Massimo Canella: Invito alla lettura 15. Jean – François Revel, “Per un’altra Italia” (nonché Alessandro Manzoni e Francesco De Sanctis)

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Massimo Canella. Invito alla lettura 15. Jean – François Revel, “Per un’altra Italia” (nonché Alessandro Manzoni e Francesco De Sanctis)
“E’ difficile per uno straniero parlare di Manzoni con degli Italiani, perché l’autore dei Promessi sposi è oggetto in Italia di un vero e proprio culto. […] Certi italiani colti hanno spesso in casa loro numerose edizioni di questo libro e continuano, vita natural durante, a parlarne con passione” (Jean – François Revel, “Per un’altra Italia” – nella versione edita da Juillard nel 1958: “Pour l’Italie”, Milano 1958, C. M. Lerici, p. 36). Jean – François Revel (in realtà Ricard, Revel è uno pseudonimo) era nel 1958 un docente di filosofia di simpatie socialiste e radicali, uscito dall’Ecole normale supérieure di Lione, che aveva insegnato in diversi paesi europei, fra cui l’Italia, sarebbe divenuto un ghost writer di François Mitterand e avrebbe acquisito poi notorietà internazionale, posizionandosi più a destra, con Ni Marx ni Jésus: de la seconde révolution américaine à la séconde révolution mondiale, del 1970; fu in seguito tra i collaboratori del “Giornale nuovo” di Montanelli e si adoperò fra l’altro a favore dei Contras del Nicaragua.
Torniamo a Manzoni e alla sua umile eroina, Lucia, le cui caratteristiche Revel, come vedremo, particolarmente contesta. Siamo in barca sul lago di Como, in fuga dalle prevaricazioni del signorotto locale. “Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’passi comuni il rumore di un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamato santo; addio!” (I promessi sposi, p. 145 dell’edizione, scelta per l’occasione, dell’Istituto italiano di arti grafiche, 1951, con buone illustrazioni di Giambattista Galizzi). Osserva Francesco De Sanctis, che non mancava di empatia e insieme, uomo dell’Ottocento, approvava l’onestà delle fanciulle, simpatizza con Lucia ma coglie i difetti della sua esemplarità: “Lucia guarda più in là, discerne la sua casetta, ‘la chioma folta del fico’, la finestra della sua stanza, e allora si appoggia sul gomito, finge di dormire – piange! […]Anche noi in simili casi prima di riflettere ci inteneriamo. Quel che pensa Lucia sono cose che non dice nemmeno a sé stessa; per esempio quella cosa le ricorda gli amori con Renzo, ma nella sua pudicizia ella non può tradurre ciò che ella sente in quel momento: i pensieri che quella vista le risveglia in mente e non può dire a sé stessa, si esprimono con una lagrima, che il poeta poi traduce in lingua poetica” (lezioni all’università di Napoli del 1872, considerate come frammenti – preziosi – di un vagheggiato terzo volume della sua Storia della letteratura italiana). “Lucia, Renzo, Agnese, son gente ignorante ma buona: credono in Dio ed eseguono con ingenuità i suoi precetti, un po’ modificati dal parroco del villaggio, ma con l’animo schietto […]Lucia è una povera canna (sic) senza iniziativa, troppo timida per avere l’idea di resistere agli ostacoli, premuta dai malvagi ricorre a Dio, prega, con la sua voce soave cerca di intenerire. Que’ due – Renzo e Agnese – son personaggi reali, si trovano nella vita pratica; ella rimane fuori della lotta, elle se laisse faire, dicono i francesi, va dove la conducono, tranne qualche volta, quando ricalcitra in nome dei suoi principi religiosi.” C’è molto rispetto, senza boria borghese, per questi caratteri popolari. Forse un po’ meno per l’impalcatura provvidenzialistica che sostiene la trama del romanzo, da parte di un esponente della Sinistra liberale negli anni del maggior contrasto con la Chiesa, studioso ed interprete fra l’altro in Italia, fra i primi, dell’idealismo tedesco; impalcatura di cui viene comunque riconosciuta e accettata l’inestricabilità dal progetto manzoniano e la perfetta fusione con gli altri elementi della narrazione.
In un’ottica novecentesca radicale di liberazione dei costumi dal carcere di forme di vita sentite come antiquate non si ci può attendere tanta attenzione alle finezze dei sentimenti e delle titubanze dei cattolici, neanche di quelli dell’Ottocento. Quindi nel 1958 Revel parte in quarta, con poco ésprit de finesse: “Perché, malgrado tutta la loro verità storica, tutto il loro valore letterario. I Promessi Sposi non figurano nel Pantheon internazionale dei grandi romanzi del XIX secolo? […] Ora è inutile sottolineare fino a che punto i Promessi Sposi siano asessuati. E’ letteratura da far passare tra tutte le mani, e di preferenza tra quelle dei bambini di dieci e dei vegliardi di novant’anni. L’amore di Renzo e Lucia è strettamente casto. Neanche per idea che essi desiderino di andare a letto insieme. La madre di Lucia è sempre presente agli incontri […] In realtà, ciò di cui ciaschedun dei giovani è innamorato è, non già l’altro, ma, attraverso l’altro, il matrimonio. Ecco l’origine dell’entusiasmo di tutti i padri di famiglia e mariti italiani per il libro di Manzoni. Nelle colpevoli mire di Don Rodrigo per Lucia, non si sente mai qualche cosa che somiglia al desiderio: si tratta del semplice abuso di potere di un tirannello locale […] Nella storia di Gertrude, la Monaca di Monza, il meraviglioso racconto inserito nel romanzo, ciò che Manzoni mette al centro del dramma, è il dispotismo paterno, che forza la figlia ad entrare in convento in virtù di esigenze assurde di orgoglio nobiliare, e non il desiderio sessuale frustrato, l’appetito di vivere soffocato […] Tutto l’oscurantismo del mito dell’innocenza della ragazza – mito caratteristico delle società in cui la donna è asservita – è presentati nella persona di Lucia come l’espressione della poesia più sublime (Revel, p. 44 – 45)
Altrettanto tranchant il giudizio sull’atteggiamento nei confronti della società: Se critica una società, è la società di due secoli precedenti e, ancora, come patriota italiano contro gli Spagnoli,. Ma i grandi romanzieri del XIX secolo, Stendhal, Gogol, Dickens e Flaubert, è ben la società degli anni in cui vivono che attaccano, il più puro e insieme il più moderno, e con quale violenza! […] Le sofferenze del popolo, secondo lui, non sono dovute che a peccatori individuali, e alle truppe spagnole. Tutto si aggiusta grazie al buon cuore dei Cappuccini virtuosi. […] E’ normale che l’Italia ufficiale e conformista non abbia mai cessato di riconoscervisi senza dover sopportare di essere discussa. E’ pure normale che gli stranieri possano difficilmente esserne attratti con un qualsiasi interesse” (Revel, p. 46) E’ opportuno equilibrare queste affermazioni, che qualcosa comunque spiegano, con qualche riflessione più attenta alle specificità storiche e religiose: “Questo contenuto religioso e patriottico è penetrato visibilmente da un soffio democratico. E non già la democrazia come la si intendeva nel secolo decimottavo, lotta e vittoria delle classi inferiori sulle alte. […] non è lotta di classi, né lotta simile poteva aver luogo senza sciocco anacronismo in un secolo, dove non era ancora alcun sentore di uguaglianza sociale e di diritti. Individuali. Lotta non c’era, perché non ce n’era il sentimento. E popolo non c’era, o per dir meglio c‘era il popolo, quale con una conoscenza così profonda l’ha messo in iscena Manzoni” (De Sanctis)
L’opera di Revel attirò l’attenzione dei pubblicisti italiani allora più stimati, liberali ma ex fascisti, laici ma scettici, conservatori secondo le direttive della proprietà ma aperti culturalmente al mondo, sempre un po’ gigioni. “Se questo sforzo d’indurre gli italiani a guardare se stessi son franco coraggio e a parlarne senza accenti declamatori sia approdato a qualcosa, lo dimostrerà l’accoglienza che il nostro pubblico farà a questo libriccino tagliente che, a mio modo di vedere, ha sbagliato il facile (come certe notazioni sulla cucina e sui rapporti sessuali), ma ha azzeccato il difficile e, comunque, ha cercato di andare a fondo” (Indro Montanelli, un ventennio dopo suo direttore di giornale, sul Corriere della Sera, citato in controcopertina). “Sono i soliti argomenti […] su cui gli italiani non accetteranno mai critiche: si può dire di loro che sono tutti mascalzoni e cretini, non cattivi amanti, non cuochi mediocri (replica Il Mondo, citato nella stessa controcopertina)
Il pamphlet di Revel sull’Italia del 1958 fece clamore, incontrò un generale “in tante cose non le possiamo dar torto”, ma passò rapidamente nel dimenticatoio. Anche perché l’Italia stava mutando in quegli anni nel modo rapidissimo che avrebbe stupito e portato alla disperazione Pierpaolo Pasolini: già nel 1958, anno di pubblicazione, venivano chiuse le case di tolleranza, con la deplorazione di Montanelli che vi vedeva un rischio per le istituzioni, e il vescovo di Prato veniva condannato a un’ammenda di lire 40.000 per aver messo pubblicamente alla gogna una coppia che si era sposata in municipio; e quindi certe osservazioni, già in sé spinte all’estremo, tipo “l’Italia è un paese dove la donna non è considerata un essere umano libero” (p.56), avrebbero trovato nell’esperienza riscontri sempre minori, con una certa gradualità. Ma il tono strafottente e lo sciovinismo culturale non fan sì che il libro, assemblaggio di “pensieri” attraversato senza soluzione di continuità da una novelletta autobiografica, non sia scritto bene, basato su una conoscenza non benevola ma vasta della cultura italiana, oltre che di quella francese, e ricco di affermazioni spesso tagliate con l’accetta, ma su cui può valer la pena di riflettere. Non possiamo qui esaminare il non poco che possiamo discernere di interessante nelle affermazioni, certamente scorrette in quanto generalizzazioni, sul fatto che il pur positivo Risorgimento, con “il gusto per la declamazione, la frase vuota, il nazionalismo cieco e isterico […] trionfo del cattivo gusto, del grido” (p. 17), abbia concorso con la Controriforma e il fascismo alla decadenza dello spirito italiano dopo i fasti del Rinascimento. Oppure sul fatto che “nell’Italia del Rinascimento, ciò che offre di più geniale, è che tutto, assolutamente tutto,: uomini, arte, lettere, religione, educazione, morale, tutto, senza la minima eccezione, è esteriore” (p. 21), cosa che viene posta in relazione con “l’assenza d una letteratura di riflessione”. Siamo sollevati dal fatto che il nostro autore non si sia dedicato, come minacciava, anche all’analisi del mito di Dante. Possiamo però tornare al nostro Manzoni e vedere cosa al di fuori della sua foga polemica, al di là dei limiti di asessualità e spirito reazionario attribuitigli nelle citazioni poste qui all’inizio, che andrebbero comunque riconsiderati in modo molto più articolato, Revel effettivamente ne pensasse – ricordando che anche in quelle il valore storico e letterario veniva comunque riconosciuto e la novella della monaca di Monza veniva considerata “meravigliosa”. Va premesso che Revel non sembra prendere in grande considerazione i personaggi aristocratici che sorreggono la narrazione, il cardinale agiografico, i grandi pentiti Cristoforo e Innominato, il debole cattivo don Rodrigo, che ad esempio Luigi Russo assumeva come protagonisti delle lezioni pisane del 1931. Penso che condividesse l’ovvia risposta alla domanda retorica di De Sanctis: “Nel romanzo, sono tre gruppi: un gruppo ideale del bene, un altro ideale del male, e un gruppo intermedio, che tiene dell’uno e dell’altro, e perciò più volentieri e più spesso si accosta al comico che al grave, al nobile. Quale di essi è uscito più propriamente con carattere di genialità dalla fantasia del poeta?”
Revel riconosce al “nostro” Don Lisander quattro meriti principali, e non da poco: l’aver “fissato il modello dell’italiano letterario moderno” (p. 39); il sense of humour pervasivo; una capacità straordinaria di descrivere “visioni e movimenti”; l’eccellenza nel genere del romanzo storico.
- L’italiano. Quello “del XVII secolo era un lingua imbrogliata, pesante, scorretta, complicata, ‘declamazioni ampollose’, dice ancora, a questo proposito, Manzoni, ‘composte a forza di solecismi pedestri, e, da per tutto, quella goffaggine ambiziosa, che è il carattere proprio degli scritti di quel secolo, in questo paese’. Nel XVIII secolo, l’italiano si modella sul francese […] Manzoni arriva a scrivere una prosa molto sorvegliata, l’abbiamo visto, ma molto naturale,viva e chiara, profondamente italiana, per niente calcata sul francese, né sull’italiano o sullo spagnolo. Le sue frasi corte, rotonde, limpide, hanno un colore e un’efficacia stupefacente nei dialoghi. Di qui l’entusiasmo con il quale è accolto, benché si sia tratto, dalla sua riuscita, soprattutto la ricerca retorica, e niente affatto la lezione di naturalezza e semplicità” (p. 40-41).
- L’umorismo. “L’humor, qualità più rara e men attesa, merita qui un aggettivo sfruttato, ma che corrisponde esattamente al tono manzoniano, saporoso. E’un humor inoffensivo, amabile, nel senso che mai sconfina nel fantastico e nel paradossale, ma segue naturalmente il racconto dei fatti, le apparenze e il discorso della gente, così come li gusta, testimone divertito, l’abitante più intelligente del villaggio. Una qualità di humor che si potrebbe chiamare l’humor descrittivo” (p. 41)
- Visioni e movimenti. “Definirei volentieri lo scrittore un osservatore dell’andare e venire. Possiede l’immaginazione cinematografica, quella per la quale ogni frase corrisponde a un gesto, ad uno spostamento o a una replica. Il capitolo VIII, per esempio, nel quale i due fidanzati s’introducono di notte dal parroco per cercare di ricorrere al matrimonio di sorpresa, mentre i banditi, comandati dal Griso travestito da pellegrino, perquisiscono la casa di Lucia per rapire la ragazza che appunto non c’è; il fallimento simultaneo delle due imprese; la confusione che quindi avviene nel villaggio – questo capitolo VIII – ove ogni spostamento, ogni azione, ogni espressione sono indicati con la minuzia di un regista – potrebbe essere filmato tale e quale, e fa pensare, per il suo stile e la sua rapidità, alle sequenze classiche di René Clair (nel Million soprattutto), dei fratelli Marx o di Chaplin” (p. 42)
- Romanzo storico. “…I Promessi Sposi sono forse la sola opera riuscita del genere. Guerra e pace, in effetti, non può essere considerato solamente un romanzo storico (come Anna Karenina non può essere considerato soltanto un romanzo di costumi contemporanei). Tanto più che Guerra e pace si basa su avvenimenti che non sono, ancora, per Tolstoi (sic), storia, passato: gli avvenimenti vissuti dalla generazione di suo padre, e con i quali il contatto s’era conservato, non dovevano essere ricreati […] La distanza storica scelta dal Manzoni, invece, è la migliore: due secoli. […] Ha inoltre l’intelligenza di raccontare le vite private di persone prese negli avvenimenti quotidiani, ma specchio di una situazione storica e di una struttura sociale compresa nelle sue vere articolazioni, sentite nelle loro regolarità e nelle loro irregolarità, negli ideali e nelle ipocrisie, nelle leggi e nei modi di aggirare la legge, negli usi e negli abusi, la facciata ufficiale e l’effettiva realtà dietro questa facciata. […] ciascun personaggio nella sua situazione, con il suo linguaggio, la sua morale, la propria comprensione limitata e autentica della congiuntura in cui si trova impegnato, ed al livello in cui si trova impegnato, e, ancora, con il colore, la virtù di incarnazione, che ci dà non solo la storia, quella autentica, ma un romanzo storico, forse il solo che sia mai stato scritto “ (p. 42-43)
Non posso trarre conclusioni di attualità pedagogica, ne sutor ultra crepidam, da queste lodanti e lodevoli considerazioni. Da ex studente che non ha mai insegnato, mi è rimasta l’idea non peregrina che si tratti di un romanzo idoneo a esser letto a tutte le età ed insieme molto complesso, ottima palestra per l’apprendimento della sintassi, l’affinamento dello spirito di osservazione, lo sviluppo di appropriati rapporti di empatia, la comprensione della dimensione storica degli eventi e del metodo per svilupparla e il rafforzamento della capacità di affrontare compiti di apprezzabile difficoltà. Quindi adatto allo studio nella prima adolescenza, più che in un’età maggiore in cui i suoi aspetti apologetici sarebbero meno gestibili, e comunque lo si dovrebbe inserire nel posto che gli può spettare nella narrazione storica della letteratura – approccio con finalità formative diverse. Dubito che la nostra letteratura disponga di altri testi con le stesse qualità riunite insieme. Ma sono consapevole di poter ricordare per esperienza diretta solo la scuola di sessant’anni fa, da allora il mondo è cambiato più volte.
Francesco De Sanctis dopo quasi due secoli non farà testo, ma, anche non ignorando ciò che ne è seguito e vi si è contrapposto, trovo che i suoi testi restino una delle letture più corroboranti offerte dalle nostre patrie lettere. E quindi lascerei l’ultima parola, che ha l’aura della definitività, di quest’incursione un po’ stravagante ad una ulteriore citazione dalle sue densissime lezioni napoletane, certamente modellata sul pensiero tedesco. “Quando uno scrittore considera un mondo come concetto – siccome il concetto non è sottoposto a leggi storiche, e per sua natura è illimitato – corre e corre coll’immaginazione senza curarsi delle limitazioni che dà la storia. Ma quando lo scrittore lo guarda come oggetto, cioè come mondo già realizzato, esso perde l’illimitato dell’ideale ma acquista il limite delle condizioni storiche in cui è. […] Poiché Manzoni ha un sentimento ironico del suo mondo, e l’attua, perché ha la misura dell’ideale, il carattere della forma sarà la rappresentazione obiettiva, cioè il mondo plastico veduto dal di fuori. […] La rappresentazione obiettiva del suo mondo è penetrata dall’intelligenza di esso; c’è una straordinaria capacità di analisi. Egli non prende un carattere che prima non l’abbia veduto come critico in tutte le sue facce, e la vivacità della rappresentazione viene dal profondo sguardo di analisi, tradotto plasticamente con gran potenza: analizzando egli crea.”
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