I doni di Carlo Ginzburg – III, di Carla Caprioli

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Carlo Ginzburg alla biblioteca dell’Archiginnasio a Bologna nel 2023: fotogramma tratto da Le biblioteche e la città: conoscere per essere liberi, un documentario di Dario Zanasi e Francesca Zerbetto, prodotto da Maxman Coop (2023) – 1’25″ – https://vimeo.com/1050213198
I doni di Carlo Ginzburg – III
di Carla Caprioli
Caro Carlo.
In questi giorni ci siamo messi in contatto, Paolo Giacomoni, Peter Fulterer, Laura Zambanini e io, che avevamo partecipato ai tuoi seminari di Storia Moderna a Bologna nei primi anni Settanta: il seminario sui processo a Menocchio del 1972-73 (antecedente alla pubblicazione del Il formaggio i vermi nel 1976) e il seminario del 1973-74 sull’analisi di casi di stregoneria in Inghilterra nei saggi di Keith Thomas e Alan Macfarlane.
Ci siamo detti che avremmo scritto qualcosa su Inchiesta online per rispondere all’invito di Amina Crisma Capecchi. Mi rendo conto che si tratta per tutti noi di un elenco di doni ricevuti. Questo è il mio.
Il tuo tono informale, empatico e insieme deciso durante le lezioni, i seminari e gli esami. Nella piccola aula del seminterrato della Facoltà di Lettere e Filosofia, eri spesso a cavalcioni della cattedra, con un completo giacca/pantaloni di jeans e il papillon, gli occhiali infilati nei capelli.
Il tuo dare e ricevere del tu dagli studenti, trattati su un piano di parità anche quando lo scambio di idee e di prospettive di ricerca con dei ventenni molto autoreferenziali poteva diventare problematico.
Il tuo rispetto per il lavoro collettivo: la convinzione che gli studenti, i tirocinanti, le persone con cui si condivide un progetto, aggiungano valore ad un prodotto finale che non avrebbe potuto nascere senza la loro collaborazione. Un esempio utile durante tutta la mia vita di lavoro.
Il tuo modo di continuare le discussioni a pranzo a casa tua in Largo Respighi dove, come dicevi, « non ci sono abbastanza forchette ».
Il tuo approccio ambizioso che ci sbatteva sul tavolo Braudel in compagnia di Frazer, Wittgenstein, Adorno, Lévi-Strauss, Hobsbawn, Benjamin, De Martino, Propp, Eliade, Dumézil, Bienveniste, Baltrusaitis, Evans-Pritchard, Aarne e Thompson e insieme Ripa e Alciati, il Roscher’s Lexicon e la Pauly-Wissowa, in una cavalcata che alcuni di noi avevano avuto la fortuna di intravvedere già nelle scuole secondarie.
La tua sicurezza che noi avremmo potuto leggere e commentare (proprio « al di là del fosso delle lingue », come diceva Don Milani) testi in inglese e discutere le ipotesi dell’antropologia sociale nei casi di stregoneria in its social setting.
Il tuo invito a unirmi ad un gruppo di studenti che trascriveva e analizzava i processi del tribunale bolognese del Torrone a partire dalla metà del 1500 tramite i registri depositati nell’Archivio di Stato di Bologna.
La tua fiducia quando ti dissi che avevo scelto un anno con una grafia chiara e facile da trascrivere.
La tua pazienza quando ti dissi che i processi di quell’anno riguardavano piccoli reati comuni (il furto ad un prelato in una canonica, con minuziosa lista; l’accusa di pedofilia verso un ragazzino; la sottrazione di oggetti in una casa di benestanti) – e che ero convinta che non sarei riuscita a trarne considerazioni appropriate per una tesi.
La tua curiosità quando ti dissi che avevo intenzione di dedicarmi all’applicazione delle ipotesi di Géza Róheim ad un complesso di miti e motivi narrativi sull’acquisizione dei poteri magici di guarire. Origine e funzione della cultura: in questo modo Róheim aveva descritto senza mezzi termini la ‘nascita’ della professione del medicine man tra gli Aranda, con uno schema derivato dalla psicoanalisi. Glauco Carloni, che insegnava psicologia dinamica, aveva analizzato a lungo questa ipotesi, e la mia intenzione era di trovare una serie di materiali cui applicarla, secondo la formula levistraussiana di trasformazione dei miti.
Il tuo consiglio di gironzolare nelle sale di consultazione delle biblioteche di Bologna in cerca di ispirazione. E così ho fatto.
Il tuo entusiasmo quando ti portai l’articolo di Róheim Hungarian Shamanism che avevo trovato nella biblioteca della Johns Hopkins: l’analisi dei taltòs, ‘apparentati’ ai benandanti, a me servì per la tesi, e a te come piccolo tassello del gruppo di credenze sui guaritori ‘nati con la camicia’ del complesso eurasiatico.
La tua richiesta di portarti la tesi una volta completata; e la tua pazienza nel leggerla e nel lasciarmi una lettera (« mi è piaciuto il terzo capitolo, dovresti farne un articolo. Vai a trovare Pier Aldo Rovatti…») che mi aveva consegnato Luisa (« Carlo ti ha lasciato questa, è andato in America… »).
Il tuo articolo High and Low, che mi avevi regalato nel 1976 – il piccolo fascicolo della versione su « Past and Present »: c’era una serie di incisioni, un apparato di immagini che invitava a non temere l’uso di fonti iconografiche.
La tua presenza il 16 marzo 1977, seduto con gli studenti nel sit-in via Rizzoli, durante la manifestazione seguita all’uccisione di Francesco Lorusso.
L’ironia tua e di Carlo Poni nel 1979, nello scrivere « è forse lecito prevedere, nei prossimi anni, uno scambio tra storiografia italiana e storiografia francese meno ineguale che in passato ».
La tua presenza all’Archiginnasio, lungo tanti anni, nella sala di lettura comune.
La tua insistenza nel ripetere la frase di Aby Warburg « Il libro di cui hai bisogno si trova accanto a quello che tu cerchi ». È emozionante risentirla da te, all’Archiginnasio, nel documentario di Dario Zanasi e Francesca Zerbetto. Il tuo comunicare il ‘piacere ludico della ricerca’, la sensazione esaltante che la pagina che ti farà fare una svolta sia molto vicina, a portata di mano, magari fin troppo visibile: e questo fin dalle prime lezioni, mentre ricordavi quello che avevi provato nell’Archivio di Stato di Venezia quando avevi trovato la confessione del benandante Menichino.
Il tuo dare spazio ai dettagli della lingua delle vittime, così intensa e limpida delle trascrizioni dei processi: la lingua, e le lingue, che avevamo ben raramente letto nei testi scolastici. Sono espressioni accese e sferzanti: « Tu hai da venir meco perché hai una cosa delle mie ». Poi ci accorgemmo che quella era la lingua di Pietro Ghizzardi di Viadana (« richordo anchora »), delle autobiografie della ligéra lombarda trascritte da Danilo Montaldi, la lingua di Dario Fo, di Raffaello Baldini e di Tonino Guerra.
Per tutto questo, grazie.
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