Raimondo Bultrini: Cara guerra ti scrivo…

| 28 Ottobre 2014 | Comments (0)

 

 

Diffondiamo da bultrini.blogautpre.repubblica.it del 28 ottobre 2014

 

Talvolta leggendo le cronache sembra di vivere in un incubo dal quale non riusciamo a svegliarci. Dopo i tanti colleghi giornalisti decapitati dai fanatici fondamentalisti dello Stato Islamico, arriva il video di uno di loro, costretto a scimmiottare i reporter di guerra mentre resoconta gli avvenimenti da Kobane, secondo quanto è stato istruito a fare dai suoi aguzzini.

E’ probabile che anche John Cantlie abbia deciso di convertirsi all’Islam come ha fatto, a quanto pare inutilmente, James Foley poche settimane prima. Ma a lui è stato richiesto di parlare come un burattino di fronte alle telecamere del “Califfato”, pena la morte per taglio della testa. Dunque la deumanizzazione più totale, privare un essere del centro del suo pensiero, delle cose in cui crede, far uscire dalla sua bocca con la spada del terrore parole che non avrebbe detto, frutto di pensieri che non ha mai pensato.

Non sappiamo se Cantlie riuscirà a uscire vivo nonostante il suo sforzo di compiacere i rapitori, non possiamo  che augurarglielo con tutto il cuore. Altri sono già caduti in questa guerra della quale i media sono solo una parte delle vittime. Rivedendo le cronache del tempo, appena due giorni è durata l’attenzione dedicata al nostro connazionale Simone Camilli, cameraman dell’AP saltato in aria ad agosto su una bomba israeliana assieme ad altre 5 persone a Gaza, ma anche oggi leggiamo di Majdi Mohammed e del freelance svizzero Lazar Simeonov, feriti nella West Bank dai soldati di Tel Aviv. E’ pressappoco dove 12 anni fa morì un altro collega italiano del quale si è dimenticato perfino il nome: Raffaele Ciriello. Ma in diverse aree di conflitto ci sono state vittime partite dall’Italia con la missione di informare, come in Ukraina, dove ha lasciato la sua vita Andrea Rocchelli, o Bangkok, dove quattro anni fa è morto colpito probabilmente dall’esercito thai il fotografo Fabio Polenghi.

In questa roulette russa che non accenna a fermarsi di certo ci saranno, presso l’Ordine della corporazione dei giornalisti italiani, iniziative per sostenere i tanti colleghi che vanno a rischiare la vita. Di certo ci saranno nei suoi uffici prestigiosi – ci sono nelle redazioni, ci saranno anche all’Ordine – dei giornalisti veterani dei luoghi di guerra, capaci di consigliare i più giovani decisi a tentare l’avventura in una delle tante terre pericolose da esplorare con la pelle bianca, ma anche con quella nera, olivastra, asiatica. Sarebbe interessante sapere quali sono i consigli per questi missionari del quarto potere, “Vai pure, che la fortuna ti assista”, o qualcosa di più allarmante, tipo “Fai attenzione”.

Poche settimane fa pensavo a cosa accadrebbe se i giornalisti occidentali e internazionali in genere smettessero di andare in certi luoghi infernali a cercare foto, storie, video, lasciando voce solo alla propaganda locale delle fazioni in campo (ineditamente prolissa). E’ a questo punto che ho visto la notizia di Cantlie trasformato in telecronista jihadista. Un altro bel colpo d’immagine dell’IS, non c’è che dire. Ma che cosa possiamo imparare da questa nuova lezione da parte della stampa e propaganda fondamentalista? Forse possiamo riflettere sul fatto che in questo video, più che in altri casi precedenti, si vuole ridicolizzare, umiliare i media internazionali e una certa attitudine a parlare con lo sfondo di cannonate e razzi katyusha di storie da un fronte spesso sconosciuto.

Eccolo l’inviato sul posto, chiuso nel suo recinto oltre il quale non puo’ muoversi se non vuole rischiare schegge e rapitori, con un fixer – chi puo’ permetterselo – o da solo e senza parlare la lingua, se e’ un free lance senza testate importanti alle spalle.

Forse si puo’ riflettere – in un circolo dell’Ordine o della federazione della stampa – sui tanti pericoli che i giornalisti – e gli assistenti umanitari – devono affrontare, e di quanto i colleghi sono mal pagati ed esposti a rischio non avendo soldi per un fidato accompagnatore. Ma mi domando se e quanto cambierà in termini di consapevolezza della categoria, che – per parlare dei luoghi di conflitto in nome dell’Islam – continua più o meno a sfidare scimitarre e proiettili con lo stesso spirito eroico e naive del povero Daniel Pearl, fatto a pezzi in Pakistan da gente che gli aveva promesso di fargli intervistare un grande personaggio di Al Qaeda.

Sinceramente, non credo che i militanti dell’IS o degli altri gruppi armati abbiano mai avuto problemi a farsi contattare o contattare direttamente dei giornalisti in cerca di scoop dal lato oscuro della barricata, quello dove sono dislocati i quartier generale zeppi di militanti addestrati con anni di indottrinamento. Sulle stesse cronache italiane abbiamo letto numerose interviste, compresa una nella quale il giornalista dava perfino del “tu” (sfruttando il fatto che you non è traducibile con lei) al leader islamico che gli rispondeva bruscamente, ma ampiamenmte, al telefonino cellulare di un interprete. Spiegava perché l’Occidente era destinato a perdere, e perché la causa della sua gente richiedeva la spada di Allah per riaggiustare il mondo in mano agli infedeli.

Certo è una cosa buona sapere il pensiero di un nemico che si sta combattendo. Ma perché non lasciamo parlare la loro propaganda online, ormai accessibile ovunque, comprese le traduzioni nelle altre lingue? Perché – si risponde – abbiamo altre domande da soddisfare al di là delle poche risposte fornite da questo o quel militante e leader fondamentalista. Vogliamo sapere chi sono, da dove vengono, perché lo fanno, quanto sono pericolosi e quanto ci odiano.

Detto questo, certo sarà facile notare che il numero dei reporter andati in Liberia, Sierra Leone, Guinea e negli altri Paesi colpiti da Ebola sono un numero infinitamente minore di quelli che si trovano nel breve tratto oltre il confine turco dal quale si vedono da lontano i fumi delle artiglierie Isis e curde. La ragione è ovvia, il pericolo di contrarre un virus letale e inguaribile sembra molto più alto di quello del rapimento o della scheggia volante. Non saprei spiegare la differenza, ma ci dev’essere, perché i reporter di guerra continuano ad andare e morire.

Per questo forse sarebbe il caso di parlare di più di questa inarrestabile corsa al fronte. Non per impedire ai colleghi di fare il loro nobile lavoro, del quale tutti siamo orgogliosi. Ma per invitare tutti coloro che operano nell’editoria a un minuto di silenzio. Dopo il quale parliamoci francamente: è possibile fare qualcosa per evitare azzardi troppo grossi e rischi di ripetere – come è successo a Cantlie – cio’ che ci dicono di dire, dopo averci tenuto due anni in cattività? In fondo, mandiamo i marines a proteggere le nostre navi commerciali private, perché non anche i reporter che vanno a svolgere un servizio civile?

 

Category: Osservatorio internazionale

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About Raimondo Bultrini: Raimondo Bultrini, giornalista de La Repubblica, ha lavorato all’«Unità» e a «Paese Sera», occupandosi di temi politici, giornalismo investigativo e di denuncia sociale. Successivamente il suo interesse si è spostato alle filosofie orientali, alle politiche asiatiche e al buddhismo, diventando direttore delle riviste «Oriente» e «Merigar Letter». Dopo un anno trascorso in Cina e in Tibet seguendo il professore e maestro Choegyal Namkhai Norbu, ha scritto il libro In Tibet. Ha prodotto documentari per Samarcanda, Mixer, Format e La7 tra i quali La caduta del Muro di Pechino. Dal 2000 è collaboratore dal Sud-est asiatico del gruppo editoriale la Repubblica /L’espresso e ha pubblicato oltre 500 articoli sull’Asia, seguendo gli eventi più importanti per «la Repubblica», «L’espresso», «il Venerdì», «Limes» e «D donna». Dopo l’11 Settembre 2001 è stato inviato in Pakistan e Afghanistan. Nel 2002 ha diretto il film documentario Madre Teresa, una santa indiana. Fra le sue più importanti interviste, ci sono quelle effettuate nei numerosi incontri con il Dalai lama. Vive in Thailandia. Ha pubblicato: I prefetti e la zarina (1995); Il demone e il Dalai Lama: Tra Tibet e Cina. Mistica di un triplice omicidio (Baldini e Castoldi, 2008); Il diario di un viaggio in Tibet con Chögyal Namkhai Norbu (Edizioni Shang-shung)

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