Amina Crisma: Carlo Ginzburg, o del piacere della ricerca

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“Amo il piacere ludico della ricerca”: questo noto detto di Carlo Ginzburg che ora mi ricorda Carla Caprioli, che è stata sua allieva, mi pare possa ben prestarsi a riassumere il senso della sua vita. Una vita che oggi si è chiusa, lasciandoci il senso di vuoto e di sgomento che si accompagna ad ogni dipartita di qualcuno che, come lui, abbiamo annoverato fra i nostri maestri in quella fertile, creativa generazione alla quale lui apparteneva, e che ci sta man mano lasciando, facendoci sentire più amaramente la tristezza e la desolazione di questi nostri tempi cupi.
Non ho avuto la fortuna di essere allieva di Carlo Ginzburg. Il mio solo contatto con lui risale a metà degli anni Duemila, quando traducevo per Feltrinelli l’arduo libro di Geoffrey Lloyd Ancient Worlds, Modern Reflections (Grecia e Cina, due culture a confronto, 2008), un volume importante, e oggi più che mai attuale, che decostruisce sistematicamente l’opposizione binaria Cina/Occidente, come pure quella fra antico e moderno, per introdurre una prospettiva articolata di grande impatto. Ginzburg ne aveva fermamente voluto l’edizione italiana, e sui suoi difficili problemi di resa mi elargiva, con generosa disponibilità, i suoi preziosi consigli nelle sue mail dagli Stati Uniti.
Notiamo en passant quanto questo suo vivo interesse per orizzonti altri rispetto all’Occidente, come pure, più in generale, tutto l’orientamento del suo lavoro, improntato a una limpida razionalità critica, confliggano con le recenti Indicazioni nazionali per la scuola, delle quali egli ha esplicitamente stigmatizzato la prospettiva strumentalmente ideologica, provinciale e identitaria, rammentandoci, come a suo tempo ci ha ricordato anche un altro grande maestro, Paolo Prodi, che il compito dello storico è la decostruzione e la demistificazione della narrazione del potere.
La grandezza dell’opera di Ginzburg, che ne ha fatto una presenza outstanding come poche nel panorama internazionale, è stata chiara ai suoi lettori fin dai suoi primi libri, I benandanti (1966) e Il formaggio e i vermi (1976), che ci hanno aperto mondi sconosciuti, e modalità prima ignote di fare storia, e di raccontarla, coniugando un rigore estremo di documentazione a un’affascinante narratività. E via via, attraverso le sue opere seguenti, da Spie (1976) a Miti emblemi spie (1986) a Il filo e le tracce (2006), le sue nozioni di paradigma indiziario e di microstoria sono venute a riconfigurare radicalmente tematiche, strumentazioni teoriche e orizzonti metodologici non solo della storiografia, ma di una intera visione della realtà, della quale si capovolgono le consuete gerarchie rappresentative.
E’ il grande tema della persecuzione a disegnarsi come cruciale nella sua prospettiva, che restituisce risolutamente visibilità sia al suo implacabile (e iterativo) meccanismo sia alle sue vittime, a culture sotterranee e a soggettività eretiche e discriminate dal potere, come avviene nella decifrazione del sabba operata in quello straordinario affresco che è Storia notturna (1989), che si potrebbe definire come una sorta di controstoria dell’Europa, dei suoi demoni e delle sue ossessioni (un tema questo che nell’odierna temperie di ripresa di fragorose retoriche identitarie e di sciovinismi violenti acquista una rinnovata pregnanza). E non casualmente, è a una riflessione sull’ebraicità che è dedicata la sua ultima raccolta di saggi, Il vincolo della vergogna (2025). Ma le sue esplorazioni muovono anche in altre fertili direzioni, dalla storia dell’arte rivisitata alla storia della filosofia, da Indagini su Piero (1981), dedicate al contesto in cui muove Piero della Francesca, a Nondimanco (2018), acuto esame delle modalità di riflessione di Machiavelli e di Pascal.
Non si può, infine, fare a meno di ricordare lo splendido libro-intervista Un dialogo (2003) in cui ha luogo un memorabile confronto fra Carlo Ginzburg (stavolta, qualcuno ha scherzosamente osservato, nei panni dell’inquisitore che incalza spietatamente e senza tregua nell’interrogatorio il suo interlocutore) e Vittorio Foa: una conversazione che riattraversa tutti i drammatici nodi del Novecento tramite la testimonianza di un protagonista d’eccezione.
Ma non è certo a un’immagine seppur scherzosamente inquisitoriale che voglio affidare la conclusione di questo sommario – e inevitabilmente inadeguato – ritratto di Carlo Ginzburg, quanto piuttosto ai momenti di intensa commozione, nel 2012 e nel 2022, in cui egli ha commemorato Pier Cesare Bori, altro grande maestro a cui era legato da profonda amicizia e, al di là delle differenze che davano luogo talora a confronti vivaci, anche da una significativa affinità. Li accomunavano la passione e il rigore dell’indagine, la lucida e laica razionalità critica, la fertile capacità di aprire orizzonti inesplorati. La loro limpida intelligenza era animata da una altrettanto limpida tensione morale.
Abbiamo bisogno di essere illuminati dalla loro tacita e vivente esemplarità, in questi tempi convulsi, cupi e violenti, abitati da retoriche vacue e fragorose, in cui sovrabbondano gli edonisti senza cuore, e gli specialisti senz’anima.
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