Cristina Biondi: 46 Nuovo Dizionario delle parole italiane, Da “Veni, vidi, vici” a “La sfasatura del Bancomat”

| 25 Novembre 2021 | Comments (0)

 

 

46  Nuovo dizionario delle parole italiane

 

VENI, VIDI, VICI

Enunciato assertivo, coraggioso, fulmineo. Oggi non lo sarebbe abbastanza da sfuggire allo stacco pubblicitario, tre parole si prestano comunque a venir farcite di immagini di gelati, materassi, contratti assicurativi. Dopo il “veni”, potrebbe comparire la reclam del campeggio Rubicone, voi per una modica cifra potreste montare e smontare le tende senza sentirvi gravati dal peso di decisioni irrevocabili. Perché dovreste appropriarvi con la forza di un territorio, quando il gestore vi offre una bella piazzola per un prezzo ragionevole e, finita la vacanza, potreste tornarvene a casa vostra senza colpo ferire? Lo spot seguente potrebbe reclamizzare uno spray antizanzare: dal momento che siete stati così sprovveduti da campeggiare in una zona ricca di acque, lasciatevi consigliare e salvate la pelle, non avete da temere la spada ma le piccole infide creature che assalgono a tradimento gli intrusi. Terzo spot: barbecue e salsicce. Dopo il “vidi”: pubblicità di occhiali, cannocchiali, barbecue e salsicce (repetita iuvant). Dopo il “vici”, verranno reclamizzate: la lotteria di capodanno, le estrazioni del lotto, il servizio di piatti offerto in dono insieme al materasso in lattice, barbecue e salsicce (repetita iuvant sed stufant?). Noi eredi dei latini, nipoti di chi “venne, vide e vinse”, per indicare la capacità di prendere iniziative e decisioni usiamo una parola inglese: agency, tradotta: agentività. Certo, se prima di passare il Rubicone dovete vaccinarvi contro il tetano e l’encefalite da zecche, rifornirvi, oltre che di vettovagliamenti, dello spray antizanzare, della crema solare e relativo doposole, del siero antivipera, del farmaco che brucia il colesterolo delle salsicce e di quello che neutralizza l’acidità gastrica causata dalle suddette, della Diavolina ecologica accendifuoco e dell’estintore per gestire il barbecue senza rischi, potreste sviluppare personalità passivo aggressive o passive dipendenti. Purtroppo conosco le inclinazioni del mio carattere: nessuna impresa eroica, nessuna giusta causa potrebbe motivarmi a prendere le distanze dalle salsicce.

 

MINUTI DI PUBBLICITÀ

Ogni spot dura un paio di minuti. È bello avere un cane per un paio di minuti, riempirgli la pancia versando in una ciotola il contenuto di una bustina che si apre a strappo secondo una linea già tracciata. Se il nostro cane pesa cinque chili, esiste la confezione dosata apposta per lui, idem se ne pesa 45. Lui scodinzola per dieci secondi ed è tutto preso dai nostri gesti: al momento non vuole andare a scavare una buca in giardino, né correre in strada nonostante la pioggia e non si sogna nemmeno di rosicchiare le nostre ciabatte. Poi, nello spot successivo, il nostro alter ego si dedica con entusiasmo a passare il panno magico su quaranta centimetri quadrati delle piastrelle del bagno. Lo spot finisce prima che l’entusiasmo si spenga a causa delle quattro ore necessarie per una pulizia completa dell’appartamento. Si passa allo yogurt: sulla nostra tazza piove ogni ben di Dio: frutta tagliata a cubetti minuscoli, scaglie di cioccolata. La nostra è la beatitudine di chi gode dello jus primae noctis, in nessuno spot compare l’espressione sazia e annoiata di chi ha deciso che per non sprecare nulla deve trangugiarsi tutto il contenuto del tazzone: quanto basterebbe per tre colazioni normali. Nessuno è distratto da cupi pensieri quando prepara la pasta, la contemplazione per venti secondi dello spaghetto ci riconnette al lato solare e gioioso della vita. Funziona a patto che lo spaghetto presto scompaia, insieme a figli, coniugi, amici e parenti che hanno condiviso per quell’istante la nostra tavola. Lo spaghetto è il tutto, ma non gli vengono concessi dieci minuti di cottura, che permetterebbero al nonno di raccontarci per l’ennesima volta le sue avventure in Australia, a zia Concetta di lamentarsi del dolore all’anca, né nostro figlio può approfittare del momento per chiederci i soldi per la pizza.

Dormire su un buon materasso per 3 minuti è un controsenso e i pubblicitari pensano di ovviare all’inconveniente replicando quei tre minuti a ogni stacco pubblicitario. E qui l’esasperazione ci resuscita: il nostro cuore non si limita a funzionare a 60 battiti al minuto, ma è capace di emozioni: “fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta!”. Non c’è da preoccuparsi, non c’è il tempo per riunirci a coorte o innalzare barricate e bruciare materassi per strada, inquinando il pianeta e creando intralcio alla circolazione: l’Italia che s’è desta si alzerà finalmente dal divano, spegnendo il televisore.

 

I SOLDI PER IL GELATO

Interessante e noiosa al tempo stesso, una trasmissione televisiva sulle trame dei faccendieri mi ha indotto a pensare che le complesse e disoneste condotte degli umani siano riconducibili al mistero dei soldi. Nella mia esperienza il rapporto con il denaro è iniziato quando per la prima volta ho chiesto e ottenuto i soldi per il gelato. I pranzi, le cene e le merende avevano a che fare solo con il potere materno: la mamma imponeva, concedeva, prometteva e vietava secondo complesse e spesso estenuanti dinamiche interpersonali. Era lei che acquistava, programmava, decideva, premiava o puniva e sapeva persino fare dolci che profumavano la cucina. Il gelato non aveva odore, proprio come i soldi e tra me e lui, tra la mia richiesta e la possibilità di ottenerlo, c’era quella moneta di metallo stampato che non si consumava, ma era destinata a venir scambiata all’infinito. Il gelato invece si squagliava, bisognava leccarlo con attenzione e l’impegno a non lasciarlo cadere mi faceva dimenticare la monetina che non avevo più, ma che avrei dovuto procurarmi il giorno dopo, identica alla precedente, richiesta ai miei genitori per l’identico motivo. Mentre mia madre chiacchierava con il salumaio, spettegolava con la panettiera, socializzando in modo maturo e consapevole, io davo il mio soldino al gelataio e aspettavo senza fiatare, né io né lui eravamo tentati da giochi di seduzione, la monetina viaggiante garantiva la correttezza del mio ingresso nella società degli scambi. Come esiste nello sviluppo infantile la fase dello specchio, esiste con tutta probabilità la fase del gelato, dalla quale dipende la propria attitudine verso i soldi. La mia propensione a compiere gesti disinteressati, e la mia incapacità di dare un senso all’accumulo esagerato di denaro dipendono probabilmente dallo scarso interesse che ho sempre avuto per i gelati e dall’assoluta mancanza di secondi fini nel gelataio. Mi domando allora quali esperienze traumatiche abbiano condizionato i bambini destinati a diventare faccendieri, quali distorsioni e machiavellismi abbiano complicato il superamento della loro fase del gelato. A chi rimane fedele all’idea che il rapporto con il denaro dipenda molto dalla fase anale, dal valore che il bambino attribuisce al prodotto delle proprie evacuazioni, obietto che per quanto ricordi, pur non avendo avuto una gran passione per il gelato, gli attribuivo un’importanza molto maggiore di quanta non ne concedessi alla mia cacca.

 

LA FASE DEL GELATO

Come tutte le tappe evolutive, la fase del gelato inaugura tutta una serie di caratteristiche personali, tratti patologici e complicazioni esistenziali. La mia fase del gelato mi ha visto affrontare alcuni dilemmi secondo modalità condizionate dalle dinamiche familiari e dall’ambiente sociale. Quando avevo in mano il soldino ero consapevole che la cosa più semplice era andare a comprarmi il gelato dal gelataio. Ero una bambina sveglia e avevo ben compreso che il denaro apriva a innumerevoli altre possibilità. Potevo andare al bar ad acquistare un ricoperto, che mi piaceva di più, ma nella mia infanzia i bar erano frequentati da soli uomini che fumavano come turchi all’interno del locale, vociando e scherzando. Tornando da mia madre avrei incrociato uno sguardo di riprovazione ma, non essendo lei abituata a nominare i difetti del sesso forte a quel tempo ancora ben saldo in sella, non mi avrebbe detto nulla e io avrei recitato la parte dell’ingenuotta che pensa solo al suo gelato e non si accorge di quello che la circonda. Per me avrebbe potuto essere il preludio di una carriera politica basata su pessime frequentazioni e commerci con loschi figuri.

Avrei tanto desiderato spendere il mio soldino in un negozio che mia madre evitava accuratamente: in vetrina erano esposti finti gelati di zucchero, coloratissimi e con il mio soldino ne potevo acquistare cinque, leggeri come piume. Se avessi potuto procedere in quella direzioni oggi smercerei milioni di mascherine taroccate. Al tempo non potevo allontanarmi alla chetichella per verificare se i coloranti dei gelati di zucchero fossero veramente velenosi, come sostenevano i miei genitori: mia madre mi aspettava al varco e non potevo presentarmi a lei sgranocchiando una qualsiasi schifezza. Sta di fatto che ho preferito dedicarmi alla clinica, affidandomi alle scienze mediche già consolidate, piuttosto che fare ricerca. Per il mio soldino esisteva anche l’opzione salvadanaio, praticabile solo a uno stadio successivo dello sviluppo psichico.

 

LA FASE DEL SALVADANAIO

Un tempo i salvadanai erano pance di coccio con una bocca triste. Rompevi il salvadanaio quando avevi un progetto importante: volevi attraversare l’oceano per andare in America senza discutere con mamma. “Cento lire io te le do, ma in America no, no, no”. Se volevi fare l’americano a Napoli non avevi bisogno di risparmiare, pescavi, come in un acquario, nella borsetta di mammà.

Poi i salvadanai sono diventati porcellini con un foro nella pancia, la scrofa può figliare più volte, tra l’oceano e l’acquario c’è un mare di possibilità. Poi i salvadanai sono diventati qualsiasi cosa: matitoni, furgoncini della Coca Cola, gufi, mucche e orsi obesi. Oggi sono giocattoli per la primissima infanzia, sono sonaglini da agitare con allegria. C’è però un’eccezione: il salvadanaio groschen grab (la macchina mangiasoldi), una bara di plastica nera sovrastata da un vecchietto verde in sedia a rotelle. I bimbi più paurosi potrebbero rimanere traumatizzati e regredire alla fase del gelato, i più perspicaci, avendo imparato che sopra la panca la capra campa, fanno un collegamento tra la longevità del nonno e i suoi risparmi. Il nonno ha una brutta cera, è paralitico, ma continua a risparmiare per il suo futuro. Più i soldi andranno in cassaforte, più a lungo lui resterà sopra la panca. Sa benissimo che non potrà portarseli in cassa, lascerà agli eredi quello che sarà rimasto alla fine della sua dispendiosissima vecchiaia. Niente mausolei; non ori, né monete, né carte di credito lo accompagneranno nella tomba, ma il cellulare dimenticato nella tasca della giacca, che al momento della cerimonia funebre suonerà la Marcia turca di Mozart.

 

LA SFASATURA DEL BANCOMAT

Per la prima infanzia prelevare i soldi al bancomat è un atto di magia. Ai miei tempi i genitori ripetevano più volte che c’era un rapporto causa effetto tra lavoro e soldi, che papà doveva assentarsi ore e ore da casa per guadagnarsi da vivere. Papà era un grande, manteneva tutta la famiglia, anche la mamma che stava con noi. Poi i bimbi sono stati sommersi di giocattoli, la mamma è andata a lavorare e loro sono andati all’asilo per affrontare una collettivizzazione precoce. Ben presto sono stati esentati da quella collettivizzazione chiamata servizio militare: i riti di passaggio per sancire l’ingresso nella vita adulta vennero aboliti insieme a tutte le formalità dell’età matura, tipo contratto di lavoro e matrimonio. Da quando esistono i bancomat i soldi vengono dalla macchina, è lei che li mette a disposizione. Potrebbero non avere più nessun rapporto con il lavoro, ma venire dalla finanza, dal reddito di cittadinanza, da sussidi, da bonus di ogni genere. Esiste un bonus monopattino: chi ha voluto la bicicletta è indietro con i tempi e non solo continua a pedalare, ma lo fa con un peso sulle spalle. La pizza è ancora la pizza, ma lui si chiama “rider”. È rider anche chi va a cavallo, come il cavaliere di un tempo remoto, in Easy rider i protagonisti viaggiavano in moto alla ricerca della libertà, i rider che frecciano sulle nostre strade oggi inseguono senza tregua il sogno di avere un vero lavoro.

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