Amina Crisma: Cina, una storia millenaria

| 24 Agosto 2014 | Comments (0)

 

 

Questa recensione a Kai Vogelsang, Cina, una storia millenaria (Einaudi, Torino 2014) è stata pubblicata su Il Manifesto del 24 agosto 2014

Diversi anni fa in un suo libro famoso, La bureaucratie céleste (Paris, Gallimard 1968, tr. it. La burocrazia celeste, Milano, Il Saggiatore 1971) Ėtienne Balasz definiva senza mezzi termini “uno sciocco cliché di cattivo gusto” lo stereotipo dell’eterna Cina, ossia la diffusa convinzione che una sostanziale unità e continuità costituiscano le connotazioni salienti delle millenarie vicende del Paese di Mezzo. Ma nonostante tutte le argomentate critiche di cui è stato da tempo fatto oggetto, e che gli ingenti sviluppi delle ricerche negli anni recenti hanno contribuito a suffragare, tale luogo comune è ben lungi dall’esser stato spazzato via: esso anzi appare più che mai presente nell’opinione diffusa, come si può agevolmente constatare pressoché ogni volta che la Cina sia argomento di un pubblico dibattito.

La persistenza tenace di questa vieta immagine risulta sotto vari profili sorprendente. Non pare averla sostanzialmente intaccata nella coscienza comune tutto il filone di critica ai pregiudizi “orientalistici” che sulla scia di Edward Said si è sviluppato nell’ambito della sinologia (ne offro un quadro sintetico in Conflitto e armonia nel pensiero cinese, Padova, Unipress 2004), né sembrano averla revocata in dubbio nella cultura diffusa le riflessioni di Jack Goody (Il furto della storia, Milano, Feltrinelli 2008) sull’arroganza eurocentrica che è evidentemente sottesa a una prospettiva siffatta. Tale opinione corrente non risulta neppure modificata dalla quantità di strumenti di alta divulgazione che sono oggi a disposizione di chiunque voglia farsi un’idea adeguata della multiforme e articolata complessità delle vicende cinesi, remote e recenti: si pensi, ad esempio, alla Storia del pensiero cinese di Anne Cheng (Torino, Einaudi 2000), o alla Cina diretta da Maurizio Scarpari (Torino, Einaudi 2009-2013), opera collettanea di un team internazionale di studiosi ispirata al modello della Cambridge History of China, vasto e polifonico affresco dell’economia, della società, della politica, della cultura cinesi dalla preistoria ai giorni nostri.

Secondo Anne Cheng, l’idea della Cina perenne risulta tuttora così seducente nonostante ogni smentita perché gratifica il narcisismo occidentale sul piano di quello che Edward Slingerland definisce un “orientalismo rovesciato”, ossia la tendenza ad attribuire valore positivo ad uno stereotipo che inizialmente aveva una connotazione accentuatamente denigratoria, senza peraltro modificarne la natura essenziale. Se la Cina “immobile uno” appariva ad Hegel il torpido e inerte contraltare orientale al dinamico Occidente, oggi quella medesima immagine stereotipata offre a un Occidente stanco un confortevole divano esotico su cui riposare (Anne Cheng, La Chine pense-t-elle?, Paris, Fayard 2009).

Ci propone un rinnovato confronto con l’insopprimibile densità delle vicende cinesi, con i conflitti, le tensioni, le drammatiche cesure e le ingenti trasformazioni che fin dalle origini le hanno segnate il volume che appare ora da Einaudi Cina, una storia millenaria (ed. or. Geschiche Chinas, Stuttgard, Reclam 2012) il cui autore, Kai Vogelsang, professore di sinologia ad Amburgo, dove è nato nel 1969, e collaboratore della prestigiosa rivista “Oriens Extremus”, è stato sin qui prevalentemente dedito ai problemi storiografici nella letteratura cinese antica (Geschichte als Problem, Wiesbaden, Harrassowitz 2007).

Fin dall’inizio il libro sottolinea efficacemente la molteplicità costitutiva della storia cinese nell’arco di tre millenni, attraverso l’evocazione di cinque scene emblematiche, assunte a simboleggiare altrettante fasi irriducibilmente diverse: nella prima si rappresenta una divinazione dell’epoca della dinastia Shang (1200 a.C.), accompagnata da un sacrificio cruento, nella seconda (510 a.C.) si evoca l’umanesimo confuciano con il suo culto per la letteratura e per le antiche norme rituali, nella terza (873 d.C.) si raffigura il fervore entusiastico di una processione buddhista al tempo della dinastia Tang, nella quarta (1852) si evocano gli esami imperiali per il reclutamento dei funzionari sotto la dinastia Qing, nella quinta (1966) vi è una manifestazione di massa della Rivoluzione Culturale in piazza Tian Anmen. Come l’autore sottolinea, ognuna di queste scene segnala una radicale discontinuità: “Più volte, nel corso della loro storia, i cinesi sono stati estranei a se stessi. Confucio non conosceva più i riti degli Shang, e se vi avesse assistito ne avrebbe avuto orrore. Interi mondi, poi, separavano i cinesi del IX secolo dalla civiltà di Confucio: i saggi del mondo antico erano caduti nell’oblio, e perfino la loro lingua era divenuta incomprensibile. A loro volta, gli eruditi libreschi della tarda età imperiale avrebbero senz’altro condannato la sregolata baraonda della processione buddista: essi cercavano la salvezza negli “esami confuciani”, esami che però Confucio stesso non sarebbe mai stato in grado di superare. Infine, alcuni intellettuali del XX secolo trascinano al macello tutta quanta la vecchia società, e le Guardie Rosse si mettono in marcia per estirpare definitivamente tutte le antiche consuetudini”.

E nondimeno, la Cina stessa ha amato sovente offrire di sé una narrazione monolitica e compatta, sulla quale oggi in particolare enfaticamente insiste la sua classe dirigente, e sulle cui ambivalenze e contraddizioni ha fra l’altro di recente proposto una riflessione a più voci il dossier “Passato e presente nella Cina d’oggi” della rivista Inchiesta (n. 181, dicembre 2013; www.inchiestaonline.it). Ma, come osserva Vogelsang, non sono tanto la grandezza monumentale e la compiutezza ad affascinarci nella storia cinese, quanto piuttosto la sua policromia e i suoi contrasti. Il volume è così interamente strutturato nella prospettiva di cogliere la tensione fra molteplicità e unità che interamente la percorre, e che trova soluzione in formule differenti nelle varie epoche: la dominazione per mezzo della violenza nell’età preistorica, l’ordinamento per mezzo delle norme di comportamento a partire dalla dinastia Zhou, il ruolo egemonico rivestito dalla religione buddhista nel Medioevo, la funzione della cultura nel Rinascimento, il connubio di dispotismo statale e mobilità sociale nella tarda età imperiale, l’invenzione della nazione nel XIX secolo, il totalitarismo nell’ambito della società di massa del Novecento, il nazionalismo nel quadro della società mondiale dal 1978 a oggi.

Un aspetto che riceve speciale attenzione è la cangiante e complessa dialettica fra centro e periferie, e utili excursus sono dedicati a singoli temi di lunga durata: dalla scrittura ai testi canonici, dalla stampa al sistema degli esami. Spazi di sintesi efficace riguardano i mutevoli rapporti della Cina con il Giappone e con l’Europa, e la sfaccettata ed eterogenea realtà della diaspora, che oggi più che mai intreccia la Cina con il resto del mondo. Un’articolata riflessione conclusiva è dedicata ai contrasti della multiforme società contemporanea in cui, mentre la realtà urbana diventa sempre più simile all’Occidente, si accentuano in misura esponenziale le disuguaglianze, si scaricano sui contadini tutti i costi della modernizzazione, aumenta la repressione dei dissidenti e delle minoranze: problemi che non potranno indefinitamente essere esorcizzati ricorrendo ossessivamente alle parole d’ordine dell’“unità” e dell’ “armonia”.

Fra le tante sollecitazioni critiche che il volume propone, si segnalano le pagine dedicate all’archeologia, che da sempre è stata indissolubilmente legata all’orgoglio nazionale, e i cui sviluppi degli ultimi decenni, frutto di sensazionali ritrovamenti che presentano discrepanze palesi rispetto alle fonti tramandate, hanno posto le premesse per un’autentica rivoluzione, tale da seppellire per sempre il dogma della storia nazionale unitaria.

 


Category: Libri e librerie, Osservatorio Cina

About Amina Crisma: Amina Crisma ha studiato all’Università di Venezia conseguendovi le lauree in Filosofia, in Lingua e Letteratura Cinese, e il PhD in Studi sull’Asia Orientale. Insegna Filosofie dell’Asia Orientale all’Università di Bologna; ha insegnato Sinologia e Storia delle religioni della Cina alle Università di Padova e di Urbino. Fa parte dell’Associazione Italiana Studi Cinesi (AISC) e, come socia aggregata, del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI). Ha conseguito l’abilitazione scientifica nazionale a professore di seconda fascia per l’insegnamento di Culture dell’Asia. Tra le sue pubblicazioni: Il Cielo, gli uomini (Venezia 2000); Conflitto e armonia nel pensiero cinese (Padova 2004); Neiye, Il Tao dell'armonia interiore (Garzanti, Milano 2015). Ha contribuito a varie opere collettanee quali La Cina (Torino 2009), Per una filosofia interculturale (Milano 2008), Réformes (Berlin 2007), In the Image of God (Berlin 2010), Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento (Bologna 2010), Confucio re senza corona (Milano 2011), Le graphie della cicogna: la scrittura delle donne come ri-velazione (Padova 2012), Pensare il Sé a Oriente e a Occidente (Milano 2012). Fra le riviste a cui collabora, oltre a Inchiesta, vi sono Asiatica Venetiana, Cosmopolis, Giornale Critico di Storia delle Idee, Ėtudes interculturelles, Mediterranean Journal of Human Rights, Prometeo. Fra le sue traduzioni e curatele, la Storia del pensiero cinese di A. Cheng (Torino 2000), La via della bellezza di Li Zehou (Torino 2004), Grecia e Cina di G.E.R. Lloyd (Milano 2008). Tra i suoi saggi più recenti: Il confucianesimo: essenza della sinità o costruzione interculturale?(Prometeo 119, 2012), Attualità di Mencio (Inchiesta online 2013), Passato e presente nella Cina d’oggi (Inchiesta 181, 2013), Taoismo, confucianesimo e questione di genere nelle ricerche e nei dibattiti contemporanei (in stampa). I suoi ambiti di ricerca sono: il confucianesimo classico e contemporaneo, le fonti taoiste, il dialogo interculturale Cina/Occidente, il rapporto passato/presente, tradizione/modernità nella Cina d’oggi, i diritti umani e le minoranze in Cina, le culture della diaspora cinese, le questioni di genere nelle tradizioni del pensiero cinese. Ha partecipato a vari convegni internazionali sul dialogo interculturale e interreligioso promossi dalle Chaires UNESCO for Religious Pluralism and Peace di Bologna, di Tunisi, di Lione, dalla Konrad Adenauer Stiftung di Amman, da Religions for Peace, dalla Fondazione Scienze Religiose di Bologna. Coordina l’Osservatorio Cina di valorelavoro ( www.valorelavoro.com ). Cv dettagliato con elenco completo delle pubblicazioni: al sito web docente www.unibo.it

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