Vito Mancuso: Dio e il suo destino. Due recensioni

| 15 Novembre 2015 | Comments (0)

 

Diffondiamo dal blog di Vito Mancuso due recensioni al suo libro  Dio e il suo destino edito da Garzanti

 

1.  Vittorio Coletti: In quale Dio poter credere ancora oggi?

(posted il 15 novembre 2015)

Come ormai da qualche anno, anche quest’anno, dal 2 al 4 dicembre, Vito Mancuso terrà al Palazzo Ducale di Genova il suo corso intensivo di teologia, per il quale sono già aperte le iscrizioni. Mai come questa volta vi si discuterà un tema entusiasmante e provocatorio, annunciato dal formidabile libro che Mancuso ha appena pubblicato da Garzanti: Dio e il suo destino. Con la generosità e la passione intellettuale che lo contraddistinguono, il teologo si accinge infatti a dichiarare finita l’idea di Dio che ha caratterizzato le religioni del Libro, ebraismo, cristianesimo e islam, basate su un’immagine di Dio come entità onnipotente radicalmente distinta dal mondo che ha creato, misterioso responsabile quindi di tutto, dell’inizio e della fine, del bene e del male. Mancuso propone una nuova immagine di Dio, data dal suo coinvolgimento nella vicenda del mondo che egli ha originato e con il quale, però, non coincide, essendo anche il superiore fine di ordine e armonia (logos) cui l’universo tende dalla sua immensa complessità cosmica (caos). Questa nuova idea di Dio si sviluppa dal riconoscimento delle due logiche che governano l’esistenza, quella del senso e del bene e quella dell’assurdo e del male, e della loro rispettiva imprescindibilità: sono vere entrambe e contemporaneamente …

Dio deve dar conto di questa costitutiva contraddizione del creato e lo può fare solo assumendola in se stesso, entrando anche lui nella vicenda di bene e di male, di gioia e di dolore, di senso e di assurdità, di stelle e buchi neri, ma garantendo, in questo modo, anche alla negatività e al dolore una ragione, che è, per il cosmo, quella dell’indeterminazione e, per l’uomo, quella della libertà di scegliere tra bene e male, perché se tutto fosse già perfetto non ci sarebbe né evoluzione né libertà di scelta, non essendovi ragione per modificarlo. Mancuso crede in questo nuovo Dio perché ritiene di dover optare per il bene e per la giustizia, di dover cercare nel caos della natura e nelle sofferenze della storia quella via dell’ordine armonioso e giusto che solo la più avanzata delle creature conosciute, l’uomo, è in grado di vedere e volere.

La sua teologia ha un così forte fondamento etico che il libro è dedicato a don Andrea Gallo e si chiude nel ricordo della sua istintiva, candida percezione di un Dio “antifascista”, che si batte cioè costitutivamente per la giustizia contro la sopraffazione e l’iniquità in tutte le loro forme. Mancuso archivia il Dio monarca cattivo dei vecchi monoteismi, oggi venerato soprattutto dall’ islam come si è appena visto visto nelle stragi di Parigi, e porta a conseguenze radicali il Dio fraterno del nuovo cristianesimo di papa Francesco, un Dio disseminato nella creazione, di cui condivide la potenza e la fragilità e alla quale indica (non coincidendo quindi con essa, ma restando oltre, trascendendola) la strada, la meta della perfezione, del bene e della giustizia.

Farà molto discutere questo libro, perché smonta integralmente la teologia occidentale, archivia i dogmi, ridimensiona i culti e i riti, proponendo un Dio che è mescolato nel suo universo e lo condivide con l’uomo e le altre creature, estremo, radicale frutto teologico della grande intuizione cristiana del Dio incarnato, fatto natura biologica e storia umana. Mancuso riprende ovviamente il suo precedente lavoro teologico, perché questa nuova concezione di Dio non si darebbe senza un ripensamento (da lui fatto in altri libri) dell’uomo e della vita alla luce delle nuove scoperte scientifiche, che indurrebbero a cogliere l’anima spirituale dell’uomo nel surplus di energia che lo caratterizza e lo mette, unica tra le creature note, in condizione di operare liberamente, assecondando o ostacolando la tensione all’armonia, alla complessità ordinata, al bene, al giusto, che percorre l’universo e la nostra esistenza.

Mancuso è un intellettuale onesto oltre che un teologo straordinariamente preparato: si dichiara credente ma non nasconde che la religione in questo nuovo Dio istituisce un legame diverso tra Dio e l’uomo, in cui ognuno, l’uomo e Dio, è responsabile dell’altro. Non c’è dubbio che solo dal cristianesimo moderno, così ispirato ai principi del bene e della giustizia, alla protezione dei deboli e ora anche della natura, poteva svilupparsi una teologia che cambia radicalmente i connotati del Dio tradizionale e propone un nuovo Dio, personale e cosmico, ricco di amore distribuito e di dolore condiviso. Il Dio di Mancuso è trinitario perché costituito di relazioni, col mondo naturale e  con gli uomini: «trinitas esprime la relazione quale dimensione prima e ultima della realtà».

Basterà questa coraggiosa novità teologica a salvare Dio dal suo destino, che lo fa o troppo cattivo e potente, braccio armato del sempiterno delirio di potenza, o così tenue e lontano da sparire dall’orizzonte dell’uomo occidentale, che sempre più ne fa oggi a meno, rinunciando a chiedersi ragioni e direzione della vita e puntando solo sui beni materiali, senza attesa e voglia di bene e di giustizia?

Non lo so. Non lo sa, onestamente, neanche Mancuso, che ammette che la sua fede in questo Dio nasce da una decisione morale per il bene e il giusto, per la pace, prima che dalla riflessione teologica. Mancuso sa che si può amare la vita, il bene, l’ordine armonioso, la pace e la giustizia e non cercare Dio per spiegarli, ma è convinto che solo la misura assoluta della trascendenza garantisca la tenuta di questi valori morali e cosmici. Senza il pensiero di Dio, secondo lui, bene e giustizia restano appesi a un filo troppo fragile: perché si dovrebbero cercare, con la fatica che comportano, anche quando, poniamo, sarebbe molto più comodo e redditizio infischiarsene? Sta qui la generosità morale di questa teologia rivoluzionaria, che non si ferma di fronte a nessun rischio conoscitivo perché crede in un progetto di bene, di senso, in una creazione continua, bisognosa di incessante perfezionamento e miglioramento da parte di Dio e da parte dell’uomo.

Mancuso si rivela figlio maturo del cristianesimo proprio nel momento in cui ne congeda gran parte della storia e della teologia: solo un cristiano convinto può infatti avere ancora tanta fiducia nell’uomo da puntare sulla sua ansia di senso, di armonia, di bellezza, di bene, piuttosto che sulla sbadataggine ottusa in cui a me sembra purtroppo, oggi come non mai, immerso. Ma una cosa è certa, dopo l’orrore di Parigi, e il libro di Mancuso la insegna con coraggio: bisogna ripudiare il dio potente e oscuro nel cui nome si è ucciso, si uccide e ci si uccide, rispuntato imprevedibilmente dal Medioevo teologico nel XXI secolo ad armare i nuovi fondamentalisti.

 

 

2. Maurizio Ferraris: Bioteologia, la scommessa che riavvicina Dio e Natura

(posted il 13 novembre 2015)

 

Hegel ha scritto che il sentimento fondamentale dei tempi moderni è la morte di Dio. A questa diagnosi, ripetuta qualche decennio dopo da Nietzsche, filosofi e teologi hanno dato tre risposte principali. La prima è quella che chiamerei “ermeneutica”: Dio non è morto, ma semplicemente non è stato ancora interpretato per quello che è. La rivelazione è un processo che ha luogo nella storia e che chiede l’intervento attivo dell’uomo, in un processo di miglioramento storico. La seconda è quella eroica: Dio è morto, dobbiamo attendere un oltreuomo che possa essere un nuovo dio. Purtroppo, se sul conto del vecchio Dio si possono mettere azioni discutibili, il nuovo Dio, come insegna la storia degli ultimi due secoli, non è piazzato meglio. La terza, meno sbandierata ma ben più praticata, è quella che direi “secolaristica”, e che è stata enunciata da Joseph de Maistre: la morte di Dio, quando pure avesse avuto luogo non comporterebbe nessuna conseguenza sul piano della fede e della religione, dal momento che Dio ha lasciato in eredità il proprio potere al Papa, che a questo punto è autorizzato a governare la chiesa in piena autonomia.

Resta una quarta risposta, minoritaria ma a mio avviso più promettente, seguita nella modernità da Schelling e in genere a tutti i filosofi che si sono accostati alla teologia con un atteggiamento naturalistico (ad esempio, Emerson) a cui si ricollega in maniera seria, profonda e autonoma Vito Mancuso in Dio e il suo destino, appena uscito da Garzanti (pagg. 464, euro 20). L’idea di fondo è che la rivelazione non ha avuto luogo un giorno, nella storia, ma è un processo continuo e non concluso. L’evoluzione ha dato vita a un mondo materiale che è insieme un mondo spirituale in cui ha luogo la manifestazione è l’azione di Dio, sicché tra evoluzione e rivelazione non c’è contrasto ma complementarità.

Il vecchio Dio (che Mancuso chiama “Deus”), il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, ma in buona parte anche di Cristo, non ha mantenuto le sue promesse, e si è presentato anzitutto come un Dio geloso, autoritario e vendicativo. Ha incarnato anzitutto il potere, e non ne sentiremo la nostalgia. E Dio, l’alternativa e il successore di Deus, com’è? Uno degli autori più presenti in Mancuso è Spinoza, e in effetti si sarebbe portati a pensare a una prospettiva panteistica, non troppo diversa, d’altra parte, da quella che Mancuso aveva proposto nel suo fortunatissimo L’anima e il suo destino (Raffaello Cortina 2007). Tuttavia, Mancuso caratterizza la propria posizione come “panenteismo”, che non è un refuso per “panteismo” ma piuttosto il modo in cui molti filosofi hanno evitato l’accusa di spinozismo, che ancora due secoli fa poteva procurare seri guai. Mentre il panteista identifica Dio e il mondo, il panenteista ritiene che il mondo sia incluso in Dio, che ne sia la forza animatrice.

Se il panteismo ha un modello meccanicistico, il panenteismo ha un modello biologistico, è, per così dire, una bioteologia, per la quale Dio è lo slancio vitale che pervade la natura. Il panenteismo di Mancuso deve molto all’evoluzionismo di Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), il gesuita, filosofo e scienziato francese già molto presente nella sua riflessione sul destino post mortem dell’anima. L’evoluzione non vale solo per la vita, vale per il cosmo intero considerato come un grande animale vivente (secondo l’intuizione di Platone), che si sviluppa a partire da un ricettacolo, la chora, lo spazio neutro da cui hanno origine tutte le cose, e che si presta facilmente a venire riletto in termini biologistici, giacché lo stesso Platone la definisce come “matrice”.

Il discorso fila. Richiamarsi a Dio, anzi, a Deus, non è far ricorso a un vecchio nome di cui si può fare a meno senza per questo escludere il divino? Persone che credevano che il mondo fosse non più vecchio di 6000 anni (era l’idea dominante ancora nell’Ottocento) e che non potessero nascere nuove specie (in gioco era la perfezione del piano divino), non potevano spiegare l’esistenza di strutture complesse — fossero il mondo, la mente o il linguaggio — se non ricorrendo all’ipotesi di una creazione divina o di una costruzione concettuale, ossia, per parlare come de Maistre, di una “azione temporale della provvidenza”. È da questa penuria di tempo che deriva la concezione del sommo artigiano, del disegno intelligente. Ma se contiamo su un tempo infinitamente più lungo, sprofondato in quelle che Vico definiva “sterminate antichità”, tutto cambia. Perciò 13,7 miliardi di anni, il tempo che ci separa dalla nascita del tempo, sono più che sufficienti per rendere conto di tutto quello che è accaduto senza l’aiuto di Dio, né come inizio né come termine del processo evolutivo.

Se le cose stanno così, però, sorge un interrogativo molto semplice. C’è ancora bisogno di postulare l’intervento di un logos (o più modestamente di un senso qualsiasi) per rendere conto di un mondo che deve la sua emergenza — tra errori, incoerenze e mostruosità di ogni sorta — solo a una immane disponibilità di tempo, materia ed energia? È, ad esempio, l’idea del filosofo australiano Samuel Alexander (1859-1938) in un libro ai suoi tempi abba- stanza famoso: Spazio, tempo e deità (1920). Alexander è con- siderato il padre dell’emergen- tismo, cioè di una concezione che Mancuso (a pag. 389) consi- dera coerente con il suo panen- teismo, e propone una potente visione cosmogonica, descri- vendo uno sviluppo ascenden- te di livelli dell’essere che pren- de l’avvio dallo spaziotempo e ascende alla materia, all’orga- nismo, all’uomo e a Dio, conce- pito come la totalità emergen- te del mondo.

La differenza tra una prospettiva emergentista radicale e il panenteismo di Mancuso è tutta qui. Per Mancuso tutto è in Dio, compresa l’emergenza del mondo (e, nel mondo, delle svariate idee che sono state formulate su Deus), ma allora abbiamo a che fare o con una riproposizione del Dio creatore, o con un Dio fannullone alla Wittgenstein, con un senso del mondo che è fuori del mondo e che dunque, propriamente, non esiste. Per l’emergentismo radicale, invece, Dio non è ancora, ma non è escluso che, come sono sorte le amebe, il calcolo differenziale e i quartetti di Beethoven venga un giorno in cui, magari tra milioni di anni, a esseri presumibilmente diversissimi da noi si presenti un Dio, «come se un Tu (scriveva Vittorio Sereni) dovesse veramente / ritornare / a liberare i vivi e i morti./ E quante lagrime e seme vanamente sparso».

 

 

 

 

Category: Culture e Religioni, Libri e librerie

About Vito Mancuso: Vito Mancuso. Nato nel 1962 a Carate Brianza da genitori siciliani, è dottore in teologia sistematica. Dopo il liceo classico statale a Desio (Milano), ha iniziato lo studio della teologia nel Seminario arcivescovile di Milano dove al termine del quinquennio ha conseguito il Baccellierato, primo grado accademico in teologia, ed è stato ordinato sacerdote dal cardinale Carlo Maria Martini all’età di 23 anni e sei mesi. A distanza di un anno ha chiesto di essere dispensato dalla vita sacerdotale e di dedicarsi solo allo studio della teologia. Dietro indicazione del cardinal Martini ha vissuto due anni a Napoli presso il teologo Bruno Forte (attuale arcivescovo di Chieti e Presidente della Commissione Episcopale per la Dottrina della Fede della Cei), sotto la cui direzione ha conseguito il secondo grado accademico, la Licenza, presso la Facoltà Teologica “San Tommaso d’Aquino”. Vito Mancuso è un teologo italiano. E' stato docente di Teologia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano dal 2004 al 2011. I suoi scritti hanno suscitato notevole attenzione da parte del pubblico, in particolare L’anima e il suo destino (Raffaello Cortina, 2007),Io e Dio Una guida dei perplessi (Garzanti, 2011), Il principio passione La forza che ci spinge ad amare (Garzanti 2013), tre bestseller da oltre centomila copie con traduzioni in altre lingue e una poderosa rassegna stampa, radiofonica e televisiva. Il suo pensiero è oggetto di discussioni e polemiche per le posizioni non sempre allineate con le gerarchie ecclesiastiche, sia in campo etico sia in campo strettamente dogmatico. Dal 2009 è editorialista del quotidiano “la Repubblica”. I suoi ultimi libri: "La vita segreta di Gesù" (Garzanti Editore, aprile 2014) e "Io amo: Piccola filosofia dell'amore( Grazanti Editore 2014). Da marzo 2013 è docente di "Storia delle dottrine Teologiche" presso l'Università degli Studi di Padova.

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