Franca Bimbi: Laura per Inchiesta, Inchiesta per Laura

| 16 Maggio 2026 | Comments (0)

 

 

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A un mese dalla scomparsa di Laura Balbo, pubblichiamo questo articolo di Franca Bimbi che ne ricostruisce il percorso, strettamente intrecciato alla storia di questa nostra rivista.

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Franca Bimbi

Laura per Inchiesta, Inchiesta per Laura

Laura Balbo (30 novenbre1933-16 aprile 2026) ha contribuito sin dall’inizio al percorso di Inchiesta, seguendo il metodo di costruzione di reti nazionali e internazionali tipico della rivista. Inchiesta è cresciuta come arcipelago di reti con paradigmi conoscitivi convergenti non tanto a partire da un quadro teorico predefinito quanto da approcci riflessivi vicini tra loro, basati sulla ricerca e su interpretazioni che aprivano nuovi interrogativi, rimandando ancora al terreno della ricerca e al confronto e dialogo con realtà in movimento. Inoltre, periodicamente, un testo, un gruppo di interventi, o l’incontro ravvicinato con qualche Autore di rilievo internazionale si configurava sia come discussione sulle ricerche che come indicazione forte per nuove direzioni riflessive. 

Laura Balbo è stata uno dei nodi delle reti, rappresentate da lei e da altre figure con una solida formazione professionale, prevalentemente sociologica, provenienti da diverse esperienze politiche. È arrivata ad Inchiesta avendo affrontato alcune questioni tipiche della sua generazione. Nel 1962, l’articolo scritto con Vittorio Rieser La sinistra e lo sviluppo della sociologia (Problemi del socialismo, 3), si interroga sulla capacità della sociologia di interpretare le poste in gioco del conflitto tra capitale e lavoro presenti nella società industriale e sulle metodologie più utili a far comprendere ai ricercatori le domande dei lavoratori. Da una parte viene valutata la rilevanza per la sociologia dell’uso di “alcuni strumenti marxisti”, dall’altra si riconoscono posizioni critiche e innovative anche nella sociologia mainstreaming europea rappresentate al Terzo Convegno Mondiale di Amsterdam (1956).

L’articolo del 1962 segna un passaggio generazionale che riguarda una diffusa presa di distanza dagli imperialismi culturali di allora (Bourdieu 2023) che anche in sociologia tendevano a occultare il cambiamento, bloccando le scienze sociali su teorie superate dalla realtà. Del resto, Laura Balbo, nella tesi di laurea Problemi della sociologia industriale americana (Padova, 1956), aveva già analizzato i modelli considerati più avanzati delle relazioni industriali, concordando con la critica di Alain Touraine sugli aspetti manipolativi e sulla psicologizzazione dei rapporti di potere in fabbrica.

Se sfogliamo Inchiesta, dal primo numero del 1971 alla fine del secolo scorso, considerando i monografici curati da Laura e altri contributi a lei in qualche modo collegati, incontriamo sul suo stesso percorso, oltre alle sue coetanee, una seconda generazione di sociologhe. Le più giovani di allora (come chi scrive) sono state attratte da Laura Balbo per il suo guardare e vedere a distanza.

Nel 1999, da una sua proposta, si affaccerà a Inchiesta anche una terza generazione.

Questa iniziale esplorazione permette di osservare Inchiesta come intellettuale collettivo, partendo dall’intorno di Laura Balbo e in particolare da quelli che lei chiama gli “women studies Italian style” (Inchiesta 1999, 125). Non a caso nel 1981 Diana Pinto ha compreso Laura nel panorama della sociologia italiana per dimostrare la maturità della disciplina. Il saggio di Balbo (A case of Welfare Capitalism: Italian society), ripreso in parte da Inchiesta (1977, 28), mette in luce il metodo degli slittamenti teorici mentre si fa ricerca.

All’inizio di quell’anno, con la firma del GRIFF e dell’Istituto di Sociologia di Milano (1977,25), Inchiesta aveva istituzionalizzato (per così dire) la sociologia de La condizione della donna, con un manifesto programmatico che superava i confini lessicali e ideologici dell’espressione ancora prevalente nelle università italiane. Inchiesta presentava sotto questo ombrello tradizionale un arco di “ricerche, corsi e seminari” che disseminavano sociologicamente, ognuno a suo modo, le epistemologie dei femminismi di allora, reinterpretando anche le generazioni delle madri e delle nonne attraverso la co-ricerca con studenti, non solo donne. Anche questo è stato un aspetto del metodo Balbo, che lei stessa spiegherà come “spiazzamento” nella sua Introduzione del 1999, Chi ha paura/voglia degli studi di genere? Solo un lavoro a più voci potrebbe dar conto del suo contributo a un’impresa di circolazione intellettuale delle idee che attraverso Inchiesta ha riguardato tutta la sociologia italiana. Sicuramente Laura Balbo, attraverso Inchiesta e con il gruppo del Griff, ha contribuito a spostare alcuni assi interpretativi cruciali della sociologia italiana, negli studi del lavoro, della famiglia e poi del welfare, particolarmente attraverso tre movimenti di “spiazzamento”, ovvero di spostamento del punto di osservazione rispetto a orientamenti consolidati. Questi movimenti hanno riguardato: l’introduzione dello standpoint delle donne (poi del genere e dei generi) da cui rileggere in maniera intersezionale tutta la realtà sociale; la definizione della “doppia presenza”  (1978,34) e della “complessa società dei servizi” (1984,66) da cui rileggere l’economia sostanziale del capitalismo; la considerazione della vita quotidiana come ambito di produzione di conoscenza attraverso le pratiche sociali osservate dai due precedenti spiazzamenti.

Sottolineiamo che lo spiazzamento di postura si configura dalla metà degli anni ’70. Nel 1983 l’insistenza di Laura per una sua “lettura parallela” del tema società complessa e identità fu proposta quasi orgogliosamente, ma con gentile ironia, al mainstreaming della sociologia italiana con una sottolineatura divergente delle ricerche sull’identità e del metodo della ricerca alla luce degli “studi delle donne” (come si chiamavano allora). Tuttavia, nello stesso periodo (1985), rivolgeva anche un’attenzione critica verso i rischi delle chiusure identitarie dei gruppi femministi. In ambedue i casi L. Balbo si riconosceva esplicitamente nel campo delle svolte epistemologiche del femminismo. Ricordiamo che non era ancora uscito un testo cult della sociologia femminista: Dorothy A.Smith, The everyday world as problematic (1987), anche se diverse di noi avevano già letto Mary Daly (1973) e Laura quasi certamente Angela Davis (1981).  

Le dislocazioni di Laura e di diversi autori di Inchiesta sono importanti soprattutto per i dibattiti degli Anni ’80 quando si cominciano a fare i conti con una società affluente attraversata da moltissime “crisi”. Possiamo leggerne anche negli interventi suoi e di Ilona Kickbusch in Città Classe (17,1979). 

La “crisi” è una percezione e un paradigma non solo italiano. Nel 1986 Nils Mortsen su Acta Sociologica scrive di Knowledge Problems in the Sociology of the 80s. Egli indica l’approccio basato sulla ricerca come opposto a quello della teoria della conoscenza e lo indica come un aspetto della crisi del pensiero razionale occidentale. Balbo e Rieser nel 1962 lo avevano già intravisto attraversando le epistemologie con cui conviveva la loro generazione. Nel settembre 2024 Bianca Beccalli (intervista di Marco Bacio) ha suggerito di rileggere Thomas Kuhn per affrontare le nuove sfide per l’innovazione dei paradigmi della sociologia.

Tutto considerato, è l’articolo di Laura Balbo su La doppia presenza (34,1978) a segnare un passaggio decisivo che supera, di fatto, il costrutto Condizione della donna, con effetti su cui potremmo riprendere il dibattito. Infatti, con la “doppia presenza” vengono messi in discussione “oppressione” e “sfruttamento”, i due paradigmi allora prevalenti nell’interpretazione dei rapporti di genere e della posizione subalterna della donna nella società: il primo fondato sull’ipotesi di un’interiorizzazione precoce della subalternità, il secondo sul postulato di una posizione oggettiva di estrazione di valore o di attività dipendenti da un’etica del dono, rovesciabili attraverso varie modalità di organizzazione promosse o prodotte da “avanguardie” esterne. I due costrutti verranno discussi, abbandonati o reinterpretati, ma “doppia presenza” costituisce un nuovo paradigma che segnala la molteplicità, la complessità e il pensarsi. La doppia presenza mostra che chi la produce è presente a sé stessa, anche se è necessario uno sguardo terzo che faccia emergere come dalla “fabbrica del privato” non nascano donne sottomesse. Se qui l’espressione è ripresa da Manon Garcia (On ne naît pas soumise, on le devient, 2018), che rilegge Simone de Beauvoir, tuttavia in Laura Balbo lo studio dei legami tra donne con “più facce e molte teste” (Inchiesta 1982, 55-56), doppia presenza e vita quotidiana, tendeva già a verificare che né l’oppressione né lo sfruttamento sono un destino in attesa di liberatori esterni. L’orizzonte delle possibilità di cambiamento è visibile nei patchworks: ritessiture di economie sostanziali, poco notate e quasi implicite, ma create (non solo prodotte) da collettivi di vita quotidiana, secondo orditi e trame che vengono ripensate. Si tratta di cambiamenti di habitus e di sottrazioni alla violenza simbolica, ma anche di ribellioni o rivolgimenti “senza marce”: intersezionali, come si direbbe oggi. L’approccio della “doppia presenza” cambia nel tempo anche la lettura scientifica e politica del rapporto tra processi culturali e processi economici, se si seguono alcuni indicatori fondamentali: il lavoro per la famiglia, inteso come lavoro produttivo misurabile, a sua volta produttore di una conoscenza che interpella un’etica della cura inclusiva; la diminuzione delle nascite, forma di agency  che trasforma tutti i rapporti sociali e gli equilibri economici attesi; il prendersi cura e il welfare che sono uno dei campi conflittuali nelle lotte attorno alla sopravvivenza espansiva del capitalismo. Inoltre, seguendo Inchiesta nello svolgersi dei fili della doppia presenza, della società dei servizi e della conoscenza quotidiana, è emerso anche il corpo, come luogo dell’esperienza e delle sue negazioni, discusso dapprima come modo di produzione femminile, maternità e lavoro materno, ma anche ripensato nelle ricomposizioni dei tempi sociali, nel tempo per sé e negli approcci olistici alla salute. 

 

Abbiamo scelto la “doppia presenza” accennando ai percorsi di Laura che dalla “Condizione della donna” muovono agli “Studi delle donne” e a “Chi ha paura/voglia degli studi di genere?”. 

Un testo apparentemente eccentrico rispetto a questa lettura è il terzo Almanacco Friendly, La vita quotidiana in una società ad alta densità tecnologica (Inchiesta1995, 109). È stato un progetto di particolare importanza per lei. I primi due numeri uscirono nel 1993 e nel 1994 con l’obiettivo di mettere in luce “una cultura user-friendly”. Si tematizzavano “le risorse: gli usi del tempo, le competenze personali, contesti urbani descritti con le parole «città amica» (intervista di Massimo Cerulo, 2014). Del testo del 1995 colpisce anche il ritorno al corpo sia nelle tecnologie problem solving che come attenzione richiesta agli umani per produrre condizioni di riflessività nel quotidiano tecnologizzato.

Oggi l’Almanacco fa una grande impressione, perché quel futuro allora difficile da immaginare ha superato ogni previsione. Laura scrive che “si danno le condizioni perché molti (certo non tutti) vivano informati, messi in grado di apprendere”. Come le succedeva spesso, ciò che metteva tra parentesi non indicava una cautela banale, ma un campo di riflessione e di impegno contemporaneo o parallelo, come quando le accadde di ricoprire ruoli istituzionali importanti: Deputata e Ministra, o anche Presidente dell’AIS. Dalle contingenze più difficili Laura Balbo guardava agli indizi positivi per il futuro, soprattutto quando si diffondevano pessimismi regressivi. Non è un caso che abbia spesso inserito nei monografici da lei curati per Inchiesta un richiamo ai “diritti della vita quotidiana”, ai “nuovi diritti” o al significato dell’essere “cittadini”, affidandosi anche a qualche voce autorevole non sociologica.

Nel 2004, in una Lecture all’ Università Europea di Fiesole, con The quilting methafor in the European Social Sciences (EUI 2005) ci offre anche un altro contributo da cui riflettere.

Chi scrive è consapevole dell’arbitrio compiuto, riportando al presente il dibattito di allora con le proprie interpretazioni, con la difficoltà di evitare un tono apologetico. L’impulso a scrivere è venuto da alcuni giorni passati a recuperare alcune “cartelline” con copie di articoli o di parti di manoscritti diligentemente dis-ordinati che Laura Balbo lasciava con qualche messaggio nella nostra comune stanza all’Università di Padova. Un plico portava la scritta veloce “una specie di regalo natalizio!!”, perché accadeva, come spesso accade, che ci si separi senza esserci potuti salutare. Ho seguito quel filo.

 

 

 

 

Category: Guardare indietro per guardare avanti

About Redazione: Alla Redazione operativa e a quella allargata di Inchiesta partecipano: Mario Agostinelli, Bruno Amoroso, Laura Balbo, Luciano Berselli, Eloisa Betti, Roberto Bianco, Franca Bimbi, Loris Campetti, Saveria Capecchi, Simonetta Capecchi, Vittorio Capecchi, Carla Caprioli, Sergio Caserta, Tommaso Cerusici, Francesco Ciafaloni, Alberto Cini, Barbara Cologna, Laura Corradi, Chiara Cretella, Amina Crisma, Aulo Crisma, Roberto Dall'Olio, Vilmo Ferri, Barbara Floridia, Maria Fogliaro, Andrea Gallina, Massimiliano Geraci, Ivan Franceschini, Franco di Giangirolamo, Bruno Giorgini, Bruno Maggi, Maurizio Matteuzzi, Donata Meneghelli, Marina Montella, Giovanni Mottura, Oliva Novello, Riccardo Petrella, Gabriele Polo, Enrico Pugliese, Emilio Rebecchi, Enrico Rebeggiani, Tiziano Rinaldini, Nello Rubattu, Gino Rubini, Gianni Scaltriti, Maurizio Scarpari, Angiolo Tavanti, Marco Trotta, Gian Luca Valentini, Luigi Zanolio.

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