Roberto Roversi: Se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto

| 28 Ottobre 2012 | Comments (0)

 

 

 

 

Pubblichiamo l’editoriale di Vittorio Capecchi per il numero di “Inchiesta” luglio-settembre 2012

In ricordo di Roberto Roversi. La sua morte avvenuta il 14 settembre è anche la morte di un caro amico e collaboratore di questa rivista. L’ho conosciuto nei primi anni ’70 nella sua libreria Palmaverde e quando avevo bisogno per “Inchiesta” di un suo pezzo potevo sempre contare su di lui. Il 1977 è stato un anno drammatico e non solo per la brutale esecuzione di Francesco Lorusso ma anche per la caduta di fiducia nelle capacità delle istituzioni bolognesi di far fronte a questo drammatico episodio. Quando la notizia della uccisione di Lorusso mi arrivò alla facoltà di Magistero dove insegnavo telefonai subito alla FLM dove ero responsabile dell’Ufficio studi. Ma non venne nessuno né da parte del Comune, né da parte del Pci né da parte della FLM. E a sera, in quella gelida solitudine in cui gli studenti accorrevano sempre di più di fronte al portone di Magistero, l’unica mia possibilità fu quella di partecipare al dolore e alla rabbia del corteo degli studenti che attraversando la città, fece in pezzi alcune vetrine: episodio che fece rapidamente nascondere l’uccisione di un ragazzo e giustificò lo stato di assedio della zona universitaria con tanto di autoblinde in assetto di guerra in Piazza Verdi. Su questa drammatica vicenda le parole più lucide sono state quelle di Roberto Roversi che pubblicammo in “Inchiesta”. In Bologna, marzo 1977 Roversi interroga Bologna: “A che punto è la città?”, “Cosa dice la città”, “Cosa grida la città?” . Ma la città non gli risponde. In un suo testo del 1978 Nell’ergastolo delle istituzioni [Inchiesta, 37, 1979 ripubblicato in www.inchiestaonline.it] Roversi spiega che, come “cittadino bolognese”, si sarebbe atteso che di fronte all’uccisione di Lorusso, il Comune rispondesse immediatamente agli eventi e organizzasse una iniziativa collettiva “il giorno stesso dell’eccidio per coinvolgere (come si chiedeva) il movimento degli studenti in un’azione che desse un pronto significato politico alla rabbia giusta e all’autentico dolore di questi giovani troppo spesso insultati dalla retorica ufficiale”, Sarebbe poi stato importante “che il giovane ucciso fosse raccolto dalla città tutta intera.” Roversi precisa: “Io avrei voluto sentire che Bologna era ancora una volta forte, in un momento di dura necessità. Non una città spaventata, inquieta, incerta, delegante.(..) Avrei voluto che aprisse tutte Ie sue porte invece di chiuderle in fretta per rassicurarsi e intanarsi”. La conclusione è che “la stagione d’oro di Bologna si è consumata” e la città è “scivolata sul piano inclinato di una imprevedibile mediocrità e su quello dell’uniformità”. Questa lucidità nel valutare il Pci di ieri la si ritrova nella valutazione impietosa del Pd di oggi nel testo Parole, parole, parole [pubblicato ne Il foglio degli eremiti e ripubblicato in Inchiesta 169, luglio dicembre 2010, pp.35-37]. Questo suo sguardo impietoso sulla realtà ci mancherà (mi mancherà) come ci mancheranno (mi mancheranno) le sue indicazione sul che fare.

Le sue sono “deduzioni di un cittadino che cammina cammina cammina e non ha quiete” e due sono le sue indicazioni principali. La prima è quella di fare inchiesta, “ascoltiamo le grida d’amore /o le grida d’aiuto”, e agire ”lavorando sulle idee e sulle cose” per costruire perché “conoscere non vuol dire distruggere/ e poi amare la cosa distrutta”. La seconda indicazione è che in un mondo che “stride e geme come/ nave dentro a tempesta di contrastato destino”, un mondo dove la “violenza è stupida e imperfetta” bisogna mantenere la rotta e avere pazienza perché “non vince il più forte ma chi ha la pazienza di aspettare”. Bisogna continuare a guardare al futuro con ottimismo e sfuggire alla tentazione dell’ “endism/ neologismo americano che indica/ il non futuro” perché “Tutto deve ricominciare/ niente è andato perduto”.

Una Cina in ebollizione. Nel numero di settembre 2012 di Le Monde diplomatique è stato pubblicato un Dossier sulla Cina dal titolo La Chine est-telle imperialiste? Che mette in evidenza come oggi in Cina, è questa l’analisi di Anne Cheng, nel come di Confucio, si cerchi di conciliare gli interessi di una “economia socialista di mercato” con gli imperativi ideologici di una “società di armonia socialista”. Il Dossier pubblicato in questo numero di Inchiesta a cura di Ivan Franceschini e Luigi Tomba precisa ulteriormente i temi affrontati da Le Monde diplomatique. I due curatori precisano che “nel caso della Cina di oggi ci troviamo sì di fronte ad una società in ebollizione, in cui i cittadini seguono con apprensione i temi d’attualità e non esitano a scendere in strada per esprimere il proprio scontento, ma allo stesso tempo abbiamo a che fare con un Partito-Stato che mostra straordinarie doti di adattamento alle nuove sfide della globalizzazione e dell’entropia sociale”. Il Dossier, che considera “temi caldi quali il diritto penale, il lavoro, le politiche agricole e il web”, mette in evidenza ”questo rinnovato ruolo dello Stato e del Partito, più sofisticato e più discreto rispetto al passato maoista (..) molto abile a manipolare il discorso pubblico, alternando concessioni apparenti a chiusure reali, strumentalizzando il discorso su diritto e diritti a proprio uso e consumo”.

Una Italia stagnante verso il peggio. Se in Cina c’è una dialettica tra Partito-stato, intellettuali e cittadini in cui ci si interroga su i valori nel nome di Confucio, nell’Italia di oggi viene celebrato il trionfo dei banchieri e di Marchionne e non si discute certo di valori. Su i banchieri è molto preciso un passo di Haim Bharier (Qabbalessico, Giuntina 2012) che li paragona agli alcolisti perché al banchiere come all’alcolista “ non gli interessa più gustare ma vuole solo godere degli effetti che la bevanda gli procura” e chiedere ai banchieri “ di imporre limiti etici è come chiedere all’etilista di ridurre il consumo d’alcol, non gustano più, smaniano per gli effetti del loro potere”. La tentazione di endism è forte ma l’indicazione di Roberto Roversi “Tutto deve ricominciare” viene raccolta e documentata in questo numero da iniziative politiche come i due referendum (Gianni Rinaldini) e Dichiariamo illegale la povertà (Riccardo Petrella) e le difficoltà di queste iniziative sono documentate nei testi di Romagnoli, Viale, Polo, nell’intervento di Tiziano Rinaldini e nei risultati delle inchieste di Maddalena Vianello e Giordano Sivini. Al livello locale gli esiti possono essere molto diversi anche nella stessa area. Al testo di Franco Di Giangirolamo che documenta episodi di solidarietà nelle zone terremotate bolognesi e limitrofe si contrappone l’episodio segnalato dallo psichiatra Emilio Rebecchi : un giovane ragazzo disabile ucciso, sempre nell’area bolognese, in una struttura “protetta”.

Un dibattito sulla letteratura. L’intervento di Donata Meneghelli si integra molto bene con i temi affrontati in questo numero di Inchiesta. Abbiamo bisogno di voci come quella di Roberto Roversi e non di una letteratura “normalizzante”. La letteratura, come ha affermato Roversi ”deve camminare impolverandosi con i piedi nella strada”

 

 

 

 

Category: Editoriali, Roberto Roversi e la rivista "Inchiesta"

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About Vittorio Capecchi: Vittorio Capecchi (1938) è professore emerito dell’Università di Bologna. Laureatosi in Economia nel 1961 all’Università Bocconi di Milano con una tesi sperimentale dedicata a “I processi stocastici markoviani per studiare la mobilità sociale”, fu segnalato e ammesso al seminario coordinato da Lazarsfeld (sociologo ebreo viennese, direttore del Bureau of Applied Social Research all'interno del Dipartimento di Sociologia della Columbia University di New York) tenuto a Gosing dal 3 al 27 luglio 1962. Nel 1975 è diventato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna. Negli ultimi anni ha diretto il Master “Tecnologie per la qualità della vita” dell’Università di Bologna, facendo ricerche comparate in Cina e Vietnam. Gli anni '60 a New York hanno significato per Capecchi non solo i rapporti con Lazarsfeld e la sociologia matematica, ma anche i rapporti con la radical sociology e la Montly Review, che si concretizzarono, nel 1970, in una presa di posizione radicale sulla metodologia sociologica [si veda a questo proposito Il ruolo del sociologo (a cura di P. Rossi), Il Mulino, 1972], e con la decisione di diventare direttore responsabile dell'Ufficio studi della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), carica che manterrà fino allo scioglimento della FLM. La sua lunga e poliedrica storia intellettuale è comunque segnata da due costanti e fondamentali interessi, quello per le discipline economiche e sociali e quello per la matematica, passioni queste che si sono tradotte nella fondazione e direzione di due riviste tuttora attive: «Quality and Quantity» (rivista di modelli matematici fondata nel 1966) e «Inchiesta» (fondata nel 1971, alla quale si è aggiunta più di recente la sua versione online). Tra i suoi ultimi libri: La responsabilità sociale dell'impresa (Carocci, 2005), Valori e competizione (curato insieme a D. Bellotti, Il Mulino, 2007), Applications of Mathematics in Models, Artificial Neural Networks and Arts (con M. Buscema, P.Contucci, B. D'Amore, Springer, 2010).

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