Massimo Canella: Invito alla lettura 14. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo”

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Massimo Canella
Invito alla lettura 14. Giuseppe Tomasi di Lampedusa: “Il Gattopardo”
“Si legga dunque da capo a fondo il romanzo, con l’abbandono che pretende per sé la vera poesia. Frattanto, dal canto suo, il più vasto pubblico dei lettori avrà avuto il tempo di innamorarsi ingenuamente, proprio come usava una volta, di quei personaggi della favola dentro i quali l’autore, anch’egli come usavano una volta i poeti, se ne sta chiuso chiuso. Del principe don Fabrizio Salina, di Tancredi Falconieri, voglio dire, di Angelica Sedàra, di Concetta e di tutti gli altri: il povero cane Bendicò compreso” (Giorgio Bassani nella “Prefazione”, 1958)
“Ed è un peccato che un breve riassunto non possa suggerire le qualità più alte di Lampedusa artista e moralista: la sua virtù di pittore di paesaggi e di interni, il suo dono di far vivere una folla di figure che sono troppo vere per essere semplicemente “veriste” […] il fedele cane Bendicò, una delle più vive “persone” del libro” (Eugenio Montale in una recensione sul Corriere della Sera del 12 febbraio 1958)
Sono andato a cercare, come conviene al vasto pubblico, gli accenni significativi alla persona di Bendicò nell’edizione de Il Gattopardo del giugno 1959, che era già la ventitreesima pubblicata da Feltrinelli.
“Nunc et in hora mortis nostrae, amen” […] Adesso, taciutasi la voce, tutto rientrava nell’ordine, nel disordine, consueto. Dalla porta attraverso la quale erano usciti i servi, l’alano Bendicò, rattristato dalla propria esclusione, entrò e scodinzolò. Le donne si alzavano lentamente, e l’oscillante regredire delle loro sottane lasciava a poco a poco scoperte le nudità mitologiche che si disegnavano sul fondo latteo delle mattonelle” (p. 17)
“Le rose Paul Neyron, le cui piantine aveva egli stesso acquistato a Parigi, erano degenerate […] Il Principe se ne pose una sotto il naso e gi sembrò di odorare la coscia di una ballerina dell’Opera. Bendicò, cui venne offerta pure, si ritrasse nauseato e si affrettò a cercare sensazioni più salubri fra il concime e certe lucertole morte” (p. 22-23)
“Seduto su un banco se ne stava inerte a contemplare le devastazioni che Bendicò operava nelle aiuole; ogni tanto il cane rivolgeva a lui gli occhi innocenti come per chiedergli una lode per il lavoro compiuto: quattordici garofani spezzati, mezza siepe divelta, una canaletta ostruita. “Buono, Bendicò, vieni qui.” E la bestia accorreva, gli posava le froge terree sulla mano, ansiosa di mostrargli che la balorda interpretazione del bel Lavoro compiuto gli veniva perdonata” (p. 25)
“Non si conchiude nulla con i pum! pum! E’ vero, Bendicò? “Ding, dind, ding”, faceva invece la campanella che annunciava la cena. Bendicò correva con l’acquolina in bocca per il pasto pregustato. “Un piemontese tale e quale!” pensava Salina risalendo la scala” (p. 29)
“Tancredi! Tancredi! Aspetta!” […] Venne richiamato Bendicò che inseguiva l’amico riempiendo la villa di urla gioiose, la rasatura fu completata, il viso lavato” (p. 42-43)
“Don Fabrizio uscì seguito da Bendicò; voleva salire a trovare padre Pirrone, ma lo sguardo supplichevole del cane lo costrinse invece ad andare in giardino; Bendicò infatti conservava esaltati ricordi del bel lavoro della sera prima e voleva compirlo a regola d’arte” (p. 51) “Lasciò Bendicò affannato dal proprio dinamismo”(p. 52)
“La famiglia si andava riunendo. La seta delle gonne frusciava. I più giovani scherzavano fra loro. Si udì da dietro l’uscio la consueta eco della controversia fra i servi e Bendicò, che voleva a ogni costo prender parte. Un raggio di sole carico di pulviscolo illuminava le bertucce maligne. S’inginocchiò. “Salve Regina, Mater misericordiae” (p. 63)
“Sulla porta solidissima ma sfondata, un Gattopardo di pietra danzava, benché una sassata gli avesse stroncato proprio le gambe[…] e Bendicò che, precipitatosi fori dall’ultima vettura, inveiva contro i suggerimenti funerei delle cornacchie che roteavano basse nella luce. Tutti erano bianchi di polvere fin sulle ciglia, le labbra o le code; nuvolette biancastre si alzavano attorno alle persone che, giunte alla tappa, si spolveravano l’un l’altra” (p. 68-69)
“Bendicò nell’ombra gli strusciava il testone sopra il ginocchio. “Vedi tu, Bendicò, sei un un po’ come loro, come le stelle: felicemente incomprensibile, incapace di produrre angoscia.” Sollevò la testa del cane quasi invisibile nella notte: “E poi con quei tuoi occhi al medesimo livello del naso, con la tua assenza di mento, è impossibile che la tua testa evochi nel cielo spettri maligni” (p. 104-105)
“Mademoiselle Dombreuil, come si conviene alle governanti, stringeva fra le sue mani deluse le spalle fiorenti della fanciulla dicendo: Angelicà, Angelicà, pensons à la joie de Tancrède”. Bendicò soltanto, in contrasto con la consueta socievolezza, rintanato sotto una consolle, ringhiava nel fondo della propria gola, finché venne energicamente messo a posto da un Francesco Paolo indignato, le cui labbra fremevano ancora” (p. 169)
“Quando avrà accettato di prendervi posto, lei rappresenterà la Sicilia alla pari dei deputati eletti, farà udire la voce di questa sua bellissima terra che si affaccia adesso al panorama del mondo moderno, con tante piaghe da sanare, con tanti giusti desideri da esaudire.” Chevalley avrebbe continuato forse a lungo su questo tono,se Bendicò non avesse, da dietro la porta, chiesto “alla saggezza del Sovrano” di essere ammesso. Don Fabrizio fece l’atto di alzarsi per aprire, ma lo fece con tanta mollezza da dar tempo al Piemontese di lasciarlo entrare lui; Bendicò, meticoloso, fiutò a lungo i calzoni di Chevalley; dopo, persuaso di aver da fare con un buon uomo, si accovacciò sotto la finestra e dormì” (p. 208)
“Tutto pulito, in ordine. Due cose soltanto potevano apparire inconsuete: nell’angolo opposto al letto un torreggiare di quattro enormi casse di legno dipinte in verde, ciascuna con un grosso lucchetto; e davanti a esse, per terra, un mucchietto di pelliccia malandata […] Se si fosse ben guardato nel mucchietto di pelliccia tarlata si sarebbero notate due orecchie erette, un muso di legno nero, due attoniti occhi di vetro giallo: era Bendicò, da quarantacinque anni morto, da quarantacinque anni imbalsamato, nido di ragnatele e di tarme, aborrito dalle persone di servizio che da decenni ne chiedevano l’abbandono all’immondezzaio: Concetta vi si opponeva sempre; teneva a non distaccarsi dal solo ricordo del suo passato che non le destasse sensazioni penose” (p. 311-312)
“Continuò a non sentir niente: il vuoto interiore era completo: soltanto dal mucchietto di pelliccia esalava una nebbia di malessere. Questa era la pena di oggi: financo il povero Bendicò insinuava ricordi amari. Suonò il campanello: “Annetta,” disse, “questo cane è diventato veramente troppo tarlato e polveroso. Portatelo via, buttatelo.” Mentre la carcassa veniva trascinata via, gli occhi di vetro la fissarono con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare. Pochi minuti dopo, quel che rimaneva di Bendicò venne buttato in un angolo del cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno. Durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose un istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi, e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida” (pp. 326-327)
La figura di Bendicò viene protetta dalla partecipazione all’esito di una battuta di caccia, cui partecipano altri anonimi cani: “Era un coniglio selvatico; la dimessa casacca color di creta non era bastata a salvarlo. Orribili squarci gli avevano lacerato il muso e il petto. Don Fabrizio si vide fissato da grandi occhi neri che, invasi rapidamente da un velo glauco, lo guardavano senza rimprovero, ma che erano carichi di un dolore attonito rivolto contro tutto l’ordinamento delle cose; le orecchie vellutate erano già fredde, le zampette vigorose si contraevano in ritmo, simbolo sopravvissuto di una inutile fuga: l’animale moriva torturato da una ansiosa speranza di salvezza,immaginando di potere ancora cavarsela quando di già era ghermito, proprio come tanti uomini. Mentre i polpastrelli pelosi accarezzavano il musetto misero, la bestiola ebbe un ultimo fremito e morì; ma don Fabrizio e don Ciccio avevano avuto il loro passatempo; il primo anzi aveva provato in aggiunta al piacere di uccidere anche quello rassicurante di compatire” (p. 126)
Anche don Fabrizio viene in qualche modo protetto nel bel racconto della sua morte, con un artifizio che ne porta al compimento il personaggio: “[…] l’aspetto voluttuoso di alcune donne incontrate per la strada, quella intravista ancora ieri alla stazione di Catania, mescolata alla folla col suo vestito marrone da viaggio e i guanti di camoscio, che era sembrata cercare il suo volto disfatto dal di fuori dello scompartimento insudiciato […] Fra il gruppetto a un tratto si fece largo una giovane signora; snella, con un vestito marrone da viaggio ad ampia tournure, con un cappello di paglia ornato da un velo a pallottoline che non riusciva a nascondere una maliziosa avvenenza del volto. Insinuava una manina guantata di camoscio fra un gomito e l’altro dei piangenti si scusava, si avvicinava, Era lei, la creatura bramata da sempre che veniva a prenderlo: strano che così giovane com’era si fosse arresa a lui; l’orario di partenza del treno doveva essere vicino. Giunta a faccia con lui sollevò il velo, e così pudica, ma pronta ad esser posseduta, gli apparve così bella di come mai l’avesse intravista negli spazi stellari. Il fragore del mare si placò del tutto” (p. 297)
“Il libro di un gran signore, di un grande snob nel più alto significato della parola, di un uomo che tutta ha compreso della vita, di un poeta-narratore dotato di una implacabile chiaroveggenza e di un sentimento dell’esistenza che è insieme stoico e profondamente caritativo” (Eugenio Montale)
Da una superficiale ricerca ho avuto conferma che Tomasi non riuscì a farsi accettare l’opera dagli editori nell’ultimo scorcio della sua vita, e che dopo la pubblicazione essa fu oggetto di forti critiche da parte sia degli “sperimentatori” sia della sinistra “impegnata”, influente e ben guidata all’epoca da un PCI teso comprensibilmente a difendere la storia delle lotte popolari siciliane, che Tomasi e il principe Fabrizio in effetti esorcizzano, e più in generale la fede nel progresso. Finì con il film di compromesso di Visconti, che diede della vicenda narrata una lettura semplificata, con alcuni volti attendibili e qualche tentativo poco convinto di relativizzare storicisticamente i segni della decadenza di un ceto, che nel libro son descritti, oltre che come impressioni di un lucido protagonista che sta invecchiando, come aspetto di un eterno alternarsi dei vertici senza prospettive di incidere effettivamente su una realtà “irredimibile”. Anche a seguito sia del successo di vendite, sia della grande accoglienza che l’opera ricevette in Francia, con Louis Aragon che ammonì i suoi “compagni” italiani perché si rendessero conto che ci si trovava, a parer suo, davanti a uno dei capolavori della narrativa europea. Che al di là delle tendenze politiche degli autori aveva sempre illuminato indirettamente verità esistenziali e verità storiche che inficiavano le narrazioni dominanti… oltre a mettere in crisi, aggiungeremmo noi, ogni approccio ideologico che non avesse l’umiltà di confrontarsi costantemente con le realtà, anche al costo di dover mettere in questione le proprie premesse.
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