Cristina Biondi: 42 Nuovo Dizionario delle parole italiane. Da” Gestori e spacciatori” a”Varechina o ceffone”

| 10 Luglio 2021 | Comments (0)

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Nuovo dizionario delle parole italiane 42

GESTORI E SPACCIATORI

Gli spacciatori sono i colpevoli, i consumatori le vittime: i primi muoiono nelle guerre tra narcotrafficanti e mafiosi, i secondi si spengono sul divano di casa, nei vicoli e nei parchetti pubblici. La droga permette di uscire di testa, senza nessuna garanzia di rientrarvi in tempo utile per tenere in attività i centri cerebrali del respiro. Chi va in discoteca, se non si fa di eroina, respira benissimo, il suo sballo incontra l’alcool, la droga, i platani a lato della strada e quanti non vogliono delegare ai narcotrafficanti l’uso esclusivo della violenza e delle armi. Adesso c’è anche il Covid, incontrarlo d’estate è un privilegio di pochi e chi aspira a sfidare la pandemia non vede l’ora di scatenarsi in discoteca, senza distanziamento, senza mascherina e, se è il caso, anche senza preservativo. I gestori delle discoteche sono pronti a sfidare la legalità: apriranno anche senza permesso, così Lucignolo e Pinocchio avranno accesso al paese dello sballo, meglio ancora se non autorizzato. Dichiarare che nei locali verranno rispettate le norme di sicurezza è come assicurare che un’orgia avverrà nel pieno rispetto del pudore .

 

CHI PECORA SI FA

Ho molta gratitudine per Colui che regge i destini del mondo: la mia nipotina e la sua amica hanno fatto una bella vacanza da sole in Colombia. Cappuccetto rosso non ha incontrato il lupo nel bosco, la nonna e la bisnonna abitano in centro città e, se qualche piccolo truffatore suona alla loro porta, lo affrontano vestite di tutto punto: una vecchietta immobilizzata a letto, malata, farebbe la fine stabilita dalla natura per tutte le creature nella sua condizione. Pecora si nasce, il suo predatore naturale è l’uomo e sta a lui costruire ovili, steccati e addestrare cani pastori. Il lupo si nutre di lepri e sorcetti di campagna (mus rusticus) e ne approfitta con parsimonia, quando fa stragi nel gregge la sua sete di sangue è l’espressione della vendetta nei confronti del suo peggior nemico. I vegetariani e i cittadini (mus urbanus?) vorrebbero essere suoi amici, mentre i pastori non hanno nessuna intenzione di amare i propri rivali, né a due, né a quattro zampe. Ora alle belle ragazze bisognerebbe insegnare a non farsi pecora, dal momento che sono nate per diventare donne. Il predatore naturale delle donne è l’uomo: voi state all’uomo come la lepre sta al lupo, comportatevi di conseguenza. La favola di Esopo invita a un cibo semplice e a una vita ritirata, ma non dice che, se il topo di città ha motivo di temere i cani, il topo di campagna deve sfuggire al lupo (i sorci gli piacciono, e molto). Morale della favola: scappa topino! Scappa da tutto e da tutti! Scappa Cappuccetto Rosso, quando puoi, appena puoi, scappa! Nasconditi, annusa l’aria, diffida e soprattutto non perderti nelle stesse fantasie di tua zia, che, pur di sfuggire alle sue più nere paure, ti ha immaginata, ricca e felice al fianco di un narcotrafficante innamorato.

 

PATAGONIA

Se ci sparano dieci pubblicità una dietro l’altra, il tempo per pensare è poco. Se durante il secondo stacco ci mostrano le stesse pubblicità, la reazione più normale è ignorarle, azzerare l’audio e andare in cucina o in bagno. Intanto qualche immagine penetra di soppiatto nel nostro inconscio, la coda dell’occhio la invia ai nostri neuroni più creduloni (chi, tra miliardi di neuroni, non ne ha un buon numero di stupidi?). Sappiamo di avere anche i neuroni specchio e non serve essere neuroscienziati per ammettere che alcuni sono del tipo “specchietto per le allodole”. Proviamo invece a guardarci tutti gli spot, con attenzione, con rabbia crescente e massima vigilanza. Loro, gli attori, sono felici, accanto a donne bellissime, e percorrono una strada senza buche, perfettamente asfaltata, in Patagonia. I nostri neuroni stupidi pensano: ci piacerebbe avere un Suv, ci piacerebbe andare in Patagonia, ci piacerebbe essere felici accanto a donne bellissime. Primo: con i problemi che abbiamo, essere felici sarebbe un sintomo di perdita di contatto con la realtà (tipo episodio maniacale). Secondo: se siamo donne, non saremo mai più belle di adesso, se siamo uomini, non avremo mai una donna più bella di quella che adesso è al nostro fianco. Terzo: non siamo mai stati in Patagonia, ma una strada asfaltata e senza buche nel posto più sperduto del mondo o è stata fatta con Photoshop o è stata fatta dai cinesi, nel qual caso la popolazione locale, già depressa per motivi storici e climatici, si è gravemente indebitata e non accoglierà bene i turisti belli e ricchi, potrebbe assalirci e portarci via il Rolex, le donne e il Suv. Quarto: è vero che dopo essere stati in Patagonia potremmo far schiattare di invidia gli amici con i nostri racconti avventurosi, ma laggiù fa freddo e dopo aver acquistato una vettura così cara, noi comuni mortali non avremmo i soldi nemmeno per la benzina, figuriamoci per i biglietti aerei e per un abbigliamento adeguato. Quinto: pensateci bene, o il Suv è nostro o è in Patagonia (non ci piove e nemmeno ci nevica).

 

FIDUCIA EPISTEMICA

Ci siamo fidati di genitori che ci hanno raccontato la frottola di Babbo Natale? Di catechisti che ci hanno affidato all’Angelo Custode? Di insegnanti che ci hanno assicurato che chi per la patria muor vissuto è assai? Poveri fratelli Bandiera, veneziani come noi, ma dimentichi della Serenissima, morti nel miraggio di una Patria nuova, che più bella di così non si sarebbe potuta sognare: non aveva ancora deluso, non era stata ancora travolta da scandali e corruzione, non aveva ancora sacrificato gli interessi dei deboli alle esigenze dei forti. Erano anche massoni, i fratelli Bandiera, ma con tutta probabilità non avrebbero amato la P2. È vero: oggi navighiamo in un mare di fake news, ma la regola dovrebbe essere quella di non lasciare mai le frottole vecchie per le nuove?

 

IDENTITÀ NAZIONALE E MEMORIA

Noi veneziani siamo stati una grande potenza, la nostra storia iniziò il 25 marzo 421 con la consacrazione della chiesa di San Giacometo a Rialto; prima di tale data eravamo assoggettati dai romani, nella preistoria eravamo paleoveneti. Quando abbiamo avuto un impero, c’eravamo dotati di un sistema di governo complicatissimo, una volta all’anno ci sposavamo col mare augurandoci che “per noi e tutti i navigatori il mare possa essere calmo e tranquillo”. Da quando siamo stati annessi all’Italia, l’arpa d’or dei fatidici vati suona per i turisti e non abbiamo avuto motivo di lamentarci della nostra sorte prima della pandemia. Un giorno forse la nostra città diverrà un’attrazione sottomarina (con grande lungimiranza uno dei villaggi veneti è stato chiamato proprio così: Sottomarina), mentre, se si salverà dalle acque, si chiamerà piccola Suzhou. Un’antichissima tradizione fa discendere i veneziani dai troiani, mentre una leggenda metropolitana narra che un 25 aprile, giorno del patrono, i mariti e i fidanzati si dimenticarono di regalare il boccolo (bocciolo di rosa) alle loro donne, che per ripicca li abbandonarono per sposarsi solo con mercanti cinesi. Le due celebri colonne della piazza restarono al loro posto, il leone alato di san Marco (Polo) rimase a testimoniare la gloria degli antenati, mentre venne rimossa la statua di San Todaro per liberare il drago che per secoli aveva giaciuto sconfitto ai suoi piedi. L’isolotto che sta proprio di fronte alle due colonne continuò a chiamarsi San Giorgio, grazie alla furbizia di chi affermò che il nostro non era lo stesso santo patrono della perfida Albione, che non aveva mai avuto a che fare col drago e che poteva venir invocato contro qualsiasi pestilenza, Covid compreso. La memoria storica è una ben strana cosa: c’è chi ne ha troppa e chi troppo poca.

 

MEMORIA STORICA

Cosa succederebbe se tutti gli italiani emigrati in America volessero rientrare in Italia, tutti gliirlandesi in Irlanda, tutti gli inglesi in Inghilterra? Se noi veneziani volessimo tornare alla Serenissima? Che diritti ci assicura il nostro passato, che in realtà è il passato di avoli e trisavoli? Cosa succederebbe se in noi donne si radicasse la coscienza dei soprusi subiti da madri, nonne, bisnonne, trisnonne e antenate rimaste in silenzio per migliaia di generazioni? Se volessimo tornare a tempi migliori dovremmo andare molto, ma molto indietro e prima di cercare la chiave del paradiso perduto, dell’amore senza ombra di prepotenze, di prevaricazioni e di giochi di potere dovremmo sincerarsi di non imboccare la via dell’inferno, di un qualsiasi inferno inaugurato dal risveglio della nostra assertività.

 

INDIPENDENZA E SEPARAZIONE

Nell’infanzia siamo stati dipendenti dai nostri genitori e da chi per delega loro, della famiglia e dello Stato si è incaricato di fare di noi figli, fratelli, nipoti e cittadini esemplari. Con molta lungimiranza era possibile già vedere in noi i padri e le madri, gli zii e le zie, i nonni e le nonne delle future generazioni e gli elettori affezionati alla democrazia ricevuta come bene ereditario.

La teoria dell’evoluzione vuole che i nostri geni, sanamente egoisti, aspirino a viaggiare nel tempo, costi quel che costi, e dopo il secolo breve, brevissimo per patrimoni genetici oggi estinti, hanno realizzato che il maschio ha sempre avuto minor considerazione della femmina per i propri doveri riproduttivi, avendo troppo a cuore la distruzione dei propri rivali, sia che abbiano abitato a Dresda sia che fossero stati cittadini di Stalingrado. Quindi è emersa una nuova tendenza evolutiva: al posto di mutazione e selezione, i nostri geni tirano a campare attuando una strategia divisiva dei sessi, incoraggiando autonomizzazione e separazione.

 

VARECHINA O CEFFONE?

Mia madre, che aveva messo al mondo due femmine, poteva mollare, senza preavviso, un ceffone. Mia suocera, madre di due maschi, aveva un’altra strategia. Se uno dei suoi ragazzini avesse detto frocio a un omosessuale, puttana a una donna, coglione a un uomo (e nemmeno a un uomo qualsiasi), avrebbe minacciato di lavare la bocca del discolo con la varechina. Primo insegnamento: non toglierti la curiosità di assaggiare la varechina, non ti piacerebbe; secondo: io ti ho partorito nel dolore e ti avveleno quanto mi pare e piace, anche se sono alta solo un metro e cinquanta; terzo: io ti ho insegnato a parlare e le brutte parole, se non riesci a trattenerle, ti bruceranno in bocca come fuoco, e non provarti a masticarle a voce bassa, sennò ti mollo un ceffone. Mia madre riteneva che “culo” fosse una parolaccia, mia suocera ammetteva che il culo esistesse dove la schiena cambia nome, ma disapprovava che i suoi ragazzi si interessassero alle chiappe altrui, quelle che potevano guardare senza incorrere in nessuna censura (“lato B” non è una parolaccia). Nemmeno lei sceglieva l’approccio frontale, in pubblico non avrebbe mai mollato un ceffone alle sue creature, si poneva alle loro spalle e penetrava con le unghie, molto lunghe e curate, nella carne della schiena, ma non la graffiava, le bastava trasmettere l’idea che non avrebbe mollato la presa. Le nostre mamme non lasciavano margini d’incertezza, non permettevano che la prole considerasse la violenza una prerogativa unicamente maschile, mai si sarebbero sottratte al loro compito educativo minacciando: “Lo dico a tuo padre”, ed erano ben lontane dall’aspettarsi che le leggi stabilissero cosa si potesse dire e cosa no. Io ho ereditato una ferrea autocensura, mio marito ha sposato un medico perché alla fin fine io le unghie le ho dovute tenere corte per dovere professionale.

Consiglio per le mamme: se volete che le vostre bambine smettano di mangiarsi le unghie, regalate loro un cofanetto di smalti colorati.

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