Antonella Ceccagno: Racism for sale? La Cina in Africa

| 1 Luglio 2022 | Comments (0)

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Diffondiamo dalla rivista Il Mulino del 29 giugno 2022 (www. rivistailmulino.it) per gentile concessione della rivista e dell’autrice.

Antonella Ceccagno

Racism for sale? La Cina in Africa

I presupposti razzializzanti che dominano i discorsi sulla Cina in Africa restano da indagare ma la questione del razzismo diventa esplosiva vista la crescente presenza economica della Cina nel continente africano.

«Porno della povertà», come dichiara la protagonista del documentario della Bbc, «sfruttamento di minori», come dicono le organizzazioni per i diritti umani, «soldi fatti sull’umiliazione di bambini ignari», come dice la presidente della Child rights legal clinic dell’Università del Malawi, il Paese dove il video incriminato è stato girato.

Un recente servizio della Bbc, Racism for sale ha voluto far luce su un video in cui un gruppo di bambini in Malawi recita in coro e con entusiasmo esplosivo: «sono un mostro nero, il mio quoziente intellettivo è basso». Lo recitano in cinese, una lingua che non conoscono. Cosa dire e come dirlo è stato insegnato loro da un cittadino cinese, un certo Lu Ke, che ha dato loro qualche soldino in cambio. Il video è stato postato sul social media account in cinese «il Club delle barzellette sui neri». Ora però, con il documentario Racism for sale, è diventato virale.

Lu Ke vive in Africa e sui brevi video destinati al mercato cinese ci fa affari. Il suo video, infatti, si inserisce in un business fiorente, quello dei video personalizzati in cui gruppi di donne, uomini, o bambini africani cantano, ballano e intanto fanno gli auguri di compleanno a un/a cinese, che riceve il video via social media o messaging app. Questi video, che possono anche consistere in messaggi pubblicitari, in Cina sono in voga da anni, e alcuni ricevono migliaia di visualizzazioni. I video personalizzati di auguri dall’Africa sono facilmente accessibili, e vanno da quelli maggiormente costosi, con auguri personalizzati, a quelli a bassissimo prezzo che consistono in semplici foto in cui un gruppo di bambini africani regge una lavagnetta dove il messaggio augurale è scritto a mano col gesso.

Qualche tempo fa, quando ho fatto girare tra le mie conoscenze uno dei tanti video confezionati su misura per il mercato cinese (un video meno offensivo di quello denunciato nel documentario della Bbc), qualcuno mi ha detto che gli auguri vengono fatti anche da figuranti russi. Se a cantare gli auguri per un compleanno, un matrimonio, o una qualsiasi altra ricorrenza in Cina sono dei russi, i video sono forse meno razzisti? Insomma, le domande finiscono per accavallarsi coinvolgendo scale diverse: è razzismo? È business razzista? E, per estensione, la Cina è razzista?

Di certo non ha senso tacciare di razzismo un’intera nazione. Basta guardare i commenti online al documentario dove tanti cinesi esprimono vergogna, orrore, e dolore. Ma già negli anni scorsi c’erano state polemiche nella società civile in Cina sul contenuto razzista di questi «biglietti di auguri». Quando il servizio della Bbc ha portato in tutto il mondo il video dei bambini umiliati, il governo cinese ha prima commentato che si tratta di un video di un paio di anni fa, e subito dopo si è detto «disgustato, addolorato, e non rispettato» dal video.

Ma come si stabilisce il confine tra razzismo e non razzismo? Un altro video confezionato su misura per cinesi, riportato nello stesso servizio, mostra altri ragazzini in Africa con la pelle nera che, al suono di una musica melensa, cantano in cinese «pelle gialla e occhi neri sono i colori più belli». Di primo acchito il video pare essere meno scioccante dell’altro. Come lo intendiamo quindi? Come semplice preferenza per certi tratti fisici? Decantata da chi quei tratti fisici non ha? O non dovremmo invece accorgersi che questa canzoncina ripropone e impone a livello globale l’approccio fenotipico alla diversità umana, quell’approccio che ancora oggi ci fa credere che esistano le razze e che fa scrivere ad affermati intellettuali sociali, negli Stati Uniti, dotte dissertazioni in cui invece che parlare di razzializzazione (cioè di invenzioni sociali che giustificano gerarchizzazioni e discriminazioni) si parla di razza? Come se le razze esistessero.

In Cina non ha fatto tanto scalpore quanto all’estero, qualche anno fa, la pubblicità di un detergente, Qiaobi, in cui una giovane donna cinese mette in lavatrice il giovane operaio nero che le sta ritinteggiando i muri di casa, e dopo un lavaggio energico ne fa uscire un bianchissimo giovane dai tratti asiatici. Il video combina razzismo e nazionalismo in maniera evidente (oltre a riproporre l’eterno legame donna-lavatrice). Copia, nella storia e nelle musiche, una pubblicità del 2006 di Coloreria italiana, intitolata Colored is better: What Women Want, che usava i colori della pelle a rovescio, giocando cioè sullo stereotipo del maschio nero sessualmente potente: la donna italiana di pelle chiara metteva in lavatrice il mingherlino, pallido marito e, dopo un lavaggio frenetico, dalla lavatrice usciva un nero muscoloso e ammiccante. Mi ha fatto riflettere il fatto che molti miei studenti italiani abbiano riso della pubblicità di Coloreria italiana, vedendovi autoironia e non ravvisandovi stereotipi degradanti, mentre i miei studenti internazionali non abbiano trovato proprio nulla da ridere in entrambe le pubblicità, quella italiana e quella cinese.

Il punto cruciale, qui, è quanto le istituzioni cinesi vogliano e quanto sappiano dotarsi di strumenti per contrastare un approccio razzista verso tutto ciò che non è cinese nell’opinione pubblica cinese e tra gli opinion makers in Cina. Da questo punto di vista le ambiguità restano molte. Si consideri ad esempio il fatto che Cgtn (China global television network), la televisione di stato cinese che trasmette in lingua inglese a livello globale, da un decennio ormai ha saputo ingaggiare conduttori/conduttrici africani per i suoi notiziari internazionali che hanno i Paesi africani come target. Ma, d’altra parte, si considerino i comportamenti inaccettabili e i commenti sugli africani come portatori di Covid 19, durante la pandemia, a Canton, dove c’è la massima concentrazione di africani in Cina (due resoconti in merito: video1, video2).

O si consideri un recente notiziario apparso su WeChat, l’app di messaggistica (controllata dal partito-stato) usata da 1,2 miliardi di persone nel mondo, che offre una miriade di servizi indispensabili per la vita sociale in Cina, tra cui servizi di informazione. Nel notiziario il fenomeno dell’esodo dalla Cina da parte di un numero crescente di stranieri (che trovano sempre più difficile viverci) viene narrato in termini di superiorità del modello di vita cinese. Secondo questa narrazione, gli stranieri che lasciano il Paese sarebbero quelli originari dall’Europa e dall’Africa, abituati a ritmi di vita lenti nei loro Paesi, che lascerebbero quindi la Cina perché non sanno stare al passo con la velocità della vita in quel Paese. Gli africani – ci informa il notiziario – nei loro Paesi, «se hanno fame raccolgono frutta o vanno a caccia, se hanno sete bevono acqua di fiume». Insomma, quando va bene nei media cinesi gli africani vengono dipinti come primitivi indolenti. Questo è esattamente il modo in cui molti manager e lavoratori cinesi che lavorano in imprese cinesi in Africa descrivono i lavoratori africani, come confermano ricerche etnografiche recenti.

La questione del razzismo che trasuda ed è sostanzialmente non contrastato a diversi livelli in Cina è certamente scottante, come lo è in molti altri Paesi al mondo. Ma diventa esplosiva se la si mette in rapporto con la crescente presenza e importanza della Cina nelle economie del continente africano. I presupposti razzializzanti che dominano i discorsi sulla Cina in Africa restano sostanzialmente ancora da indagare, così come lo è il ruolo della Cina nella circolazione globale di ideologie razzializzanti. Il governo cinese dovrà dunque fare molto di più che sentirsi addolorato e offeso da comportamenti razzisti di qualche suo cittadino all’estero; dovrà cercare di infondere in quelle sue strategie di soft-power, che da anni va affinando in Africa, valori e pratiche che riconoscano la dignità individuale e collettiva delle persone.

Resta tuttavia da vedere quanto praticabili possano essere valori e pratiche non razzializzanti in un contesto globale in cui la Cina, alla stessa stregua di molti altri Paesi, in Africa partecipa attivamente alla perpetuazione di rapporti economici asimmetrici basati su rapporti ineguali di potere. Infatti, la Cina, alla stregua di altri attori anch’essi un tempo considerati «periferici» – India, Sud Africa, Russia – in Africa porta solo a una «diversificazione» della dipendenza – quella dipendenza strutturata dall’Occidente – restando però pienamente all’interno delle dinamiche che perpetuano la (mal)integrazione dell’Africa nell’economia politica globale (e non va dimenticato che non solo le relazioni Nord-Sud ma anche le relazioni Sud-Sud restano dominate da relazioni ineguali di potere).

Le interazioni economiche in essere non fanno che intensificare le caratteristiche strutturali patologiche di molte economie africane, caratterizzate da dominazione esterna e da modalità di accumulazione «estroverse» cioè dirette al di fuori dei Paesi africani coinvolti, e socialmente ingiuriose (sull’argomento hanno scritto articoli interessanti Garcia, Taylor e Taylor e Zajontz).

Di conseguenza, viene da chiedersi quanto spazio ci possa essere per tenere separati sfruttamento di intere economie nazionali e processi di razzializzazione nelle relazioni istituzionali, economiche e sociali.

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Category: Migrazioni, Osservatorio Cina, Osservatorio internazionale

About Antonella Ceccagno: Antonella Ceccagno insegna China in Africa e Asian im/mobilities all’Università di Bologna. Si occupa da decenni di migrazioni e di gruppi diasporici cinesi, con un focus in particolare sulle tematiche del lavoro, sulle interazioni con la Cina, e, piu’ recentemente, sul controllo diasporico digitale. È autrice del libro City Making and Global Labor Regimes. Chinese Immigrants and Italy’s Fast Fashion Industry (Palgrave-Macmillan, 2017). È tra le/i fondatrici/fondatori del neonato Naoblog, un blog dove si ragiona “su temi che chiamano in causa i contesti culturali italiano, cinese e diasporico senza censura né autocensura”. https://naoblogger.wixsite.com/naoblog

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