Amina Crisma: La Cina su “Inchiesta”

| 19 Aprile 2021 | Comments (0)

 

 

Articolo tratto da Inchiesta n.210, ottobre-dicembre 2020

La Cina su Inchiesta: uno sguardo retrospettivo, e qualche considerazione sull’attuale stato dell’arte.

 

1. Un interesse di lunga data.

Ora che Inchiesta si appresta a chiudere, dopo cinquant’anni, con questo ultimo numero del 2020 la sua esistenza cartacea (ma non quella online, dove la sua vita auspicabilmente continuerà, in tale metamorfosi, a fiorire come la farfalla del Zhuangzi,1 e in conformità ai dettami dello Yijing, il Classico dei Mutamenti, a cui il direttore di questa rivista ha dedicato una ricerca decennale che speriamo di imminente pubblicazione2) mi sembra possa avere una qualche utilità gettare uno sguardo retrospettivo su uno speciale ambito tematico, la Cina, che vi è stato significativamente presente fin dai suoi esordi, e che negli anni recenti vi ha assunto un crescente spazio, con svariati contributi su un ampio ventaglio di questioni. E’ la storia di un lungo studio e di un grande amore, che non c’è qui spazio di narrare nei dettagli, ma che occorre comunque seppur sommariamente raccontare. Essa ci permette fra l’altro di misurare l’entità delle trasformazioni intervenute in questo lasso di tempo; la realtà cinese di mezzo secolo fa, di un paese contadino impegnato in un immane sforzo di emancipazione e percepito come incarnazione di speranze rivoluzionarie, è certamente molto distante da quella con cui oggi ci misuriamo, ma lo era per molti versi da quella di inizio anni Novanta, ai tempi del mio primo soggiorno in Cina: un paesaggio contraddittorio, dove ancora vecchio e nuovo per certi versi coesistevano e si affiancavano, dove febbrilmente e incessantemente si distruggeva e si costruiva, nel ribollire delle energie attivate da “riforme e modernizzazione” (ma v’era già stata anche la drammatica cesura rappresentata dall’Ottantanove di Tian Anmen).

La finalità di questa rievocazione non ha niente a che fare con vagheggiamenti nostalgici (anche se, va pur detto, in una circostanza come questa non si può fare a meno di percepire più intensamente l’inarrestabile scorrere del tempo). Ha a che fare, semmai, con l’intento di “ripercorrere il passato per interpretare il presente”, per dirla con i miei prediletti antichi maestri confuciani. La sintetica documentazione che qui richiamo non ha ambizioni di sistematicità e di completezza, ma vuol semplicemente suggerire, a partire da alcune testimonianze e da qualche elemento di concreta esperienza, qualche spunto per approfondire il ragionamento su un problema oggi più che mai aperto e cruciale: come guardiamo oggi la Cina, e che cos’è oggi la Cina per noi?

Il suo protagonismo crescente su scala planetaria – un protagonismo che non è soltanto di ordine materiale, economico e geopolitico, ma che è anche di ordine spirituale, culturale, simbolico3 – dovrebbe imporsi, come questione che riguarda tutti, alla generale attenzione, ma vari e grevi impedimenti di diversa natura presenti sulla nostra scena pubblica ostacolano tuttora una reale presa di coscienza collettiva della sua effettiva importanza; fra essi, oltre a un settorialismo imperversante che preclude ogni approfondita riflessione su temi di interesse generale, oltre all’atteggiamento programmaticamente e dichiaratamente anticulturale di una bella fetta di ceto politico che si sposa alla garrula petulanza di sedicenti e autopromossi “esperti”,4 si segnala in

particolare l’inerte abitudine assai diffusa di discettare retoricamente della Cina come se si trattasse di un’entità metafisica, di un mitizzato monolite, di un pianeta alieno, e non invece di una realtà materiale oggi tutt’altro che esotica, essendo divenuta parte integrante e centro propulsivo del sistema economico mondiale. Essa rappresenta una configurazione complessa, multiversa, contraddittoria, conflittuale, irriducibile alla compatta univocità della Grande Narrazione autoritaria che ne offre l’attuale leadership della RPC, e in cui l’ostentazione della Differenza Assoluta della Sinità Millenaria – uno storytelling che è importante decostruire, come ci ricorda Marina Miranda in un suo recente intervento su Sinosfere5 – viene ad assolvere a molteplici funzioni: oltre a una programmatica costruzione di consenso e di disciplina all’interno su base nazionale-identitaria, vale all’esterno a promuovere un’immagine del Paese indiscutibilmente possente e vittoriosa, e al contempo a occultare/legittimare l’avvenuto e integrale “passaggio a Occidente” sotto il profilo del sistema di produzione.6

Il discorso che qui propongo delinea la provvisoria sintesi di un dialogo e di un confronto che da tempo andiamo intrattenendo in diversi luoghi con svariati interlocutori, dentro e fuori la redazione di Inchiesta, dentro e fuori l’ Osservatorio Cina, che coordino da un decennio; è il risultato di un insieme di scambi e interazioni dentro e fuori l’ambito della sinologia che esprime elementi di un comune sentire del gruppo di persone che hanno condiviso quest’attività collaborandovi in vari modi, ma in ogni caso riflette un mio punto di vista personale di cui mi assumo integralmente la responsabilità, senza alcuna presunzione di rappresentare l’opinione generale di una qualsivoglia corporazione, associazione, schieramento precostituito di sorta, e soprattutto senza alcuna pretesa di voler “dettare la linea”, come un tempo si diceva: una tentazione, quest’ultima, che sembra oggi insidiosamente riemergere in molte forme, e in inviti espliciti o impliciti, provenienti da più parti, a circoscrivere prudentemente e a delimitare preventivamente (per usare un’espressione eufemistica) lo spazio del dicibile su una materia avvertita come “sensibile”.7

2. Cinquant’anni fa: viaggi in una Cina remota.

E’ auspicabile che i vari protagonisti dei viaggi in Cina contemporanei alla fondazione di Inchiesta (che nacque il 1 gennaio 1971) ne diano ricostruzioni articolate, analoghe a quella che la rivista Il Ponte ha di recente offerto di esperienze di poco antecedenti, che a loro volta erano state precedute negli anni Cinquanta, oltre che dall’inizio dei lunghi soggiorni di Filippo Coccia e Maria Regis, Edoarda Masi, Renata Pisu, dalle visite di delegazioni in cui v’erano Piero Calamandrei, Franco Fortini, Norberto Bobbio, Cesare Musatti, Carlo Cassola, Raniero Panzieri (“La Cina e Il Ponte 65 anni dopo”, a cura di Silvia Calamandrei, Il Ponte n. 5, settembre/ottobre 2020). Giovanni Mottura in un dettagliato articolo intitolato “Ricordare un futuro” (Il Ponte n. 6, novembre/dicembre 2020) rievoca la prima di quelle spedizioni, durata un mese, nell’autunno del 1970, a cui prese parte come membro di una delegazione italiana invitata dall’Agenzia per il turismo internazionale di Pechino tramite le Edizioni Oriente, che venne fra l’altro a coincidere, il 6 novembre 1970, con l’annuncio al mondo dell’avvenuto scambio di ambasciatori tra Repubblica Italiana e Repubblica Popolare cinese. Si trattò di una full immersion che attraversò Shanghai, Pechino, Tianjin, Changsha, Wuhan, Canton.

Seguirono altri due viaggi nel 1971 e nel 1973 della durata di quaranta giorni ciascuno, promossi come il precedente da Maria Regis e Filippo Coccia di Vento dell’Est, ai quali partecipò il direttore di Inchiesta, Vittorio Capecchi, insieme a un nutrito drappello di persone fra cui parecchi stavano dando vita al progetto della nostra rivista, il cui nome, è il caso di ricordarlo, è un riferimento dichiarato al celebre motto del Grande Timoniere, “chi non fa inchiesta non ha diritto di parola”. Fra loro c’erano Giovanni Jervis, Renato Rozzi, Gianni Sofri, Guido Neri, Romano Alquati, Anna Rollier, Giuliano Capecchi, Giulio A. Maccacaro. Anche in tali occasioni furono vari gli ambienti con cui si ebbero contatti, dalla realtà industriale dalle acciaierie di Wuhan alle comuni agricole, da Tachai al quartiere dei chiattaioli di Shanghai, e poi scuole, ospedali, spazi urbani e rurali, luoghi in cui si valorizzavano le pratiche della medicina tradizionale, dall’agopuntura alla fitoterapia, e in cui si elaboravano metodi per affrontare antichi problemi, dalle inondazioni alla schistosomiasi, con attenzione ad esperienze distanti dalle luci della ribalta, come, ad esempio, l’insegnamento della matematica in sperdute scuole di villaggio.

A quanto mi si racconta, si andava ad assistere a una rivoluzione in atto con un atteggiamento di osservazione partecipe, con un sentimento di solidarietà e di ammirazione per una straordinaria capacità di mobilitazione popolare di cui si faceva quotidiana esperienza; come attesta Giovanni Mottura, “come molti di coloro che avevano visitato la nuova Cina prima di noi, tornavamo profondamente toccati dalla constatazione diretta della mole di energie, creatività, entusiasmo, perseveranza e capacità di affrontare positivamente i problemi”.

Questo non significava fermarsi agli slogan, alla politica “gridata”: come racconta Vittorio Capecchi, si intravedeva una divaricazione fra l’immagine di Mao teorico e leader rivoluzionario e quella di fondatore della RPC, ci si poneva all’ascolto di molteplici interlocutori, si cercava di scandagliare, per quanto possibile, e con una consapevolezza acuta della limitatezza e dell’inadeguatezza dei propri strumenti e delle proprie capacità di comprensione, la complessità irriducibile di una società caleidoscopica, di cui si percepiva intensamente la pluralità di situazioni, il ribollire di contraddizioni emerse nei processi di cambiamento fra enunciazioni teoriche e pratiche socio-politiche, e anche la dolorosa entità di sacrifici individuali imposti da una disciplina collettiva che, ad esempio, si misurava con l’esigenza di garantire d’imperio , tramite un sistema di quote prefissate, un accesso all’università a categorie che ne erano state fino ad allora escluse (donne, contadini, abitanti in zone periferiche), e di controllare rigidamente flussi migratori interni ritenuti altrimenti ingestibili.

I partecipanti a quell’avventura, a quanto mi si dice, ne tornarono, certo, riconfermando la loro convinzione in un impegno militante di trasformazione della società integralmente solidale con gli sforzi di emancipazione della nuova Cina; ma questa prospettiva non si risolveva in schematismi ideologici, o in trionfalistiche parole d’ordine, anzi, ospitava molti interrogativi sul senso effettivo, e tutt’altro che scontato e immediatamente e semplicisticamente definibile, di quanto là stava accadendo: ricorrendo ancora alle parole di Giovanni Mottura, “ritornavamo con un notevole bagaglio, in verità non di dubbi ma di interrogativi aperti”.

Ma tale lettura polisemica dell’esperienza cinese, che in tutti coloro che ne furono protagonisti lasciò una traccia indelebile, quando ne parlarono al loro ritorno in Italia a quanto pare fu accolta vuoi distrattamente, vuoi con perplessità o con esplicita diffidenza, da coloro che preferivano le semplificazioni, le riposanti, stentoree certezze nelle Magnifiche Sorti e Progressive della Rivoluzione al sommesso, faticoso esercizio di modalità articolate di riflessione critica.8

Oggi la Grande Narrazione, com’è ben noto, è un’altra: è quella della Marcia Vittoriosa della Sinità Millenaria, nel frattempo diventata centro propulsivo del turbocapitalismo globale, ma appare analoga ad allora la diffusa propensione a farsi sedurre dalla sua possente fascinazione, ad affidarvisi fideisticamente, come a un indiscutibile e ineluttabile dogma, rinunciando a scrutare la complessità

multiversa, conflittuale, sfaccettata e plurale della realtà a cui essa sovrappone il suo progetto di “armonia” autoritaria. Ed è anche per questo, a mio parere, che la rievocazione di quella lontana esperienza ha tuttora molto da dirci, e non può esser rubricata come mera operazione archeologica.

3. Dieci anni di “Osservatorio Cina”.

L’Osservatorio Cina di Inchiesta in questo decennio ha cercato di raccogliere e rilanciare l’appassionato interesse per il Paese di Mezzo sorto con la nascita della nostra rivista mezzo secolo fa, impegnandosi a costruire ponti, collegamenti e interazioni fra vecchie e nuove generazioni di osservatori e di studiosi, e promuovendo una seria riflessione e un largo dibattito sui molteplici aspetti della realtà cinese, nella convinzione che il rapporto con la Cina rappresenti ora più che mai un interesse cruciale nell’attuale scenario globale non meno che in quello specifico del nostro Paese. Vi abbiamo dedicato un’assidua attenzione, pubblicando contributi autorevoli di varia provenienza, segnalandone luci e ombre, successi e contraddizioni, nello sforzo costante di sottrarci agli atteggiamenti preconcetti, evitando sia le pregiudiziali demonizzazioni sia le altrettanto acritiche apologie, che negli anni recenti hanno evidenziato una sempre maggior capacità di influire su una scena pubblica largamente dominata dagli idola tribus, e sempre meno propensa alla fatica di riflessioni approfondite e all’impegno in indagini concrete.

Nel largo ventaglio tematico di cui ci siamo occupati, e di cui qui si dà un quadro, per ragioni di spazio, inevitabilmente ridotto e parziale, mi pare opportuno ricordare innanzitutto la questione delle condizioni di lavoro e dei diritti dei lavoratori in Cina, a cui ha dedicato vari contributi importanti – nonché un intero dossier (Inchiesta 177/2012) con Luigi Tomba – Ivan Franceschini, che, oltre che occuparsi di legislazione, normative, sindacalizzazione, di recente ha trattato anche delle dinamiche del lavoro che si vanno configurando sulla Nuova Via della Seta,9 esplorando inoltre, con Marco Tonino, i movimenti ambientalisti (176/2012). Di lavoratori e di lotta di classe ci ha parlato Simone Pieranni (202/2018); di modelli di sviluppo, Sonia Salvini (167/2010); di continuità e discontinuità nella politica della RPC, Claudia Pozzana, Alessandro Russo, Wang Hui (168/2010); di politiche dell’ambiente e agricoltura, Bruno Amoroso (166/2009), che ha inoltre discusso di Maonomics di Loretta Napoleoni con Silvia Calamandrei, Renzo Cavalieri, Vincenzo Comito (168/2010);10 Laura De Giorgi ha curato per noi un dossier su diritto e diritti umani (171/2011), tema che abbiamo ulteriormente ripreso negli anni successivi, riproponendo all’attenzione l’originale riflessione in materia di PierCesare Bori, con la sua prospettiva interculturale e i suoi riferimenti a specifiche fonti cinesi (202/2018).11

Speciale rilievo ha avuto la tematizzazione di nuove e antiche disuguaglianze: ne ha parlato, ad esempio, in riferimento al welfare, Daniele Brombal, la cui documentata indagine “Salute e sanità pubblica, fra diritto e ragion di Stato” ha mostrato come l’accesso alle cure sia di fatto precluso a quanti, soprattutto nelle campagne, non hanno denaro per pagarsi i trattamenti, in conseguenza delle riforme di fine anni Settanta che hanno smantellato il precedente sistema sanitario basato sulla gratuità (171/2011). Di ineguaglianze ha trattato anche Sabrina Ardizzoni, in riferimento all’istruzione dei bambini migranti a Pechino (165/2009), e Raimondo Bultrini, in rapporto alla condizione delle minoranze, con particolare riferimento alla questione tibetana (168/2010).

La questione “potere e società in Cina” ha attraversato trasversalmente molte delle elaborazioni dell’Osservatorio, trovando fra l’altro un’interlocutrice preziosa nella compianta amica Angela Pascucci (189/2015), alla cui esperienza abbiamo dato spazio, anche in collaborazione con il manifestoinrete di Bologna.12 Sul versante “Cina e cristianesimo”, con i contributi di Antonio Olmi abbiamo potuto dar visibilità a una prospettiva sapienziale di confronto interculturale (199/2018), anche in riferimento a episodi quali la nuova traduzione del catechismo di Matteo Ricci, e il convegno internazionale di studi su Tommaso d’Aquino svoltosi nel 2014 a Wuhan; e di quella città, oggi divenuta celeberrima come luogo d’origine della pandemia, Olmi ci ha dato una vivida rappresentazione nella sua corrispondenza.13

Sull’immigrazione cinese in Italia, e sull’imprenditoria cinese nei distretti italiani, ci siamo avvalsi del contributo autorevole di Antonella Ceccagno, autrice di ricerche fondamentali,14 che ha curato per noi un dossier sul caso di Prato (184/2014); in collaborazione con Angiolo Tavanti dell’associazione Valorelavoro (www.valorelavoro.com), amichevolmente collegata a Inchiesta da storici rapporti, si è realizzata nel 2014 anche una mostra fotografica sui cinesi di Bologna e di Prato a cui ha contribuito l’amica Juan Qin, e un dibattito al Festival dell’Unità di Bologna, insieme alla Camera del Lavoro, che ha coinvolto giovani cinesi di seconda generazione.15 Ci siamo inoltre occupati del fenomeno della scoperta/reinvenzione postmoderna di tradizioni cinesi nel panorama italiano in due dossier sul pianeta taijiquan a cura di Massimo Mori (181/2013,196/2017).16

Fra le nostre attività si segnala poi l’ampia discussione intorno al volume di Maurizio Scarpari, che dell’Osservatorio è uno dei più assidui collaboratori, Ritorno a Confucio. La Cina d’oggi fra tradizione e mercato (2015)17 promossa sulla versione online nel 2016, che ha dato luogo a uno specifico dossier, con interventi, oltre che di sinologi (fra cui Attilio Andreini, Umberto Bresciani, Guido Samarani, Paola Paderni, Ester Bianchi, Marco Fumian, fondatore nel 2018 della rivista online Sinosfere, con la quale intratteniamo un proficuo rapporto), di filosofi, sociologi, economisti, storici, giuristi, antropologi, fra i quali Giangiorgio Pasqualotto, Nicola Gasbarro, Luigi Moccia, Ignazio Musu, Paolo Scarpi, Chiara Ghidini. Al tema del complesso e ambivalente rapporto della Cina odierna con il suo passato, remoto e recente, avevamo dedicato un dibattito già nel 2013, con la partecipazione fra gli altri di Guido Samarani e Davide Cucino, che era poi proseguito in un seminario al Dipartimento di Cinese dell’Università di Venezia (181/2013).18

Oltre al controverso problema delle attuali reinterpretazioni della tradizione confuciana, che si intreccia strettamente alla politica interna ed estera della odierna leadership della RPC, ha avuto largo spazio la più globale questione delle rappresentazioni del pensiero della Cina antica e dei problemi interpretativi che vi sono connessi. Il nostro tentativo costante è stato quello di mostrarne la ricca pluralità, decostruendo gli stereotipi inerti che vi si riferiscono per aprire la via a modalità di rapporto con le fonti insieme più rigorose e più aperte.19 In questo senso ci siamo mossi in una duplice prospettiva, da una parte valorizzando il ruolo critico della filologia, dall’altro facendo riferimento alla riflessione sul consenso etico fra culture elaborata dall’amico e maestro PierCesare Bori, scomparso nel 2012 – che con Inchiesta ha intrattenuto un lungo e significativo rapporto, e che al confronto con la Cina si è intensamente dedicato nell’ultima fase della sua vita (ho avuto fra l’altro

il privilegio di accompagnarlo nel suo viaggio a Pechino nel 2009) -20 e alla prospettiva filosofica interculturale di Giangiorgio Pasqualotto, con il quale è da molto tempo in corso un fitto dialogo.21 Si sono inoltre svolti confronti e conversazioni con molteplici interlocutori, fra cui Paolo Prodi,22 Nicola Gasbarro, Giacomo Marramao, Eligio Resta, Marcello Ghilardi, Andrea Tagliapietra, Umberto Bresciani, anche attraverso contributi a riviste come Cosmopolis, Prometeo, Giornale critico di storia delle idee, Parolechiave, Paradoxa .23

Un altro versante che l’Osservatorio ha cercato di esplorare è quello delle concezioni cinesi dell’ordine mondiale e delle relazioni internazionali della Cina, con varie analisi – di Flavia Solieri, Maurizio Scarpari, Antonio Olmi, Antonella Ceccagno e altri – dei rapporti con la Russia e con gli USA e dell’espansiva presenza in Africa.24 E una speciale considerazione si è dedicata in questi ultimi mesi alla questione della gestione della pandemia25, e di come la guerra di propaganda fra Usa e Cina, durante e dopo il covid, stia cambiando le università nel mondo.26

Un ulteriore argomento da tempo presente su Inchiesta che in Italia, diversamente da quanto accade altrove, è, curiosamente, tuttora assai poco frequentato, è il controverso ruolo degli Istituti Confucio, i cui rapporti con il cosiddetto soft power cinese e la cui influenza sulla libertà di ricerca e di insegnamento sono stati tematizzati da Maurizio Scarpari fin dal 2014.27 A questo articolo hanno fatto seguito diversi interventi, suoi e di altri, che hanno contribuito a una focalizzazione della questione, ma non sono in effetti riusciti a destare dal torpore un pubblico che su tale problema appare invariabilmente sordo. E tuttavia, non si tratta di una faccenda irrilevante: come ha sottolineato Vittorio Capecchi pubblicandone i documenti,

“il motivo che spinge la redazione di Inchiesta e il suo direttore a pubblicare questo dibattito è che non si tratta di un dibattito “interno” al mondo accademico e in particolare a quella parte di mondo accademico che si occupa di studi sulla Cina: il dibattito sugli Istituti Confucio in Italia coinvolge chiunque abbia un ruolo nella ricerca e nella università italiana.”28

Un’analoga insensibilità a quella sopra descritta si è riscontrata, in sostanza, sulla questione di Hong Kong,29 come pure su quella del Memorandum sulla Nuova Via della Seta, che ha dato luogo nel 2019 a una documentata trilogia di saggi di Scarpari – “Timeo Danaos et dona ferentes”, “In margine alla visita di Xi Jinping in Italia”, “Inciampi e delusioni lungo la Via della seta”30 – e a un dossier con

interventi di Alessia Amighini e Ivan Franceschini (siamo fra i pochi ad aver dedicato all’argomento una trattazione sistematica e articolata, corredata di apparati bibliografici consistenti, e non solo brevi, impressionistici e veloci elzeviri).31 Anche stimolanti iniziative promosse da altri – penso, ad esempio, alla discussione sugli IC aperta da Cinaforum,32 oppure all’attuale dibattito promosso da Sinosfere sul ruolo dei sinologi33 – mi sembra non siano purtroppo riuscite a conquistare l’adeguata attenzione che si sarebbe auspicata.

Quattro casi specifici mi sembrano confermare tale persistente distrazione: la sostanziale indifferenza con cui è stata accolta nel luglio 2018 la lettera aperta di 23 sinologi italiani attivi in 5 università italiane e 18 università straniere, tutti noti e affermati per i loro studi sulla Cina contemporanea, primo firmatario Ivan Franceschini, intitolata “Perché è pericoloso prendere la Cina come modello di gestione dei flussi migratori” che era una risposta alle asserzioni di plauso all’autoritarismo del “modello cinese” espresse dal sottosegretario Michele Geraci;34 la scarsissima adesione (in Italia soltanto una decina di firme) suscitata dall’appello internazionale – un appello, è il caso di sottolinearlo, scevro di qualsiasi arroganza occidentalocentrica, e redatto in piena adesione al più puro stile confuciano della rimostranza rispettosa – in favore del professor Xu Zhangrun, giurista di fama internazionale incorso nel licenziamento dalla sua cattedra universitaria a Pechino per aver criticato il mandato a vita assunto da Xi Jinping;35 il silenzio che ha accolto nell’ottobre 2018 la lettera aperta del Presidente dell’École des Hautes Etudes di Parigi in pro dello studioso uiguro Tiyip Taspholat, dell’Università del Xinjiang;36 l’apatia che ha fatto seguito lo scorso giugno all’appello della Fondazione Alexander Langer “4 giugno: Da Tian Anmen a HongKong, prima che sia troppo tardi”.37

Mere disattenzioni, o non piuttosto, come ritengono i firmatari della lettera a Geraci, indizi di una pericolosa deriva in direzione di simpatie autoritarie? E’ una domanda che verosimilmente merita una disamina articolata, come propone, ad esempio, Maurizio Scarpari in un suo odierno e abbondantemente documentato intervento su Sinosfere (“All’ombra dell’anaconda. Considerazioni sinologiche”, 13 gennaio 2021).38

4. Temporanea conclusione. Un lavoro da continuare.

“Auspichiamo un confronto stretto e costante con la Cina, senza che però si rinunci a quello spirito critico che dovrebbe contraddistinguere ogni sforzo di comprensione reciproca”: questa formulazione che chiudeva la lettera sopra ricordata credo ben si presti a sintetizzare l’ispirazione fondamentale dell’Osservatorio Cina di Inchiesta, che si esprime anche nei più recenti interventi da noi pubblicati (come quelli di Gaia Perini, Sabrina Ardizzoni, Federico Picerni),39 che continuerà a orientarne le attività future, così come ne ha orientato le esperienze passate, e mi pare significativo che ne abbiano dato una limpida attestazione studiosi della nuova generazione, con acuta

consapevolezza della responsabilità politica e morale inerente al loro – e nostro – ruolo di intellettuali.

Insomma, vogliamo continuare a essere un crocevia plurale e pluralistico di esperienze diverse e di scambi intergenerazionali e interdisciplinari, un luogo aperto e non reticente di elaborazione e di riflessione condivisa, di comunicazione e interazione fra studiosi e osservatori della Cina e spazi del pubblico dibattito, e intendiamo continuare a praticare la parresia – il parlare aperto – a cui si richiamano le migliori tradizioni dell’Occidente così come quel dovere di rimostranza che fin dagli antichi esordi ha animato l’umanesimo confuciano, e che le versioni autoritarie che oggi ne vengono offerte tendono a far dimenticare.

 

NOTE

1 Mi riferisco al celeberrimo “sogno della farfalla”, Zhuangzi cap. 2, trad. A.S. Sabbadini, Apogeo 2012, p. 21.

2 Vittorio Capecchi, Lo straordinario viaggio dell’Yijing. Miti, divinazioni, scienza e sacro nel libro più antico della Cina, si spera di imminente pubblicazione.

3 Caso piuttosto raro nel panorama intellettuale del nostro Paese, ne ha espresso un’acuta consapevolezza Paolo Prodi in alcune delle sue ultime pagine (Il tramonto della rivoluzione, Il Mulino 2015). Cfr. A. Crisma, “Fine della rivoluzione e tramonto dell’Occidente: a chi andrà il Mandato Celeste?” Inchiesta 189/2015; Ead., “In ricordo di Paolo Prodi”, 18 dicembre 2016 www.inchiestaonline.it

4 Un episodio emblematico in tal senso, del 2018: le sconcertanti dichiarazioni apologetiche dell’autoritarismo del “modello cinese” dell’allora sottosegretario Michele Geraci, a cui ha fatto seguito una lettera di protesta sottoscritta da autorevoli sinologi italiani, per la maggior parte attivi in università e centri di ricerca all’estero, di cui parlerò diffusamente più avanti.

5 M. Miranda, “L’era dello storytelling, la Cina e noi”, Sinosfere 20 dicembre 2020 www.sinosfere.com .

6 Ne ho tentato un’analisi articolata in A. Crisma, “Ritorno a Confucio e Grandi Narrazioni: il controverso ruolo della storia nella Cina d’oggi”, Paradoxa, XIV, 4, 2020, pp. 83-98.

7 Sul tema della censura e dell’autocensura nei confronti della Cina, si veda ad es. F. Lafirenza, “La Cina d’oggi non è solo successi: dobbiamo trasmettere anche senso critico”, 16 dicembre 2019 www.ilcorriere.it (anche in www.inchiestaonline.it )

8 Cfr. V. Capecchi, editoriale del numero 210 ottobre-dicembre 2020 di “Inchiesta”.

9 I. Franceschini, “Lavoro e ambiente in Cina”, Inchiesta 176/2012; “Lavoro e sindacato in Cina”, 6 agosto 2015; “Lavoro e diritti in Cina” 12 dicembre 2016; “Lavoratori sulla Nuova Via della seta” 24 giugno 2019 www.inchiestaonline.it;. con L. Tomba, Dossier “Lavoro e diritti in Cina”, Inchiesta 177/2012.

10 Cfr. A. Crisma, intervista a Loretta Napoleoni “Critico il neoliberismo ma il modello cinese non è perfetto” 15 giugno 2011 www.inchiestaonline.it .

11 A. Crisma, “La questione dei diritti umani nel pensiero di PierCesare Bori”, Inchiesta 202/2018.

12 Cfr. A. Pascucci www.inchiestaonline.it 26 aprile 2018.

13 A. Olmi, 21 novembre 2014, 17 dicembre 2014, 23 febbraio 2018, 11 aprile 2018, www.inchiestaonline.it .

14 Si veda la recensione di G. Mottura, “Immigrati cinesi nel pronto moda in Italia. Note su una ricerca esemplare”, Inchiesta 205/2019.

15 Cfr. A. Crisma, www.inchiestaonline.it 25 settembre 2014.

16 Su questo tema cfr. A. Crisma, Meditazione taoista, RCS 2021.

17 M. Scarpari, Ritorno a Confucio, Il Mulino 2015.

18 Dossier a cura di A. Crisma, Inchiesta 181/2013, e www.inchiestaonline.it gennaio/aprile 2016. 19 A. Crisma, “Come si pensa la Cina? Contro i comparatismi astratti,” Inchiesta 185/2014 www.inchiestaonline.it

20 Si veda la rubrica “PierCesare Bori e la rivista Inchiesta” che raccoglie scritti suoi e su di lui in www.inchiestaonline.it.

21 Per articoli di e su G. Pasqualotto, cfr. www.inchiestaonline.it.

22 Cfr. la rubrica “Paolo Prodi e la rivista Inchiesta” che raccoglie scritti suoi e su di lui in www.inchiestaonline.it .

23 Cfr. Prometeo (30,119,2012), Giornale critico di storia delle idee (3/2010, 15-16/2016, 1/2017), Parolechiave (57/2017), Paradoxa (14,4,2020).

24Cfr. F.Solieri (2 settembre 2016), A.Ceccagno e Sofia Graziani (31 ottobre 2016), www.inchiestaonline.it , M. Scarpari (Inchiesta 200/2018), A. Olmi (199/2018), A. Crisma (201/2018) , 21 settembre 2018, www.inchiestaonline.it

25 M. De Togni, “Cina e gestione del coronavirus”, 26 maggio 2020 www.inchiestaonline.it

26 A. Ceccagno, A. Crisma, 6 settembre 2020, www.inchiestaonline.it .

27 M. Scarpari, “Istituti Confucio e libertà accademica”, 29 settembre 2014 www.inchiestaonline.it , successivamente ripreso da Il Sole 24 ore.

28 V. Capecchi, “I testi del dibattito sugli Istituti Confucio, la Cina e noi”, 22 dicembre 2019, www.inchiestaonline.it .

29 A. Crisma, “Hong Kong non è su un altro pianeta: e allora perché questo silenzio?”, 2 luglio 2020; “Hong Kong, la Cina, gli Istituti Confucio e noi”, 16 dicembre 2019; “Gli IC e il soft power”, 3 ottobre2014; “Confucio, icona controversa”, 25 ottobre 2014 www.inchiestaonline.it; A. Andreini, “Hong Kong e il ruolo dei sinologi: perché è fondamentale parlare”, 25 novembre 2019, www.sinosfere.com (anche su www.inchiestaonline.it ).

30 M. Scarpari, “Timeo Danaos et dona ferentes: timori e speranze sulla Via della seta”, Inchiesta online, 16 marzo 2019 (anche in Mondo cinese, 165-166, 2019, pp. 231-234); “In margine alla visita di Xi Jinping in Italia”, Inchiesta online, 29 marzo 2019 (anche in Mondo cinese, 165-166, 2019, pp. 225-229); “Inciampi e delusioni lungo la Via della seta: il Memorandum Italia-Cina”, Inchiesta online, 18 giugno 2019 (anche in Inchiesta, luglio-settembre 2019, pp. 51-59, con Post Scriptum); “Il nuovo governo Conte e la questione Cina”, Inchiesta online, 21 settembre 2019 (anche come Post Scriptum in “Inciampi e delusioni lungo la Via della seta: il Memorandum Italia-Cina”, Inchiesta, luglio-settembre 2019, pp. 51-59).

31 “La Nuova Via della seta”, dossier a cura di A. Crisma, Inchiesta 205/2019.

32 www.cinaforum.net .

33 “Sinologi nella nuova era, voci”, www.sinosfere.com .

34 8 luglio 2018 www.inchiestaonline.it .

35 17 aprile 2019 www.inchiestaonline.it .

36 Hubert Bost: “Il professor Tiyip Taspholat dell’Università del Xinjiang condannato a morte”, www.inchiestaonline.it 10 ottobre 2018 (a cura di Luca Crisma).

37 www.inchiestaonline.it 3 giugno 2020.

38 M. Scarpari, “All’ombra dell’anaconda. Considerazioni sinologiche”, Sinosfere www.sinosfere.com 13 gennaio 2021.

39 24 ottobre 2020 www.inchiestaonline.it

Category: Culture e Religioni, Osservatorio Cina, Osservatorio internazionale, Politica, Scuola e Università

About Amina Crisma: Amina Crisma ha studiato all’Università di Venezia conseguendovi le lauree in Filosofia, in Lingua e Letteratura Cinese, e il PhD in Studi sull’Asia Orientale. Insegna Filosofie dell’Asia Orientale all’Università di Bologna; ha insegnato Sinologia e Storia delle religioni della Cina alle Università di Padova e di Urbino. Fa parte dell’Associazione Italiana Studi Cinesi (AISC) e, come socia aggregata, del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI). Ha conseguito l’abilitazione scientifica nazionale a professore di seconda fascia per l’insegnamento di Culture dell’Asia. Tra le sue pubblicazioni: Il Cielo, gli uomini (Venezia 2000); Conflitto e armonia nel pensiero cinese (Padova 2004); Neiye, Il Tao dell'armonia interiore (Garzanti, Milano 2015). Ha contribuito a varie opere collettanee quali La Cina (Torino 2009), Per una filosofia interculturale (Milano 2008), Réformes (Berlin 2007), In the Image of God (Berlin 2010), Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento (Bologna 2010), Confucio re senza corona (Milano 2011), Le graphie della cicogna: la scrittura delle donne come ri-velazione (Padova 2012), Pensare il Sé a Oriente e a Occidente (Milano 2012). Fra le riviste a cui collabora, oltre a Inchiesta, vi sono Asiatica Venetiana, Cosmopolis, Giornale Critico di Storia delle Idee, Ėtudes interculturelles, Mediterranean Journal of Human Rights, Prometeo. Fra le sue traduzioni e curatele, la Storia del pensiero cinese di A. Cheng (Torino 2000), La via della bellezza di Li Zehou (Torino 2004), Grecia e Cina di G.E.R. Lloyd (Milano 2008). Tra i suoi saggi più recenti: Il confucianesimo: essenza della sinità o costruzione interculturale?(Prometeo 119, 2012), Attualità di Mencio (Inchiesta online 2013), Passato e presente nella Cina d’oggi (Inchiesta 181, 2013), Taoismo, confucianesimo e questione di genere nelle ricerche e nei dibattiti contemporanei (in stampa). I suoi ambiti di ricerca sono: il confucianesimo classico e contemporaneo, le fonti taoiste, il dialogo interculturale Cina/Occidente, il rapporto passato/presente, tradizione/modernità nella Cina d’oggi, i diritti umani e le minoranze in Cina, le culture della diaspora cinese, le questioni di genere nelle tradizioni del pensiero cinese. Ha partecipato a vari convegni internazionali sul dialogo interculturale e interreligioso promossi dalle Chaires UNESCO for Religious Pluralism and Peace di Bologna, di Tunisi, di Lione, dalla Konrad Adenauer Stiftung di Amman, da Religions for Peace, dalla Fondazione Scienze Religiose di Bologna. Coordina l’Osservatorio Cina di valorelavoro ( www.valorelavoro.com ). Cv dettagliato con elenco completo delle pubblicazioni: al sito web docente www.unibo.it

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