I doni di Carlo Ginzburg – II, di Laura Zambanini

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Carlo Ginzburg alla biblioteca dell’Archiginnasio a Bologna nel 2023: fotogramma tratto da Le biblioteche e la città: conoscere per essere liberi, un documentario di Dario Zanasi e Francesca Zerbetto, prodotto da Maxman Coop (2023) – 1’25″ – https://vimeo.com/1050213198
I doni di Carlo Ginzburg – II
di Laura Zambanini
Pensando a Carlo Ginzburg nei giorni della sua scomparsa, con un po’ di tristezza ma soprattutto con affetto e molta riconoscenza, ho sentito forte il privilegio di essere stata sua scolara.
Arrivata da una piccola città all’Università di Bologna nel 1973, con una formazione liceale abbastanza seria e consapevole ma decisamente settoriale, tutta incentrata sulle lettere classiche, con Carlo Ginzburg ho imparato la storia, che nelle sue lezioni era non solo vicenda di popoli e persone ma soprattutto ricerca. Una ricerca che si intrecciava con tantissime discipline, e non solo l’antropologia o la sociologia o la geopolitica o la psicanalisi e tutte le scienze umane, ma anche la storia dell’arte e la letteratura (ricordo sue lezioni su Pavese, su Proust, su Tristram Shandy…), in collegamenti che mi lasciavano stupefatta ed entusiasta. Tutti noi studenti eravamo coinvolti e partecipi, l’attività seminariale con lui era necessaria, ERA la lezione. Quasi tutti noi eravamo abituati ad ascoltare i prof, prendere appunti e poi studiare, stop. Invece con lui si lavorava sul campo, tutti. Quando parlavamo ci ascoltava. Quando esponevamo i nostri lavori, lui prendeva appunti.
In uno dei seminari che ho fatto con lui studiavamo il caso di Saccardino, eretico condannato a morte dall’Inquisizione a Bologna nel 1622. Io e una compagna di studi fummo spedite in missione con una sua lettera di presentazione all’Archivio di Stato a Firenze, e la missione consisteva nel verificare un’ipotesi: Saccardino aveva forse frequentato in qualche modo a qualche titolo l’ambiente culturale fiorentino? Perché a Carlo Ginzburg sembrava che ci fosse nella sua opera qualcosa che portava lì… All’Archivio ci fu consegnato un faldone di dimensioni impressionanti, “Miscellanea medicea” si chiamava. Passammo alcuni giorni a scartabellare decine e decine dei documenti più vari (e apparentemente inutili ai fini della nostra missione…), affaticate ma, lo ricordo bene, anche eccitate: ci era stata data l’opportunità della suspense della ricerca, al di là dello studiare/apprendere/memorizzare cui ero abituata. Poteva darsi benissimo che non trovassimo nulla, ma era bello lo stesso quello che stavamo facendo! Certo, se si fosse potuto portare a Carlo un bottino… Ed eccolo lì, ad un tratto. Tra i minuziosi conti di corte una piccola nota: tot fiorini (la cifra non la posso ricordare) pagati a Saccardino nel ruolo di buffone di corte! Mai dimenticherò – anche perché l’ho raccontato spesso ai miei studenti, ogni volta emozionandomi, di un’emozione contagiosa – quella sensazione: la gioia, anzi l’allegria, dell’Eureka, l’appagamento dopo tanta fatica e last but not least pregustare la soddisfazione del nostro maestro, che ci aveva dato fiducia e aveva fatto di noi delle esploratrici. Farsi domande e costruire ipotesi, con apertura mentale, rigore ma anche la gioia pura dell’apprendere: questa la lezione preziosissima.
Un ultimo ricordo, che testimoniò per me il suo profondo spessore umano, accanto all’acume dello studioso e al carisma dell’insegnante. Per ragioni personali – le “cause di forza maggiore” – dovevo modificare notevolmente l’impostazione della tesi, operando una riduzione significativa sia dell’ambito di indagine che dei tempi di realizzazione. Andai non a chiederglielo ma a informarlo, con l’arroganza tipica dell’età giovanile, robustamente alimentata dal contesto (trattavasi di Bologna 1978). Ebbi da lui immediata attenzione, comprensione, disponibilità, incoraggiamento, aiuto. Non indulgenza: il lavoro sarebbe stato diverso da come previsto dalla sua proposta, ma non meno rigoroso. Ogni paio di settimane andavo nella sua casa in Largo Respighi a portargli un mezzo capitolo, e alla consegna successiva mi sarebbero stati restituiti quei fogli con correzioni, tagli, suggerimenti, precisazioni – niente mail e niente computer: fogli scritti a macchina, la Olivetti lettera 35, con le sue correzioni a matita. Fogli che di trasloco in trasloco non ho ancora trovato il coraggio di buttare…
Ho rivisto poi nel corso degli anni alcune volte Carlo Ginzburg: alla presentazione nella mia città del suo libro su Sofri, ad una mostra (ero con un’amica, feci delle presentazioni: “Piacere, Carlo”), ad un convegno. Una volta ho avuto bisogno di dirgli che avevo capito solo molti anni dopo l’università – divenuta adulta, e insegnante – la grandissima importanza della sua lezione, scientifica ed umana, nel mio percorso di vita e nel mio lavoro. Da giovane non ero stata in grado di esprimergli tutta la mia stima e la mia gratitudine, da giovani a volte sembra un po’ tutto dovuto. Lui sorrise, con allegria, con semplicità e una specie di modestia.
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Laura Zambanini, nata a Trento nel 1954, dopo la maturità classica ha frequentato la Facoltà di Lettere Moderne all’Università di Bologna e si è laureata con Carlo Ginzburg nel 1979 con una tesi sulla trattatistica oniromantica cinquecentesca. Insegnante liceale fino al 2020, abita a Trento.
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