2. Roberto Roversi: Nell’ergastolo delle istituzioni [1978]

| 8 Novembre 2012 | Comments (0)

 

1. Le considerazioni che seguono, già inoltrate in altre occasioni (con il solo spostamento contingente, in ordine ai problemi che si proponevano immediati sui fatti), sono di un cittadino che ricava l’avallo a intervenire soltanto dall’attenzione, chiamiamola scrupolosa e chiamiamola tendenziosa (ma per l’affetto), dedicata in questi tempi all’amministrazione della sua città e alle vicende italiane in generale. Un cittadino che potrà sembrare cavilloso e poco fantasioso ma con qualche entusiasmo residuo e generale sulla qualità dei tempi certo disastrosi ma che possono cambiare se noi vogliamo che cambino. Se lo vogliamo davvero sputando i grumi dell’inquieta coscienza e lavorando sulle idee e sulle cose.

Dunque considerazioni semplici, come è naturale; ma considerazioni attente; composte all’interno di una situazione (parlo da Bologna) tipica o esemplare – per qualche aspetto non secondario, almeno fino a ieri. E’ vero che oggi Ie conclusioni a cui si arriva sono preoccupate e preoccupanti; e da parte mia cercherò di indicarle; ma voglio ripetere che ho ritenuto importanti, per molte ragioni i fatti di Bologna (marzo ’77) anche in contrasto con l’opinione seria di quanti ritenevano che Bologna non era e non e il culo del mondo ma soltanto un punta e forse neppure il ·più . anche il problema di fondo, che e alIa base del più controverso di uno schieramento contrapposto. · Allora ero in disaccordo perché convinto che quei fatti, partendo da questa città, si proiettavano in ogni buco d‘Italia seminando panico (o incertezza o riflessione) come poi e stato.

Aggiungo che alcuni mi chiesero ragione dell’attenzione dedicata alla problematica di Bologna in contrasto a una precedente disaffezione (non ho detto disattenzione), dato che non sono un addetto ai lavori, dunque non un politologo, né un socioIogo, né un antropologo culturale, un politico, un sindacalista né un intellettuale amministrativo; insomma, assodato che sono niente di niente. La mia risposta e stata la più semplice e immediata: mi interessavo a queste vicende e ai relativi problemi perché sono uno che ogni giorno (come fanno tanti altri) cerca di mantenere il suo rapporto con la città verificandolo attraverso il filtro culturale-politico, nel senso delle novità e delle tensioni nelle idee che la società – e sia pure una piccola ma attiva società comunale – può e sa proporre. E questo per soddisfare anche in dettaglio Ie curiosità necessarie; e per suscitare di conseguenza Ie inevitabili inquietudini mentali mentre ci si muove verso un futuro immediato. Potessi riferirmi a un desiderio, direi: un cittadino giacobino, nel senso della vivacità partecipante richiesta sia dai vari problemi e dalle varie situazioni, sia dal bisogno di ricevere conferma alla propria speranza dalle fantasie politiche messe in moto suI luogo, Con il ‘rigore del caso, nel senso dell’attenzione; ma anche con la disinibizione e la semplice pazienza, avendo l’impegno di interessarsi in dettaglio al governo della mia città; perché e la città che mi contiene e perché, se non voglio sfuggirla, mi trattiene per un braccio e in un certo modo mi condiziona. Mi condiziona se, com’era il caso di Bologna, a conclusione di un lungo periodo di marcia in avanti si trova in una posizione decentrata a rappresentare alcune novità generali, a proporre una metodologia e a segnalare una conduzione (una condizione) abbastanza divergente (intanto, nell’ambito del buon governo) rispetto alla norma nazionale.

La marcia di avvicinamento alle istituzioni si e conclusa il 20 giugno e subito dopo ne è conseguita una sconclusionata perifrasi dell’incertezza e dell’unanimismo che mi ha visto critico immediatamente attento preoccupato angosciato incazzato. Il muro del 20 giugno ha mandato in cocci centomila bottiglie. Siccome queste obiezioni non mi sono stancato di dichiararle in ogni modo e in ogni occasione, anziché ripetermi preferisco darle in alcuni stralci cavati da due precedenti scritti- che non hanno molto girato. Il primo in riferimento al dopo venti giugno (letto a un Convegno a Modena); il secondo sui fatti del marzo ’77 (nella prima lettera al sindaco, apparsa sulla cronaca bolognese de l’Unità . Servono a collocare anche il problema di fondo, che è alla base del presente intervento, secondo un mio punto di vista. Dopo tirerò alcune conclusioni parziali e soggettive; in esse,come nelle indicazioni precedenti, faccio riferimento a Napoli (ma anche a Torino e Roma) come luoghi orami tipici (oltre Bologna) di una situazione d’emergenza della politica del Pci in questi ultimi anni molto contraddittorio. E da ribattere con determinazione, radunando i problemi.

 

2. «Il numero dei banditi nello Stato papale variava da dodici a ventisettemila, negli ultimi anni di Gregorio XIII; cioè uguagliava, se pur non sorpassava, la quantità delle milizie regolari assoldate dai principi d’Italia. L’impunita dei banditi e il disordine generale si riassumevano dai Romani col dire: «corrono i tempi gregoriani ». II riferimento e cavato da un racconto storico di Giovanni Gozzadini, intitolato « Giovanni Pepoli e Sisto V », stampato nel 1879 presso Nicola Zanichelli.

Corrono i tempi gregoriani, cioè corrono tempi assillanti di corruzione e di violenza. Ma riepiloghiamo in fretta. Col 20 giugno, e con quel risultato, il Pci aveva ottenuto un meritato e faticato successo (nel senso dell’impegno di tutti a dimostrare piuttosto che a convincere; a dimostrare facendo più che a convincere parlando); ma la Dc, come si vide subito,aveva tenuto; in parte per virtù propria e in parte col sangue rituale dei partiti minori o di altre frange. Comunque dopo il 20 giugno da parte Dc ci fu (e innegabile) un momento di panico; panico più che incertezza; panico più che difficoltà o inquietudine nella ricerca e nella valutazione dei nuovi rapporti.Il panico era suscitato, a mio parere, dalla improvvisa sensazione di precarietà del terreno su cui da trenta anni si era assestato un potere convinto“cli durare; perciò indifferente e sempre insofferente. Credo che quei trenta giorni non siano stati utilizzati. Quel momento di panico avrebbe consentito di gestire – con un intervento diretto, immediato e «cattivo» – il nuovo rapporto di forze pilotandolo nella direzione di un « novità» politica pili efficace e quindi pili utile – per scelte che incidessero e che durassero – . Quale novità? Intanto questa: richiedendo, con la volontà di ottenerlo, che gli otto sederi di ferro che da trent’anni bucano Ie stesse poltrone, rimpalIandosele fossero almeno accantonati. SempIicemente, perché artefici primi della sconquasso che é in atto; e perché nessuno ne poteva più. Invece, ecco il primo punto, cavalcando come lady Godiva il cavallo bianco di un governo che doveva pilotare il presente disastro, è apparso il miracolato di turno, Andreotti, che abbiamo visto svagare dentro a ogni buco da un ministero all‘altro, parteggiando secondo lune o maree; ora a mezza destra o a destra; ubiquo, cavilloso, tedioso, smaliziato, scettico. Essendo uno dei responsabili diretti, come uomo politico di punta, non possedeva più la credibilità per gestire questa crisi; per gestire o scegliere gli strumenti adatti a controllare l’attuale difficile ingorgo. Né, secondo Ia decennale esperienza di una intera nazione, poteva obiettivamente avere la volontà politica di fare qualcosa di nuovo e di profondo, nonostante mille parole; in quanto egli è ancora uno dei baroni del potere a cui questo stesso potere affidava un incarico «mascherato ». Quindi il primo motivo di incredulità circa i risultati di una operazione efficace per intervenire in una crisi (complicata e mistificata) come la attuale, è la presenza al vertice di uno degli uomini buono per ogni stagione; il cui mandato sarà ancora non quello di «provvedere» ma quello di «amministrare» una situazione di emergenza, contorcendosi per aspettare, per rimandare, per dire e non fare; mentre il tempo intanto passa, filtra, aggrega e logora. Quello che conta è di restare al timone compiendo rotte circolari. Un male grande e corretto da un nuovo male, più urgente perché più immediato e recente; ma niente è fatto suI serio, niente e realizzato in profondità; non un passo avanti che non sia commedia ritardata o inutile dispendio paternalistico di parole e piccoli atti; mentre Ia struttura sociale, pur resistendo con tenacia, si sgretola e adagio si frantuma.

Ma c’e un secondo punto; e mi riferisco alIa decisione «improvvisa» della Dc (uscendo fuori da quel panico a cui ho accennato) di cedere zavorra, vale a dire di cedere potere (ma quel potere che pesa) e di cederne ancor più del richiesto o comunque ancor più del previsto e forse anche del dovuto- nell’occasione specifica; senza troppo contrastare, senza lotta quasl ritirandosi un poco e un poco fingendosi in difesa. La risoluzione di rovesciare sulle spalle della sinistra quanto più di un « certo » potere era possibile, e stata, a mio avviso un’altra irresistibile invenzione di questi uomini che all’indifferenza sociale sovrappongono una fantasia politica sorprendente quando si tratta di difendere i reali centri dal potere. Così da un giorno all’altro,uomini che non solo avevano contrastato ma avevano criticato can ironia la volontà popolare di partecipare in modo, diretto al governo, Ii abbiamo visti rimessi a nuovo, compiacenti, disponibili. E da Torino a Roma a Napoli e a cento altri centri minori hanno scaricato sulle spaIle della sinistra lo sfascio di situazioni amministrative e sociali disastrose, al limite del marasma. Non solo, ma passati sfacciatamente aIl’opposizione, autorizzandosi a gestire il dissenso coIlocati in un luogo di trame defilate. Usciti quasi di scena dicendo: vediamo come governate voi. E suI .grande teatro, dove si rappresenta una tragedia di persane vive, ci sono rimaste (oltre al falso regista di turno) Ie sinistre, i sindacati, tutti gli uomini e Ie donne di ogni giorno; con ogni responsabilità ma senza alcun potere o con un potere limitato, inefficace al fine di risolvere e concludere. Il filo é rimasto in mano ancora a quei signori che, fuori dalIa mischia diretta, stanno ricaricando Ie batterie, evitano i colpi, riprendono fiato, attendono la stanchezza inevitabile degli altri dopo questo lottare contro Ie ombre. Perché essi hanno in mano tutto il potere che decide: burocrazia, corpi separati, Ie banche, Ie industrie di stato, i cento giornali, i cento generali. La situazione e aggrovigliata, anche per chi ha una fiducia inesauribile nella volontà e nella capacita popolare di combattere e resistere. La crisi, che ci viene sbandierata come tremenda, è certo difficile e ognuno di noi si dispone alIa situazione. Eppure viene da dire a questi signori: via! il popolo e nelI’occhio di un ciclone suscitato e voluto dalla vostra imprevidenza, dalla vostra incompetenza, dalla vostra volontà politica di sacrificare il fare al mantenere e al difendere i privilegi.

Bene: il popolo non vuol battersi per salvarvi e giustificarvi. Vuole che anche voi siate suI palcoscenico di queste settimane con la faccia non lavata, a pagare quel che dovete, a faticare e a fare (finalmente); con la volontà politica di impegnarvi insieme agli altri suI serio (finalmente). Perché non vi e più concesso di ricorrere al vostro gioco, che e quello di nascondervi in grotta e aspettare che il temporale passi lasciando solo il « gregoriano» di turno allo scoperto. Oggi anche voi dovete stare schierati, in fila, a farvi bagnare schiena faccia e piedi dalla tempesta. Perché se c’è tempesta, questa volta deve essere una tempesta per tutti.

 

3. Brani di una lettera del marzo ’77. Non mi sembra .che quelle quattro giornate siano state rintuzzate e vinte; mi sembra invece che il tentativo eversivo di criminalizzare Bologna, avviato altre volte in passato e senza un risultato per la reazione pronta decisa unitaria della città, questa volta abbia in qualche modo prevalso; e che la città sia uscita dalla prova con le ossa rotte. Ci vorrà tempo, ci vorranno opere, ci vorranno attente e precise parole per ricucire; soprattutto occorrerà una chiarezza di fondo che non mi sembra ancora una volta di cogliere.

In che senso intendo «con Ie ossa rotte»? L‘intendo così: per avere subito il ricatto eversivo senza una reazione lucida e immediata paragonabile aIle altre volte, quando occorreva; per tiepidezza di guida politica e di riferimento ideologico; per non aver potuto identificare subito il Comune come il centro a cui rivolgersi per capire; per non aver ricevuto in merito informazioni chiare e immediate; al contrario, per avere vissuto di voci, di notizie verbali porta a porta e per aver dovuto attingere queste informazioni dalla stampa borghese o da alcune radio alternative (stante che la politica della « comunicazione » non ha ancora messo in atto a Bologna alcun strumento che non sia delegato o ufficiale; ed è arretrante e non corretto, a mio parere, mitizzare Radio Alice come il mostro della favola mentre è un centro di distribuzione della comunicazione che ha subito, per le generali, una detestabile sopraffazione.Siamo tutti convinti, e vero, che gli errori si debbono contestare uno per uno; ma in pubblico, non costringendo al silenzio col coltello alla gola). Una presenza politica a cui riferirsi senza intermediari, la quale .aiutasse a precisare e a spiegare con chiarezza e giustizia, quanto più possibile, avrebbe evitato la frana che c‘e stata. (Questa latitanza, a mio parere, è conseguenza di una scelta politica a livello nazionale che dovrebbe essere tutta riconsiderata. Ci si è defilati affidando la città esclusivamente alle forze dell’ordine per confermare la proposta di una propria disponibilità governativa e per ribadire in pubblico un intransigente legalitarismo che sostenesse la proposta. Anche se Ie migliaia di uomini armati, a cui si affidava l’opera pratica di ricondurre in città l’ordine dilacerato, avevano messo Bologna in uno stato d’assedio, presentandosi con una rapidità di intervento e di manovra tali da far pensare a preveggenza. E loro avevano innescato il fuoco con un assassinio a freddo ) .. .

Cosa mi sarei aspettato io, cittadino bolognese? Prima di tutto che la manifestazione unitaria, svoltasi a fatti compiuti, si organizzasse il giorno stesso dell’eccidio per coinvolgere (come si chiedeva) il movimento degli studenti in un’azione che desse un pronto significato politico alla rabbia giusta e all’autentico dolore di questi giovani troppo spesso insultati dalla retorica ufficiale.Tale incontro, oltre a ricucire i contenuti politici, avrebbe servito a isolare i pochi esagitati irrazionali e i molti provocatori di professione che si stavano infiltrando nelle strade in quelle ore di orgasmo.

Come secondo atto, lo voglio ripetere, mi aspettavo che il giovane ucciso fosse raccolto dalla città tutta intera. Poi mi aspettavo che il Comune si dichiarasse di tutti dentro a una vigile libertà sforzandosi subito non come intermediario ma come promotore a suggerire la comprensione dei problemi e dei fatti; e che ancora una volta in questo modo si proponesse come il riferimento unico e vero di tutta la popolazione onesta, in un momento amaro …

Avrei voluto anche sentire subito qualche affermazione di autocritica ufficiale rivolta agli studenti, che sono spesso meno avventati di quanta la prosopopea ufficiale sostenga per . ovvio tornaconto. Un’autocritica del seguente tenore: la città di Bologna non vive per gli studenti, benché ne accolga sessantamila; e neppure vive con gli studenti, benché ne accolga sessantamila; ma vive sopra gli studenti, cioè sui sessantamila studenti; in questo, con vergogna, come una città terziaria. E perciò se c’e rabbia è una rabbia da distribuire; e se ci sono errori, questi errori sono di tutti. Così dicendo, anche i tanti concittadini benpensanti (e a ogni liveIlo) invece di discettare con un perbenismo viscido su scarsa o buona voglia di studiare avrebbero dovuto guardarsi allo specchio (magari raccattando un pezzo di vetrina spaccata) e interrogarsi. E’ mancata una voce che parlasse, e che spiegasse, in quella direzione.

Io avrei voluto sentire che Bologna era ancora una volta forte, in un momento di dura necessita. Non una città spaventata, inquieta, incerta, delegante. Dopo cento anni, e per una volta, ancora carogna. Avrei voluto che aprisse tutte Ie sue porte invece di chiuderle in fretta per rassicurarsi e intanarsi.

 

4. A questa punto, e ai giorni nostri, non dico che si possono tirare delle somme, perché non sta a me in nessun caso; ma dico che si può cercare di ricapitolare in quattro parole la situazione per cercare di raccapezzarsi. · Prendo come spunto indicativo, su l’Unita del giorno 9 ottobre (domenica), un articolo di prima pagina firmato da Renzo Giannotti; da cui appare evidente una contraddizione «di fondo» da riferirsi alIa scelta politica in atto. Titolo: A Torino riprende il flusso degli immigrati. Sopratitolo: Nelle aree forti una ripresa a danno del Mezzogiorno? Dal titolo e dal contesto si ha ancora una volta conferma che il capitale produce e sceglie, sceglie e investe dove come e quando vuole – secondo una prassi solo polemicamente contestata. Mentre nel corso dell’articolo è riaffermata ancora una volta, in contraddizione con l’evidenza del titolo, il peso decisionale (per quanto si riferisce alle scelte generali di programmazione) della classe operaia: «Ma soprattutto non può limitarsi ad assistere la classe operaia e il suo movimento organizzato. Non lo ha fatto negli anni scorsi anzi, sotto i suoi colpi il grande padronato ha dovuto, contenere la espansione a Torino e impegnarsi a investire nel Mezzogiorno (impegni in parte rispettati e in parte regolati col rallentatore) ». Obietterei: impegni né rispettati né regolati; gestiti autonomamente secondo criteri immediati e di arroganza padronale – senza profonde modificazioni, a quel livello di scelte.

Tanto è vero che la situazione al sud anziché migliorare ha toccato un grado di scollamento non dico pauroso, dico disastroso. Una.prova? Una prova fra tante? Appena eletto, il sindaco di Napoli veniva beneficiato su ogni giornale e anche su l’Unità di una continua e affettuosa attenzione, contornata da aneddoti; nonché omaggiato (come d’altra parte meritava) di elzeviri. Uno di questi, ripetuto, raccontava come egli girasse in autobus fra la sorpresa e la simpatia della gente che lo riconosceva. Oggi i disoccupati arrivano davanti al portone del Municipio «sbarrato, come di consueto, da una trentina di agenti e carabinieri in assetto di guerra» (quotidiano Il Giorno di giovedì 28 settembre). II trapasso di situazione non e terribile e indicativo? E’ pur vero nonostante tutto – occorre riconoscere anche questo aspetto, per esattezza e «pulizia» di analisi – che se la Giunta e ancora in piedi (benché assediata) invece di essere stata spazzata via, questo è un dato positivo in una situazione disastrosa: «Dal· 1975 sono passati tre anni in cui si è atteso che la giunta fosse estromessa dal commissario che voleva la Dc, il fatto che stia ancora non é certo perché a Gava conviene che Valenzi gli tiri via Ie castagne dal fuoco, ma perché é cambiato il tessuto sociale della città, e il rapporto classe operaia-ceti emarginati ha fino ad ora, tenuto » (-su il Manifesto del 29 ·settembre a: firma M. Anselmo, T. L. Flores, R, Tecce). Ma qualche giorno prima, il 24 settembre, avevo letto sull’Avanti: «Ricordando, infatti, che i 4000 posti non rappresentano che una scheggia dell’impegno più complessivo preso da Andreotti, il Comune propone in particolare di ridiscutere con il governo Ie scelte per il Progetto per l’area metropolitana ». E Andrea Geremicca, assessore in Comune alla programmazione e al lavoro, rispondeva così su Il Giorno di lunedì 2 ottobre: «Lei mi diceva: ma non e cambiato nulla. Benissimo, ha ragione. Le ragioni sociali di fondo non sono cambiate. Ma io sostengo che e cambiata la possibilità di incidere, con i meccanismi istituzionali, diversamente che nel passato». Come si possa e su cosa si possa incidere se la situazione non e cambiata ne si muove – anzi, costringe a una difesa affannosa e approssimativa, con invenzioni o soluzioni dettate dalla contingenza – lo sanno gli dei. II fatto è che continuano a venire a galla Ie magagne di un potere accettato con troppa precipitazione e gestito inizialmente con un trionfalismo scarsamente realistico. Se i benefici pratici e di fondo (soprattutto gli economici) provengono o dal Governo (quindi da Roma) o dalle banche (a livello locale, il solo efficace ed efficiente nei rapporti con l’amministrazione dei Comuni; tutte o quasi gestite da Dc e amici) non occorre un particolare acume politico per ritenere che ogni proposito è condizionato dal beneplacito o dalla collaborazione di lor signori. Certo, si può intrecciare un insieme di rapporti che modifichino in parte la situazione e diano parvenza di un’apertura la dove esisteva un reticolo stretto; ma l ‘esperienza e Ie vicende insegnano, che non si danno smagliature e aperture solo proponendo e se il Principe non vuole. La verità secondo il mio parere può essere la seguente: a Napoli la giunta di sinistra, quindi soprattutto il Pci che si e esposto in prima persona, e di fronte alIa necessità (ormai) di scegliere – e non più cercare di mediare – fra gli occupati e i disoccupati. E ha scelto, ha dovuto scegliere in modo drammatico, gli occupati. Quale che sia, questa è una scelta; dettata però dalle circostanze e dalle difficoltà emergenti e non previste; ma e una scelta che il prossimo futuro temo riconoscerà non produttiva ma errata, negativa. Una piccola scelta. Una scelta facile. Una scelta alIa fine rassicurante. Anche per la legge (oggi completamente dimenticata) in merito al lavoro giovanile ci fu una ventata di « sano» entusiasmo – caotico e verbale; verbalizzato – anche fra chi scelse di potere credere per l’ultima volta alIa retorica quasi schizzoide che e in atto oggi in Italia; ma ‘tutto si e smorzato nelI’indifferenza rapida. E’ una cosa che appare a chi, come il sottoscritto, è almeno lettore attento dei fatti ma non ne ha né partecipazione né conoscenza diretta: a Napoli si sta convalidando la poca efficacia di una linea politica nazionale che nella sostanza non riesce malgrado ogni sforzo (e a scapito della giusta speranza politica) a proporre o a promuovere nulla di innovativo. Di veramente scalzante e incidente. Si producono solo alcune «sollecitazioni» che vengono in fretta masticate e archiviate e che sono convalidate anche dalla ironia compiacente dei detentori del potere reale. Il quale concede a tanti – oramai – di assestarsi nell’anticamera dei bottoni. Nella quale c‘e il bailamme la babele delle lingue. Ma nella stanza vera e propria, la stanza segreta,la classe operaia ancora non è entrata. E ho paura che tarderà parecchio a entrare. Rischia, con disperazione, di consumarsi nell’attesa.

Adesso, se da Napoli passiamo a Bologna, notiamo situazioni in apparenza divergenti e differenti solo per la storia recente e le vicende delle due città. A Bologna è in atto il persistere (anche se leggermente inquinato) di un benessere che e connotato da una «cordiale» arroganza. Nel senso che è un benessere che va difeso e che si sta difendendo – perché ci si è ormai abituati. Un benessere mercantile che non produce idee, non produce contraddizioni di fondo (se non una, come indicherò). Un benessere che fa piacere agli illustrissimi che possono compilare tabelle, ma non ha movimento; e si compiace solo di se. Così la città di Bologna è scivolata suI piano inclinato di una imprevedibile mediocrità e su quello dell’uniformità. Ha Ie stesse paure di tutte e non ci aggiunge una sola parola nuova. Bologna è tornata abbastanza precipitosamente a essere una delle cento città italiane, buona per una dispensa della De Agostini. Non parla più, non scrive più. Non è più diversa. E l’Europa la sta dimenticando. Anzi, a confermare il grado di allineamento toccato da coloro che un tempo gestivano operazioni di punta, annoto che la burocrazia comunista taccia di sciocco (come il sottoscritto) o di pirla (come iI sottoscritto) quanti si azzardano a sostenere (scrivendo) che Bologna era proprio una città diversa. Macché diversa, ribattono, macché fuori dalla norma; Bologna era come le altre, come Ie altre aveva i suoi problemi. , Che si possono avviare a soluzione «con l’unità democratica, la civile convivenza, e Ie Giunte allargate». Questo unanimismo tutto viscerale intempestivo e aggressivo (e quasi nevrotico) e l’ultimo faccia della politica del Partito anche a Bologna. Quasi che all’improvviso si fossero accorti di non sapere più governare da soli. O di non potere più governare.

La situazione riflette pari pari Ie scelte generali. Che si possono riassumere in questo invito: tutti sulla stessa barca dato il mare grosso e via. Ma come Napoli ha i suoi disoccupati (che emergono con prepotenza inevitabile e non si sa come contenere se non con l’elemosina vergognosa dei quattromila posti di parcheggio rabberciati; a conferma della impossibilita di gestire una politica autonoma e «attiva»), Bologna ha i suoi studenti. Nel peso della città, quasi quanti i disoccupati a Napoli. E alle ultime vicende, approdate in azioni studentesche scriteriate teppistiche e provocatorie, non riesce a rispondere cercando di organizzare e ristrutturare il suo rapporto «generale» con tutti questi giovani; ma continua nell’indifferenza e nella strisciante ma feroce sopraffazione. Come un paesotto marittimo vive sullo straniero in vacanza, Bologna vive sulle spalle di questa grande massa frastornata sbandata e emarginata. leri, 8 ottobre, sono state chieste 90.000 lire per un letto in una camera con altri due posti. Lo sfruttamento privato è ignobile mentre non sono ancora in atto, ma vivono solo nei progetti ritardati, strutture sociali confacenti. Tutto e ancora lasciato ai discorsi e ai propositi. Perché dappertutto in ltalia e quindi adesso, anche a Bologna che si intruppata nella norma, non si pensa mai ai singoli problemi, ai problemi piccoli e immediati, ai problemi urgenti; ma solo ai macroproblemi. Non a costruire tre case ma a una città satellite can mille case; non ad aprire una strada (necessaria) ma a rimettere in discussione la viabilità di un intero quartiere. Da una noce si passa rapidi a fabulare sull’immortalità dell’anima. II manierismo verbale ha preso il sopravvento su un modo concreto di governare, un modo corretto. Così capita, ma non certo per caso, che in questo periodo Ie Giunte di sinistra si stanno mangiando la coda. Non c’e pili il proponimento (giusto) di una (giusta) speranza; che era lo stimolo di vedere compiersi qualche cosa di nuovo e di continuare a farlo; per migliorare e milgliorarsi nella vera libertà – che è di tutti. Compromissione e rassegnazione sono arrivate ‘n barca e hanno approdato con Ie caccavelle del bla-bla frenetico a compensare l‘immobilismo a cui si e ‘stati obbligati dai compagni di viaggio – molto simili ai pellegrini che venivano da Roma nella canzone goliardica. II potere reale per la classe operaia è ancora lontano. Intanto sta immersa fino al collo nelle istituzioni.

La stagione d’oro a Bologna si e consumata; mentre a Napoli non e cominciata neppure quella di ferro. E’ stata chiusa, quasi serrata can rabbia, proprio dai nipoti di coloro che l’avevano cercata, preparata, realizzata con fatica e difesa con impegno trentennale. La generazione dei neo-burocrati, renitente o indifferente alla gestione e alIa fatica dei «massimi problemi» (licenziati con la scusa che appartengono all’Ottocento) ha buttato a ‘ mare Ie vecchie carte (tutte Ie vecchie carte) e ha inseguito un nuovo che ancora non c’e e che la sua fantasia non e in grado di progettare. Lo promette soltanto, a parole. Ma Ie parole volano. E le città restano. Purtroppo restano spesso anche i burocrati.

 

Pubblicazione in Inchiesta 37, gennaio-febbraio 1979, pp. 5-9

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Category: Arte e Poesia, Movimenti, Osservatorio Emilia Romagna, Roberto Roversi e la rivista "Inchiesta"

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