Massimo Raffaeli: Una società che non vuole guardarsi dentro chiede solo fiction

| 27 Marzo 2015 | Comments (0)

 

Roberto Dall’Olio ha intervistato per “Inchiesta” Massimo Raffaeli, critico letterario e docente di letteratura. Raffaeli scrive di letteratura e di calcio, entrambe passioni della sua vita. Collabora con quotidiani fra cui Il Manifesto e La stampa e con riviste e periodici  tra i quali Alias e Lo Straniero . Ha curato l’opera di autori italiani (Betocchi, Savinio, Ferretti, Primo Levi ) e ha tradotto dal francese Zola, Celine, Crevel, Genet, Duvert . La sua produzione, comprende  lavori su Franco Fortini e Paolo Volponi,  ed è raccolta in diversi volumi.

 

D. Comincerei col chiederti quale sia stato il tuo primo impatto con la Letteratura.

R. Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza molto solitarie, la lettura (erano libri di ogni genere, quelli che trovavo in biblioteca, perché a casa mia non ce n’erano) medicava la mia solitudine. Ma ero anche un lettore di giornali e continuo a esserlo anche se, tutti dicono, si tratta oramai di una attività recessiva. Comunque, sia detto ora per allora, il fatto decisivo è stato l’assassinio di Pier Paolo Pasolini, di cui avevo letto al ginnasio alcune poesie e che seguivo, sentendolo come un necessario fustigatore  della mia generazione, sul “Corriere della Sera”. Il giorno dopo la sua morte scrissi di getto, come fosse un tema, un testo per il giornalino ciclostilato del liceo di Ancona e credo si intitolasse Morte di un eretico. Quel fatto ha significato per me la fine dell’età dell’innocenza e, voglio credere, l’inizio della mia piccola vicenda di critico.

 

D. Un aneddoto su Bassani di cui sei un grande conoscitore in prosa e in versi…

R. Lo racconto sempre perché è un aneddoto che mi diverte e mi dice, nello stesso tempo, come sia singolare l’esistenza. Bassani, ma io naturalmente non sapevo chi fosse, venne ad Ancona a metà degli anni sessanta, quale presidente di “Italia Nostra”, per l’inaugurazione del Parco del Cònero. Ero lì, nella sala della Provincia, in mezzo agli studenti delle scuole medie che facevano (facevamo, peraltro) un baccano infernale. Ricordo un uomo piccolo, sul palco, innervosito e seccato, ignoravo si chiamasse Giorgio Bassani, tanto meno sospettavo che da adulto avrei studiato e tanto amato i suoi romanzi.

 

D. Hai studiato a Bologna nei caldi Anni Settanta. Cosa ti hanno lasciato nella tua scrittura ed esistenza?

R. Ero iscritto a Lettere antiche, non facevo parte del cosiddetto Movimento perché mi sentivo vicino al Pci pure se all’ala sinistra, i miei riferimenti politici erano Pietro Ingrao e Mario Tronti (avevo grande stima di Enrico Berlinguer ma sospettavo che la dottrina del “compromesso storico” sarebbe naufragata o, peggio, riassorbita dalle dinamiche del trasformismo all’italiana). Bologna allora era una città in fermento, lo specchio ustorio di una società che stava mutando (in peggio, io ritengo) ma non mostrava di avvedersene. Passavo quasi tutto il tempo a studiare e ho avuto la fortuna di avere ottimi maestri accademici, da Fiorenzo Forti (un filologo molto laconico ma che mi ha messo in mano i ferri del mestiere) a Guido Guglielmi e Carlo Ginzburg, dal latinista Alfonso Traina allo storico dell’arte Carlo Volpe. Venivo da una città povera di stimoli e di biblioteche, Bologna viceversa era una specie di paradiso terrestre.

 

D. Uno dei tuoi incontri bolognesi : Roberto Roversi. Ne vuoi parlare?

R. All’università studiavo ma non è che ne apprezzassi il clima, abbastanza chiuso, direi corporativo. Fatalmente, un giorno sono andato a trovare Roberto Roversi nella sua antiquaria che allora era in via Castiglione di fronte al liceo “Galvani”. Cosa devo dire che non sia già stato detto? Era un maestro, nel senso etimologico di questo termine, cioè non solo era l’autore di Dopo Campoformio e delle Descrizioni in atto, ma era un esempio e un punto di riferimento, in termini di integrità etico-politica, specialmente per i giovani. Sono stato uno dei suoi moltissimi beneficiati: debbo a lui se nel ’79, avevo appena ventidue anni, ho cominciato a scrivere recensioni per “il manifesto”.

 

D. E altri tuoi incontri?

R. Senz’altro, e lo debbo ancora a Roversi, Gianni Scalia, un filosofo-logofilo, come lui dice, di tempra socratica, una specie di seminario itinerante, fosse a casa sua o preferibilmente nella trattoria “da Ercole” in piazza Minghetti. Aggiungo volentieri due altre figure: Giuseppe Guglielmi, poeta e traduttore impareggiabile di Céline, purtroppo mancato nel ’95, e Fausto Curi di cui ho sempre ammirato la straordinaria limpidezza intellettuale Ma Bologna significa per me alcuni coetanei poi divenuti amici di una vita , dai poeti Mino Petazzini, Nicola Muschitiello e Gianni D’Elia all’editore Luca Sossella.

 

D. Parliamo del “manifesto” : Luigi Pintor, un maestro. E Giaime, grande e profetico, no?

R. Pur essendo un collaboratore ormai vetusto, ho per lo più usato il telefono e dunque ho messo piede poche volte al giornale. Luigi era sul serio il fratello di Giaime, un esempio di etica della scrittura, una scrittura incisiva, penetrante, di chiarezza cristallina. Insomma era un fuoriclasse della brevitas, come poi hanno confermato i suoi libri di memoria, da Servabo in avanti.

 

D. “Manifesto” e poesia politica. Perché questo genere di poesia è sotto traccia in Italia?

R. Rispondo che, paradossalmente, è un bene, tale è il peso della nostra tradizione classicista, retorica, che il rischio della oratoria, della poesia-comizio o persino  della poesia-volantino, insomma qualcosa di didascalico e di illustrativo, è sempre molto alto. In materia, la penso come Bertolt Brecht, per lui la poesia politica va scritta indirettamente e parla di alberi…

 

D. Ti vorrei chiedere se ed in che modo la scuola danneggia la passione per la poesia?

R. Non lo so perché dipende, volta a volta, da chi la propone e da chi la recepisce. Troppe sono le variabili, gli elementi circostanziali, per poterne dedurre una regola. Personalmente ne ho sempre letta poca, ma ho insegnato per lo più in istituti tecnici e professionali dove funziona meglio, se funziona, la prosa di romanzo o quella di divulgazione.

 

D. Un tuo maestro : Berardinelli. Ce ne parli?

R. Ho stima per la saggistica di Alfonso Berardinelli, lo leggo da sempre ma non posso dire mi sia stato maestro se non per le cose che ho imparato leggendolo. Sento meno la produzione dei suoi ultimi anni perché ho l’impressione che del suo non voler essere “ideologico”, del suo voler poggiare sul senso comune ovvero sul buon senso, egli abbia fatta una ideologia. E tale ideologia, per me, non è certo migliore di quella propriamente detta e oggi calunniata.

 

D. Settantesimo della Resistenza. I poeti italiani e la Resistenza : Gatto Roversi Fortini Volponi Pasolini Scotellaro…

R. Ritorno su quanto dicevo un attimo fa. Sono poeti che amo, ognuno di costoro ha scritto, e spesso con grande intensità, sulla Resistenza ma io non li ho letti e non li sento per questo motivo. Perché, a mio modo di vedere, se li leggessi così, li chiuderei in un ghetto testimoniale. Piuttosto sono convinto che, senza la Resistenza e quanto essa ha comportato, non avrebbero mai scritto, in generale, quello che hanno scritto.

 

D. Le tue letture decisive

R. Posso citare alcune cose primordiali: il Diario di Anna Frank, un regalo di mio nonno quando avevo dieci anni, nell’adolescenza la tragedia greca (ho un quaderno del liceo dove c’è tutto l’interlinea dell’Edipo Re), i Canti di Leopardi e le Lettere di Gramsci, poi alcuni romanzi, Martin Eden di London e il Viaggio al termine della notte di Céline. Tra liceo e università, tutto Dostoevskij, di cui parlavo a vent’anni col mio primo e indimenticabile maestro, il poeta Franco Scataglini.

 

D. La storia non è finita come non sono finiti i romanzi. Ma il bildungsroman è in crisi. Perché tanto equivoco sulla brevità e leggerezza in prosa?

R. Rispondo con la tesi più scolastica. Il romanzo italiano vive di eccezioni (da Manzoni a Verga, da Tozzi a Svevo e Gadda, da Moravia a Fenoglio e Volponi) ma in assenza di uno standard. E’ un problema storico, non di singoli autori, perché sappiamo che da noi è mancata la borghesia, una lingua nazionale, un pubblico omogeneo ecc. ecc. Ho la netta impressione che ciò valga tuttora. E poi il romanzo, voglio dire la forma-romanzo e non i suoi surrogati, chiede una società che voglia guardarsi dentro, chiede un pensiero critico, l’abitudine a discutere i problemi collettivi. Invece mi sembra che da noi “romanzo” voglia dire solamente “una bella storia”. Si chiama fiction e ce n’è purtroppo a tonnellate.

 

D. Cosa pensi della crisi del genere del racconto?

R. Il racconto, la forma della veloce imbastitura, ha una prestigiosa tradizione in Italia ma da tempo gli editori la rigettano perché inseguono, appunto, la bella storia tridimensionale, insomma il feuilleton aggiornato al tempo della globalizzazione.

 

D. Raccontaci di un grande poeta operaio e marchigiano.

R. Più che raccontarlo voglio invitare a leggerlo. Si chiamava Luigi Di Ruscio, nato a Fermo nel 1930 e morto nel 2011 a Oslo dove era emigrato nel ’57. Per decenni lì è vissuto da operaio nella fabbrica fordista, guardando il mondo da “fuori”, cioè da esule, e da “sotto”, cioè da subalterno. Ha scritto poesie bellissime, di forza tellurica (da Non possiamo abituarci a morire, ’53, a L’Iddio ridente, 2008) ma ha scritto anche dei romanzi fortemente autobiografici di andatura picaresca, insieme epica e comica, a partire da Palmiro (1986), che racconta la sua formazione, da paria autodidatta e anarcoide, nel Pci stalinista dell’immediato dopoguerra. Ecco, se posso dirlo con una semplice formula, Di Ruscio non è stato un poeta operaio né un operaio poeta ma qualcuno che ha saputo tradurre la condizione operaia nella condizione umana tout court.

 

 

 

 

 

 

 

Category: Arte e Poesia, Libri e librerie, Politica

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About Roberto Dall'Olio: Roberto Dall'Olio (1965) è attualmente Assessore all'intercultura, valorizzazione dei beni culturali e sport del Comune di Bentivoglio (Bologna). È membro del direttivo bolognese dell'Anpi. Poeta e autore dal forte impegno civile, insegna Storia e Filosofia al Liceo Classico "Ariosto" di Ferrara. Ha vinto il concorso nazionale di poesia va pensiero a Soragna (Parma).Tra le sue pubblicazioni: Entro il limite. La resistenza mite in Alex Langer (La Meridiana, 2000); Per questo sono rinato (Pendragon, 2005); La storia insegna (Pendragon, 2007); Il minuto di silenzio (Edizioni del Leone, 2008), La morte vita (Edizioni del Leone, 2010).

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