Amina Crisma: Ricordando Adone Brandalise

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Suonano inevitabilmente goffe e inadeguate le mie parole in ricordo di Adone Brandalise, professore di Teoria della Letteratura dell’Università di Padova e per cinquant’anni infaticabile e geniale animatore dello scenario intellettuale del nostro Paese, che ci ha lasciati il 14 maggio.
Lunedì 18 maggio alle 9 nel Cortile Antico del Palazzo del Bo a Padova si svolgerà in suo onore il rito accademico dell’alzabara. Seguirà alle 11 il funerale nella basilica di santa Giustina, dove saranno in tanti a salutarlo, soprattutto quelli che sono stati suoi studenti, e che hanno avuto il privilegio di ascoltare le sue lezioni, in cui una cultura letteraria e filosofica di straordinaria profondità e ampiezza – da Plotino a Spinoza, da Meister Eckhart a Lacan… – si univa a un’incomparabile, pirotecnica, affascinante capacità di comunicazione e di affabulazione.
Per averne un’idea, si può far riferimento al suo sito (www.adonebrandalise.it ) che raccoglie i suoi corsi e le sue conferenze, oltre a contenere una dettagliata biobibliografia (e fra le sue tante collaborazioni, si segnala quella, di speciale intensità, con il Centro San Domenico di Bologna, che ne ha sovente ospitato gli interventi, e che ne aspettava, fra l’altro, un imminente seminario sulla poesia).
Adone eccedeva ogni ristretta e angusta definizione di ambiti disciplinari, ne oltrepassava i confini (e significativamente si intitola Oltranze un suo libro del 2002). Per offrire una qualche approssimazione al suo peculiare modo di porsi, si può ancora riferirsi al sito sopra citato, che opportunamente ne riporta una bella e pregnante formulazione:
“Più che nel veicolare contenuti filosofici, la letteratura incrocia il desiderio della filosofia dove questo, per non cedere su se stesso, deve tentare di rendere non cancellabile il proprio movimento, né il tempo di vita in cui esso è costantemente chiamato a riaprirsi.”
Quest’efficace sintesi programmatica del modo di procedere di Adone penso sia utile a capire l’affinità profonda che ha strettamente legato il suo cammino a quello di un altro grande maestro e amico recentemente scomparso, Giangiorgio Pasqualotto, più volte rievocato su Inchiesta. L’eros socratico di Adone e la prospettiva filosofica interculturale di Giangiorgio si sono fertilmente intrecciati nella creazione di cui sono stati protagonisti, dalla fine degli anni Novanta, del Master in Studi Interculturali dell’Università di Padova, fecondo catalizzatore di energie collettive e ospitale luogo di incontro, di condivisione, di libero dibattito e di amicizia (e fra gli altri interlocutori importanti di quella produttiva stagione voglio ricordare in particolare il compianto Alberto Mioni) .
Dal canto mio, ho un grande debito di gratitudine verso Adone e verso Giangiorgio, ai quali devo la mia introduzione nel Master, che ha rappresentato per me, come per molti altri, un’esperienza seminale, nel decennio dal 2000 al 2010 in cui vi ho insegnato Sinologia; e sempre a loro, e a Giuseppe Duso, devo fra l’altro la pubblicazione, e la successiva presentazione, maturate in tale ambito e frutto delle discussioni che vi si svolgevano, del mio Conflitto e armonia nel pensiero cinese dell’età classica, edito da Unipress nel 2004.
Nel mio ricordo di Adone, come in quello di Giangiorgio, i confronti e le conversazioni si uniscono indissolubilmente a innumerevoli momenti di piacevole e goduta convivialità, a tanti bei pomeriggi e belle serate condivisi con gli amici, nelle piazze di Padova. Rendo dunque commosso omaggio al loro impareggiabile talento per l’amicizia, alla loro ineguagliabile, generosa capacità di rendere il mondo felicemente abitabile.
E di Adone in particolare restano indelebilmente impressi nella mia memoria il dinamismo di un pensiero incatturabile e mercuriale (non casualmente si chiamava Trickster il giornalino del Master), l’atteggiamento cordiale e accogliente, le battute folgoranti, e l’ironia che sovente balenava fulminea nel suo sguardo.
Come dire la tristezza e il vuoto che ci lascia il ritorno della sua voce al grembo del grande silenzio?
Forse con le parole di Guido Cavalcanti, che materializzano negli umili strumenti della scrittura lo sgomento indicibile di un’assenza:
“Noi siam le triste penne isbigotite, le cesoiuzze e il coltellin dolente…”
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