Roberto Bianco: Pirateria, la realtà nuova di un fenomeno antico

| 6 Ottobre 2012 | Comments (0)

 

 

 

Bruno Pellizzari è libero. Il titolare della Farnesina Giulio Terzi, «che ha seguito personalmente le fasi cruciali della liberazione, lo ha appena comunicato ai familiari». E’ quanto ha annunciato il ministero degli Esteri in una nota. Lo skipper italiano, sequestrato insieme alla compagna sudafricana Deborah Calitz mentre lavorava su uno yacht a largo della costa della Tanzania, vive da anni in Sudafrica. Si conclude così una vicenda iniziata il 26 ottobre 2010, quando il nostro cittadino e la sua compagna vennero sequestrati da pirati somali sulla ‘Sy Choizil’ al largo della costa della Tanzania. «Desidero ringraziare -, ha affermato Terzi, – tutte le Istituzioni che grazie al loro lavoro tenace hanno consentito di giungere al risultato di oggi, al quale hanno fornito un contributo determinante anche le autorità somale del Governo Federale Transitorio». Lo skipper italiano e la sua compagna sudafricana erano stati sequestrati il 26 ottobre 2010 mentre erano in navigazione al largo delle coste della Tanzania. Ventitrè i connazionali tornati in libertà negli ultimi mesi Con Pellizzari sale a 23 il numero degli ostaggi italiani liberati negli ultimi mesi. A fine novembre è terminata l’odissea della nave Rosalia D’Amato 1, con sei italiani a bordo. A dicembre avevano potuto fare ritorno a casa i cinque marittimi della nave Savina Caylyn 2, rimasta 11 mesi nelle mani dei pirati al largo della Somalia. Sempre a dicembre era finito l’incubo di Francesco Azzarà 3, rapito il 14 agosto 2011 nel Sud Darfur. Si è conclusa in poche settimane, ad aprile di quest’anno, la brutta avventura di Claudio Colangelo e Paolo Bosusco 4, rapiti a marzo nello Stato indiano dell’Orissa. Il 17 aprile è stata liberata Sandra Mariani 5, sequestrata il 2 febbraio dell’anno scorso in Algeria, e pochi giorni dopo ha ritrovato la libertà anche l’equipaggio della nave Enrico Ievoli 6, sequestrata dai pirati il 27 dicembre con a bordo anche sei marinai italiani mentre navigava nel Mar Arabico. Infine, il 1 giugno ha ritrovato la libertà Modesto Di Girolamo 7, rapito quattro giorni prima da un commando armato in Nigeria.

21 aprile 1896: “I pirati della Malesia” è il terzo romanzo del ciclo indo-malese dello scrittore Emilio Salgari. La trama segue direttamente il precedente libro, “I misteri della jungla nera” e vede per la prima volta Sandokan e Tremal-Naik , alleati contro il perfido britannico James Brooke, Il “raja bianco di Sarawak”.

2 novembre 2011 – Malesia: i pubblici ministeri di Kuala Lumpur hanno chiesto di applicare la pena di morte contro sette cittadini somali, presunti pirati, accusati di avere attaccato una nave malese nel Golfo di Aden. I somali – alcuni minorenni – sono accusati anche di avere preso in ostaggio i 23 membri dell’equipaggio e di averli tenuti prigionieri a bordo, contro richiesta di un riscatto, dal 20 gennaio 2011 (giorno dell’assalto) alla loro liberazione, avvenuta alcuni mesi dopo, allorquando forze speciali malesi hanno preso d’assalto la nave e liberato l’equipaggio, mentre i pirati somali sono stati portati in Malesia, dove i pubblici ministeri ci ricordano che il reato di “pirateria per mare” per la legge malese – che dai tempi Sandokan non è affatto cambiata – comporta la pena di morte per impiccagione. Il processo è in corso e gli avvocati (nominati d’ufficio) affermano che almeno tre dei presunti pirati, se condannati, dovranno vedersi commutare la pena capitale in pene detentive, perché minorenni al tempo dei fatti (ed ancora oggi) [1]. Panoramica di Kuala Lumpur Gli sforzi per perseguire le persone sospettate di pirateria si rinnovano, chiaro segnale di una posizione più rigida dei paesi interessati dal fenomeno, compresi quelli europei [2], preoccupati dell’estensione del fenomeno nel Golfo di Aden e al largo delle coste della Somalia, che si affacciano su di una delle rotte più trafficate al mondo per le spedizioni navali, che dal 1972 al 2007 hanno subito in questa Regione uno sbalorditivo incremento del 234% [3]. Molti presunti pirati arrestati dalla marina militare vengono rilasciati dopo essere stati disarmati perché alcune nazioni sono riluttanti a sostenere i costi di un processo e della successiva prigionia, mentre altri temono che i sospetti possano chiedere asilo. “Ci complimentiamo con la decisione del governo malese di perseguire i pirati”, ha detto Noel Choong, capo centro della pirateria all’ International Maritime Bureau ( http://www.icc-ccs.org/piracy-reporting-centre ) di Kuala Lumpur. Gli Stati Uniti fanno la loro parte: nel mese di novembre 2011, una giuria dello Stato della Virginia ha condannato cinque somali accusati di “pirateria per mare” per il loro attacco a una nave della US Navy (!), ossia alla Marina militare degli Stati Uniti. La sentenza, emanata a marzo 2012, ha comminato altrettanti ergastoli, ma la vera soluzione consisterebbe nel creare condizioni di pace e stabilità in Somalia.

18 febbraio 2011 – Oceano Indiano – La “pirateria per mare” non si trova solo nei film oppure nei romanzi di Salgari, o di Stevenson. La petroliera italiana Savina Caylyn – della società armatrice Fratelli D’Amato di Napoli con 22 marinai a bordo, 5 italiani e 17 indiani – è stata attaccata e catturata il da pirati mentre era in navigazione nell’oceano Indiano. Sul posto si sta dirigendo la fregata Zeffiro della Marina Militare Italiana. La nave si trovava a 880 miglia dalla Somalia e a 500 miglia dall’India. Golfo di Aden. La nave mercantile Savina Caylyn, della marina mercantile italiana Sotto attacco – L’attacco alla nave Savina Caylyn – nave varata nel 2008, lunga 266 metri, larga 46 e con 105 mila tonnellate di stazza – è avvenuto, alle 06:57 ora italiana, da parte di un barchino montato da cinque pirati. Sono stati esplosi vari colpi di mitra e razzi RPG. La petroliera abbordata era diretta a Pasir Gudang, in Malaysia. Sempre secondo quanto è stato possibile apprendere, dalle 7,27 sarebbe in mano dei pirati. Non si ha notizia di feriti. La Zeffiro si trova nell’oceano Indiano nell’ambito della missione antipirateria Atlanta dell’Unione europea e si sta dirigendo nell’area dove è avvenuto l’attacco che raggiungerà in un paio di giorni, essendo distante circa 580 miglia (oltre 1.000 km). – «Stiamo monitorando la posizione della nave, che ha ridotto la velocità e non segue una rotta precisa… », ha riferito il capitano di fregata Cosimo Nicastro, del Comando generale della Guardia Costiera, parlando a SkyTg24. « …questo ci fa pensare che i pirati siano saliti a bordo». All’esito farevole dell’epilogo della vicenda si è associato alla gioia dei familiari dell’equipaggio della Savina Caylyn anche il neo-Ministro degli esteri: “Ho seguito personalmente le ultime fasi del rilascio” ha detto il Ministro degli Esteri Giulio Terzi, che ha così inaugurato l’inizio della sua carriera di governo.

 

La U.E. e la pirateria: la” missione navale Atalanta”

Questo è il nome imposto all’operazione navale dell’Unione Europea volta a prevenire e reprimere gli atti di pirateria marittima lungo le coste della Somalia in sostegno alle Risoluzioni nn.1814,1816,1838 e 1846 adottate nel 2008 dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Essa consiste nel proteggere le navi mercantili che transitano per il Mar Rosso anche con attività di scorta alle navi mercantili del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, incaricate di consegnare aiuti alimentari in Somalia. Secondo la Marina Militare Italiana, le navi dell’Unione Europea operano in una zona che comprende un’area che va dal Golfo di Aden, al Corno d’Africa e all’Oceano Indiano, spingendosi fino alle Isole Seychelles.

8 dicembre 2008 – l´UE ha dato il via alla “Missione navale Atalanta” per porre fine agli atti di pirateria perpetrati al largo delle coste somale e con lo scopo generale di proteggere le navi, in particolare quelle utilizzate dal programma alimentare mondiale (Pam) con un carico destinato agli sfollati in Somalia. Almeno 1.200 persone partecipano all´operazione. La Francia, la Grecia e l´Inghilterra partecipano attivamente alla missione mentre la Germania, l´Italia, la Spagna, l´Olanda ed il Belgio dovrebbero aderirvi in un secondo momento. Ma non si può dire che la missione abbia contrastato il fenomeno: tutt’altro: solo nel 2010, nel tratto di mare antistante il Corno d´Africa, si sono registrati oltre cento atti di pirateria di cui molti messi a segno con le armi e poi usando la violenza contri i membri degli equipaggi, dopo la cattura scambiati poi a fronte di un riscatto. Il bottino dei pirati si aggirerebbe intorno ai 90 milioni di euro senza contare le 17 navi mercantili sequestrate e tuttora in loro possesso. “E´ difficile contrastare gli atti di pirateria, ma la nostra risposta di fronte ad attacchi, che possiamo definire terroristici, sarà ferma”, ha dichiarato l´eurodeputato Filip Kaczmarek (Ppe-de). Ma l’Europa anche qui è divisa e non tutti sono d´accordo sul definire “i pirati” somali dei terroristi: per l´eurodeputata Ana Gomes (Pse): “si tratta di semplici pescatori che hanno tentato di difendere le loro zone di pesca depredate dalle navi straniere”. Un aspetto sul quale tutti gli eurodeputati si trovano d´accordo riguarda la necessità di stabilizzare la situazione politica in Somalia, poiché la missione Atalanta, da sola, non sarà sufficiente per porre fine al problema della pirateria. L´onorevole Gomes ha espresso il suo disappunto sul ruolo dell´Unione europea nella gestione di questo dossier. Secondo la deputata, l´Unione dovrebbe piuttosto preoccuparsi di aiutare il popolo somalo a uscire dall´anarchia che regna da ormai troppo tempo nel paese e non a limitarsi alla sola protezione dei mercantili. Per l´Onorevole Kaczmarek, responsabile commissione trasporti della UE: “Non si tratta di un problema legato esclusivamente alla pesca. L´unione europea dispone di accordi in materia di pesca con molti Paesi. E´ ovvio che questo limita molto le opportunità per i pescatori locali, ma non é certo una ragione sufficiente per darsi alla pirateria. In Somalia non c´é nessuno che controlli la situazione, le autorità sono letteralmente inesistenti, di conseguenza i pirati agiscono indisturbati”. Una superpetroliera in viaggio verso le coste della Somalia

 

L’isola del tesoro: realismo storico?

Pur essendo un romanzo d’avventura, “Treasure Island” è basato su premesse sostanzialmente realistiche da un punto di vista storico. L’idea di un tesoro dei pirati nascosto su un’isola dei Caraibi, per esempio, è coerente con la storia della pirateria nel XVIII secolo. Fra il 1713 e il 1725 l’Oceano Atlantico era percorso da migliaia di pirati, di cui le navi mercantili erano facile preda. Gli stessi equipaggi dei mercantili attaccati, sottopagati e maltrattati dai loro padroni, non raramente si ammutinavano per unirsi agli aggressori. Treasure Island, “L’Isola del Tesoro”, con la copertina dell’edizione 1911 In questo contesto, è noto che molti dei grandi pirati dell’epoca (si pensi per esempio a personaggi come Barbanera o Henry Morgan) fossero in grado di accumulare in modo piuttosto rapido grandi ricchezze. Tuttavia, non sempre era facile trovare un mercato in cui rivendere le ricchezze depredate, che quindi venivano nascoste in luoghi sicuri in attesa di poter essere smaltite. Dunque la descrizione che Robert Luis Stevenson (ritratto qui accanto) fa dei pirati nel suo romanzo è, nei tratti generali, verosimile. La pirateria era un’attività pericolosa che richiedeva energia e buone condizioni fisiche, e quindi adatta soprattutto a uomini giovani. Il combattimento continuo aveva il suo prezzo in termini di menomazioni fisiche (da cui lo stereotipo del pirata con l’uncino al posto di una mano, e la benda sull’occhio). Molti personaggi di Treasure Island appartengono alla categoria degli ex pirati, troppo anziani e malconci per continuare le loro scorrerie sui mari, che si trovavano a cercare il modo di barcamenarsi (per esempio cercando di trafugare un tesoro). Anche il modo in cui i pirati eleggono Silver a loro capo o lo depongono in diversi momenti della storia riflette il fatto, storicamente veritiero, che la pirateria era un’attività in cui il sistema di comando era, almeno in senso lato, piuttosto “democratico”, perché certamente basato su di una sorta di cameratesco consenso.

 

I pirati di Aden e la superpetroliera

Clamoroso colpo dei pirati fu l’abbordaggio di una superpetroliera con un carico di 2 milioni di barili di greggio (100 milioni di valore solo il carico). L’impresa pazzesca, impensabile prima, rinverdisce il mito dei pirati della Tortuga e di Libertalia (la repubblica fondata anche da un prete italiano nel Madagascar), con qualche complicazione, però: qui i pirati che hanno assalito il natante si sono apertamente dichiarati come combattenti inspirati da ideali “alqaidisti” e questo muta non poco lo scenario, anche sotto un profilo di tutele assicurative prestate ai mezzi navali assaliti. La superpetroliera, battente bandiera liberiana (come nei migliori spy story) e con stazza di 318.000 tonnellate, è stata raggiunta e abbordata dai pirati a 450 miglia nautiche al largo di Mombasa, dunque in acque internazionali all’altezza della costa keniota (perciò vicino alla Somalia). I 25 membri dell’equipaggio sono inglesi, croati, polacchi, filippini e arabi. Godrebbero tutti di buone condizioni fisiche. L’attacco arriva dopo la decisione di un pattugliamento internazionale nelle acque della zona. Evidentemente i pirati hanno colpito anche epr dare una dimostrazione di forza: si tratta poi di operazioni assai lucrose, che i servizi di intelligence occidentali non escludono possano davvero servono pure a finanziare Al Qaida e i ribelli somali (sul punto: “Somalia: alle origini di vent’anni di emergenza umanitaria”, di Maria Concetta Fogliaro, Inchiesta, Anno XXXXI, n. 173, luglio-settembre 2011), e per giunta hanno un forte richiamo mediatico per la crudeltà, l’efficienza e la spettacolarità con le quali vengono condotte le azioni. Golfo di Aden. La fregata ‘Maestrale’ della Marina militare italiana sventa un assalto dei pirati

 

E l’Italia ?

22 Maggio 2009 – Alcuni pirati hanno tentato un arrembaggio ad un mercantile, usando anche armi automatiche, per poi darsi alla fuga all’arrivo della nave militare italiana, che tuttavia è riuscita a raggiungerli e catturarli. I pirati questa volta avevano scelto come preda un’imbarcazione battente bandiera di Saint Vincent, Isole Grenadine, in navigazione nel mare del Corno d’Africa, la ‘Maria K. Non appena raccolto il segnale di allarme del cargo, il comandante della Fregata ‘Maestrale’, ha fatto alzare in volo uno dei due elicotteri ‘AB-212’ in dotazione, con a bordo alcuni militari del reggimento ‘San Marco’. Non appena raggiunti i predoni, sono stati sparati alcuni colpi di avvertimento che hanno messo in fuga la banda criminale, raggiunta poco dopo da due gommoni italiani. Ispezionando l’imbarcazione somala, i militari hanno rinvenuto armi automatiche, una sofisticata attrezzatura per le comunicazioni e strumenti per l’arrembaggio di navi, come scalette armate di rampini. Sembra, inoltre, che poco prima di arrendersi, i nove fermati, abbiano gettato in mare degli oggetti, molto probabilmente altre armi. il Consiglio d’Europa Intanto i somali arrestati restano a bordo della nave militare italiana che non è nuova ad azioni del genere, avendo già sventato altri assalti a navi mercantili, l’ultimo risalente allo scorso 5 maggio. La Maestrale si era appena staccata dalla scorta di un piccolo convoglio di imbarcazioni cargo e stava facendo rientro nel porto di Gibuti dove ha la sua base operativa. Nel tragitto ha incrociato la rotta della nave presa di mira dai pirati. L’odierna azione è avvenuta in coordinamento con le autorità militari e civili italiane. La nave in questo periodo dipende, infatti, direttamente dal comando italiano e non da quello europeo anche se è stata inviata per 3 mesi, nel mare somalo, per essere integrata alla missione europea anti pirateria ‘Atalanta’. Questo dopo i reiterati attacchi che, a volte incomprensibili (se non per un riscatto sulla testa dell’equipaggio), come quando i pirati hanno catturato il rimorchiatore ‘Buccaneer’ e il suo equipaggio, di cui dieci italiani, la missione dell’unità navale italiana ha subito una modifica. Pur essendo presente nel mare dei pirati come pattugliatore per controllare, insieme alle forze navali internazionali composte da circa 20 navi sotto comando Nato o Ue l’area di 200mila miglia quadrate dell’Oceano Indiano infestato dai pirati, essa opera principalmente al largo delle coste somale del Puntland dove è ancorato il ‘Buccaneer’ (in nome non ha giovato, in questo caso) ed è trattenuto ostaggio il suo equipaggio. Le autorità italiane non hanno più contatto con i rapitori dallo scorso 24 aprile e da allora ogni trattativa per la loro liberazione si è misteriosamente interrotta. L’inviata speciale della Farnesina, Margherita Boniver, reduce da una missione in Somalia, ha inspiegabilmente affermato che la liberazione degli ostaggi avverrà senza blitz e senza condizioni. In poche parole l’Italia non pagherà alcun riscatto. Nel frattempo, nel Golfo di Aden, il governo italiano ha inviato anche la Nave ‘San Giorgio’. Un’unità navale d’assalto e di soccorso, anfibia, con a bordo 350 uomini del battaglione San Marco che è presente nel mare dei pirati al di fuori di ogni missione di pattugliamento internazionale. La ‘San Giorgio’ dispone di 4 elicotteri da combattimento, 3 mezzi da sbarco, motoscafi ed 30 veicoli corazzati anfibi. A bordo, oltre all’equipaggio della nave, trova posto la fanteria di marina (questi uomini sono detti “marò” e sono addestrati per missioni anfibie, di sbarco e penetrazione in territorio ostile) e poi i reparti speciali della marina, gli uomini del “Comsubin”, addestrati per il salvataggio d’ostaggi in mare e per blitz sulle coste.

23 aprile 2012 Finisce l’incubo per i sei italiani che da fine dicembre si trovavano in mano dei fuorilegge del mare somali. La nave era stata sequestrata al largo delle coste dell’Oman il 27 gennaio del 2011 e successivamente portata in Somalia. Diciotto i componenti dell’equipaggio: sei italiani, cinque ucraini e sette indiani. La notizia è stata data dal Ministro degli Esteri Giulio Terzi, da Giacarta, dove si trova in missione  per un tour in Estremo Oriente.

 

Il caso Enrica Lexie

17 febbraio 2012 “Marò sparano dalla petroliera Enrica Lexie  A premere il grilletto i militari del Battaglione San Marco, fermati a sud dell’India, pressola città di Kerala, in attesa che si svolga l’indagine. Le autorità di polizia dell’India: “Erano pescatori non pirati”. La Marina italiana: “Dinamica da verificare” 2012, India, Mumbai – Il caso della ‘Enrica Lexie’ ha avuto un’improvvisa accelerazione, almeno secondo la stampa indiana. Secondo l’Hindustan Times, la polizia del Kerala ha arrestato i due militari italiani presenti sulla petroliera italiana rimasta coinvolti nella morte di due pescatori 1 scambiati per pirati, mercoledì, al largo delle coste indiane.

5 marzo 2012: I due marò del reggimento San Marco, fermati dalle autorità indiane perché sospettati di aver ucciso due pescatori, sono stati portati in carcere. Il giudice indiano che segue il caso ha infatti deciso che i due debbano scontare una condanna definitiva preventiva di tre mesi, a cui farà seguito il processo. Esponenti del governo indiano hanno già fatto sapere che non ci sarà per loro alcuna misura di clemenza e che anzi le prove nei loro confronti sono inoppugnabili. I due soldati, che peraltro si erano consegnati spontaneamente dopo l’incidente, erano stati trattenuti fino a oggi in una casa di ospitalità mentre si procedeva all’esame balistico delle loro armi. Ieri era giunto in India il nostro sottosegretario agli esteri per seguire da vicino la situazione. Aveva espresso totale fiducia nella magistratura indiana, definendola onesta. Adesso però è invece scattata la protesta del governo italiano. E’ infatti vivissima la preoccupazione espressa dal nostro esecutivo dopo la notizia del trasferimento in carcere dei due soldati. La Farnesina, tramite il ministro Terzi, ha diffuso un comunicato in cui definisce inaccettabile la decisione di arrestare i due militari E’ stato il Segretario Generale della Farnesina Giampiero Massolo a presentare la protesta all’incaricato d’affari indiano Saurabh Kumar a Roma. Massolo ha dichiarato tra l’altro che: ” …ogni sforzo viene fatto per reperire per i nostri militari strutture e condizioni di permanenza idonee”. Le autorità indiane hanno acconsentito, dopo qualche tempo, alla richiesta che ai due uomini venga concessa la libertà vigilata, ma dietro versamento di una pesante cauzione che – ad oggi – non si sa chi abbia corrisposto ai cittadini indiani che l’hanno in effetti versata. Intanto le forze politiche hanno chiesto il diretto intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in qualità di Capo delle forze armate, in quanto: “Dal secondo conflitto mondiale questa è la prima volta che due soldati italiani vengono messi in carcere in un paese straniero”. In effetti la vicenda presenta molti lati oscuri e manifesta tutta la debolezza della posizione italiana a livello internazionale. La nave mercantile italiana Enrica Lexie I due fucilieri di marina italiani prestano servizio presso il reggimento San Marco che ha sede nella caserma Carlotto di Brindisi. Lo ha confermato l’ufficio stampa del Comando in capo del dipartimento militare marittimo dello Jonio e del Canale d’Otranto. E’ diventato così permanente il confronto diplomatico fra Italia e India per la morte di due pescatori indiani, uccisi per errore dai militari italiani a bordo del mercantile Enrica Lexie. Le vittime sarebbero state scambiate per errore per pirati. L’incidente, avvenuto mercoledì a 30 miglia dalla costa indiana e dai contorni ancora poco chiari, crea tensione fra i due paesi. La forza armata italiana ha però dichiarato, con un comunicato, che “la dinamica dei fatti è ancora tutta da verificare”. La polizia di Kochi aveva dato un ultimatum per la consegna degli italiani, ultimatum che è scaduto nella notte italiana senza alcuna novità. Ma in mattinata il commissario di polizia di Kochi, Ajith Kumar, è salito a bordo della nave, ormeggiata in porto, e ha interrogato l’equipaggio. Inizialmente la polizia voleva arrestare sei membri dell’equipaggio, ma poi ne ha fermati due, ritenendo che siano stati i due marò della Marina a sparare sui pescatori disarmati. Questa la versione dell’India. Pirateria: la nave mercantile Enrico Ievoli torna a casa. I militari italiani ribadiscono invece la propia versione dei fatti, ossia di aver visto cinque persone armate all’interno di un natante in chiara rotta di accostamento alla nave italiana, e ancora di essersi limitati a sparare dei ‘warning shots’ cioè dei colpi di avvertimento in aria e in acqua, ma senza colpire l’imbarcazione. Le autorità indiane hanno aperto un’inchiesta per omicidio dopo la morte di due pescatori. Sordo ad ogni richiesta di fare ulteriore chiarezza “Le informazioni in nostro possesso indicano chiaramente che i pescatori indiani non avevano armi o munizioni a bordo della loro imbarcazione”, ha detto il Ministro degli esteri indiano, testimoniando al nostro Ministro Terzi “la forte reazione e agitazione dell’opinione pubblica della Regione del Kerala” per l’accaduto. Sia come sia, i commentatori indiani chiedono a gran voce giustizia e sottolineano con forza la tesi del governo di New Delhi secondo il quale ”dev’essere applicata la legge indiana”. Così non sarebbe, se non altro per il fatto che l’incidente (se di questo si tratta) è avvenuto in acque internazionali e non in territorio indiano, tanto che le autorità locali hanno dovuto persuadere il comandante della nave italiana (qualcuno afferma con la forza) ad entrare prima in acque indiane e poi in porto a Kochi . Il clima generale sulla vicenda è prevalentemente ostile alle tesi italiane e tutt’altro che obiettivo da parte dei media, talora con punte di gratuita falsità, come accaduto col Sunday Guardian, con l’editoriale dovesi legge che ”sembra che siamo tornati ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, quando la Marina italiana combinava pasticci e doveva poi essere salvata da quella del Fuhrer”. (Dal sito internet della Marina Militare, la lettera scritta da Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, al Capo di Stato Maggiore della Marina Militare in occasione del 151° anniversario della Forza Armata) I due fucilieri del Reggimento San Marco sono tutt’ora detenuti in India – dove si è recato pure il Presidente del Consiglio Mario Monti – e attendono gli ulteriori sviluppi della vicenda giudiziaria. Due gruppi di pirati su natanti in navigazione

 

Pirati: un interrogatorio in videoconferenza

22 maggio 2012.  Sono interrogati a Roma , in videoconferenza, i nove pirati arrestati questa mattina dalla Marina militare italiana nel golfo di Aden dopo un fallito attacco lanciato al cargo ‘Maria K’ battente bandiera di San Vincente, nelle Grenadine. I magistrati titolari dell’inchiesta, i pm Pietro Saviotti, coordinatore del ‘pool antiterrorismo’, e Giancarlo Amato, ancora in attesa di ricevere dalla Marina un’informativa completa sui fatti accaduti, chiederanno al gip, nelle prossime ore, di convalidare il provvedimento di arresto. A quel punto, il giudice, nominati un difensore d’ufficio e un interprete, potrà interrogare i nove pirati, che saranno tenuti in custodia sulla nave Maestrale, attrezzata per la videoconferenza. I nove, in caso di convalida del provvedimento restrittivo, saranno poi trasferiti in un carcere a Roma, in attesa del processo. I pm della capitale hanno anche attivato i carabinieri del Ros per gli accertamenti di rito. Ai nove arrestati sono contestati i reati di pirateria (punito fino a un massimo di venti anni di reclusione secondo il codice della navigazione), di tentato sequestro di persona e detenzione di armi. La competenza dei magistrati romani, estesa ad atti di depredazione compiuti da pirati o comandanti di navi straniere in alto mare o in acque territoriali altrui, e’ stata ribadita da un decreto legge relativamente recente (n. 209 del 30 dicembre 2010), che ha prorogato la partecipazione italiana a missioni militari internazionali. Il pm Amato è già titolare di altri tre procedimenti penali, intestati a ignoti e relativi ad altrettanti attacchi compiute da imbarcazioni straniere a navi italiane nei mesi scorsi. (AGI) dopo l’allarme lanciato dalla “Maria K”, un cargo di 21 mila tonnellate, attaccato da un barchino durante la navigazione. L’attacco dei pirati è stato fotografato dalle attrezzature della nave che batte bandiera di San Vincent e Grenadine. La fregata italiana ha fatto alzare in volo un elicottero con a bordo i “maro’” del San Marco che hanno costretto il barchino a fermarsi. Dal cielo gli uomini delle forze speciali hanno visto i pirati disfarsi di numerosi oggetti, probabilmente le armi usate per l’attacco. Il barchino e’ stato successivamente circondato dalle imbarcazioni più piccole inviate dalla nave italiana e i pirati si sono arresi senza resistenza. A bordo solo un Kalashnikov e un rilevatore di rotta Gps. I nove occupanti sono stati arrestati e portati sulla nave Maestrale.

 

Golfo di Aden, Nave italiana attaccata dai pirati

Mascate – Raffiche di mitra e colpi di bazooka contro una nave italiana in navigazione nel golfo di Aden. La Italgarland, portacontainer da 46mila tonnellate di proprietà della compagnia Italia Marittima di Trieste, è riuscita a sventare l’attacco dei pirati aumentando la velocità e mettendo in atto una serie di manovre elusive, distanziando così le imbarcazioni sulle quali si trovavano gli assalitori. Fonti del Comando generale delle Capitanerie di Porto sottolineano che l’attacco, avvenuto a circa 300 miglia dalle coste dell’Oman, non ha provocato feriti. Le fiancate della nave ed alcune delle apparecchiature di bordo sono state colpite dai colpi d’arma da fuoco.

Nave italiana sotto attacco A bordo della “Talgarland”, salpata da Danjung (Malesia) e diretta al porto di Aden, si trovano 22 persone di equipaggio, nove delle quali italiane. I pirati, otto in tutto, hanno attaccato la nave italiana a bordo di due barche da dieci metri ed hanno esploso un colpo di bazooka (che non è andato a segno) e raffiche di mitra contro l’unità italiana, che ha lanciato allarme alla centrale operativa del comando generale delle Capitanerie di Porto. Allarme raccolto anche da Nave Etna della Marina militare italiana, che al momento dell’attacco incrociava in zona a circa 300 miglia dalla Italgarland. Il comandante del portacontainer italiano, in contatto con la centrale operativa, ha quindi dato disposizioni di effettuare una serie di manovre elusive, facendo procedere la nave a zig-zag e aumentando la velocità. Le imbarcazioni dei pirati sono state così distanziate di qualche miglio e l’attacco è stato sventato. In una fotografia scattata dalla Marina USA la truppa del cargo mercantile MV Faina, battente bandiera del Belize, è fotografata con i loro sequestratori vestiti in nero. La Marina degli Stati Uniti avevano chiesto di poter controllare lo stato di salute dei sequestrati nell’Oceano indiano. Notare sia i vigilanti che sovrastano gli ostaggi alla base dell’antenna, sopra di loro, sia in basso, sulla scialuppa di salvataggio, i due pirati di guardia che danno le spalle all’obiettivo e che sorvegliano con i loro mitra le persone allineate sul bordi del parapetto. Vi è poi un altro pirata appoggiato alla scala, in T-shit rossa, con razzo lanciamissili e, sempre sulla sinistra, un altro, vestito di nero, che imbraccia un mitra (la canna puntata a sinistra) e sorveglia gli ostaggi. (è il terzo da sinistra).

 

Pirati somali e Contractors nel golfo di Aden

La drammatica crescita registrata dal fenomeno della pirateria in Somalia ha provocato un aumento sostanziale dei costi di spedizione, costringendo le compagnie di trasporto marittimo a sondare nuove strade per proteggere i preziosi carichi dai bucanieri del Corno d’Africa. Così, a fianco della flotta Nato che pattuglia il Golfo di Aden, presto potrebbero essere schierati anche contractors privati. Tra questi c’è anche la Blackwater, la compagnia di sicurezza americana assurta all’onore delle cronache per la fornitura di truppe mercenarie (per dirla politically correct: di “civilian contractors”) nei vari teatri di guerra, spesso incappate in conflitti a fuoco (assurse agli onori delle cronache quello – particolarmente cruento – avvenuto nel settembre 2007 a Baghdad). A comunicare la discesa in campo nella lotta contro i pirati è stata la stessa Blackwater, attraverso un comunicato stampa in cui rende noto di essere stata contattata da alcune compagnie marittime. Formata nel 1997 proprio da ex membri delle forze speciali della Marina Usa, la Blackwater sostiene di avere l’esperienza e la capacità, più di ogni altro concorrente, di assistere le compagnie di trasporto nel Golfo di Aden e altrove. Ma ricorrere ai contractors privati è veramente la soluzione migliore per liberare il Corno d’Africa dalla pirateria? Secondo quanto riferito dall’International Maritime Bureau, dall’inizio dell’anno i pirati somali avrebbero attaccato più di 70 imbarcazioni. Al momento, nelle loro mani ve ne sono undici, mentre sarebbero circa 200 i membri dell’equipaggio sotto sequestro e in attesa di riscatto. “Da qualche mese i pirati hanno spostato la loro zona di operazioni dall’Oceano Indiano al Golfo di Aden, colpendo imbarcazioni molto più sensibili di prima dal punto di vista economico”, spiega a Panorama.it Hans Tino Hansen, direttore della compagnia danese Risk Intelligence, specializzata in sicurezza marittima. Per il Golfo passa circa il 10% delle forniture energetiche mondiali, oltre che buona parte del commercio marittimo tra Asia ed Europa, e l’emergenza pirateria ha fatto lievitare di dieci volte i costi per l’assicurazione dei carichi. Per contrastare il fenomeno, la NATO ha deciso di inviare una flotta militare di una ventina di unità. Ma pattugliare più 2,5 milioni di chilometri quadrati di acque è un’impresa proibitiva anche per le navi della coalizione. Molti paesi che aderiscono alla NATO, inoltre, hanno commissionato ad alcune aziende del settore navale la fornitura di vascelli da combattimento privi di personale di bordo e guidati in accesso remoto: dei veri e proprio natanti robotizzati “droni” (cioè prive di personale di bordo ma guidate, con comando remoto, anche da grande distanza) che, sull’esempio di quelli in dotazione all’Aviazione militare di alcuni paesi – eventualmente con caratteristiche “stealth” (ossia non visibili ai radar) possano fungere da forza armata d’interdizione avanzata e di contrasto contro gli attacchi dei pirati, nel contempo permettendo di risparmiare sui costi, anche in termini di rischio di vite umane, del personale marittimo imbarcato. Natanti militari stealth in navigazione Per questo sia il governo americano che quello somalo hanno accolto con soddisfazione la notizia della discesa in campo delle società di sicurezza private, moderne compagnie di ventura, prima tra tutte la Blackwater (formazione privata di miliziani, strutturata con finanziamenti di soci e con le modalità di una società commerciale), organizzazione parallela alle forze armate regolari nazionali. La base Blackwater è oggi nello stato del North Carolina e s’estende su circa tremila ettari (all’interno vi è un poligono carri più varie aree per l’addestramento dei mercenari. La Compagnia possiede una propria forza aerei, di circa 90 velivoli, 76 dei quali aerei, e una propria forza marittima e navale. E come qualsiasi esercito che si rispetta ha il proprio corpo di intelligence, e le proprie forze speciali. La Blackwater dovrebbe scortare le imbarcazioni nei tratti più pericolosi di mare con una propria nave, la McArthur, appositamente equipaggiata. In questo modo, secondo quanto riferito dalla Compagnia, le navi da trasporto non sarebbero più costrette ad armare i propri equipaggi, diminuendo così il rischio di scontri a fuoco potenzialmente letali con i pirati. Più che controllare le acque territoriali somale, le compagnie private e la flotta Nato mirano a mettere in sicurezza un corridoio, situato a circa 200 km dalle coste somale, nel quale le imbarcazioni possano transitare senza problemi. Una soluzione già sperimentata negli ultimi mesi, ma che secondo Hansen non permetterà di vincere la guerra contro i pirati, i quali possono contare su più di 1.200 uomini e su equipaggiamenti militari e sistemi di comunicazione d’avanguardia. “Per sconfiggerli è necessario controllare il territorio somalo, altrimenti i pirati avranno sempre un retroterra dove potersi rifugiare”, conclude Hansen. L’impiego dei contractors, anche per limitate operazioni di scorta, desta comunque perplessità. Non è chiaro quali siano le regole di ingaggio che le compagnie private dovrebbero rispettare, e che la Nato non ha ancora specificato. Marines e mercenari assieme in Iraq (foto Reuters) Un punto che andrà chiarito per non ripetere l’eccidio di Baghdad, che ha avvelenato per mesi i rapporti tra il governo americano e quello iracheno, che aveva chiesto l’espulsione della Blackwater dal proprio territorio; anche perché, in una terra di nessuno com’è al momento la Somalia, devastata da 17 anni di guerra ininterrotta e con un governo che si regge in piedi solo grazie alle truppe inviate dall’alleata Etiopia, i contractors potrebbero sentirsi legittimati ad agire secondo necessità contingenti. Il lettone Andri Spivalks, Commissario europeo per l’emergenza e la cooperazione internazionale 2011, afferma: “La situazione nel Corno d’Africa resta estremamente complessa [ … ] la battaglia alla pirateria, che ha provocato e continua a provocare gravi danni e lutti, è una battaglia che si vince a terra, non certo sul mare”. La dichiarazione, frutto di una lunga intervista, fa riferimento alla complessa situazione somala, dove un coacervo d’interessi internazionali – già di per sé complicati e spesso “sotterranei” – s’intreccia, per non dire che qui trova il suo terreno di coltura, ad una catastrofica emergenza umanitaria, di dimensioni bibliche (sul punto: “Somalia: alle origini di vent’anni di emergenza umanitaria”, di Maria Concetta Fogliaro, Inchiesta, Anno XXXXI, n. 173, luglio-settembre 2011), annunciata da tempo come: “Il più brande disastro contemporaneo”, sulla quale stanno proliferando le milizie islamiste “Al shabaab” dichiaratamente filo Al Qaeda. Milizie “Al shabaab” “ …da circa due anni nel Putland, uno “staterello” autonomo nella parte settentrionale della Somalia, un esercito privato è attivo e va espandendosi. Nessuno avrebbe ancora saputo se non ci fossero state le rivelazioni di Julian Assange”. Così Alberto Tundo in un articolo pubblicato su www.peacereporter.net: “Si sa che a finanziare la milizia è uno stato islamico con forti interessi nell’area attraverso uno zakat, un fondo islamico che in genere raccoglie donazioni per beneficenza”.  Questa guerra ancora non conosce tregua e può accendere la miccia per nuovi e preoccupanti scenari.

 

Bibliografia

-Erminio Bagnasco, Marco Spertini. I mezzi d’assalto della X Flottiglia Mas 1940-1945, E. Albertelli Editore. Parma, 2001

-De Risio Carlo. I mezzi d’assalto, USMM – Ufficio Storico della Marina Militare. Roma, 2001

-Giorgerin, Giorgio. Attacco dal Mare. Storia dei mezzi d’assalto della Marina Italiana, Mondadori. Milano, 2007

-http://www.youtube.com/watch?v=4snmkRlIaM4

-http://www.youtube.com/watch?v=D_9TCyKNyjI&feature=related

-http://www.youtube.com/watch?v=vLTTPKYdoXM&NR=1

– http://www.youtube.com/watch?v=UqYy1yYRdL4&feature=channel

– http://www.youtube.com/watch?v=GVKoa5AmjhQ&feature=channel );

-Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI,  Eutropio, Breviarium historiae romanae Fasti triumphales AE 1930, 60.

-Livio: Ab Urbe condita libri (testo latino); Periochae (testo latino);

-Plutarco, Vita di Pompeo. Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo, II,.

-Giuseppe Antonelli, Pompeo. Il grande antagonista di Cesare, Roma, Newton & Compton, 2005.  John Leach, Pompeo, Rizzoli, Milano, 1983.

 

Questo testo è stato pubblicato in Inchiesta 176, 2012, pp. 51-59

Category: Osservatorio internazionale

About Roberto Bianco: Roberto Bianco è nato nel 1967 ed è un avvocato laureato all'Università di Bologna con specializzazioni in Diritto tributario, Contratti sui mercati internazionali, Formatore per la sicurezza aziendale e del lavoro, Mediatore e conciliatore. Bianco segue realtà che diffondono beni “Made in Italy” all'estero e le assiste sui mercati internazionali. Presta consulenza in materia commerciale e societaria, con particolare attenzione a persone o aziende orientate all'innovazione e desiderose di gestire o valorizzare titoli di proprietà industriale o intellettuale (come brevetti, design, marchi e know-how). Direttore dell’IDA “Italian Diplomatic Academy”, istituto di formazione che prepara gli studenti alla carriera diplomatica o presso istituzioni internazionali (FAO, NATO, ONU, etc.). E' presidente dell'AIR, Associazione Italiana Ristorazione, che raggruppa chef ed operatori del settore agroalimentare e ristorazione.

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