitiva rottura col Ventennio fascista.

Semplificando al massimo, si possono distinguere due ordini di fattori di tale sovranità limitata: quelli esterni e quelli interni.

Tra i primi sono da menzionare i condizionamenti atlantici, che hanno fatto del nostro paese “la Bulgaria” della Nato. Né si possono dimenticare gli enormi condizionamenti che la Repubblica italiana ha continuato a concordare con lo Stato della Chiesa più organizzata e potente del mondo.

Tra i fattori interni di limitazione della sovranità italiana è invece da menzionare soprattutto il ” familismo” che segmenta ogni ambito sociale ed istituzionale in clan fondati su conoscenze personali esclusive – quelle che rispondono alla formula ” se non conosci nessuno, non sei nessuno!”. Un costume, questo, che ha favorito nel nostro paese, insieme alla notevole corruzione politica, l’esistenza di associazioni criminali, anch’esse tra le più potenti ed organizzate del mondo.

Sono queste tra le principali condizioni esterne ed interne che non hanno mai permesso alla Repubblica Italiana di esercitare una propria sovranità territoriale, oltre che una politica estera indipendente. E qui sta anche l’origine delle sue stesse note disfunzioni burocratiche: costretto sempre a mediare con fattori eterogenei alla platea dei semplici cittadini, lo Stato repubblicano si è trovato a derogare a quegli automatismi procedurali ed impersonali che soli rendono il funzionamento di una burocrazia simile a quell’ideale meccanico riconosciuto  necessario allo sviluppo del capitalismo – tra gli altri, tanto da Marx quanto da Weber.

L’assenza di proprie strategie geopolitiche non ha comunque impedito al nostro paese di diventare uno dei più ricchi del mondo nel secondo dopoguerra. Anzi forse lo ha persino favorito, fintantoché il bipolarismo dello scenario internazionale rendeva la penisola una tra le poste più rilevanti del gioco conflittuale tra est ed ovest e nord e sud del mondo. Il rimescolamento delle carte dovuto alla fine di tale bipolarismo dopo i primi anni ’90, indebolendo l’importanza del nostro paese nello scacchiere internazionale, ha innescato invece l’inizio del declino economico italiano. E oggi, nell’imperversare di una crisi globale oramai quinquennale, non c’è paese che paia meno capace di riprendersi del nostro. Malfunzionamento dello Stato, corruzione e incertezze del quadro politico sono unanimemente considerate tra le principali cause di tale declino, il quale continua penalizzare quel che resta di uno dei già più invidiati patrimoni industriali, sempre attivo anche sui mercati internazionali.

In tale contesto la questione della sovranità limitata della nostra Repubblica ritorna giustamente d’attualità. Al centro dell’attenzione c’è il tema della sovranità monetaria che il nostro paese ha ceduto con l’adozione dell’euro. Ma non sorprende che accanto alle nostalgie della lira, si stiano facendo strada pure nostalgie dette sovraniste.

 

2 Ritorno al passato ?

Sotto questa categoria, in un certo senso, si può includere tutto e il contrario di tutto. Da un lato, gli autonomisti, ad esempio, sardi e catalani, che arrogano alla loro regione una sovranità mai detenuta in tempi moderni. Dall’altro, gli euroscettici esacerbati dalla recessione in corso i quali perorano l’idea di rilanciare non solo sul piano monetario la sovranità perduta dei singoli Stati nazionali. E ancora: da un lato, nazionalisti, più o meno neo-, che rimpiangono uno Stato macho e superdotato, dall’altro, convinti democratici per i quali la difesa dei diritti e del welfare è possibile solo se a garantirla c’è uno Stato provvidenziale.

Un punto però accumuna tutte queste diverse versioni del sovranismo: che la sovranità statale è un obiettivo politico prioritario. Da conquistare o ripristinare.

Ora, è quasi ovvio che quando il presente è incerto e il futuro fa paura si vada cercare nel passato la fonte di qualche speranza. Qualcosa di simile accade anche in certe esperienze artistiche o scientifiche le quali vanno a ripescare nel passato spunti di ispirazione o visuali dimenticate. Tutto il Rinascimento italiano, ad esempio, avvenne notoriamente nel segno di un ritorno alla classicità pagana dopo secoli di egemonia culturale religiosa. Ed è da qui che è venuta anche quella radicale svolta epistemologica che si è compiuta grazie soprattutto a Galileo e che doveva cambiare il modo stesso di concepire mondo ed universo, oltre che aprire la via al proliferare delle scienze dette moderne cioè sperimentali. Non ogni revival è dunque sterile, ma a condizione di non credere che così si possano regolare i conti col presente.

Fatto sta che nel perorare oggi in Europa la causa di un ricostituirsi rafforzato degli Stati nazionali  si finisce comunque per auspicare una restaurazione del tutto anacronistica. I concetti di Stato e sovranità sono in effetti sempre necessari in infiniti ambiti, ma non possono più essere tra le categorie guida di un pensiero politico all’altezza dei nostri tempi. Tali concetti risalgono, infatti, ad un’epoca oramai lontana anni luce, pre-galileiana, nella quale esistevano praticamente solo due scienze, quella teologica e quella giuridica, e la terra era vista come una piattaforma racchiusa dalla calotta dei cieli, oltre la quale aveva il suo posto Dio. Il tutto insomma concepito secondo un ordine fisso nel quale i sovrani avevano potere per volere divino su un determinato territorio e grazie ad un corpo collettivo, lo Stato, allo stesso modo in cui papa e preti esercitavano il loro potere spirituale grazie al corpo della Chiesa. La grande svolta moderna dell’attribuire la sovranità al popolo ha certo rappresentato un cruciale cambiamento rivoluzionario, ma ha lasciato inalterata un’idea di fondo che è progressivamente diventata sempre più arcaica: l’idea secondo la quale la sovranità statale resta sempre un dato fisso e immutabile, che può essere anche momentaneamente negato o variamente interpretato, ma che è destinato a riaffermarsi comunque, in quanto corrispondente ad un ordine soprannaturale del mondo.

Per rendersi conto di quanto poco la realtà contemporanea corrisponda a questa idea giovano almeno due riflessioni .

 

3. Declassamento dello Stato

La prima riguarda la distinzione (in generale marxista e più specificamente gramsciana) tra classe dirigente e classe dominante Ove per direzione si intende un indirizzo politico culturalmente egemonico, mentre per dominio si intende il semplice esercizio, anche violento, di un potere coercitivo. Ora fino all’incirca alla seconda guerra mondiale si può dire che la classe dirigente fosse costituita dai partiti politici, dagli impiegati e dai funzionari di Stato, mentre la classe dominante era formata dai “padroni” di industrie e finanza. In altre parole fino ad una settantina d’anni fa era ancora  pertinente l’assunto marxiano secondo il quale gli Stati funzionavano come “comitati d’affari” dei capitalisti. A partire all’incirca dalla seconda guerra mondiale le cose hanno invece cominciato a prendere tutt’un’altra piega che si è affermata senza limiti cogli anni ’90 – ossia dopo il crollo dell’Urss e la definitiva conversione capitalista della Cina. Da allora in poi col trionfo globale del neoliberismo e di slogan come “meno Stato, più mercato”, è accaduto che i ceti politici e statali si sono ritrovati a decidere sempre meno delle strategie capitalistiche, divenendo piuttosto degli esecutori di direttive provenienti da altrove. Dirigente di tutto è infatti divenuto il “mercato”, ossia le lobby che lo condizionano. Quelle che per secoli erano state le classi dirigenti, ossia rappresentanti politici e funzionari statali, sono stati quindi detronizzati e ridotti a svolgere loro quel ruolo di dominio sull’economia e la società che era stato dei “padroni”.

Questo declassamento dello Stato e del suo personale ad esecutori delle strategie decise dal “mercato” è per altro ammissione esplicita, riconosciuta unanimemente come cambiamento necessario. Le “riforme” dei cui oggi si parla ovunque è di questo che trattano sempre.

La versione democratica di questa storia porta a dire che se non sono più gli Stati a dirigere i destini del mondo, è perché a farlo è il popolo degli investitori e dei consumatori che formano il “mercato” e che siamo tutti noi. In molti dubitano di questa versione e ritengono che questo popolo sia sempre condizionato da una classe dirigente che continua ad imporre le proprie decisioni, ma non più su una scena pubblica, ma dietro le quinte della scena edificante dove “domanda” e “offerta” appaiono come due leggiadre ninfe alla perpetua e libera rincorsa l’una dell’altra.

Ma lasciamo perdere il dibattito sui poteri della superclasse delle grandi lobby finanziarie che orientano a loro modo i destini del mondo. Attestiamoci sul fatto che gli Stati continuano sì ad esistere, ma non sono più loro. E da almeno più di vent’anni. Nel senso che sono sì sempre più controllori e repressivi, ma con sempre meno potere di decidere cosa controllare e reprimere. Credere in  loro, prendersela con loro o vagheggiare di sostituirsi a loro non porta dunque da nessuna parte.

 

4. Poteri squilibrati e Stati a pezzi

La seconda riflessione riguarda quello che ogni teoria costituzionale spiega: cioè che l’unità dello Stato si fonda sull’equilibrio dei tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Ora, il fatto è che nessuno di questi poteri da nessuna parte del mondo funziona come dovrebbe secondo questa teoria. Alle leggi dei parlamenti si sono sostituti sempre più decreti governativi, cosicché il potere detto esecutivo in quanto dovrebbe eseguire, in realtà,  si sta sostituendo sempre più sistematicamente al potere detto legislativo. D’altra parte, gli stessi governi, mentre fanno di tutto per restringere i loro apparati amministrativi e i loro interventi sociali, si pongono sempre più al servizio del “mercato”. Quanto poi ai tribunali, specie nelle cause più politicamente rilevanti, si lasciano oramai  condizionare dall’ opinione pubblica e dai media che la formano. E tutto ciò, solo per citare i fenomeni disgregativi più macroscopici.

Stati ridotti così, con poteri del tutto squilibrati, li ritroviamo praticamente in ogni latitudine. Non si tratta dunque di Stati d’eccezione. Né possono essere pensati tramite questa categoria limite. Si tratta piuttosto di Stati a pezzi. In essi non c’è infatti alcuna unità credibile, secondo l’unico sapere, quello giuridico e costituzionale, che li ha tradizionalmente definiti. Ecco perché non ha oggi più senso l’obiettivo rivoluzionario per eccellenza che era “spezzare” la macchina dello Stato. Mentre l’ipotesi di rifondare una sua unità sovrana si scontra con l’impossibilità di richiedere uno scatto di vigore fecondativo al decrepito sapere giuridico e costituzionale.

 

5. Territorialismo?

Tutto ciò significa che la sovranità statale è solo un’anticaglia da lasciare oltraggiare da qualsiasi aggressione “umanitaria”, come in Irak, Libia e in tanti altri casi simili ? Assolutamente no. Significa solo prendere atto che dalla fine della seconda guerra mondiale ovunque la sovranità nazionale non è stata più considerata un dato scontato, “sacro”e “inviolabile”, ma è divenuta costante posta in gioco di strategie politiche che non hanno esattamente gli Stati come protagonisti. La storia dei condizionamenti internazionali della Repubblica italiana, da questo punto di vista, non è che una delle più emblematiche tra le tante storie simili originatesi a partire dalla metà degli anni ’40.

Oggi più che mai tale disincanto nei confronti di qualsiasi sovranità statale si afferma senza remore. Lo dimostra, ad esempio, la differenza tra il caso Libia e il caso Siria. Ciò che ha deciso l’aggressione nel primo caso, mentre nel secondo no, non è infatti stato un risveglio del rispetto sovranista nella cosiddetta “comunità internazionale”, ma è stato il mutato atteggiamento di Russia e Cina. E se queste due potenze globali non hanno accettato che la Siria venisse distrutta come la Libia, ciò è dipeso da un mutare delle loro strategie politiche. Il perché di questo mutamento è questione a parte. Il punto è che questi casi attestano senza ombra di dubbio come tutta la “comunità internazionale” dia oramai per scontato che ogni sovranità si sia ridotta ad un “pezzo di carta”, da sventolare o stracciare a seconda delle più mutevoli contingenze dell’arena geopolitica.

Se questo cinismo nelle relazioni internazionali è possibile, ciò dipende anche dalla dottrina oggi dominante a livello geopolitico e che si può qualificare come “territorialista”. In effetti, con “territorio” oggi si intende praticamente ogni ambito locale, regionale o macroregionale distinto e opposto rispetto agli spazi definiti da confini di Stato. Privilegiando il primo anziché i secondi si presume di far emergere realtà geografiche, sociali ed economiche che sarebbero invece sacrificate dal centralismo delle ideologie nazionali. La pluralità frammentata del territorio si presenterebbe così come alternativa all’ unità sovrana di Stato. Il tutto nella supposizione che la prima sia più vicina e direttamente percepibile dalle comunità dei cittadini, mentre la seconda finisca per offrire il destro alla corruzione delle burocrazie pubbliche. Così la democrazia “dal basso” parrebbe essere promossa contro l’autoreferenzialità dei palazzi ministeriali avvolti nelle loro nebbie verticistiche.

Ma anche qui il fatto è che nei tempi che corrono a ridisegnare i territori in un senso post-nazionale o trans-nazionale non sono quasi mai le popolazioni che li occupano, ma ben più spesso le lobby e i governi che hanno gli attributi per farlo. Così sono solo loro a trarre profitto da questa visione del mondo che lo riduce ad insieme di territori ampiamente esposti agli alea della concorrenza tra strategie a portata globale.

In realtà, se oggi gli Stati e dunque le nazioni stanno andando in pezzi, ciò non significa che li si possa distruggere impunemente (come dimostrano le disastrose guerre civili seguite agli interventi “umanitari” in Somalia, Iraq, Libia e altrove) o che si possa prescindere dalle loro tradizionali e persistenti conseguenze specie in termini di ricchezza linguistica e culturale. Come valorizzare questa ricchezza senza ridurla a folklore o attrattiva turistica è quindi problema aperto.

Non giova, da questo punto di vista, tentare di interpretare la dottrina dominante, territorialista e antisovranista, in termini di lotta di classe. Nei dibattiti sulla globalizzazione ci sono infatti opinioni che contestano la tesi dell’indebolimento degli Stati a fronte delle potenti lobby del “mercato”, riconoscendo anzi l’accresciuta ingerenza degli apparati pubblici nel regolamentare, sorvegliare e reprimere la vita dei cittadini. Da questa angolatura, le istituzioni pubbliche di ogni nazione sarebbero quindi divenute una sorta di guardie del corpo dell’ordine “imperiale” contro il quale lotterebbe la “moltitudine” cooperante e cosmopolitica. Ma così non solo si rischia di agevolare quel  disordine mondiale di cui solo le lobby del mercato possono trarre vantaggio, ma si oscura anche l’unica questione che può orientare in questo disordine: la questione di quali politiche sul piano nazionale possano rinnovare profondamente anche lo scenario internazionale nel limitare l’onnipresente  strapotere delle lobby economiche e finanziarie.

 

6. La dilagante condizione di “semicittadinanza”

Per cominciare a pensare tale questione è necessario riconoscere che ovunque qualsiasi politica non può più far riferimento ad uno Stato funzionante come una macchina, dotato di poteri tutti suoi, tra loro uniti e coerenti, ma ha a che fare con un insieme largamente informe, fatto di corpi e meccanismi amministrativi, alcuni dei quali irrimediabilmente usurati, altri riattivabili.

Lo dimostrano ad esempio le politiche “d’austerità” che attualmente dominano in Europa e che hanno tutte come priorità le “Riforme” di ogni Stato: ossia una selezione delle istituzioni pubbliche finalizzata ad riutilizzarne alcuni pezzi ( soprattutto quelli funzionali agli imperativi dei “mercati”), e lasciarne deperire altri ( soprattutto quelli dediti ai servizi sociali). Riforme simili sono evidentemente un servizio reso al “mercato”. Ma non tutti i cittadini degli Stati europei si lasciano convincere che in questo modo vengono fatti anche i loro interessi. Di qui l’apatia e l’antipatia che circonda le politiche dominanti in questi Stati, dove gli appelli per una “cittadinanza più attiva e partecipata” in senso europeistico non riescono a tacitare i movimenti dichiaratamente antipolitici. Malgrado qualche dubbio euroscettico qua e là emergente, tale tipo di cittadinanza è invocata anche da quella sorta di partito unico di “centro” (“-destra” e “- sinistra”) al potere in Italia. I loro adepti immaginano un incontro ancora possibile tra governati e governanti, tra l'”alto” e il “basso” della sovranità popolare.

In alternativa, sempre restando in Italia, ci sono movimenti come quello “5 Stelle” o dei “Forconi”, i quali immaginano invece che i governati possano divenire in quanto tali governanti. “Mandare i politici tutti a casa” suppone in effetti che nessuno li dovrà sostituire in avvenire. Il “basso” della sovranità popolare è così supposto elevarsi senza rimpiazzare l'”alto” e facendolo invece dissolvere per sempre. Anche qui alcuni pezzi di Stato sono considerati da buttare ( tutto quello che puzza di burocrazia inutile e corrotta), altri ( dediti a garantire i diritti dei cittadini) da valorizzare.  Questa prospettiva rigeneratrice della sovranità popolare è giustificata anzitutto in nome delle “meravigliose sorti e progressive” della tecnologia. Ma si tratta di una profezia già variamente raccontata e mai verificata. Mentre l’800 celebrava il treno come protagonista di cambiamenti epocali univoci ed irreversibili, così oggi è internet il “deus ex machina” di molte fantasie puerili sul nostro tempo.

Resta che politiche dominanti e movimenti antipolitici si trovano d’accordo nel rivendicare la cittadinanza, i diritti del cittadino, come loro fonte prima di legittimità. Ma sta di fatto che col deperire delle funzioni sociali degli Stati, col sottomettersi delle sovranità nazionali agli imperativi dei mercati, anche i diritti di cittadinanza sono in via di decomposizione. Che può infatti significare “essere cittadino” per chi si ritrova a vivere con 3/4 euro all’ora, ottenute non sempre, senza alcuna garanzia per la salute, né contributi pensionistici? Non è forse questa la condizione sempre più condivisa in Italia, in Grecia e in tutti gli altri paesi “maiali” ( Piigs), specie tra i giovani? Invece di celebrare le virtù della cittadinanza e dei suoi diritti non è quindi il caso piuttosto di concentrare l’attenzione su quella condizione simile ad una “semi-cittadinanza” che sta toccando sempre più vaste popolazioni della “periferia” europea?

Ora se si ammette che le nostalgie sovraniste consistono nell’immaginarsi il ritorno ad uno Stato tutto d’un pezzo, si potrà forse dire qualcosa di molto diverso dell’auspicato ritorno ad una piena cittadinanza, fruente di tutti i suoi diritti, perfino a quello di un reddito garantito? o non si dovrà piuttosto riconoscere che anche in questo caso, tranne poche ed ambigue eccezioni, non si tratta di altro che una fantasia nostalgica senza senso, se non conservatore?

 

7.Per una nuova alleanza

Ecco dunque un dilemma politico oggi decisivo:  restaurare figure del passato (Stato e cittadinanza) o immergersi nel presente ( quello che rende “semicittadine” sempre più vaste popolazioni anche in Europa)? Nel secondo caso, un obiettivo balza subito agli occhi: quello della possibile e necessaria alleanza di queste ultime popolazioni con quelle cosiddette “clandestine” e “semiclandestine”. Ossia degli stranieri che stanno già vivendo una condizione simile a quella in cui molti “semicittadini” europei stanno precipitando.

L’Italia da questa angolatura si trova in una situazione singolare. La relativamente recente immigrazione di stranieri senza capitali, vista per lo più come un problema economico, potrebbe diventare una risorsa politica. La varietà di provenienza degli stranieri che affluiscono nel nostro paese contrasta oggettivamente con l’esistenza dei più coriacei segmenti che hanno favorito le diseguaglianze interne di questo paese: il monopolio religioso della Chiesa Cattolica e il diffuso potere di clan più o meno famigliari, più o meno istituzionali, più o meno massonici o criminali. Una maggiore varietà di tradizioni religiose e etniche non può che giovare a rendere il nostro paese un paese più eguale per chiunque cui capiti viverci. Senza considerare altri aspetti, come quello per cui, se fosse per gli italiani d.o.c., i giovani sarebbero già una specie in via d’estinzione. Che piaccia o meno, quello dell’Italia, sarà un avvenire ben più meticcio del presente e tutto dipenderà da come verrà politicamente trattato questo profondo cambiamento.

Il problema principale è che ad essere all’avanguardia in questa materia è nientemeno che la Chiesa e le associazioni cattoliche. Non per nulla, il documento più significativo sull’immigrazione  resta il dossier annualmente redatto dalla Caritas! Ma neanche qui l’appello per contrastare questo primato in un affare così cruciale per il nostro paese può essere rivolto allo Stato, dal momento che da tempo immemore sono proprio i suoi accordi più o meno espliciti con la Chiesa ad affidare le questioni della povertà al volontariato cattolico.

Altro problema è costituito dalle resistenze xenofobe e razzista che si manifestano tra gli italiani meno sensibili all’ecumenismo del messaggio cattolico. Loro cavallo di battaglia è il noto postulato secondo il quale gli stranieri ruberebbero agli italiani il lavoro – come se il suo mercato non fosse essenzialmente deciso dagli interventi e/o dalla inerzia dei governi. Ne consegue che tutti i dibattiti a proposito dell’immigrazione hanno come priorità discutere come e quanto lo Stato ne debba contenere i flussi. Un terreno questo, dove hanno buon gioco appunto i più tradizionali argomenti xenofobi e razzisti.  Stando alla Chiesa simili abiezioni dipenderebbero dall’egoismo insito nell’animo umano come il peccato originale. Ma anche qui il problema è invece sempre lo stesso: quello, per così dire sovranista, che si crea dal momento che si pretende di mantenere la priorità politica dello Stato e alla cittadinanza. In effetti, è chiaro che se si vuol fare politica anzitutto “da italiani” e “per italiani”, in quanto detentori di carta d’identità, gli stranieri privi di capitali non possono che apparire quanto meno fastidiosi parassiti: tutt’al più da tollerare, ma sempre solo entro certi limiti. Così è obbligata a ragionare ogni politica che abbia come prima missione la caccia al voto degli aventi diritto. Tra quest’ultima missione e quella dell’accoglienza degli stranieri c’è dunque un profondo dissidio. Né lo si risolve promuovendo ad elettori gli immigrati più integrati. La loro stragrande maggioranza ne resterà infatti priva, se è vero che i loro flussi sono destinati a non esaurirsi, mentre  è ben improbabile che il “nostro” Stato si dimostrerà più accogliente di quello che è stato finora.

 

8. L’Italia come è e come sta divenendo

Si profila così una profonda contraddizione tra l’Italia così come è (stata) e ciò che sta divenendo. Il che significa che per affrontare questa contraddizione occorre pensare a politiche libere da vincoli statali ed elettorali. Dunque non solo minoritarie, ma anche controcorrente. Anche a rischio di impopolarità. Vale la pena di ricordare in proposito che, contrariamente a tanta retorica antifascista, l’unica esperienza politica che ha riscattato l’Italia dal ventennio fascista, quella partigiana, delle bande partigiane, fu anch’essa del tutto minoritaria e controcorrente laddove principalmente ebbe luogo, all’interno dei territori repubblichini.

Il nostro paese, in realtà, pullula di esperienze di volontariato cattolico e non, le quali organizzano servizi fondamentali per le popolazioni di italiani e stranieri socialmente disagiati. Ad elaborare e indirizzare l’insieme di queste esperienze resta però anzitutto la Chiesa. Pietà, filantropia e appelli alla provvidenza misericordiosa  avvolgono così questa realtà emarginata, ma cruciale per l’avvenire del nostro paese. A meno di non volere chiudersi e tentare di resistere all’ incedere di tale avvenire, occorrerebbe cominciare a chiedersi che politiche richiede e rende possibili l’incontro tra i cittadini italiani con sempre meno diritti e gli stranieri più o meno “clandestini”.

Per farlo una delle prime condizioni sarebbe sicuramente una vasta inchiesta ad hoc, capace di sormontare quella frammentazione di visuale che è quasi inevitabile, date le infinite parrocchie, città e clan dai quali il nostro paese resta diviso.

Ma altra condizione, ancora più prioritaria, sarebbe l’esistenza di soggetti collettivi in grado di assumere la missione di una tale inchiesta. Problema dei problemi diventa allora come potrebbero prendere corpo soggetti simili, in un tempo come l’attuale in cui la rete informatica assorbe e penalizza praticamente ogni intelligenza.

Di sicuro c’è che solo la ricerca di alleanze tra cittadini declassati e stranieri senza capitali potrebbe far da bussola per ripensare un nuovo futuro tanto per la politica interna, quanto per la politica estera del nostro paese. Solo il formarsi di queste alleanze permetterebbe infatti di cercare risposte a domande cruciali come: quali sono i pezzi della nostra Repubblica in grado di accogliere le grandi sfide dell’avvenire e quindi di rinnovarsi? quali invece sono destinati ad un progressivo deperimento? come il nostro paese potrebbe accantonare la sua tradizionale subordinazione alle più potenti strategie globali per divenire invece uno spazio per decisioni indipendenti, sia in Europa, sia nello scacchiere internazionale?

 

Category: Politica

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About Valerio Romitelli: Valerio Romitelli (1948) insegna Metodologia delle Scienze Sociali e Storia dei Movimenti e dei Partiti Politici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna. Dirige il Gruppo di Ricerche di Etnografia del Pensiero (Grep) presso il Dipartimento di Discipline Storiche Antropologiche e Geografiche dell’Università di Bologna. Tra i suoi libri: Gli dei che stavamo per essere (Gedit, 2004), Etnografia del pensiero. Ipotesi e ricerche (Carocci, 2005), Fuori dalla società della conoscenza (Infinito, 2009).

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